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Compagni di scuola
di Maria cristina Pazzini
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Il colore profondo mi accecò lo sguardo, il sonno violento mi attirò a sè, con estrema fatica, riuscii ad aprire gli occhi. Sopra di me il cielo era rosso, specchiato nell'oceano di Miami. In strada la gente passeggiava tra grattacieli di vetro e palme rigogliose, mentre sulle onde del mare, i surf schizzavano veloci. Ma io di tutto ciò non ricordavo nulla, non ricordavo di essere lì!

"Facciamo un viaggio? andiamo al sole della Florida? Miami è il posto ideale per una vacanza da sballo!" mi propose Aldo un'estate di fine anni '80 quando, entrambi appena laureati, avevamo voglia di passare un periodo lontano da libri, professori e università.

Accettai, volentieri senza neanche pensarci un attimo, trovammo dei biglietti economici con scalo a Philadelphia e, zaino in spalle, ci preparammo a partire. Quando lo annunciai a casa, i miei genitori non furono felici. Era un viaggio organizzato con un amico, l'amico che avrebbe voluto essere più di un amico, ma con il quale io non sono mai andata oltre.

Ci conoscemmo all'epoca della scuola, insieme, abbiamo frequentato il liceo classico al Mameli. Lui, nato a Torino, era figlio di un dirigente statale appena trasferito a Roma. Aldo arrivò nella nostra classe a metà anno, in gennaio, dopo le vacanze di Natale, mentre frequentavamo il IV ginnasio. Un ragazzo educato, alto, magro con un accento torinese che tra i romani strideva in modo evidente.

Il suo primo giorno al Mameli passò alla storia. Entrò in calsse con dieci minuti di ritardo, si era perso nei corridoi scrostati e disseminati di cuori. Non trovava il IV B. Alla cattedra c'era la professoressa Corvisieri, una che non scherzava, insegnava Lettere e soprattutto aveva una missione, in un mondo di perditempo, doveva fare di noi grandi uomini e grandi donne, odiava i ritardatari, non erano persone serie, con queste premesse accolse Aldo. Lui bussò, la Corvisieri lo osservò, poi con un gelido silenzio, un gelido sguardo e un gelido movimento della mascella gli indicò l'unico posto vuoto. Fila cantrale, sotto la cattedra, accanto a me. La mia compagna di banco, Bianca, aveva l'influenza e in quei giorni il banco era tutto mio. Lo guardai sospettosa e di malavoglia tolsi la borsa, i libri e l'astuccio, restringendomi vistosamente. Lui educato e molto imbarazzato, accennò a un sorriso, poi si sedette in punta di sedia, tanto che pensai sadica - adesso cade, ci manca solo questo! - ma non cadde, si tenne forte al banco, e quando la Corvisiere disse ad alta voce il suo nome " Aldo Mingroni" lui prontamente si alzò e disse " presente."

Fu così che tutti noi facemmo conoscenza di Aldo Mingroni, subito soprannominato: il nuovo, il torinese e l'acchiappa farfalle per via della sua altezza e del suo modo sognante di interagire con la gente. Aldo accettò i soprannomi, non era tipo da offesa facile, l'unica cosa che gli rimase oscura fu perchè tutti lo chiamarono - il nuovo - fino al giorno della maturità, avvenuto cinque anni dopo, poi qualcuno gli spiegò che era solo un modo di dire, un intercalare affettuoso, e questo bastò.

Comunque, dal fatidico giorno in cui Aldo si affacciò nella nostra aula, egli entrò prepotentemente nella nostra vita, nel nostro cuore e si appropriò del posto accanto a me, lasciato libero dalla povera Bianca. Sì, fummo compagni di banco per tutta la lunga durata del liceo. Quasi cinque anni in cui ogni mattina Aldo, sempre in perfetto orario, da quando aveva capito l'esatta posizione della classe nei meandri del Mameli, si sedeva e mi chiedeva, strabuzzando gli occhi: "hai studiato?" una domanda alla quale spesso non sapevo rispondere, sì perchè, io pensavo di essere preparata nelle materie della giornata, ma non era così, immancabilmente non avrei raggiunto la sufficienzai, senza i preziosi suggerimenti di Aldo. Questo io lo capii fin dall'inizio, infatti tornata la mia amica Bianca, il giorno dopo l'entrata in scena di Aldo, le chiesi il favore di cedere il suo posto al nuovo, al torinese, all'acchiappa farfalle, e lei perplessa acconsentì.

Aldo era un genio, almeno nella nostra classe in cui i perditempo, come diceva la Corvisieri, erano la maggioranza. Bianca gentilmente mi accontentò, trovò un posto accanto a Giovanni, il bello, il tenebroso, il più ambito da tutte noi.

Lasciare Torino fu un forte trauma per me. Il salotto d'Italia era la città dei miei natali, della mia infanzia e della mia adolescenza. Una lettera improvvisa e un trasferimento inaspettato, tagliarono definitivamente i fili che guidavano la mia entratata in società. L'inizio del liceo, l'inizio di nuove amicizie e il consolidamento di quelle vecchie. Di colpo tutto fu ribaltato. Mia madre partì per Roma alla spasmodica ricerca di una abitazione, dove noi quattro: io, mio padre, mia madre e mia sorella Laura, dovevamo abitare. I Parioli furono il nostro nuovo quartiere, e il Mameli il mio nuovo liceo. A mia sorella toccò la Sapienza, visto che lei era al primo anno della Facoltà di Giurisprudenza. La mia compagna di banco, per l'intera durata del liceo, fu Flaminia una ragazza piccola di statura, ma carina e di poche parole. Flaminia mi piacque fin dall'inizio, da quando accettò di dividere con me il suo banco. Il coraggio che aveva nell'affrontare le interrogazioni con una scarsa preparazione, mi attraeva sopra ogni cosa. Aveva ciò che mancava a me. Io ero timido e impacciato e supplivo a questo mio atteggiamento con una preparazione forzata, studiavo, chiuso nella nuova casa, a tutte le ore del giorno e della notte, lei era il perfetto contrario. Fu così che a scuola mi guadagnai la simpatia e il rispetto di tutti, soprattutto di Flaminia con cui strinsi una grande amicizia. I compiti in classe, le interrogazioni e le lezioni di greco e latino erano i momenti di gloria che mi ripagavano delle tante ore chino sui libri. Piccoli trionfi che non dimenticherò.

Con il tempo però fortunatamente la mia timidezza si attenuò, e divenni un ragazzo quasi sfrontato, i brufoli sulla fronte si asciugarono e con essi si asciugò il senso di inadeguatezza che mi aveva seguito da Torino a Roma, dall'adolescenza all'età adulta. La professoressa Corvisieri aveva raggiunto il suo scopo, oltre a saper fare perfettamente le versioni, ero diventato un uomo, e non era cosa da poco.

L'unico problema fu che, dopo la maturità superata con la migliore votazione, ne avevo abbastanza di materie letterarie e con un colpo di spugna, contrastato da tutti, familiari e amici, mi iscrissi alla Facoltà di Economia. Approdai anche io all'università, ma a differenza di mia sorella mi iscrissi alla Luiss, ricattato da mio padre, che mi disse "con la tua preparazione classica, devi andare alla Luiss dove ti seguiranno meglio, altrimenti Giurisprudenza alla Sapienza, come tua sorella." Lapidario non ammise repliche e io mi iscrissi alla Facoltà di Economia alla Luiss.

Flaminia continuò la strada percorsa al liceo si iscrisse a Lettere con indirizzo Storia dell'Arte. Voleva fare la critica, critica di cosa? ancora non lo sapeva. Era una ragazza determinata, forse un pò confusa ma con gli anni aveva consolidato la sua volontà. La mia amicizia per lei in breve tempo era sfociata in una infatuazione e poi in un grande amore. Amore purtroppo mai corrisposto, forse era stato meglio così. Si dice che chi trova un amico trova un tesoro, ma io avrei preferito trovare in lei, il mio tesoro. Così non fu.

Con grande eccitazione ci apprestavamo a partire per l'Amercica, Aldo era un compagno ideale, affidabile e simpatico, io sempre al seguito e come a scuola ascoltavo i suoi preziosi consigli. Mi ero laureata in Storia dell'Arte e sarei partita in autunno per Parigi, uno stage di dodici mesi, mentre Aldo, sempre più in alto, sarebbe partito per Shanghai, diciotto mesi nel cuore della nuova economia. Sarebbe tornato ancora più ferrato di come era partito, per me assolutamente irraggiungibile. Eravamo entrambi spaventati, ma elettrizzati per le prossime esperienze lavorative.

Ma allora era tempo di goderci la nostra vacanza, il nostro viaggio a Miami. Ci aspettavano momenti di grande libertà: ballara, cantare, nuotare, surfare, sfrenarsi senza limiti! Ero fuori di me dalla gioia! La mattina del primo agosto, Aldo passò a prendermi con un amico, Tommaso, un compagno di scuola torinese, un amico con il quale aveva frequentato le scuole medie, prima del trasferimento a Roma. Tommaso era l'ultimo rampollo di una famiglia nobile Piemontese. I tratti del viso sottili, le mani allungate e l'incedere eretto, decisamente militareasco, facevano di Tommaso un ragazzo straordinariamente attraente. Con lui andammo a Fiumicino, eravamo tutti in partenza, ma con diverse destinazioni, noi Miami, lui Torino. Per Tommaso le vacanze sarebbero iniziate solo il mese successivo, i primi di settembre, un viaggio in Australia, quello che aveva sempre sognato, quello che avrebbe voluto farlo con Aldo, ma lui aveva preferito me!

"Ciao Flaminia, sei pronta per il grande salto? hai due belle borse piene, Aldo con il suo zaino in confronto non si è portato molto" disse.

"Ciabatte, costume e un pantalone con camicia da sera, per una cosa elegante."

"Sì, un pò sgualcita, forse, ma al mare nessuno ci bada" dissi ridendo.

Dalla finestra mia madre si sbracciava a salutarci, mentre io cercavo di fare la vaga.

Finalmente il taxi con noi dentro partì e a quel punto, solo a quel punto mi decisi a guardare in alto e, con un sorriso forzato, salutai mia madre. Aldo le fece un cenno con la mano e dall'auto in corsa le urlò "non si preoccupi, gliela riporto tutta intera."

La voce si perse nel rombo del motore e noi tre, stipati nella macchina sommersa da borse, borsoni e zaino, ridevamo come matti.

Il viaggio cominciò.

Saliti in aereo, dopo i saluti con Tommaso, i controlli dei bagagli e l'attesa al gate, ebbi la mia prima soddisfazione, il mio inglese era perfetto, mentre quello di Aldo aveva qualche difetto. Prima volta che lo sentii dire: "Flamiii" nomignolo che usava sempre quando era in imbarazzo "cosa ha detto? parla troppo in fretta."

"E a Shanghai come farai? parlano tutti inglese, vuoi che venga con te?"

"Magari, sono anni che ti invito ma tu, non ci stai mai!" disse sorridendo.

Quel rapido sorriso mi trovò impreparata! – eppure sono anni che lo conosco - i denti bianchi incorniciati da soffice barba color miele, gli occhi verdi e i capelli ondulati – caspita! è diventato proprio un bel ragazzo, se penso a come si è presentato quel primo giorno di scuola. Il rospo si è trasformato in principe. Se lo vedesse la Corvisieri! Ma noi siamo solo amici! E tali rimarremo! – pensai mentre lui mi guardava, stupito del mio prolungato silenzio.

"Scherzavo. Vado a Parigi, non ricordi? il Louvre, Notre Dame."

Lui disse qualcosa, le sue labbra si muovevano.

- Penso che Aldo per me farebbe qualsiasi cosa, anche mollare lo stage al quale tiene tanto. Lo stage è il suo futuro, ma anche io potrei essere il suo futuro, se volessi... – Lui parlava, ma io presa dai miei pensieri non ascoltavo ciò che Aldo mi diceva. Annuii educatamente. Sistemati i bagagli a mano, ci accomodammo nelle scomode poltrone. Le cinture perfettamente allacciate, il rullo dei motori, la pista con le luci accese e il decollo. Stavamo per prendere il volo.

Le hostess ci coccolarono incessantemente, servendoci per tutto il viaggio bevande e dolcetti. Ogni tanto ci concedevamo una passeggiata lungo il corridoio con gli schienali sdraiati e la gente addormentata in posizioni bizzarre. Il buio, la notte, la colazione e la luce. Il sole che sorge e l'orologio che impazzisce. La confusione era totale si chiama jet lag e colpisce tutti, grandi e piccini, senza preavviso.

Arrivati all'areoporto di Philadelphia un temporale estivo ci investì, fu talmente forte da bloccare le parteze dei voli in programma, tra cui, naturalmente, il nostro. Con gli altri passeggeri ci scambiavamo sguardi smarriti. Eravamo buttati a sonnecchiare sulle panche di ferro o seduti ai tavolini dei fast food in preda al fuso orario. Da una grande vetrata guardai perplessa un mocchio di borse e zaini abbandonati sotto la tempesta. Una vettura aereoportuale, seminascosta dagli scrosci, era ferma accanto alla montagna di valige. Sulla pista il vuoto, non c'erano aerei nè personale addetto alla manutenzione, solo ruscelli di acqua. Poi finalmente il diluvio cessò e la vita riprese, gli aerei comparvero e una gentile hostess annunciò "volo diretto a Miami."

"Eccoci" balzammo in piedi e quasi correndo facemmo il controllo biglietto, il tunnel di raccordo e il corridoio di bordo, fino a raggiungere ansimanti il nostro posto.

In silenzio pensavo al mucchio di valige abbandonate. Non dissi nulla – le avranno caricate sull'aereo con i rispettivi proprietari? o le avranno lasciate in quell'angolo sperduto della pista numero tre? – mi chiedevo incerta, poi mi convinsi che sicuramente il personale Americano, notoriamente efficente, non avrebbe mai dimenticato i poveri bagagli, sotto l'acqua della città.

Arrivammo a Miami, un sole cocente ci accolse, un'altra stagione, un altro mondo. La gente passeggiava in ciabattine e pantaloncini a fiori, con grandi cappelli a falda larga, noi scombussolati dal viaggio, in preda del jet lag ci sentivamo immersi in uno dei migliori spot pubblicitari. Ci dirigemmo felici al ritiro bagagli, i compagni di viaggio che in aereo erano buttati sui sedili sdraiati, avevano miracolosamente ripreso vita, si erano trasformati, erano scatenati. Durò poco. Aspettammo tutti intorno al biscione nero, con lo sguardo fisso alla sua bocca che a minuti avrebbe sputato le nostre valige. Così non fu, la bocca non si aprì, le nostre valige non arrivarono. Erano rimaste a Philadelphia, dimenticate sotto al diluvio. Il personale Americano non era poi tanto diverso dagli altri, tutto il mondo è Paese... Ci guardammo sgomenti. La vita che aveva animato l'allegra brigata di colpo scomparve, e tutti sembrarono afflosciarsi come pupazzi di pezza. Mentre dalla bocca di Aldo uscì un Inglese tanto fluente, quanto inaspettato, nella concitata richiesta dei nostri bagagli. Come riavere i bagagli perduti? era la domanda che circolava tra di noi. Per le nostre valige dovevamo aspettare il volo successivo. Non osavo pensare a quanto tempo i bagagli, erano rimaste sotto l'acqua e a come il loro contenuto sarebbe fuoriuscito una volta arrivato nella camera d'albergo. Pensai ai miei vestiti firmati, alle mie graziose scarpe e alle borse con le perline colorate, per Aldo non era un problema giusto il pantalone e la camicia, già di per sè abbastanza sgualcita. Demmo il nostro indirizzo all'ufficio preposto, ci avrebbero recapitato tutto il giorno dopo. Noi dubbiosi ci avviammo verso l'uscita, eravamo tristemente disposti in fila indiana, con la testa bassa e le mani vuote. Fummo fuori. Ero stanca, delusa e avevo il torcicollo, ma il clamore della città mi fece venire il buon umore. Presi la mano di Aldo e con lui mi incamminai tra la gente, le palme e le macchine colorate di felicità. Il vento leggero, il sole e il mare blu in lontananza ci ripagò di quel misero contrattempo. Niente poteva turbare la nostra vacanza.

Le giornate passavano in un lampo di luce, eravamo sempre in giro, con tanti nuovi amici di ogni nazionalità. Flaminia, con il suo fisico asciutto, si dilettava in lunghe corse sulla battigia e fantastiche nuotate in mare aperto. A volte spariva per un tempo inaudito, io camminando pensieroso lungo la spiaggia aspettavo il suo ritorno, lei usciva dal mare come una sirena cosparsa di acqua e sale. Aveva i lunghi capelli biondi stretti in una treccia, immancabilmente sciolta dalla forza delle onde, e gli occhi felici di chi è appena emerso dal suo ambiente naturale.

"Pensa Aldo, non ci crederai, ma quando ero piccola avevo paura del mare aperto. Nuotavo parallela alla costa, e non mi allontanavo mai dagli altri bagnanti. Gli occhi sempre spalancati nella continua ricerca dello squalo che, prima o poi, mi avrebbe addentato una gamba. Che paure sciocche a volte si hanno!"

"Le paure non sono mai sciocche, hanno sempre una storia e un perchè. Se si arriva alla radice si risolve il problema, e si prende il largo come è successo a te."

"Strano, non mi sembrava di aver fatto un lungo percorso. Ho solo nuotato."

"A volte le cose accadono senza che ce ne accorgiamo."

"In filosofia mi batti, ma domani ti sfido sul surf."

Anche sulla tavola era brava e io la seguivo volentieri, come lei aveva seguito me in altre occasioni. Uno accanto all'altra, al calare del sole, saltavamo sulle onde, eravamo due gabbiani tra la spuma del mare.

La giornata trascorreva veloce e la sera nella mia camera d'albergo, dopo un doccia e una sigaretta, il solito dilemma – pantalone e camicia elegante o comoda maglietta e bermuda di blue-jeans? - inevitabilmente optavo per la seconda versione, quella sportiva, quella meno ricercata. Poi scendendo nella hall dell'albergo, trovavo ad aspettarmi una splendida ragazza, truccata, ben pettinata e vestita con abiti di lusso. La osservavo con occhio furtivo e ogni sera mi dicevo – domani non ci casco – poi lo sguardo andava ai miei sandali, i piedi abbronzati e nudi che occhieggiavano dai lacci di cuoio, e lo sconforto aumentava. Allungando il passo speranvo di trovare un tavolo libero al ristorante Italiano, il posto ideale dove nascondere il mio imbarazzo. Il dilemma mi seguì fino all'ultimo giorno. Sportivo o elegante?

Arrivammo rapidamente alla fine della nostra vacanza. Quella serata fu incorniciata da una lunga tavolata, organizzata dai nostri amici al solito ristorante Italiano. L'indomani saremmo stati ancora insieme ma, il giorno dopo all'alba, avremmo preso il volo. Al termine della serata eravamo tutti brilli tra brindisi, saluti e scambi di indirizzi email. Ci demmo appuntamento in spiaggia il pomeriggio successivo per l'ultima nuotata e l'ultima surfata insieme "domani usciamo tutti in surf" ci dicemmo salutandoci in Italiano, Inglese e Francese, nel consueto intreccio ormai perfetto.

La giornata successiva si aprì con un cielo nuvoloso, il vento soffiava caldo e veniva dal mare portando con sè onde gonfie di spuma. I ragazzi ci aspettavano sulla battigia, l'umore era già frizzante, come la sera precedente. Poi un acquazzone improvviso ci fece entrare tutti in un locale sul lungomare.

Io e Flaminia eravamo accomunati dalla tristezza, la tristezza tipica di chi si prepara a partire, di chi si prepara a lasciare qualcosa di bello, una vacanza in cui tutto era andato a meraviglia.

Ricordammo i giorni passati insieme, fino a quando un grido ci mostrò il cielo sereno e le onde del mare " perfetto per surfare."

"Sì andiamo, è il momento giusto per salutare questo cielo e questo mare" aggiunse Flaminia tra gli spintoni e le gomitate nell'uscire dal locale.

La distesa blu era bella e tempestosa, le onde erano alte e minacciose come mai prima. Io guardavo un pò sconcertato, avevo paura di buttarmi in quell'avventura, avevo paura che Flaminia si buttasse in quell'avventura, il boato scaturito dalle onde era impressionante, una goduria per i surfisti, un pò meno per me che non ero all'altezza della situazione.

Chiamai Flaminia, ma era troppo tardi, pancia sulla tavola e mani a modi remi, la vidi allontanarsi puntando a largo dritta verso quei muri d'acqua che avanzavano inesorabili. Tutti impazziti, dopo una giornata al chiuso, erano ubriachi di acqua di mare, mentre io li guardavo attonito senza essere notato. Aspettai seduto sulla sabbia fina, circondato da quella giostra di acqua, spuma e schizzi. Poi la giostra cessò e uno a uno tutti tornarono sulla terra ferma. Tutti tranne Flaminia, lei si faceva aspettare, non riemergeva dal mare – eccola ora torna anche lei – mi dicevo sconsolato. Il cielo si stava tingendo di un rosa pallido poi di un rosso violento. Era sera e Flaminia non era con me. Nessuno l'aveva più vista da quando, come pazzi, si erano buttati in acqua. Mi agiravo incredulo senza parlare poi, improvvisamente, presi una tavola da sotto il braccio di qualcuno e mi avviai alla ricerca di Flaminia. Il mio sguardo era rivolto in basso, non potevo guardare quelle onde, quei muri trasparenti che mi terrorizzavano. Puntai verso il largo, ero solo, la testa mi girava, ma le braccia continuavano a portarmi fuori in mare aperto, sempre più a largo dove le onde avanzano intatte.

Grattacieli di acqua che solo a riva si infrangevano in mille bolle schiumose. Nascosta tra quei grattacieli c'era Flaminia, dovevo trovarla. Impresa impossibile.

Dopo poco mi accorsi che le forze mi stavano lasciando, non riuscivo più a governare la tavola, e sballottolato tra le onde tornai a riva.

– Non sono in grado di salvarla – mi dissi approdando sulla sabbia bianca e fina – la riporto tutta intera – avevo promesso scherzando alla madre di Flaminia il giorno della partenza. Rabbrividii. Rividi nella memoria le immagini sfocate in cui Flaminia rideva, salutava, giocava, scherzava, parlava il suo perfetto inglese. I momenti più belli passati insieme, la scuola, l'università e la vacanza a Miami. Un sobbalzo mi scosse dai miei pensieri, guardai più in là, vidi un mucchio di gente attorno a qualcosa. I surf abbandonati alla rinfusa sulla spiaggia, la gente che parlottava silenziosa. Mi avvicinai, una figura distesa per terra, gli amici le versavano acqua fresca sul viso facendo il tifo. Sopra di loro il cielo era rosso. Mi avventai contro quella sagoma a terra e urlai il suo nome.

Flaminia era caduta in acqua, aggrappata al suo surf che ora navigava chissà dove. Aveva avuto fortuna, si era salvata dal turbinio della corrente, approdando sulla battigia dove era svenuta, poi i ragazzi colandole l'acqua sul viso e asciugandole l'arsura, l'avevano rianimata. Quando non ne potè più farne a meno si svegliò, Flaminia riaprì faticosamente gli occhi e, accecata dalla luce rossa del cielo, mi guardò interdetta "dove siamo?" disse. Cercai di farle tornare alla mente il nostro viaggio, il luogo e la gente che aveva intorno, ma senza molto successo. Per tutta risposta a fatica si era alzata e prendendomi la mano mi aveva chiesto di portarla via. Sullo zigomo destro aveva un grosso ematoma blu, la portai in albergo dove mi feci dare del ghiaccio. A sera il suo ematoma era migliorate, e la sua memoria a fatica stava riemergendo.

Non so quanto tempo sia passato, sentivo un vociare confuso, il viso contratto incollato dal sale, qualcuno mi dava da bere, avvertivo solo il fresco dell'acqua che mi asciugava la sete. Poi a fatica ho aperto gli occhi, davanti a me i muri di acqua perdevano peso, le onde mi sovrastavano, aggrappata alla tavola annaspavo nell'inutile desiderio di respirare aria, ma l'acqua sembrava l'unico elemento che avessi intorno, emergevo per un secondo, un lungo raspiro, poi di nuovo nell'abisso trascinata da vortici impazziti e rumori assordanti, il tempo mi ha inghiottita finché ho mollato, forse sono svenuta o non so cosa, il nero mi ha rapita, la tavola, mi è stata amica, non mi ha colpito è rimasta con me, l'unico punto di riferimento mentre il mare ci trasportava in un mondo capovolto, poi improvvisamente, non so come, ho lasciato la tavola e sono scivolata sulla soffice sabbia, ho sentito lontano il tocco familiare della rena che mi carezzava il viso.

Piansi di gioia e di dolore, un unico pianto liberatorio, tra le braccia di Aldo che mi stringeva, mentre i suoi baci ardenti mi toglievano l'aria, confusa respiravo poi mi inabissavo nuovamente in lui, la notte ci unimmo in un solo respiro poi, abbandonata sul suo petto, mi addormentai in un sogno calmo e inquieto, tra mare in tempesta e spiaggia affollata, tra visi confusi e sorrisi sconosciuti.

Mi svegliai con una calma piatta, consapevole di aver visto i lineamenti della morte vicino al mio viso, guardai Aldo, lo vidi indaffarato a riempire i borsoni di tutte le mie inutili cose, l'uomo che mi aveva sempre amata in silenzio, gli presi la mano e con, i capelli scompigliati, lo zigomo offeso, gli occhi tumefatti e la voce tremante.....gli bisbigliai "mi vuoi sposare?" Aldo strabuzzò gli occhi, come sempre faceva quando era stupito, poi mi baciò lungamente, ma una risata troncò il bacio.

"Stai scherzando, vero?" disse a bassa voce.

"No, mai stata tanto seria."

Non credevo alle mie orecchie. Flaminia rimaneva un mistero per me....Il tempo passava e l'ora di partire si avvicinava "possiamo sposarci qui, che ne dici?" mi disse Flaminia allontanando la valigia. La guardai, aveva il viso calpestato dal mare, il fisico atletico atterrito dalla paura, ma lo sguardo deciso di sempre, di quella ragazza che conoscevo e che amavo, quella che mi aveva sempre respinto e che ora mi chiedeva di sposarla. Ero smarrito. Ci abbracciammo, il silenzio parlò per noi, dalla finestra vedemmo la scia del nostro aereo diretto in Italia, ci baciammo non so per quanto, forse per l'eternità.

Flaminia presto si riprese dall'incidente, e appena possibile, ci sposammo senza avvertire i parenti. Il festeggiamento si svolse sulla spiaggia con gli amici che avevamo incontrato durante la vacanza. Quel giorno il cielo era sereno, di un colore turchino confuso nel colore del mare, il sole scottava sulla pelle abbronzata, gli occhi scintillavano di felicità. I festeggiamenti si prolungarono finché il cielo si fece rosso. Dopo il brindisi finale e il bacio che non poteva mancare......tutti a surfare tra le onde del mare di Miami.......La paura mi avvolse, ma la felicità fu più forte, il mio sogno si era finalmente realizzato......strabuzzai gli occhi e mi tuffai.

© Maria cristina Pazzini



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