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Color di Rosa e senza boccioli
di Carlo Santulli
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Eh, la crisi...Roberto era rimasto il solo in ditta a smistare i curriculum, il che non voleva dire quasi mai leggerli, perché bisogna essere brevi e concisi, e nessuno lo è abbastanza. Perché siamo tutta gente che non ha tempo, non ci giudicate dalle pause alla macchinetta del caffè, che, come amabilmente chiosava il giornale aziendale, ora cessato e disponibile in solo PDF, sono utilizzate per “fruttuose discussioni”. Al ricordo di alcune delle quali, specie in presenza di Morena, Roberto lasciava un leggero colorito trapuntargli il confine degli zigomi.

Tre mesi prima, era ancora un giovane: ricordava nitidamente una delle ultime mattine in quella condizione, scendendo dal colle di Frascati, diretto ad un ufficio decentrato della regione, dove gli avevano detto di recarsi per sbloccare certe pratiche. E gli avevano anche offerto l'uso dell'auto aziendale. Ma lui, da quel ragazzo che era allora, ci era andato in treno, si era fatto tre chilometri a piedi dalla stazione, di cui l'ultimo anche in salita, insospettata e sotto un solicello fasullo ed implacabile da primi di ottobre, spuntato non si sa come da una mattina umida e fresca. Già pochi giorni dopo, si era tutto perso in quel pensiero che “come mio padre anch'io sarei finito”, come dai versi di una poesia. E non c'era nulla da aggiungere: Roberto si era seduto nella vita ad aspettare.

Ora, c'era questo mucchio virtuale di curriculum, con in aggiunta un faldone cartaceo non ancora cestinato, ma già preda di eclissi brune di tazzine poggiate e qualche segnaccio azzurro e nero di biro meteropatiche. Alcuni telefonavano anche, per il semplice fatto della migliore e non casuale accessibilità di Roberto, dato che il numero riportato sotto “Contatti” nel sito era in effetti la sua linea diretta. Poveri illusi, chiamavano chiedendo di un ufficio personale, cui magari prima avevano scritto. Che non c'era. Roberto, asciutto ma gentile, rispondeva invariabilmente “Dica”. Se qualcuno insisteva per farselo passare, Roberto eseguiva, poi lasciava staccato. Sulle prime ne soffriva, poi ci si abitua a tutto.

In effetti il personale era sempre quello, da qualche anno, salvo qualche raro pensionamento: ogni tanto qualche omino bianco, o più raramente qualche donnina velata, si affacciava precariamente, ma come una provinciale, presentatasi troppo baldanzosa all'incontro con la grande città, veniva riallocata al mondo di fuori.

Specificamente, quel curriculum, Roberto lo lesse, forse perché gli arrivò con un nome di file perlomeno curioso “dopolamorte.docx”, che per via delle sue frenetiche ricerche di qualche appiglio in mezzo al cielo di Internet, l'aveva preso di controbalzo. Ed una volta aperto, fu troppo tardi per evitare che alcune parole gli corressero incontro dall'azzurrino della schermata aperta: “Spentosi il...” “Riaccesosi il...”

- Razza di scherzo – pensò Roberto. E senza farne parola coi colleghi, decise di soprassedere e non pensarci più.

A riuscirci. Perché il giorno, e soprattutto la notte, non passava un quarto d'ora senza che i due participi opposti e le due date, parecchio più lontane dei classici tre giorni della favoletta pretesca (erano anni che non credeva più a nulla), gli si affollavano beffarde alla mente.

Irrequieto e sempre più stanco, per quanto avesse cercato di aiutarsi con la melatonina ed anche con una svogliata canna da quarantenne, spenta a metà dell'opera in un whisky di dodici anni, di cui aveva odiato anche l'odore, e dopo aver rischiato di restituire l'anima al Vuoto nel lavandino, decise senza consultare nessuno.

“L'ho convocata” disse per prima cosa al redivivo “a quest'ora insolita” (mancava qualche minuto alle otto) “perché mi premeva chiarire alcuni aspetti del suo profilo professionale che mi hanno decisamente incuriosito, prima di passare la sua pratica all'ufficio personale”

“Se esistesse” replicò quello con una smorfia.

-Indisponente!- pensò Roberto -Ti pare possibile che con questa crisi, uno deve stare a sottilizzare-

Deglutì forzatamente ed aggiunse: “Credo immaginerà a cosa mi riferisco”

“Non vedo punti deboli nel mio curriculum, mi spiace”, poi come addolcitosi, seguitò: “Ma sono pronto a parlarne con lei”

Sotto la scrivania, Roberto si tormentava nervosamente con l'indice la pelle del pollice: “Se posso dirlo, mi aspettavo che fosse più...magro. Ecco, più snello”

“Ma non siete una società finanziaria?”

“Sì, ma vede, anche qui, l'aspetto fisico, la forma ha il suo...peso”

“Mi consenta di farle rispettosamente osservare che la forma, peso non ne ha”

Quel dialogo stava prendendo una piega difficile: “Non sto dicendo che il suo stato apparente non sia eccellente, mi sembra in buona salute, ed appunto per questo...”

“Non m'avrà mica preso per uno zombi?”

Roberto lo guardò senza parole. Istintivamente sporse il labbro inferiore due o tre volte, come con un leggero tremolio.

“Non penserà mica che sia un consumatore di roditori vivi?” insistette l'altro.

“Non se la prenda” replicò faticosamente Roberto “Se permette, torniamo al suo CV” Roberto finse di aprire in quel momento quel documento, quando in realtà era sempre la prima operazione che effettuava ogni mattina sul PC. “Vedo che lei ha una lunghissima esperienza, proprio nel nostro settore. Anche all'estero”

“Oltre vent'anni, tranne dodici mesi di gap”

Ora Roberto arrossì vivamente: “Eh, certo. Gap year”

“Periodo di riflessione, se preferisce”

“E com’è stato? Come ci si trovava?”

“Molto riposante. Mi sono venute tante idee”

Roberto si trovava in una grande incertezza: voleva avere dei dettagli, ma non gli sembrava giusto chiedere. Erano mesi che si stava chiedendo determinate cose, ed ora, magari, poteva essere l’occasione per togliersi qualche dubbio. Cercò di tagliare corto: “Ma poi è tornato”

“Senza dubbio: uguale a prima”

“Uguale?”

“Certo, sono rientrato per così dire in me stesso, e nel mio lavoro”

“Ma ora si è messo a cercare”

“Così, per noia. Da quel momento della riflessione, un annetto che è passato così, alla velocità della luce. Ho deciso che dovevo riprendere, ritrovarmi”

A questo punto, Roberto aveva una folla di domande, che venivano in collisione a coppie, a terzetti ed anche di striscio. Troppe domande, e nemmeno una che lo facesse sembrare un selezionatore serio, motivato e deontologico. Voleva sapere com’era…dall’altra parte. Ma non si poteva chiedere. Invece, dopo essersi tormentato un po’ la fossetta del mento, continuò: “Ed ora? Come si trova qui?”

Incrociò il suo sguardo: era latteo e banale, s’illuminava soltanto a tratti e con un bagliore stento e opaco. Lo sentì sul punto di tracciare un discorso chiaro, forse veramente la parola che gli avrebbe aperti nuovi mondi: “Vede...devo ammettere che è piuttosto difficile e, se mi passa il termine, scabroso, parlarne. Ma c'è qualcosa che manca sempre qui”

Roberto si fece compunto: ecco che lo sconosciuto con CV stava certamente per accennare a qualcosa di personale, di spirituale, di intimo. Assunse l'espressione di quello che non vuole spiare il codice del bancomat, ma se per buon cuore o follia vogliamo rivelarglielo, va benissimo. Ovviamente. Anche se il conto relativo piange disperato, non fa niente. E' un'idea, i soldi sono un'idea.

“Io sono appassionato di musica classica, ma il mio lavoro, voglio dire quando lavoro...”

“Naturalmente”

“...non mi consente purtroppo di viaggiare molto, e purtroppo, anche per la decadenza attuale di questo paese, il meglio, se posso permettermi di esprimere questo giudizio, non accade qui. E nel mio gap year mi sono spostato parecchio, e non con le ridicole limitazioni che ci sono da queste parti, appennini, viadotti, ritardi, lavori in corso. Parecchio ed a mia totale discrezione”

Roberto pensò che gli piaceva il jazz ed a quando aveva visto Pat Metheny da qualche parte in città, per qualche effimera manifestazione estiva. Arricciò la bocca da un lato, come cercando di ricordare un pezzo, un riff, qualcosa del genere.

“Il jazz” disse il rientrante, con l'aria di chi fa un'affermazione grave e dolorosa, ma necessaria “è una musica che non va da nessuna parte. Gira su se stessa”

Quindi gli leggeva nel pensiero: Roberto ebbe un brivido.

“Ho preso informazioni su di lei, sa? E so che qui lavora una donna di cui è segretamente innamorato”

Che su Internet ci fosse scritto anche della sua inconfessabile passione per Morena, che aveva prodotto, fuori dagli inevitabili caffè della macchinetta, macchiato per lui, ginseng per lei, un paio di inviti al cinema con quei film da stellina sorridente su Cast, quindi noiosissimi, oltre che qualche sporadico e lievemente umido pensiero notturno, in tutta onestà Roberto non credeva.

“La guardi allontanarsi, e ti piace. E soffri”

In quel momento, il passaggio al “tu” gli diede particolarmente fastidio. Ma poteva essere anche un “lei” detto molto tra i denti, con le finali di parola improvvisamente biascicate ed incerte. Non ricordava se avesse riflettuto sull'incedere di Morena on the way out, una volta pensava che fosse un po' papera, benché bellina, poi era dimagrita, e Roberto le aveva detto che non c'era bisogno, che stava bene così com'era. Poi gli venne il dubbio che l'avesse fatto per lui, il che era ovviamente una sciocchezza, le donne non hanno bisogno di motivi per stare a dieta, se lo desiderano.

“Come lo sa?”

“Lo so. Non c'è bisogno di specificare come. Certe cose si sanno”

“Dice?”

“L'ho già detto”

Era vero, nulla da dire. Bisognava essere duri allora, la verità si paga, e molto caro.

“Sa che non posso assumerla, vero?”

“Non c'è meritocrazia, in questo paese”

Pure la vittima adesso. Ci si assenta, si sparisce per mesi, si va...chissà dove. Poi si torna, nemmanco dopo tre giorni, ce la si prende con comodo, ci si sciala, facciamo cose strane, formuliamo pensieri insoliti. E che cosa vogliamo alla fine? Il posto fisso, con tredicesima e quattrordicesima, provvigioni e roba così. Un maledetto borghese. Fuori fuori. E poi, non l'ha letto l'appello sul giornale fondato e diretto, qui siamo sull'orlo del baratro. Ha un bel dire meritocrazia, ma se poi quelli che scegliamo per merito non li si conosce, nessuno garantisce per loro, che facciamo? Che gente ci mettiamo in casa, per dire.

Va a laurà barbun” Roberto sibilò su una nota impercettibile e viscida. Ma l'altro era già sparito, lasciando soltanto un leggero alone di rosa, ma senza boccioli.

Erano ormai le otto e mezza. Roberto incrociò per caso Morena nel corridoio. Si guardarono per un attimo, e gli parve, per quanto ancora fosse turbato dall'esperienza precedente, che un’ombra di quel famoso sorriso per una volta si affacciasse. Si fece coraggio: “Senti, ripensavo a noi, e direi…”

La ragazza lo fissò un po’ obliquamente: “Sai, non lo so, sei strano…sono mesi che sei così sfuggente…” disse, restando un po’ in sospeso.

“Ma…”

“Mah!” riprese Morena, e scomparve nel suo ufficio con un lieve ondeggiare dei suoi riccioli impertinenti.

Fuori, dietro la maniglia verde della porta antincendio, Roberto vide un mondo che si riposava, ignaro di orari e turni, folto del nevischio che aveva preso a cadere tra i cespugli e i rami secchi di quel giardino che pretendeva d'inverarsi, ed era soltanto una finzione. Come quel mondo che esiste soltanto in noi e di cui i giornali, e specialmente quelli fondati e diretti, non parlano.

© Carlo Santulli



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