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di Giuliano Giachino
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Un muscolo del viso di Ala si contrasse, e la nave scivolò via di fianco per cinquantamila chilometri. Rotolai fin contro la paratia trasparente, in fondo alla sala, mentre mille strisce biancoazzurre mi passavano davanti agli occhi, nel buio. "Ala! Ala!", gridai, ma poi mi trattenni automaticamente, per non destarla. Cercando di oppormi alle vibrazioni ed ai sussulti dello scafo, strisciai per terra verso di lei, sagoma nera sul suo sedile, sullo sfondo delle stelle impazzite, che disegnavano nei miei occhi arabeschi contorti. Quando le fui vicino mi rialzai a stento e le presi a tentoni il viso tra le mani, con dolcezza, ma lo sentii irrigidirsi sotto di esse, in una smorfia di dolore. Un altro scossone mi gettò nuovamente a terra, e la nave volò via, volò via roteando, in un'interminabile caduta silenziosa. Poi persi i sensi. 00000000 Una sensazione dolcissima, il contatto sul mio viso di qualcosa di serico, morbido e vellutato mi riportò alla realtà. Era ancora buio, ed una cascata di stelle scintillanti ed immobili mi circondava come un bozzolo luminoso da ogni lato, e con esso, un silenzio ed una calma terribili. Ero come sospeso nel centro dello spazio e dell'universo. Non un fremito, non una vibrazione provenivano dalla nave, che pareva perfettamente immobile. Mi mossi per rialzarmi da terra e nello stesso tempo impartii mentalmente gli ordini per rendere opaco lo scafo: le stelle scomparvero, ed una luce incolore si diffuse, illuminando davanti al mio viso una distesa di seta violetta e traslucida che, come traboccando dal sedile ai cui piedi mi trovavo, giungeva sino a sfiorarmi. Non sollevai la testa, non guardai in alto; ne presi delicatamente un lembo fra le dita e lo contemplai a lungo, assaporandone il lieve contatto. Le ali di una Siver! Ma mi riscossi bruscamente: Ala doveva essere ferita, priva di sensi, per esporle così, fuori dal volo! Mi rialzai. Ala era infatti immobile sul sedile, con la testa riversa all'indietro oltre lo schienale, i lunghi capelli neri che giungevano a terra. Facendo attenzione a non calpestare le sue ali, cercai di rianimarla. Si riprese lentamente, man mano che un poco di colore ritornava sul suo viso, più pallido di quanto già non fosse naturalmente. Adagio, aprì gli occhi e per un lungo momento li girò intorno trasognata, senza vedere, sul disordine che regnava nella sala comandi. Poi mi guardò, febbrilmente, e disse: "Rol, non sono più riuscita a tenere la nave. 'Qualcosa' me l'ha portata via. Dove siamo finiti?". Scossi la testa in silenzio, mentre il mio sguardo correva al quadro degli strumenti ed alla grande finestra ovale sullo spazio, coperta di coordinate. Ala si riscosse, poggiò le mani sui braccioli della poltrona come per alzarsi, ma subito si fermò e poi ricadde seduta con un fremito. La credetti ancora troppo debole, ma non era così, e lo capii vedendola rinchiudersi su se stessa, come rimpicciolirsi sulla poltrona, mentre con un movimento rapido e liquido le sue ali si ritraevano verso di lei, richiudendosi in una matassa flessuosa e raccolta sulle spalle ed il dorso delle braccia. Rimase così per un pò di tempo, la testa poggiata di fianco ed il volto al bordo di una delle ali, senza più parlare. Non la disturbai. Avevo imparato a conoscere le Siver e la loro psicologia, e finsi di armeggiare attorno al quadro comandi. Sapevo perfettamente che le donne della sua razza ritengono osceno mostrare le proprie ali dispiegate al di fuori del volo, e perfettamente casta, invece, la loro abituale nudità. Dopo qualche tempo, si alzò silenziosamente, un pò rigida, distante, e si portò davanti all'oblò, scrutando le stelle che brillavano immobili ed ignote; quando parlò, la sua voce era senza inflessioni: "Non riconosco questo settore dello spazio". Schiacciai ancora un pulsante ed attesi che l'ultima coordinata apparisse sullo schermo: "Non lo riconosce neppure l'elaboratore - risposi -, ci siamo perduti". 000000000 Un brivido di freddo improvviso, un leggero soffio di vento che aveva per un attimo resa più scura l'erba del prato ed oscurato il sole. Avevo alzato la testa, distratto dai miei giuochi, ed avevo veduto una volatrice, una Siver, per la prima volta. Ricordo ancora adesso perfettamente quel lungo momento: a me parve altissima nel cielo, ma probabilmente era solo a pochi metri da terra, sopra di me, e dovettero essere i miei occhi di bambino a vederla così. Tuttavia nel mio ricordo essa é ancora grande, immensa, bellissima, le ampie ali di farfalla che si staccano dalle spalle e dal dorso delle braccia sino alle mani, spalancate contro l'azzurro, ed attraverso le quali filtra la luce del sole. Ero rimasto incantato, ad osservare a lungo quel lento volo silenzioso. Ed improvvisamente le ali avevano battuto l'aria più inquiete, più rapide, ed essa era scesa dal cielo verso il prato, sempre più vicina, più concreta e reale; lo stupore aveva lasciato il posto allo spavento ed ero fuggito verso casa, andando a sbattere contro le ginocchia di mia madre, che usciva allora dalla veranda. Ero ruzzolato per terra. Il ricordo era lontano, nitido e confuso assieme, come un sogno. Mia madre che mi rialzava, sorridendo. La Siver, la dea, che si avvicinava lentamente, le ali raccolte, ignuda, bellissima. Portavo con me questo ricordo, da sempre, frammisto all'inquietudine sottile per una razza aliena, dotata di poteri psi che gli umani non avevano sviluppato se non in minima parte ed in direzione diversa. All'immagine del ricordo si sostituì a poco a poco quella reale, di Ala, che usciva allora dall'ennesima ed inutile fase di trance. La nave non si era quasi mossa, ed essa non ebbe bisogno di parlare, sulle prime. Eravamo fermi, sospesi in mezzo ad una zona sconosciuta di spazio, ed i sensori della nave non rispondevano più ai suoi impulsi mentali. "No, - disse Ala - ed io non mi stupii, abituato ormai al fatto che lei mi rispondesse senza che io avessi parlato -, i sensori rispondono, li sento, ricevono i miei comandi, sono perfettamente funzionanti. Ma non riescono a spostare la nave se non di poco. C'é una forza che ci trattiene". "Non é una forza magnetica, né elettrica - risposi -, gli strumenti la registrerebbero". "Lo so, - ribadì Ala -, non so cosa sia, ma c'è una forza. Lo sento". Osservai ancora gli strumenti, cercando di integrare ciò che Ala poteva percepire con la mente con le informazioni che essi potevano fornirmi. Quello era il mio compito, la mia parte nella strana simbiosi di un'aliena con poteri extrasensoriali e di un 'homo faber' tecnologico. Io ero l'enciclopedia dei dati, da studiare, da elaborare, correlare, interpretare. Lei era l'intuizione diretta, che andava diritta allo scopo, senza venir rifornita di dati. Ed insieme, ce l'eravamo cavata brillantemente, sino ad allora: non per nulla l'equipaggio-tipo delle navi da esplorazione era composto appunto da una Siver e da un umano. Guardai scoraggiato i segnali luminosi che si inseguivano sullo schermo: "Sotto la tua spinta mentale percorriamo una rotta approssimativamente circolare, di centomila chilometri circa di diametro, e poi ritorniamo sempre allo stesso punto. Giriamo in cerchio". Tutta la mia scienza ed i miei strumenti non potevano giungere ad altro che a quello, pensai mentre parlavo, e mi accorsi che la mia voce non era limpida, ma c'era in essa una vibrazione di inquietudine. Sentii la mano di Ala posarsi leggera sul mio braccio: "Vediamo allora cosa c'é al centro di questo cerchio, Rol". 0000000000 La nave percorreva lentamente un cerchio, o meglio una spirale, intorno alla zona di spazio che rappresentava il centro verso cui parevano convergere le forze che ci avevano strappato alla nostra rotta, trascinandoci in un settore sconosciuto. In quel punto, gli strumenti non registravano nulla. Non erano visibili stelle, naturalmente : in uno spazio così ristretto avrebbero potuto esserci solo delle nane bianche e, in questo caso, sarebbero state certamente evidenti. Ma non parevano esservi neppure radiosorgenti, né altro. Non buchi neri, ad esempio: eravamo precipitati - non riuscivo, nei miei ricordi confusi, a trovare altra parola per esprimere quel che ci era successo -, eravamo precipitati fin lì, ma nessuna forza ci attraeva verso il centro di quella zona di spazio. Ala diceva che non c'era una forza di attrazione, ma semplicemente qualcosa 'che ci impediva di andar via', come la lenta corrente di un mare. Potevamo allontanarci sino ad un certo punto, ma poi, dolcemente, qualcosa ci riportava indietro, come una deriva, una forza che si opponeva a procedere ancora. "Più vicino - disse Ala -, stringo i cerchi della spirale". Aguzzai gli occhi, cercando di scorgere qualcosa nel nero velluto dello spazio, che riempiva lo schermo telescopico. Nulla. Null'altro che il buio dell'infinito, con sullo sfondo il baluginare di qualche stella lontanissima e sfuocata, sovrapposta al nostro campo di osservazione per ragioni prospettiche. Dopo molto tempo, Ala parlò ancora, e, nel silenzio, la sua voce risuonò arrochita: "C'é qualcosa". Come se queste parole avessero rotto un incantesimo, cominciai a scorgere con gli occhi quello che lei aveva visto solo con la mente. Dapprima un'immagine confusa, un tenue bagliore luminoso, riflesso dalla luce di qualche sole lontano, ai margini del nostro campo visivo; poi l'immagine si fece più grande, ed assunse una luminosità maggiore. Ricordo che pensai nitidamente, in quell'istante, che quella luminosità aveva qualcosa di metallico, di artificiale. E infine, la vidi con chiarezza: roteava lentamente nello spazio, girando su se stessa di sghimbescio, come una trottola al rallentatore, le paratie lucide, le sovrastrutture pensili orientate in diverse direzioni, la prua affusolata, le quattro ali giroscopiche a stella immobili, gli oblò allineati e scuri come una serie di occhi neri senza pupille. Un'astronave. Di forma inconsueta, arcaica, diversa dalle normali astronavi, una forma che risvegliava nella mia mente ricordi lontani, anche se mi era impossibile identificarli. In quel momento Ala mi prese per le spalle: "Rol, Rol, che ti succede?". Mi sembrò di riemergere da un sogno, e mi riscossi: "Non mi succede nulla, Ala, - risposi -. Guardavo quella nave". "No, Rol, no. C'é dell'altro, c'é qualcos'altro!". C'era lo spavento, questa volta, nella sua voce: "Cosa ti sta succedendo, Rol? Ti parlavo, dopo essermi destata, e tu non mi sentivi. Parevi assente, a tua volta in trance. Cosa stai facendo? Cosa sta succedendo?". La risposta venne dalle nostre spalle, sotto forma di una risatina chioccia. 000000000 Una risatina chioccia? Ala ed io rimanemmo un lunghissimo istante perfettamente immobili, assolutamente incapaci di accettare la realtà del suono che avevamo udito. Poi, lentamente, fu lei la prima a voltarsi. Capii in seguito che se rimase abbastanza calma, non si spaventò troppo (cosa che io attribuii allora al suo carattere più distaccato), dovette derivare dal fatto che intuì sin da allora la verità, almeno in parte. Era appollaiato sul calcolatore, vicino al soffitto, nel suo sgargiante completo a spicchi rossi e blu. Scosse un poco la testa e le campanelline agli estremi delle falde del suo berretto tintinnarono appena. Poi aprì la sua larga bocca un pò volgare e cantilenò con una vocetta stridula: "Sono arrivati, sono arrivati, sono arrivati finalmente............, sono arrivati a tenermi compagnia................., era ora, perbacco". Saltò giù dal calcolatore ed atterrò come un grillo su una delle poltrone di pilotaggio, facendomi fare un salto all'indietro; Ala non si mosse, ma aveva lo sguardo fisso ed intento, pallidissima. Passò tra di noi che rimanemmo in silenzio, esterrefatti, e si avvicinò allo schermo di osservazione, indicando la grande astronave: "Bella, non é vero? Galleggia lì fuori da circa 14.OOO anni. L'avete riconosciuta?". Roteò i piccoli occhi in un interrogativo furbesco, poi saltellò intorno tre o quattro volte, lanciando delle piccole esclamazioni senza senso: "Ve lo dirò io! Ve lo dirò io, che cos'é! Ah, ah, quella é una nave vecchia, vecchissima, lo dice anche il nome! E' la vecchia 'Old Number Three', la Vecchia Numero Tre, che partì da Arturo tanto, tantissimo tempo fa, e non tornò più, mai più, mai più..........., lo dice anche una canzone, non ve la ricordate?". E divenuto improvvisamente serio, assunse una posa grave, e con voce fattasi stranamente profonda incominciò a cantare melanconicamente : "Its name was ‘The Old Number Three’… It went out where there were no trees… nor birds, but only stars and dust... It was the third ship, and was also the last.…." Fu Ala a trovare la forza di interromperlo, e di chiedergli, con un filo di voce: "Chi sei? Da dove vieni?". "Chi sono? Non ha nessuna importanza! Nessuna importanza! Ah, non importa! Potete chiamarmi Yorick, se volete. Non vi dice nulla? Una volta, tantissimo tempo fa, ho goduto di una certa notorietà. Ho perfino recitato in teatro, anche se in una parte muta e un pò..........statica........ah, ah, ah!". Quattro piroette ridicole ed una risata sgangherata: "Comunque quella lì fuori é una nave bellissima, e rotola là fuori da 14.000 anni. Dentro sono tutti morti, ma conservati perfettamente come tante piccole sardine in scatola. Oh, la Vecchia Numero Tre!". Presi un braccio di Ala: "Ma si! - le sussurrai, mentre una luce si accendeva nella mia mente - La Vecchia Numero Tre, l'ultima delle tre protonavi che scomparvero nei primi tentativi di viaggio extragalattico........ L'abbiamo studiata tutti la sua storia, a scuola, da bambini. Ed intorno é fiorita la leggenda, ed anche la canzone che ci ha appena cantato..........., in paleolingua! Devo averla riconosciuta inconsciamente, fin dal primo momento, ma solo ora me ne rendo conto!". Ala mi guardò fissa negli occhi, con un'espressione seria, ed anche un pò spaventata: "L'hai riconosciuta sin dal primo momento? Ne sei sicuro? Pensaci, Rol". "Si, mi pare di si; ma perché mi stai chiedendo..............?". "Non lo so neanch'io, Rol.........", mi rispose guardandosi intorno con aria confusa, ed anch'io seguii il suo sguardo, alla ricerca dell'impossibile folletto che ora pareva scomparso. Ma un rumore attrasse la nostra attenzione. Un ticchettìo, un tamburellare sommesso, che non si capiva bene da dove provenisse. Il mio sguardo, seguendo il suono, corse al grande oblò che si apriva sullo spazio. Lanciai un urlo, tendendo la mano davanti a me, e lasciandomi cadere su una delle poltrone: lui era là, appiccicato al vetro, come una ranocchia, dall'altra parte, nel vuoto dello spazio, e ci guardava sghignazzando in silenzio e tamburellando con le dita. Ala ed io ci ritirammo precipitosamente in un'altra sezione della nave, priva di oblò sull'esterno, e parlammo a lungo, vicini, per farci coraggio, per cercar di capire. 0000000000 Con un gesto di stizza frammista a sgomento feci scattare l'interruttore e spensi il pannello davanti a me: "I sensori non lo rivelano - dissi rivolto ad Ala -, ho esplorato ogni angolo dell'astronave. Non sono riuscito a scovarlo con mezzi ottici, né con i raggi X. Lo stesso per i sensori ad ultrasuoni. E' come se non esistesse", conclusi. Ala mi posò una mano sulla spalla, dicendo: "E forse non esiste davvero". La guardai con aria interrogativa, mentre nella mia mente cominciava a farsi strada questa incredibile possibilità: "Ma, se non esiste, noi siamo pazzi", ribattei confuso. "No, non credo - rispose Ala con pazienza, camminando su e giù per la sala comandi -; penso che si tratti di un'illusione sensoriale". Ignorando il mio sbalordimento, proseguì: "Ho una teoria in proposito, ma debbo ancora verificarla". Mi si avvicinò, in piedi, mentre ero ancora seduto davanti al quadro dei sensori, e proseguì: "Rol, tu sei un Ciber, una banca di dati. Li hai assorbiti in stato di trance, durante il periodo di addestramento, non é vero?". Annuii. "Bene - riprese Ala -, mi pare di ricordare che la tua conoscenza inconscia comprenda anche branche diverse dalla matematica, dall'astronomia e le tecniche di navigazione nello spazio. Una volta mi hai detto di essere anche esperto di storia e di letteratura antica. Mi é tornato in mente quando hai riconosciuto la nave, là fuori, e ne hai ricordata la storia". Era vero, e quindi rimasi in silenzio. "Ora, tu devi ricordare se c'é una relazione tra ciò che il tuo inconscio conosce e cosa ci sta succedendo - concluse Ala, con fermezza -. Io ti metterò in trance e cercherò di aiutarti". Così dicendo, mi prese il volto tra le mani, guardandomi con intensità, anche se dolcemente. Non reagii in alcun modo; rimasi immobile a lungo, mentre il suo volto diveniva confuso, e svaniva lentamente, sempre più lontano. Sottovoce, come se provenisse da una grande distanza, sentivo la voce di Ala che mi faceva delle domande, anche se non ne comprendevo il senso. E ad ogni domanda, ad ogni interrogativo, immagini diverse scorrevano davanti agli occhi della mia mente. Mi pareva di trovarmi in un passato lontanissimo, su di un pianeta che sapevo essere la Terra, anche se era distorta, diversa da come sapevo che fosse: ed avevo la sensazione che tutto ciò che mi circondava fosse irreale, falso, come in una finzione. Mi pareva di recitare una parte. Mi sentivo addosso una strana camicia scura, e dei pantaloni attillati, e un'aria fredda mi tagliava il viso, provenendo da una landa piatta e desolata, grigia come il cielo che la sovrastava, sino all'orizzonte. Il mio corpo inciampò in un mucchio di terra smossa ed umida, accanto ad una fossa nel terreno, rimanendo in equilibrio per caso, e così facendo, strinse i pugni automaticamente. C'era qualcosa nella mia mano destra. Sapevo che c'era qualcosa, ma i miei occhi non volevano guardarla. Sentii il mio capo piegarsi lentamente, millimetro dopo millimetro, verso il basso, per consentire ai miei occhi di scorgere l'oggetto che reggevo, facendo inutilmente con la volontà i più terribili sforzi per impedirlo, ma invano. Nella mia mente, la voce di Ala sussurrava: "Guarda, Rol, guarda". All'estremità del mio campo visivo apparve qualcosa di bianco, che poi, lentamente, prese forma e consistenza: un teschio, un teschio bianco e ghignante! La mia mente urlò: "Yorick, Yorick, Joker!", ed il teschio volò via roteando, e si trasformò in un rettangolino di cartone colorato, posato su di un tavolo, in mezzo a tanti altri eguali. Il mio corpo era ora in un luogo ed in un tempo diversi. Vidi la mia mano strisciare lentamente ed inesorabilmente verso il centro del tavolo, verso il rettangolo di carta rovesciato, che nascondeva sulla sua faccia coperta i più orribili segreti; la vidi afferrarlo delicatamente e cominciare a rigirarlo al rallentatore, come in un acquario. Il pezzetto di carta si rigirò e ricadde, rimanendo immobile, in piena luce. Lui era lì, simbolo di scherno, ghignante, come l'avevo già visto attraverso i vetri dell'oblò: Joker, jolly, matto, buffone, giullare, Yorick, teschio, fossa, morte, recita, Amleto, finzione, giuoco, carta, joker, jolly, matto, buffone............. 0000000000 Stavo imparando ad ignorarlo. Era uscito con me dal portello posteriore dell'astronave, ed ora mi svolazzava intorno nello spazio, mentre regolavo i getti propulsori della mia tuta, per dirigermi verso la 'Old Number Three'. Ero in contatto telepatico con Ala, che era rimasta sulla nostra nave. "E' sempre qui attorno - le dissi -, mi sta seguendo". "Ignoralo, Rol. Se lo ignori, riuscirai a dimenticarlo, e lui sparirà", rispose Ala col pensiero. Cercai di seguire il suo consiglio: era un'illusione creata dal mio inconscio, in maniera autonoma, sotto la tremenda pressione emotiva a cui eravamo sottoposti da che tutto era cominciato. Un potere psi ancora latente in me, fatto affiorare dallo stress, che giuocava beffardamente con le nozioni accumulate dal mio condizionamento, sfuggendo ad ogni controllo, mescolando le informazioni più disparate tra di loro per creare immagini ed illusioni senza senso. Questa era la conclusione a cui eravamo giunti; questo era Yorick, folletto inesistente, illusione ottica ed uditiva che io stesso creavo involontariamente, pescando nella mia mente il ricordo di un'antica carta da giuoco e sovrapponendolo a quello di un giullare nominato in una ancor più antica tragedia, entrambi sepolti nel mio inconscio. Ed ora era lì, nel gelo dello spazio, e mi precedeva verso la sagoma scura della 'Old Number Three', senza bisogno di essere sospinto da razzi direzionali. Si voltò blaterando parole non udibili nel vuoto (ed io sorrisi al pensiero che l'illusione, per quanto assurda, seguisse almeno alcune delle leggi fisiche: poteva vivere e respirare nel vuoto, ma non produrre suoni), e mi fece cenno verso la nave, unendo il pollice e l'indice in un cerchio. Senza pensarci, gli feci un gesto affermativo di risposta: c'ero cascato di nuovo, l'illusione era troppo perfetta. La nave ora incombeva gigantesca su di noi, assai più grande della nostra, e pareva intatta. Rasentai a lungo le paratie, prima di poter trovare un punto di ingresso, ma finalmente scorsi un oblò infranto, abbastanza grande perché potessi penetrarvi. "Ci sono" - pensai rivolto ad Ala -, ed un secondo pensiero si sovrappose al primo: "Questa nave é reale, la tocco, la sento sotto le dita". La voce di Ala nel silenzio: "Il fatto che tu la senta con le mani non significa nulla, potrebbe essere un'illusione sensoriale anche quella. Ma quella nave é effettivamente reale, perché gli strumenti di bordo ne registrano la presenza". Nel frattempo mi ero introdotto attraverso l'oblò: resi la tuta luminescente ed iniziai la mia esplorazione. Anche Yorick era entrato con me. Questa volta, però, al contrario che sulla nostra nave, pareva incerto, indeciso sulla direzione da prendere: ma era naturale, pensai, non poteva conoscere quel posto più di quanto lo conoscessi io. Mentre percorrevamo lunghi corridoi immersi nell'oscurità, occupati quà e là da corpi freddi e perfettamente conservati nel vuoto, pensavo: "Ma come ha potuto prevedere ciò che avremmo trovato qua dentro?". Ma capii subito che anche quello era un inganno nell'inganno: perché bastava avere un pò di esperienza di navigazione nello spazio - ed io l'avevo -, per poter intuire, alla vista della nave intatta dopo millenni, che l'ossigeno doveva essersi esaurito dopo la morte dell'ultimo occupante, sempre che la nave non ne fosse stata privata prima per un'avaria, o in un gesto di disperazione. Pensai automaticamente: "Questa sarà anche la nostra fine", e subito la voce di Ala mi rispose: "No, Rol, io ho fiducia che ce la caveremo, in qualche modo". Ancora una porta, ancora una stanza piena di cadaveri immobili e silenziosi, e fui nella sala comandi della 'Old Number Three'. Frugai attorno. Alla fine scoprii che il computer di bordo era ancora funzionante, per quanto privo di fonti di energia. Lo collegai alle batterie della mia tuta: l'apparecchio prese vita e lo schermo si illuminò fiocamente, ma quanto bastava per porre delle domande ed ottenere delle risposte. Conteneva la registrazione dei dati immagazzinati automaticamente sino agli ultimi giorni, quando le batterie atomiche si erano esaurite, ben dopo la morte dell'ultimo uomo a bordo. La nave, ormai sola, aveva continuato a scrutare lo spazio, a registrare informazioni, silenziosamente, sino a che l'energia si era esaurita. Ed ora, quei dati scorrevano sotto i miei occhi, ed io potevo ricostruire la storia: anche la 'Old Number Three' era stata attratta in quel settore dello spazio da una forza invincibile. Anche il suo equipaggio aveva tentato inutilmente di opporsi, e tanto più inutilmente - pensai -, in quanto disponeva solo di motori atomici, e non ancora dell'astronavigazione psionica resa possibile dalle Siver come Ala. Anche gli strumenti della Vecchia Numero Tre avevano scrutato lo spazio intorno, alla ricerca di un perché, di una via di salvezza. E dopo centinaia di anni di osservazione solitaria, automatica, non più guidata dall'uomo, avevano finalmente pescato l'ago nel pagliaio, identificando una serie di oggetti sperduti nell'immensità dello spazio, distanziati centinaia di chilometri l'uno dall'altro, ma uniti dallo stesso destino. Le coordinate ballavano sullo schermo, fioche, perché l'energia era poca: ma riuscirono a disegnare una gigantesca spirale di linee di forza, di cui noi occupavamo il centro, ed il centro era la Vecchia Numero Tre, la più grande delle navi. Ma 25O chilometri più in là, lungo il braccio della spirale, c'era un'altra nave, un pò più piccola, di forma anch'essa inconsueta, forse di millenni ancora più antica; e più in là ancora, a mezzo giro e ad 8OO chilometri di distanza c'era un'altra nave, e più in là altre ancora, a decine, a centinaia, sino alle ultime spire, mille o duemila miglia lontano, dove galleggiavano piccole sagome, satelliti sperduti lanciati nella protostoria dell'astronavigazione, sciamati nello spazio da tempi e luoghi diversi, e riunitisi laggiù ubbidendo a forze sconosciute e pazienti. Avevo davanti agli occhi mille naufragi, mille silenziose testimonianze di speranze deluse, mille storie ricostruite con la fantasia e raccontate con dolore, o rimpianto, o mistero, da chi era rimasto, ed infine cadute nell'oblìo assieme a chi le aveva concepite e cantate. "Its name was 'The Old Number Three'......................" "It went out where..........................." La Vecchia Numero Tre era entrata nella leggenda, dopo la sua scomparsa. Ed ora io ero lì, ero salito a bordo, per primo dopo 14.OOO anni, e tutti erano morti, ed anche la nostra nave era caduta nello stesso gorgo gravitazionale che aveva risucchiato in quel luogo tutti i naufragi di tutto lo spazio e di tutto il tempo. Ero scosso, la bellezza della visione era tale da superare l'angoscia, e da lasciarmi affascinato. Lo schermo si era ormai spento, dopo aver rivelato i suoi ultimi segreti. Tossii con forza, provocando un rumore assordante nel casco: avevo trattenuto il fiato troppo a lungo. Barcollai attorno. Così facendo, vidi Yorick seduto sulla consolle dello schermo telescopico, che mi indicava una serie di coordinate, come per invitarmi ad osservare un particolare punto dello spazio. Troppo stordito, mi avvicinai ed eseguii le istruzioni, senza reagire. Regolai gli strumenti sulla distanza e sul settore indicatomi: lo spazio circostante, con l'usuale sfondo di stelle, scomparve dallo schermo in una nebbia confusa, ed una nuova immagine indistinta lo sostituì. Premetti il pulsante della messa a fuoco ed osservai. Sentii che anche Ala osservava attraverso la mia mente. Per un tempo lunghissimo attesi, restando in silenzio, tacendo, mentre i miei occhi rifiutavano di recepire l'immagine che li colpiva, ed i centri nervosi del mio cervello non la registravano. Poi, lentamente, presi coscienza di quel che vedevo e, nello stesso momento, della sua impossibilità. Sentii un brivido di freddo e di paura corrermi per la schiena. Come si fa ad accorgersi di essere pazzi? Troppe cose incompatibili con la realtà stavano succedendo contemporaneamente. Eppure la cosa era là, nel centro dello schermo, e galleggiava silenziosa nello spazio, in una lenta, quasi impercettibile deriva sullo sfondo delle stelle. Una sagoma, una silhuette nera, inconfondibile, di una grande nave di legno, con una larga chiglia, la prua affusolata, la poppa tronca rialzata e, al di sopra, le murate, le sartie, gli alberi, le ampie vele nere dispiegate nel gelido vuoto senza vento, proveniente non si sa da dove e diretta verso l'infinito. Un'ombra si frappose improvvisamente tra il mio casco e l'immagine sullo schermo: era Yorick, che, parlando senza produrre suoni, pareva cercare di comunicarmi qualcosa. Dapprima feci per scostarlo, per guardare ancora, ma lui insistette, e mi sillabò una frase, muovendo adagio le labbra: "Quello lì........... fuori............ é............. un............. galeone.............. spagnolo.............". C'era del compiacimento sul suo viso, come quello che può provare una persona a cui sia riuscito uno scherzo divertente. Ala parlò nella mia mente: "Vieni via, Rol. La situazione ti sta sfuggendo di mano. Non sai più qual'é la realtà e quale l'immaginazione. Fa presto!". Tornai così sulla nostra nave, precipitosamente, anche se mi parve di impiegare un tempo lunghissimo. Nel buio alle mie spalle, mentre galleggiavo nel vuoto, mi pareva di vedere i mille e mille morti della 'Old Number Three' uscire come nere formiche nello spazio, e seguirmi, agitando le braccia verso di me, le occhiaie vuote, per invitarmi a restare laggiù, per sempre con loro. 000000000000 Mi tolsi il casco della tuta, in cui l'aria era già viziata, e respirai una lunga boccata d'ossigeno. Tremavo impercettibilmente, mormorando: "Un galeone spagnolo..........". Mi venne incontro Ala, più bella, più affascinante del solito, ed io mi stupii di quanto rapidamente fosse uscita dallo stato di trance per mezzo del quale mi aveva seguito telepaticamente nella mia esplorazione sulla 'Old Number Three': in genere, impiegava molto più tempo a riprendersi, ed io la raggiungevo più tardi, senza fretta. Mi chiese, venendomi vicino: "Che cos'é un galeone spagnolo?". Mi slacciai la tuta rispondendole con impazienza, quasi con rabbia: "Una nave, una nave di legno, anteriore addirittura all'inizio dei viaggi spaziali, fatta per navigare........... sull'acqua! Perdio, quali altre illusioni creerà il mio inconscio? Potessi almeno controllarle!". La mia voce era aspra, adirata, ma era solo una reazione emotiva per nascondere a me stesso il mio disorientamento. Avevo bisogno di aiuto. Ala mi guardò da vicino, negli occhi, con il suo sguardo alieno, ed io mi sentii sfiorato dalle sue ali, non del tutto raccolte come al solito. Era un atteggiamento inconsueto in lei, e lei stessa mi pareva diversa, strana, più misteriosa di sempre. L'immagine di una Siver era sempre irrazionalmente associata, dentro di me, a quello di un essere soprannaturale, e lei, essendo dotata di poteri telepatici molto più potenti dei miei, doveva averlo sempre saputo. Questi pensieri attraversarono la mia mente in un attimo, nello stesso momento in cui la attiravo verso di me, per baciarla. Lei non si oppose. Nel cielo azzurro si librava un angelo ignudo dalle grandi ali di farfalla, ed io ero dentro di lui, e le sue ali si richiudevano come un bozzolo frusciante alle mie spalle. Nella penombra di questa meravigliosa prigione, intravedevo e sentivo il suo corpo liscio e dolce, da sempre desiderato. E le sue mani erano esperte ed avide su di me, anche se il loro tocco non era umano. Ed il profumo che si sprigionava dalle sue ali era quello di un mondo diverso, lontano, dai mille alberi azzurri stillanti di resine rare ed aromatiche, accarezzati da un vento tiepido sotto un cielo cangiante ed i raggi di due soli. L'amore di una Siver! Quante, quante volte l'avevo sognato, immaginato, vissuto nella mia fantasia! La nave non aveva più importanza; neppure Yorick aveva più importanza. Non chiedevo, non desideravo altro che il corpo di Ala da amare, da conoscere, da sentire ancora vicino, abbandonato nel sonno accanto a me. Dopo molto, moltissimo tempo, sentii aprirsi una porta, in fondo alla stanza; mi sollevai di scatto a sedere, ed il mio cuore si strinse in una morsa. Sulla soglia, pallida, con i grandi occhi neri sbarrati dalla sorpresa e dallo sgomento, c'era Ala. Il mio sguardo corse da lei ad Ala assopita al mio fianco, dalle sue ali raccolte sulle spalle appoggiate allo stipite della porta alle ali dispiegate in una cascata di seta sul mio corpo ed accanto a me, dall'angelo eretto e tremante a quello ignudo e dormiente, ed essi parvero fondersi tra di loro. Non riuscii a dire nulla. Con un tremito nella voce, come se stesse per piangere, Ala disse in un soffio, prima di lasciarmi: "Se mi amavi, se mi desideravi, avresti dovuto dirmelo, Rol. Perché creare un'altra me stessa?". Rimasi a lungo inebetito in silenzio; poi, con gesti rapidi, estrassi il pugnale dalla tuta abbandonata accanto al letto, ed esposto con la sinistra il candido collo, sgozzai l'angelo dormiente. Illusioni di finto sangue mi sprizzarono addosso, bagnandomi il volto ed inzuppando di rosso le coperte, mentre l'angelo sbarrava gli occhi, e moriva, e svaniva. 0000000000000 (*) Ero coricato sul pavimento, e non riuscivo a rialzarmi. Dovevo avere la febbre, perché la mia vista era confusa e mi bruciavano gli occhi. Annaspavo intorno, tremando, meccanicamente, in un agitarsi senza scopo. "Dov'é Ala? - gridai con tutte le mie forze - Dov'è Ala? E' morta......l'ho uccisa!". Ma sapevo che Ala non era morta. Si era ritirata nel suo settore della nave, e taceva da molti giorni. Mi aveva detto, mi pareva di ricordare, con aria triste: "Capiscimi, Rol. Non voglio più vederti, per qualche tempo. Lasciami sola. Quando me la sentirò, mi vedrai ritornare". Ma si era davvero ritirata nelle sue stanze? O non era stata portata via da qualcuno, per sempre? Cosa potevo fare per ritrovarla? Mi sentivo sempre più male, e non riuscivo a rialzarmi dal pavimento, dove ero caduto. C'era un caldo terribile, e mi pareva di essere investito da una luce accecante, come se tutti i soli dell'universo si fossero concentrati fuori dagli oblò della nave, o fosse esplosa una nova nelle vicinanze. E poi c'era una musica, dolce, tristissima, come di un flauto, che mi riempiva le orecchie in un lamento continuo, senza riposo. Qualcuno mi prese il volto tra le mani. Aprii gli occhi e riconobbi il viso, il vestito, la spada: "Kurvenald!". "Si, mio signore...........". "Guarda, guarda dall'oblò. Ala deve essere uscita nello spazio......., guarda, adesso ritorna; deve star ritornando...........". Vidi ancora la sua figura accanto alla grande finestra sulle stelle, silenziosa: guardava fuori, dove il mio sguardo non poteva giungere, e non doveva scorgere nulla, poiché non mi rispondeva. "Perdio, guarda meglio! Ti dico che sta arrivando! Lo sento! Sento il suono delle trombe che accompagnano il suo ritorno! Se riuscissi ad alzarmi..........., e se questa luce non mi impedisse di vedere............. E' la nave di Re Marke che giunge, riportandomi Ala!". Le mie grida erano solo più un suono senza senso alle mie stesse orecchie. Kurvenald era chino verso di me, sgomento, a spiare la mia agonia, senza poter far nulla. Ero certo di star per morire. Ma, ad un tratto, ecco, ecco Ala che giunge, le sue ali scure su di me, a far schermo alla luce che mi ferisce gli occhi, e finalmente la pace, l'eterno, freddo ed immenso buio dello spazio. 0000000000 Ripresi i sensi a poco a poco. Doveva essere passato molto tempo. Ero coricato nella mia cuccetta, e la prima cosa che vidi fu Ala, seduta accanto al letto, che scrutava nel mio volto i segni del risveglio. Quando aprii gli occhi mi sorrise, senza dire nulla. Sentivo una grande calma attorno a me. Allungai una mano e strinsi la sua nella mia, in silenzio: "Sei stato molto male, Rol - mi disse -, ma ora é passata, ti stai riprendendo". Un'ombra in un angolo della stanza attrasse la mia attenzione. Con uno sforzo, la misi a fuoco, ma non mi mossi, non manifestai sorpresa: ormai nulla poteva più stupirmi. L'uomo si avvicinò al letto, barcollando e producendo una serie di colpi sordi ed aspri sul pavimento, con la sua gamba artificiale. Mi gettò uno sguardo in tralice con un'aria bieca, ed accarezzandosi con una mano la cicatrice che gli solcava il viso, disse con voce roca ad Ala: "Va meglio". Era più un'affermazione che una domanda. Ala alzò il viso verso di lui e rispose: "Si, comandante, va molto meglio". "Bene", ribatté lui asciutto e ci voltò le spalle, armeggiando nei pressi del quadro comandi. Rivolsi ad Ala un muto sguardo interrogativo. Lei scosse la testa sorridendo, con aria affaticata: "Il tuo subconscio lavora anche quando sei privo di sensi. Mi tiene compagnia da due giorni, anche se ha un aspetto abbastanza repellente". L'uomo tornò di sghimbescio verso di noi, zoppicando e reggendo con aria di trionfo un oggetto nella mano destra. Me lo mostrò, mettendomelo con sgarbo davanti al viso: "Questa é una moneta d'oro, Rol, come vedi. Ora l'inchioderò sulla paratia interna della nave, vicino all'oblò. Resterà lì sino a che non avrai portato a termine la tua ricerca. Allora potrai prendertela, come premio. Sei pronto a ricominciare? Non ti frigge in cuore il desiderio, come una smania? Avanti, cerca la strada di casa, cerca la tua verità, come io ho sempre cercato la mia, ad ogni costo!". Non risposi a lui, ma ad Ala: "Si, cerchiamo di tornare a casa, Ala, in qualche modo, se vuoi". Ed Ala assentì con il capo: "Si, Rol. Cercheremo di ritornare a casa. Lo desidero anch'io, da quando ho capito di rappresentare qualcosa per te. Cercheremo di andare via, di tornare alla realtà, a noi due, fuggendo tutte queste illusioni. Forse ho ancora abbastanza energia per muovere questa nave e sottrarla alle forze che la trattengono qui. Proveremo assieme". E così dicendo si spinse in avanti verso di me, in un abbraccio tremante, che non era più illusione. 000000000 La nostra nave rullava e tremava paurosamente, e con essa le stelle attorno a noi, in spirali concentriche. Rivoli di sudore scorrevano copiosi lungo la fronte e le guance di Ala, contratte in una smorfia dolorosa. Il suo sguardo, che non vedeva, pareva fisso davanti a noi, nello spazio, ove il roteare della nave creava un vortice luminoso sempre più rapido, come un tunnel di luci senza fondo, da cui noi stessimo lentamente emergendo con estrema fatica. "Ala, Ala, come ti senti?". Sapevo di non doverla distrarre mentre dirigeva la nave, ma non seppi trattenermi: il suo viso aveva assunto infatti l'espressione di una sofferenza estrema. Mi rispose, ma la sua voce era appena sussurrata, e pareva provenire da distanze indicibili: "Sono qui, Rol. Sono qui. Vedrai che ce la faccio. Sento che stiamo per uscirne. Ancora un poco". E la nave saliva, saliva, non so dove, perché nello spazio non c'é alto né basso, ma la nave saliva, verso il vortice che ci sovrastava, al centro del quale pareva di scorgere un'apertura più scura. Si, c'erano delle stelle nel centro, delle costellazioni riconoscibili e note! Lo spazio, lo spazio vero, quello dove volano le astronavi, il vecchio, normale spazio a tre dimensioni ci aspettava lassù, segnato da rotte impalpabili ma precise, sicure, registrate sulle carte, che portano sempre da qualche parte, non nell'assurda follìa del cimitero dei sogni e delle navi perdute! Capii che ce la stavamo facendo. Mi ritrovai ad abbracciare Ala, con tutte le mie forze, perdutamente, come se così facendo avessi potuto comunicarle un altro pò forza, un altro poco di energia, quell'energia psi che anch'io possedevo, ma in modo pazzo, disordinato, inutile, beffardo. No, io non potevo aiutarla a portare in salvo la nostra nave, solo lei era in grado di farlo, ed io non potevo far altro che starle vicino, abbracciarla, gridarle in silenzio - nella mia mente -che l'amavo, come mai l'avevo amata, che la desideravo, come mai prima, ancora di più, e per sempre. La nave salì per un tempo interminabile. Il vortice di stelle intorno a noi si era trasformato in una specie di apertura luminosa nel nulla, fatta di nulla e circondata dal nulla, e la nave era appoggiata sull'orlo di questo imbuto capovolto senza fondo, ed era sul punto di uscirne, ma non vi riusciva. Vi fu un lungo, lunghissimo istante di silenzio e di immobilità assoluti. Assurdamente pensai che anche il tempo si fosse fermato, in quel momento. Poi, lentamente, Ala dispiegò le sue ali, adagio, in un gesto estenuato e straziante che pareva un ultimo respiro d'infinito. E mi fece un cenno, prima di rovesciare la testa all'indietro, e rimanere immobile. Si, si, ora ho capito cosa significasse quel segno. L'ho capito dopo, molto tardi, nelle ore del pianto e della disperazione, nelle ore della solitudine. L'ho capito contemplando l'immenso buio dello spazio davanti a me, l'ho capito appoggiato alle murate del galeone spagnolo, in gelide ed infinite veglie alla deriva, alla luce del nulla e delle stelle. Voleva dire: "Ecco, ora tocca te. Io non ce la faccio più". La nave era ormai quasi uscita dal vortice, galleggiava sul suo limite estremo, e sarebbe bastato ancora un piccolo sforzo. Ma lei non ce la faceva ormai più, aveva ormai consumato se sue forze, e con esse la fiammella ormai debole della sua vita. A quel punto sarebbe bastata, da parte mia, una piccola spinta dei motori, e la nave sarebbe scivolata via dolce, tranquilla, nello spazio di sempre, lungo le rotte impalpabili ma sicure, verso casa, verso la serenità. Forse non realizzai tutto ciò concretamente, in quel momento, ma il mio inconscio certamente lo capì, e non accettò di fuggire tra le stelle così, con Ala ormai per sempre immobile e silenziosa. Non feci nulla. La guardai negli occhi spalancati che non vedevano più neppure le rotte invisibili che solo lei sapeva scorgere e restai così, con le sue nelle mie mani, mentre, dapprima adagio e poi sempre più velocemente, la nave scivolava indietro nel più profondo del vortice. Da allora, é passato molto tempo. La solitudine mi ha insegnato molte cose. Ho girato sulla nave a lungo, e senza meta. Achab non c'era più, ma incredibilmente la sua moneta era ancora là, inchiodata alla paratia. L'ho staccata, e dopo aver indossato la tuta, l'ho scaraventata nello spazio. L'ho vista allontanarsi roteando nel vuoto, piccolo disco dorato luccicante alla luce delle stelle, come un minuscolo sole. Se non è illusione, se esiste veramente, galleggerà per sempre là fuori, insieme a tutte le altre navi, simbolo anch'essa di un'impresa fallita. Ho imparato, pian piano, a controllare le creature generate dalla mia mente. Ho imparato ad evocarle a mio piacimento. Ne ho cancellate alcune, altre le ho modificate. Ho cambiato Yorick: ora non può più ridere e scherzare, ma rimane sempre rincantucciato in un angolo della stiva, senza mai muoversi. Se ci prova, dei tentacoli viscidi gli spuntano da tutto il corpo e lui comincia ad urlare, ed urla per ore, fino a che io non decido di farglieli sparire. Ho imparato a creare nuove illusioni: cavalieri, maghi, astronauti, guerrieri, esseri celestiali ed immondi. Nessuno di loro esiste veramente, ognuno di loro non è che un pezzettino di me stesso, di tutte le cose che potrei essere e non ho mai potuto, o osato essere. Ma c'é una cosa che non ho mai creato: una donna. Con me c'é sempre Ala, che mi attende, incorruttibile, nella sala comandi, aperta al nulla ed al gelo dello spazio. Ma ormai siamo alla fine di tutto, o forse all'inizio. Ho indossato la tuta, ed ho raggiunto Ala nella sala comandi. L'ho messa vicino a me sul sedile, le sue larghe ali appena raccolte, come so che avrebbe voluto. Ho reso trasparente lo scafo della nave, e le stelle luminose ed immobili ci circondano da ogni lato. Davanti a me, rotea lentamente nello spazio lo scafo scintillante della 'Old Number Three', e più in là, silenzioso, il galeone spagnolo, sagoma nera sullo sfondo della galassia, e più lontane ancora, le altre navi perdute, in un'eterna, sconfinata processione di sogni. Qual'é il sogno e quale la realtà? Ma non ha nessuna importanza, ormai. Ho davanti a me parsec di spazio ed eoni di tempo. Con un sibilo lieve, l'aria sfugge lentamente dalla tuta. Navigherò così nello spazio, in questo carosello senza suoni, per sempre, con Ala al mio fianco e negli occhi la luce delle stelle.

FINE (*) Nota: il brano che si trova a pagina 9 rappresenta una libera ricostruzione, dai punti di vista psicologico, scenico e musicale, del terzo atto del di Richard Wagner.

© Giuliano Giachino



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