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L’Ambasciatrice
di Giuseppe Antonio Martino
Pubblicato su SITO


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Si sentiva fuori posto la Signora.
Era arrivata ad Ardenza, un paesino di contadini, ed era andata a stare in una casa “piccola e vecchia”: lei che aveva girato le più belle città del mondo.
Aveva pensato di poter vivere in quel luogo, almeno per un po’ di tempo, perché la sua famiglia era originaria di quel paesino di zotici, lì era vissuta sua sorella per tutta una vita e lì viveva una nipote, ormai vecchia anche lei.
Suo fratello – un pezzo da novanta durante il fascismo – ambasciatore d’Italia a Praga, era morto di crepacuore dopo piazzale Loreto; il marito, un nullafacente malato di nobiltà, si era venduto l’osso del collo per continuare a fare il “signore” e, si diceva in paese, “aviva minatu c’u culu â cciappa”, una locuzione dialettale per dire che era fallito.
Rimasta ormai sola, vecchia e con una povera pensione da insegnante, la nipote, nonostante non l’avesse quasi mai vista in vita sua, l’aveva invitata a tornare alle origini, a vivere con lei in paese: “è sangue mio – diceva la signorina Gina – e tra parenti dobbiamo aiutarci sempre, nel buono e nel cattivo tempo!”.
La signora arrivò ad Ardenza con il tesoro che custodiva gelosamente in un baule: vecchie fotografie, abiti vecchi ornati da logori merletti, diari che contenevano i ricordi di balli eleganti, di illustri corteggiatori e di amori appassionati. Tutto quello che le era rimasto della sua vita: “una cassa di letame”, diceva sua nipote che, sin da quando giovane  ventenne, tornata dal collegio, non si era mai mossa da Ardenza e che, al contrario di lei, in quel paese si sentiva a suo agio.
Dopo qualche mese di permanenza nel paesello degli avi, la signora cominciò a manifestare il suo disagio: non riusciva a capire come avesse fatto Gina, quella nipote che lei ricordava bambina, educata nel miglior collegio di Firenze, un tempo eccellente pianista, a ridursi a parlare in dialetto, come la più squallida popolana, di arance da raccogliere o di alberi da abbattere, senza il minimo savoir faire. Ma dov’era capitata!?
Poteva, lei, accettare che sua nipote le parlasse in quella incomprensibile lingua dei contadini?
-“ A zi’ ma che vai cercando … son finiti i tempi di quando Berta filava …! … Questo è il mondo ora”.
Qualche volta Gina cercava di venirle in contro e si sforzava di parlare in italiano, evitando il dialetto che la zia chiamava “orribile idioma”: “ Zia mia, i tempi non sono più quelli di quando tu eri bambina … Qua non sei a Praga, accanto a tuo fratello ambasciatore. Capiscimi bene … una volta c’erano i servi … ora ci sono persone che lavorano. A Carmela, la signora che ti aiuta, e che sta con te perché io l’ho pregata come si prega il Signore al sepolcro, non la puoi trattare come una pezza vecchia. Lei ha un orario, ti fa i servizi di casa, la paghi e poi se ne torna dai suoi figli e da suo marito! Hai Capito!”
Ma no … la signora non aveva capito e, secondo lei, non c’era niente da capire … Il suo “rango” non le permetteva di scendere tanto in basso … Lei aveva bisogno di interlocutori più elevati, più colti … aveva bisogno di confrontarsi lei … aveva bisogno di parlare di politica, di letteratura … non poteva “lasciar morire i suoi neuroni” aveva bisogno di “stimolare il processo di neurogenesi”.
“Ci vuole la pazienza di Gesù Cristo in croce” esclamava la signorina Gina, “dove glielo trovo un principe del foro per parlare con lei!?”  E quando i giovani che vivevano in città, laureati o studenti universitari, tornarono in paese per le vacanze, decise di provare a portare qualcuno di loro dalla zia nella speranza di darle un poco di calòma.
Era tornato da Messina il figlio di comare Titina a Ndindalora. Un ragazzo bravo, studioso che la rispettava molto perché era stato pure alunno di suo fratello il professore … “È il giovane adatto”, pensò la signorina, e sapeva bene che non si sarebbe tirato in dietro.
Non gli restava che agire: prese quattro uova fresche fresche dal nedaledel pollaio che teneva nell’orto e si avviò verso la casa di comare Titina, certa che a quell’ora, erano le sette del pomeriggio, fosse già tornata a casa dalla campagna.
Comare Titina, appena la vide, le fece una gran festa: “Signorina mia quale piacere … non vi vediamo mai … ogni tanto quattro chiacchiere sono necessarie … Come state? Io ho sempre vostre notizie … il paese è piccolo e le cose si sanno … Come sta la signora vostra zia? Ho saputo che è venuta a stare nella casa vicina alla vostra … per voi è pure una compagnia! È vero che a Sarmura avete i nipoti che vi vogliono tanto bene, ma avere una persona del proprio sangue â casa è sempre un’altra cosa. Non è vero?”
“Comari Titina mia! ‘Lasciatemi stare … Da dove mi è venuta questa sventura di ‘na vecchja pazza che pensa che siamo ancora ai tempi dei canonici di legno! Tutto sa lei e per parlare non le bastano le persone comuni, vuole fare salotto con persone intellettuali…”
“Amara! Non si trova in questo paese, signorina mia”, le rispose Titina.
La signorina Gina riprese subito: “Eccutilla perché sono venuta da voi, comare mia. Ho saputo che il professore vostro figlio è tornato per le vacanze – quanto è bravo quel figliolo; bravo e studioso; quando lo vedo me lo mangio con gli occhi, fora malocchio!- Vi dicevo, sono venuta da voi per chiedere a vostro figlio se può farmi la cortesia di venire a trovarmi; con la scusa glielo presento a quella vecchia pazza perché si faccia due chiacchiere con una persona colta, come dice lei! Magari può venire con la signorina vostra figlia … per darle un  nu po’ di intrattenimento!’ ”
“Voi, signorina sapete che considerazione, mio figlio ha per voi e certamente una di queste sere viene a trovarvi”.
Fu così che Francesco, giovane laureato ai primi anni d’insegnamento, si trovò a dover, suo malgrado, indossare gli abiti del cicisbeo per intrattenere una “dama” che, per caso, si era trovata nel luogo sbagliato e nel momento sbagliato. Certo ne avrebbe fatto a meno, ma come le aveva detto sua madre non poteva sfigurare!
La povera sorella che, sempre per non “sfigurare”, dovette accompagnarlo, già per via, cominciò a sfotterlo e questo lo infastidiva alquanto, né era disposto a fare da pupazzo, standosene ad ascoltare una vecchia megalomane che non si era ancora accorta che la storia procede a passi veloci, cancellando ingiustizie e stupidità.
La signorina Gina li aspettava sulla porta e li accolse con mille cerimonie, chiamando più volte, ad alta voce perché la zia sentisse, il Professore.
“Accomodatevi, accomodatevi Professore bellissimo. Quale gioia e quale piacere avervi a casa mia, così all’improvviso … ma voi sapete, Professore carissimo, che siete sempre il benvenuto in casa mia”.
“Signorina, non potevo non passare a salutarvi perché è sempre un piacere fare quattro chiacchiere con voi”
Le parole di Francesco non potevano non suscitare in sua sorella una sorta di mal celata ilarità che gli comunicava con sguardi fugaci ma particolarmente espressivi.
Non passò che qualche istante e la signorina, dopo aver strizzato l’occhio in segno d’intesa, cominciò: “Professore, se voi mi permettete voglio presentarvi mia zia”. E, alzatasi, si avvicinò alla porta e chiamò “Zia Giovanna, puoi venire un momento, per favore? … Voglio presentarti il Professore, il figlio di comare Titina, che vive a Messina”
La signora apparve sulla soglia in punta di piedi … e, dopo aver osservato la nipote con occhi che esprimevano stupore, con sulle labbra un sorrisetto compiaciuto, porse a Francesco il dorso della sua mano destra … Il giovane, a quell’inaspettato gesto, restò un attimo indeciso: non aveva mai fatto il baciamano ad una signora, né voleva dare a  sua sorella il motivo di sfotterlo con il suo sarcasmo, appena uscita da quella stanza.
“Ma guarda che mi capita!” pensò e, superata l’indecisione, si limitò a stringere garbatamente la mano della signora.
Con fare molto elegante e cerimonioso la signora invitò i due ospiti ad entrare nella sua casa “piccola e vecchia”: due stanzette comunicanti con l’abitazione, a dire il vero molto più grande, della nipote, ma nelle quali l’arredamento, anche se rabberciato, voleva essere più pretenzioso: una intera parete era coperta da grande arazzo un po’ sfilacciato  sotto al quale faceva bella mostra un salottino demodé, con cuscini sui quali vi erano stampati volti di angeli e figure di animali esotici; sul tavolino del salotto un voluminoso album di fotografie.
Al giovane Francesco, fresco di studi, venne subito in mente Guido Gozzano e la sua Signorina Felicita, ma la signora non gli diede tempo di pensare più di tanto e cominciò a raccontare: …  Anche lei era stata una professoressa, insegnante di matematica nelle scuole italiane delle ambasciate; era vissuta sempre all’estero con il fratello ambasciatore al quale il marito faceva – si fa per dire – da segretario particolare … Anche lei, si sa come vanno queste cose, insegnava per modo di dire … Gli studenti che avrebbero dovuto frequentare la scuola della sede diplomatica erano tutti figli di gente che poteva permettersi i precettori a casa … A scuola ci andavano soltanto per sostenere la farsa degli esami perché tutti ragazzi appartenenti a famiglie altolocate.
La professoressa raccontava con un eloquio fluviale ma forbito e quel povero Francesco, quasi inebetito, pur non riuscendo a seguirla, si sentiva, da quel discorso torrenziale, scaraventato in un mondo del quale aveva letto nelle pagine del Gattopardo, ma – pensava tra sé, restando a bocca aperta -“Tomasi di Lampedusa, si rendeva conto che i tempi sono cambiati, ‘sta vecchia, invece, è rimasta tra le nuvole; devo cercare il modo per scappare prima che faccia uscire pazzo pure me”. E, meditando la fuga, guardò distrattamente la sorella che, parlando cerimoniosamente con la signorina Gina, se la rideva sotto i baffi per la situazione in cui lui si trovava.
Con un album pieno di fotografie in mano, la professoressa cercava di attrarre l’attenzione di Francesco mostrandogli il ritratto ingiallito di una giovane e una ciocca di capelli custodita in una bustina di cellophane. “Guardi questa fotografia professore, è il più caro dei miei ricordi: questa giovane donna – non le dico il nome per discrezione – preferì mio fratello a Gabriele d’Annunzio … e quale pegno di amore gli diede questa ciocca dei suoi meravigliosi capelli biondi. Altri tempi quelli!”  Esclamò, e gli occhi le si illuminarono.
Francesco, con un tono tra il serio e il faceto, sforzandosi di adeguare il suo linguaggio a quello della sua interlocutrice, le domandò: “Ha conosciuto anche il Vate, quindi, signora!?”
“D’Annunzio? Ma certo che l’ho conosciuto … pensi …: io ero molto più giovane di lui– disse con un pizzico di civetteria – ma mi ha pure corteggiato, … come faceva con tutte le donne …. Quanti ricordi! … Pensi … Emilio, mio fratello, accortosi delle smancerie di Gabry nei miei confronti, da quel giorno lo chiamò sempre Rapagnetta … Lei sa, vero? Era il suo vero cognome!”
“Sì signora, ma era pur sempre il poeta soldato, il Vate; suppongo avesse il suo fascino!”
La signora guardò, senza parlare, il suo ospite poi, con una voce che tradiva emozione, cominciò: “ … Pensi una volta meditai segretamente di raggiungerlo a Gardone …”
In quel momento la signorina Gina, che si era allontanata un momento, rientrò nella stanza: “Zia, hai mandato a chiamare tu mastro Rocco il muratore?”
“Si, …si, Gina”.
Si asciugò delicatamente con il fazzoletto quella lacrima rimasta quasi invisibile sulla sua palpebra, poi continuò: “Fallo entrare … prendi una sedia in cucina e fallo sedere … Non le dispiace, vero, professore, se le rubo qualche minuto? Solo un minuto…, poi continueremo il nostro interessante discorso”.
“Entrate, entrate, mastro Rocco, …” – Gridava la signorina Gina, con un tono che faceva inorridire la professoressa e, dopo averlo fatto accomodare, le indicò la poltroncina del salotto che era rimasta libera vicino al divano, ma la professoressa, senza esitazioni la bloccò e, con tono autoritario le intimò: “Ti ho detto di prendere la sedia che sta in cucina!”
La signorina Gina, quasi per dispetto, non una, ma portò in salotto tutt’e due le sedie della cucina e, disponendole al centro della stanza, esclamò “Ecco qua, servita Vossignoria!”
Rocco fu invitato a sedersi di fronte a tutti, ma a debita distanza. Non si sedette, però, e restò un attimo a guardare Francesco a bocca aperta.
Per Francesco quell’arrivo inaspettato fu la liberazione: Rocco era stato suo compagno di scuola e di giochi e quando si incontravano, anche se ciò accadeva due o tre volte l’anno, si salutavano appena, come si fossero lasciati qualche ora prima, poi cominciavano a ridere e scherzare come avevano sempre fatto, sin da quando a scuola Francesco gli passava i compiti senza che il maestro se ne accorgesse.
Quella volta il saluto fu, inaspettatamente per Rocco, più caloroso del solito: Francesco si alzò in piedi e dopo aver abbracciato il compagno di scuola si sedette accanto a lui nella seconda sedia da cucina che era rimasta vuota.
La professoressa, allibita da quanto stava avvenendo, pregò il professore di tornare al suo posto, in poltrona, ma Francesco la ringraziò cortesemente, dicendo: “Io e Rocco siamo stati seduti accanto sin dalle scuole elementari … abbiamo un’intesa particolare … Ricordi, Rocco, quando insieme andavamo a rubare le arance â Chjusa?”
Rocco sorrise, mise la sua mano sulla gamba dell’amico, si rivolse alla professoressa e disse: “Allora, signora: mi avete mandato a chiamare, ch’è successo?”.
“Sì, mastro: il gradino della porta che vi ho chiesto di costruire è un po’ alto; se fosse possibile abbassarlo un poco mi farebbe cosa gradita, vorrei inoltre che lo rivestiste con una lastra di marmo per renderlo un po’ più decente … ecco”.
“Allora …– rispose Rocco –  io di gradini ne ho fatto uno, come mi avete detto voi: se ricordate io v’avevo dotto che se ne potevano fari o uno grande, ma era fuori misura, o due piccoli pure fuori misura … perché quella è l’altezza della soglia e non possiamo modificarla”.
“Due sarebbero troppo piccoli, m’avete risposto voi, meglio uno solo. E io ne ho fatto uno. Due giorni fa mi avete mandato a dire che  il gradino non era liscio io sino venuto e l’ho lisciato … Che volete che faccio ora? … Queste sono le nostre case, arrangiate … La scala santa no’ si può fare”.
“Mastro io vi capisco, ma il lavoro è stato fatto in maniera frettolosa, io pensavo che voi vi preoccupaste anche della decenza …”
“Signora della decenza io mi son preoccupato, dell’apparenza invece non mi son potuto preoccupare … quella è la porta e quella è a larghezza della viuzza …: se facciamo due gradini chiudiamo il passaggio. Comunque, se ne volete due io vengo, per la terza vota, e ne faccio due e, se volete il marmo li rivesto pure di marmo.  Ma … senza soldi non si cantano messe!”.
Detto questo, Rocco che aveva capito la situazione in cui si trovava l’amico, aggiunse: “Ecco, pure il professore aspetta che vado a casua per aprire la porta di una stanza …  e devo andare”.
Poi, rivolgendosi a Francesco, aggiunse: “ora, se vieni con me, ci mettiamo d’accordo, ma te lo dico ora: se vuoi fare il professore e ti menti a filosofeggiare pure tu, come la signora, a te tiro una cazzuola in testa e me ne vado”.
A Francesco gli si illuminarono gli occhi e fece un segno d’intesa a Rocco che, conoscendolo bene, aveva capito di doverlo portare via da quel luogo e gli stava suggerendo il modo per uscire da quella casa.
La signora restò perplessa sul da farsi – non sapeva come risolvere il problema di quel gradino – poi improvvisamente decise: “Mastro venite a ricoprire il gradino con il marmo, per renderlo decente; forse avete ragione voi … se ne facessimo due occuperemmo una parte di strada e dovrei fare pure una regalìa al vigile per metterlo a tacere”.
“Va’ bone!” – esclamò Rocco, scattando in piedi – “allora restiamo così: ora m’informo quanto costa il marmo …- le misure sono quelle … un metro e vinti per cinquanta – e appena ho un momento di tempo vengo a montarlo”. Poi, rivoltosi a Francesco: “Con te che dobbiamo a fare!? Se vuoi aprire la porta, ora ho un minuto di tempo e posso venire a vedere, però subito, altrimenti dobbiamo rimandare”.
“Rimandare non è possibile” esclamò Francesco e, rivoltosi alla signora: “Professoressa, purtroppo Rocco ci prende per la gola e ci costringe ai suoi tempi, al punto da interrompere questa nostra piacevole conversazione. Per me è stato un piacere fare la sua conoscenza e certamente avremo altre occasioni per dialogare. Ora, dovete scusarmi, ma devo sfruttare questa occasione e non lasciar scappare questo signore super impegnato che sembra un grande chirurgo: mi lascerebbe senza porta per un altro anno”. Detto questo, fece cenno alla sorella che, tenendo la mano della signorina Gina, si alzò in piedi per seguirlo.
Dopo i convenevoli Mastro Rocco, Francesco e sua sorella uscirono da quella casa e si allontanarono velocemente. Girato l’angolo i due amici si misero a ridere. “Meno male che sono  arrivato io a cacciarti dai guai sennò facevi notte e mattino filosofeggiando. È da quando è arrivata in paese che questa vecchia rompe la divozione a tutti. Se vuoi un consiglio lasciala stare la letteratura con lei se no esci pazzo”.
Durante le vacanze, che passarono presto, Francesco evitò sempre di passare nelle vicinanze della casa della professoressa, poi tornò a Messina e, preso dall’insegnamento non pensò più a quell’anziana signora.  Dopo alcuni mesi, quando tornò in paese, la madre lo informò che la professoressa non aveva resistito “in quel paesino abitato da persone insensibili e ignoranti” e aveva deciso di andare via … nessuno ha saputo dove. Dopo alcuni mesi non si parlò più di lei. … di tanto in tanto, soltanto la signorina Gina ripeteva … “Va’ a fare bene a ‘sto mondo … me la sono abbracciata ’n casa mia, mi ha detto che sono una cafona e se ne è andata senza manco dire grazie!”. 

© Giuseppe Antonio Martino



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