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Heiko H. Caimi

Finchè morbo non ci separi
da PB11


Il vento soltanto spezzava il silenzio del viale. Il sottopasso non era lontano, e dopo, finalmente, casa.
Finalmente?
Tornare nel deprimente caotico buco a contare i minuti le ore la vita mai spesa, il telefono silenzioso, il letto affossato come una cuccia e il soffitto pieno di crepe. Squallida casa.
La luna sulla strada un maglio di luce. Nascosta in un'ombra la bestia fremente. Ancora una volta pronta per ghermire.....
Un giovane umano, capo chino, mani in tasca, sguardo senza profondità. Un'altra larva umana senza futuro, senza presente. Il passato qualche ricordo sulle rotaie dell'infinito, niente d'importante, niente di vero.
Immortalità. Atroce, dolce condanna.
Il volo è silenzioso come l'acquolina nella bocca. La lingua sui denti sempre aguzzi, pronti ad affondare nel collo. Preservare la propria vita per preservare un amore.
Plana, dolcemente plana, lieve come un amante che sussurra e non osa urlare. E' un'ombra, un'ombra alle spalle.
Il giovane uomo ha il volto scarno e i vestiti consunti. Dura arrivare alla fine del mese.
Una mano sulla spalla, delicata. Si volta, il viso disegnato di speranza, forse una donna, forse soltanto qualcuno, solo, con la voglia di parlare, una casa fredda e vuota, altri buchi nelle tasche.
Lo fissano due pozzi neri brulicanti di morte, le pupille dilatate, il volto pallido come pelle di cadavere. In un angolo della bocca un lungo canino snudato.
L'uomo dallo sguardo senza fondo lo afferra per le spalle, piega il capo e lo muove verso di sè, verso le sue labbra, in un bacio pagano.
E affonda dentro di lui, dentro la vita, senza incontrare opposizione: un'altra esistenza che si dona, che si abbandona all'abbraccio umido di un dispensatore di morte, una creatura della notte.
Un cadavere giace scomposto nel silenzio spezzato soltanto dal vento. Il suo sguardo assorbito non ha più vista, la sua bocca una smorfia di disgusto senza dolore. Se potesse vedere, seguirebbe una danza alzarsi in volo, non i movimenti di un corpo, ma lo slancio del mantello notte ricamato di pieghe nel riflesso della luce artificiale.
Un corpo senza nome, un delitto senza spiegazione, un caso nato chiuso. Un appartamento sfitto pronto per un prezzo migliore. E la luna un maglio di luce sulla strada.

La luce del mattino scompone i movimenti, li frammenta, distrugge ogni armonia. Presto, presto, casa, casa dove placare la colpa, dove ritrovare amore. Giacere ancora per ore mortali in attesa di un risveglio migliore, senza fame, senza sete, ancora una volta impallidito nel raggio d'illusione del puro, dell'incorrotto. E ancora la danza del serpente, la danza incontaminata, l'illuminazione del mondo. Ancora per qualche giorno, fino ad un mattino dall'appetito precoce e dal cammino trascritto su una croce a rovescio.
L'amore lento, lento e profondo. L'amore in quella bara senza finestre figlio di un tempo troppo veloce per poter fermare tutte le sensazioni. Lei che dorme fino a quando lui si addormenta, lei che lo attende altro lato di una sola fortuna.
Lei che ora lo attende, lei che sola può perdonare nonostante la condanna, nonostante la contaminazione. Lei che lo inviterà al sonno, al sogno, lei che lo attenderà al risveglio per un lungo madrigale di seduzione e abbandono.
Il volo scomposto fino al rosone sul nascere del sole, le ali che s'impigliano nella vetrata smangiata dai sassi, il precipitarsi scalpicciante nel buio sotterraneo della costrizione.

Il vuoto. Il vuoto assoluto. L'amore, l'ultimo avanzo di vita, il fondo del pozzo. Nelle tenebre, il cuore viene vinto da un malore. Se n'è andata, è fuggita, di lei nessuna traccia. Come se non fosse mai vissuta. Come se...
E la memoria ritorna, ritorna fino all'ultimo giorno della chiromante, alla profezia, al suo continuo ripetere "non ti credo, non ti credo, non ti credo". Poi il buio, come nello sguardo di un pagliaccio o di un pazzo. Prendere tempo per restare soli, appollaiati sopra un trespolo di luce, ad ascoltare il ritmo di un vecchio timpano schiavo senza bordoni e senza bacchette.
Credere di sapere tutto, far rinascere la speranza mentre lei risorgeva -mentre fati e gli dei, silenziosi come sempre, osservavano la disillusione del tempo.
E così morire, senza più speranza né giustificazione, morire nel momento in cui la morte sfiora e condanna l'unico fiore che alimenta il proprio respiro.
Lasciarsi cadere, sentirsi cadere, precipitare tra pareti aguzze irte di ferite e pugnali, rossi come sangue gli occhi che scrutano dal buio.
E ora non può muoversi, non può partire, non può cercare sotto il peso del giorno, ora deve dormire. E sognare.

Sputa il crocefisso che gli si è conficcato nella gola. Non ha più saliva la sua lingua, ma si sveglia mentre l'ultimo raggio si estingue oltre il profilo di case senza contorno, in un unico blocco di silenzio e nera rassegnazione.
Non osa uscire, non osa scoprire, non osa. Briciole di luce obliqua, come di pomeriggio invernale, imbrattano i vetri di sfregi colorati. Ed ecco il nero manto una ferita celeste nel crepuscolo di brace e ceneri, che come un sudario calano a granelli sul mondo. Una calamità naturale, inviata dall'aria.
Il vento solo si frappone tra il silenzio e il silenzio mormorante della città sotto le ali. Certo la troverà, certo il suggello di disperazione che come cera gli avvolge il cuore lo porterà dritto dritto fino a lei.

Quando scende come il crepuscolo nella stanza dalle bianche pareti, lo spazio sembra ascoltare, l'ombra trattenere il respiro. Il suo volto poggia su un cuscino e guarda la parete in fondo alla stanza, un crocefisso maledetto crocefisso appeso alla parete veglia come un carceriere pronto alla tortura.
La chiama, sussurra il suo nome con la forza della tempesta. Lei si scuote, ha un tremito, si muove. Nella tenebra il suo volto resta cieco anche ai lugubri pozzi neri senza luce.
Si desta, apre pupille più dilatate del normale, lo vede, comprende. A fatica, tremando e barcollando, si alza e raggiunge l'icona maledetta, la prende tra le mani, la spezza con una forza che il suo corpo non possiede. Sangue scaturisce dalle sue mani, sangue sacro come la vita e dissacrato come le tombe.
Scivola nella stanza, entra con la luce tra le mani di lei, si inginocchia, prende i polsi, incomincia ad assorbire il liquido da quelle mani clementi, a imbersi d'ebbrezza per non guardare.
Lo osservano calmi quegli occhi iniettati di sangue, quegli occhi che sapevano, che hanno sempre saputo. Muove le mani, alza quel capo e lo porta all'altezza del proprio volto, lo porta a guardare.
Lo costringe a guardare.
L'abbraccia come tende scosse dal vento s'intrecciano nella sera, la stringe con troppa forza, inconscio della putrefazione. Tutte quelle macchie, tutte quelle escrescenze, tutte quelle vendette del sangue.
Lo scosta, si allontana, solo due passi, due passi soltanto. Di silenzio e di sguardi, che non si sanno abbandonare.
Poi la veste leggera bianca che fa scivolare, e tutte quelle macchie sul corpo, tutte quelle macchie da un solo nome.
Un maglio di luce di luna coglie lo stremo dei loro corpi annullati in un unico gelo, nel geloso contatto di sbigottimento amoroso.
L'ultimo sguardo, l'ultima volta che le mani si accolgono, si stringono, si artigliano. Fino a trovare il sangue e a scambiarlo, a scambiarlo ancora, ancora una volta.
Lo spazio sembra ascoltare, la luna trattiene il respiro dell'ombra, un ansito di luce piega ogni indecisione. Scaglie luminose illuminano il suo volto scavato dalla mancanza di dubbio.
Nell'alba fuoco si getterà al cielo in volo, senza ritorno, senza calore. Le fiamme inghiottiranno le sue ali, il suo corpo, il suo viso.
Resta ad osservarlo senza lacrime ma con le lacrime tenute strette da una catena, resta in silenzio di fronte alla finestra e guarda le nera danza di pieghe nel riflesso della luce naturale. Vede la nera macchia disumana diritta contro il sole.
Quando se ne va è come distanza
nello sguardo dei morti.


(liberamente ispirato alla poesia nr. 258 di Emily Dickinson, 1861)


Heiko H. Caimi
heikohc@gmail.com


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