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Un'altra vita
di Cinzia Baldini
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Alla fine, a malincuore aveva ceduto ed era partita per quel viaggio prenotato da tempo.

La data era stata decisa in un periodo che apparteneva ormai ad un’altra vita, alla donna che era stata fino ad un anno prima ed in cui, ormai, non si riconosceva più.

«Una vacanza da soli, tu ed io, per festeggiare il nostro anniversario» le aveva sussurrato sensualmente sulle labbra, stringendola nel suo rassicurante abbraccio...

 Scuote la testa per allontanare il ricordo che, con prepotenza, si è insinuato nei suoi pensieri.

"Strano non provo più quell’astioso risentimento" riflette tra sé: “e, a ben pensarci, dopo due settimane di lontananza non mi manca neanche il mondo metodico, asettico, ordinario e consueto che ho lasciato a casa”.

Anzi, contro ogni previsione, si sente soddisfatta ed un breve sorriso di compiacimento si affaccia sul suo volto disteso. “Pensare che non avevo voglia di preparare le valigie ed affrontare il viaggio da sola. L’ho fatto per non perdere il cospicuo anticipo già versato” –“… o per dimostrare qualcosa a te stessa…”- le sussurra, dispettosa, la voce della sua coscienza.

«Forse», acconsente la donna. “La sola idea di stare due settimane fuori dal mio guscio era, a dir poco, impensabile. Né mi sfiorava minimamente la voglia di incollarmi sulle labbra un sorriso posticcio per evitare che qualcuno mi offrisse un pietoso compatimento non richiesto” pensa Venus, alzando il mento in un gesto d’orgoglio.

«È trascorso così poco tempo… eppure tutto mi sembra lontano anni luce!» afferma riscuotendosi e inspirando profondamente.

In effetti, solo pochi giorni prima, il lunedì precedente la partenza, un giudice dall'aria arcigna fissandola con occhi carichi di riprovazione, aveva emesso la sentenza di divorzio ponendo giuridicamente la parola fine al capitolo più importante della sua esistenza: il matrimonio.

La separazione legale era stato solo l’atto finale che sanciva burocraticamente il fallimento di un rapporto coniugale che, nella realtà, si era già concluso molti mesi prima. Precisamente da quando l’uomo, con cui da diciannove anni condivideva la sua vita e di cui era ancora innamorata, in un freddo pomeriggio invernale, nel solito modo squallido e banale, si era fatto trovare a letto con una giovane donna.

Il tempo trascorso non era stato sufficiente a far sì che Venus riuscisse a gettarsi alle spalle l’amarezza e la delusione del tradimento. Non tanto perché era stata sostituita da una donna molto più giovane di lei, ma perché la persona con la quale aveva scelto di dividere la sua esistenza si era rivelata un codardo. Un vile che, incapace di guardarla negli occhi, non aveva trovato il coraggio di dirle: è finita! Certo sentirlo dalle sue labbra non l’avrebbe fatta soffrire in misura minore, ma almeno le avrebbe evitato di scorgere il lampo di compassione balenato negli occhi della giovane che giaceva nuda tra le braccia dell’uomo che, fino a pochi istanti prima, aveva considerato suo marito.

Non c’erano state scene d’isteria o urla di recriminazione.

Venus, stordita e mortificata, si era chiusa con amarezza la porta alle spalle ed era tornata lentamente sui suoi passi. Come un automa privo di volontà aveva girovagato per le strade della città fino a tarda notte, incurante degli sguardi lascivi o incuriositi lanciati alla sua figura da ombre sconosciute.

Non aveva pianto.

Le lacrime erano rimaste schiacciate, insieme alla sua anima, dal peso dell’umiliazione subita.

Le restanti ore di quell’assurda notte erano trascorse insonni in un’anonima pensione della periferia.

Non aveva più rimesso piede in quella che un tempo era stata anche la sua casa. I suoi effetti personali, i documenti e le cose a lei più care erano state recuperate da un’amica comune.

Con il suo lavoro e dando fondo ai risparmi era riuscita a comprare un piccolo appartamento dalla parte opposta della città e contemporaneamente aveva iniziato le pratiche legali. Sostenuta dalla rabbia e spinta dall’adrenalina si era impegnata, con ogni sua energia, a tagliare i ponti con il passato.

Era stata una lotta massacrante che l’aveva sfinita e sfiduciata, solo quando l’aveva ritenuta conclusa aveva compreso che della donna che lei conosceva era rimasto ben poco. Solo una scorza vuota, una batteria esausta incapace di emettere scintille vitali.

D’altronde, gli eventi si erano susseguiti in modo così inatteso ed improvviso da non lasciarle il tempo necessario a metabolizzare lo sconvolgimento intervenuto nella sua esistenza.

Al posto del sentimento di affetto e profonda stima che provava per suo marito c’era una scogliera scoscesa, un dirupo impraticabile, in cui giorno dopo giorno naufragavano le sue certezze.

Il senso di sconfitta che ne derivava la lasciava provata oltre che nel fisico anche nella mente. Era vistosamente dimagrita e scure occhiaie spegnevano il verde luminoso dei suoi occhi.

Tutto le costava fatica, persino concentrarsi nel lavoro era uno sforzo immane. La mente intorpidita si rifiutava di raccogliere qualsiasi emozione. I pensieri frammentati e sospesi in una dimensione di continua incertezza alimentavano la sua apatia.

La depressione, come un ragno velenoso, tesseva con maestria la sua tela setosa e infida che lentamente ma inesorabilmente l’avvolgeva in intricate e vischiose spirali.

Voleva rimanere sola.

Non desiderava altro che rinchiudersi tra le pareti intime e protettive della sua casa per sdraiarsi ad occhi socchiusi su una poltrona.

Le crisi d’ansia la sommergevano ad ondate ricorrenti e lei vi annegava, per ore. Annaspava per rimanere a galla, ma lentamente, le sabbie mobili che avevano inghiottito la sua autostima si richiudevano, impedendo all’istinto di sopravvivenza di lanciarle un salvagente.

Per giorni si abbandonava all’indolenza assoluta e barricandosi dietro l’annichilimento dell’autocommiserazione dimenticava persino di leccarsi le ferite.

Con la mente alla deriva trascurava il suo corpo. Per la sua anima disillusa nulla aveva più importanza, niente più aveva valore…

Ritorna al presente: “È l’ultima notte in quest’angolo di paradiso. Domani si torna a casa… alla solita monotonia…” considera con dispiacere, mentre un sospiro di sconforto le sfugge dalle labbra.

Si osserva riflessa nella grande porta-finestra della piccola costruzione immersa tra i pini e scopre sulla fronte l'apparizione della prima ruga.

Con infantile stupore la sottolinea con un dito per l’intera lunghezza lasciando impressa sul vetro una scia sottile ed opaca.

Scioglie, con un gesto automatico, il fermaglio che le imprigiona i capelli in un’anonima coda, e una cascata di boccoli ramati le scende sulle spalle incorniciandole il viso: «Forse dovrei andare dal parrucchiere per un taglio più giovanile…» mormora a se stessa per allontanare la malinconia che incombe minacciosa e le pizzica la gola.

Le parole restano sospese mentre la fugace visione di due corpi avvinghiati ed ansanti, che appare e svanisce fluttuando come una bolla di sapone, la fa sussultare e arrossire nuovamente di rabbia.

Stringe i pugni e fissa oltre le ante sovrapposte.

I vetri affumicati lasciano appena indovinare la lunga fascia bianca della linea costiera che, nascosta da un velo lattiginoso di umidità, sembra evaporare pigramente fino a perdersi in lontananza. Tutto all’intorno è ingoiato dal blu estremo della tiepida notte equatoriale.

Venus infila le mani nelle tasche dei jeans ed alzando il capo osserva i bocci di stelle schiudersi nel cielo. Aveva dimenticato quante fossero e che palpitassero così vicine.

Richiamata dall’aria mite e odorosa esce sulla veranda e seguendo la tremolante scia della Signora della Notte ascesa pigramente a rischiarare il buio, si avvia verso la spiaggia.

Cullata dallo sciabordio delle onde sul lido abitua lo sguardo alla semioscurità. Osserva rapita gli spruzzi di spuma che dispettosi cercano di lambire i suoi piedi.

Si china e con gesti veloci toglie i sandali gettandoli lontano, nella direzione del riflesso di luce proiettato sulle dune della spiaggia dalla porta aperta della minuscola abitazione.

Trattenendo il fiato al primo contatto con l’acqua, lascia che essa le bagni i piedi nudi. Avanza lentamente permettendo che l’oceano, con le carezze esasperanti ed audaci di un consumato amante, si arrampichi lungo i pantaloni fino ad abbracciarle i fianchi. Infine, abituatasi alla temperatura di quell’umore primitivo, s’immerge completamente.

“Restare così per sempre… Addormentarmi tra le braccia del mare…”.

 Chiude gli occhi e trattiene il respiro.

I polmoni palpitano in cerca di aria, il cuore martella impazzito nelle tempie e solo quando la vita ruggisce e sgomita con furia inaudita per affermarsi, riemerge.

Tossisce per espellere l’acqua che, entrata dal naso le ha arroventato la gola, quindi respira intensamente e con avidità l’odore salmastro e di muschio che aleggia nell’aria: “Era un gioco che facevo da bambina” finge di rammentare, per giustificare l’attimo di debolezza: “immaginare di morire per esorcizzare la paura stessa della morte” e, tra le ciglia ancora socchiuse, le tenebre nere del nulla si stemperano nelle ombre chiare della notte.

Fortificata e con una nuova consapevolezza di sé, torna sulla riva.

Le lacrime a lungo trattenute finalmente scorrono sulle sue guance mischiandosi alle gocce di mare che le imperlano la pelle.

Si scosta dalla fronte una ciocca di capelli gocciolanti e si siede godendo al ruvido massaggio della sabbia che si intrufola, oltre il tessuto bagnato, tra le pieghe della sua pelle.

Non ci sono altri rumori a distrarre la mente. Nessun suono dilania la quiete al di fuori del cadenzato pulsare del mare, ma la percezione di non essere sola giunge acuta ai suoi sensi.

La donna non prova alcuna meraviglia. Aspettava e forse, nell’inconscio, pur temendolo, auspicava l’incontro.

Si volta e vede la vecchia sé stessa raggiungerla. Abbassa gli occhi per non incrociarne lo sguardo fiero e determinato, ma quella, ignorando la sua soggezione, le siede vicino.

Venus si alza decisa a fuggire, ma l’altra la trattiene mettendole una mano sulla spalla.

Contrariata, Venus, si volta di scatto e le sue iridi si ritrovano prigioniere in quelle ammiccanti della nuova arrivata. Malvolentieri, ne sostiene il peso fin quando il suo alter ego, con un tacito cenno d’intesa, lascia la presa.

Ora sono l’una di fronte all’altra e si fronteggiano studiandosi.

Si fissano, mentre il chiarore della luna tesse sui loro volti, trame d’argento.

Non parlano. Non servirebbe. Uno strano fluido magnetico scaturisce dai loro sguardi e avvolge Venus in un piacevole tepore.

La donna socchiude gli occhi. Ha l’impressione di trovarsi all’interno della placenta materna in attesa di una nuova nascita.

Quando li riapre si accorge di essere di nuovo sola ma non è la disperazione quella strana sensazione che sente agitarle l’anima.

Si fa più attenta e nel silenzio che le fa compagnia ritrova risate argentine e note briose, sorrisi solari e melodiose armonie: i suoni volutamente dimenticati delle sue emozioni. 

Esse, dilatandosi e comprimendosi, in un caleidoscopio dai vivaci colori, riconducono nella giusta prospettiva i sensi di colpa e d’inadeguatezza, riconsegnano alla mente i ricordi più cari e alla rassegnazione quelli dolorosi, la invitano ad aprirsi a nuove speranze e cementano le resuscitate certezze.

È il futuro che, in un eterno ritorno, scavalca la barriera del tempo e bussa alla sua porta per concederle una nuova opportunità.

“Panta rei, tutto scorre nell’eterno divenire della vita incalzato dall’inesorabile corsa del tempo…” pensa Venus mentre ascolta rapita i nuovi suoni che, alternandosi ai vecchi e striduli silenzi, come aquiloni, garriscono al vento.

Poter avvertire, ancora, il battito tranquillo ed ovattato del cuore la fa sentire prepotentemente viva e per la prima volta dopo tanti mesi, serena.

È una donna che, finalmente in pace con se stessa, si è riappropriata della sua dignità.

Mentre i pensieri danzano leggiadri per la rinnovata armonia del corpo con la mente e la luna raggiunge la sommità della notte Venus, come l’antica dea di cui porta il nome, rinata dalle acque marine, sorride, stirandosi languida.

Felice, come da tempo non ricorda di essere stata, si avvia verso la piccola costruzione di legno immersa tra le palme.

Orgogliosa della sua matura femminilità, affretta il passo e con la speranza che le danza nel petto attende l’esplosione dell’aurora.

L’alba luminosa che consacra il risorgere di ogni nuovo giorno legittimerà anche la sua rinascita a nuova vita.

© Cinzia Baldini



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