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A hard day
di Roberta Mochi
Pubblicato su FUTURO INATTESO


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La luce entrò dalla porta feroce come una ghigliottina. Squarciando il viso di Gabriele, da troppo, ormai, abituato solo al riflesso rosso della sua lampada di plastica a forma di gatto dagli occhi di fosforo.
Si schiacciò le mani sulle palpebre, indeciso se lasciarsi incenerire o tentare un’aspra battaglia per aprire gli occhi. Solo dopo decine di secondi, riuscì a capire chi c’era a fargli da schermo tra la porta d’ingresso e il bagliore opalescente del sole.
Ma quello che vide non fu certo quello che desiderava vedere.
Un manipolo di cacacazzi vestiti di blu gli si avventarono contro e ci vollero due miseri battiti di ciglia per rimediarsi un labbro sanguinolento e quattro pareti lucide, lisce, compatte, intorno alla pelle; sotto ai piedi una grata metallica.
Alzando gli occhi quello che riuscì a vedere fu solo…un’altra grata metallica.
“Bella roba, e come ci sono finito qui?”
Una voce, proveniente da chissà dove, gli intimò il silenzio e, dopo che gli furono ricordati, a suon di calci, i propri diritti, si rese conto che, forse, qualcosa doveva aver combinato davvero ma soprattutto che gli rodeva troppo il culo di dover pisciare in testa al poveraccio nella cella sotto di lui, consapevole di ricevere, immancabilmente, lo stesso trattamento dal flaccido maiale adiposo che lo salutava dall’alto, agitando le dita tozze di un palmo grassoccio, con uno sguardo che, purtroppo, svelava ognuna delle raccapriccianti smanie che doveva avere sull’ultimo arrivato.
E se dovessi morire prima di ricordare che cosa ho fatto? Be’…‘sti grancazzi!
Questo era Gabriele. Uno per cui è inutile sforzarsi troppo per capire come stanno le cose…tanto non cambia niente lo stesso!
In effetti, c’era ben poco da cambiare…i fatti erano questi, nessuno, proprio nessuno poteva sottrarsi alla vertigine che aveva risucchiato la Terra. Altro che Guida Galattica per Autostoppisti, neppure Ford Prefect avrebbe saputo cosa fare!
Non che ci fossero alieni verdi dai grandi occhioni neri a minacciare il nostro pianeta, per costruire un’autostrada interstellare…gli esseri umani erano riusciti a fare tutto da soli. Come sempre. Con un geniale colpo di progresso.
Scaraventando l’intera dimensione nel caos.
Adesso, lo scopo principale delle organizzazioni di difesa, era quello di ripristinare l’ordine, o almeno qualcosa che potesse assomigliargli. Per farlo, era indispensabile sorteggiare tra i cittadini passivi quelli da usare come cavie e, ovviamente, la fortunosa estrazione avveniva tra criminali1 e soggetti patologici, le cui crisi di panico di fronte alla nuova realtà fossero considerate t-o-t-a-l-m-e-n-t-e dannose alla comunità.
Quindi tentare di ricordare era oltremodo inutile. Gabriele era stato “scelto”, avrebbe subito 24 ore di addestramento e poi avrebbe iniziato il proprio incarico. Tutto qui.

Il tirocinio consisteva in un vero e proprio annientamento; il soggetto in questione veniva definitivamente privato della propria volontà; il procedimento prevedeva la perdita irrecuperabile dei ricordi ma era davvero questione di poco conto, in confronto alla missione…in sottofondo, Stereolab ad altissimo volume, per rendere l’operazione più gradevole e creare una certa atmosfera danzereccia, piacevolmente briosa, ma con quel tocco di malinconia che in certe occasioni non guasta.

Gabriele Scavicci, la tua missione è quella di esplorare. Una ricognizione. Necessitiamo di ricercatori per analizzare l’anti-dimensione in cui stiamo galleggiando, lo scopo è riuscire ad elaborare un piano di attacco con lo status spazio-tempo precedente all’impatto.

…e Gabriele Scavicci salta.
Non che il salto fosse un granché, giusto una spinta dietro ai lombi, tanto per incoraggiarlo!
Il peggio lo aspettava fuori…Forse.
AAAAAAAAARRRRRRRRRRGGGGGGGGGGGHHHHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Sun here it comes sun sun sun sun here it comes
Sun, sun, sun, here it comes...
Sun, sun, sun, here it comes...
Essere gettati fuori, fuori dagli spazi preconfezionati, fuori dagli schemi e dalle regole, fuori dal sistema…
C’è luce, un sacco di luce e buio, troppo buio. Gli occhi non hanno il tempo di abituarsi. Buio, luce, buio, luce, buio, luce…e, quando ti aspetteresti lo scuro, arriva la fiamma e dopo la fiamma cominci a pregare la notte.
Senza neppure sapere cosa devi cercare.
Trovare un senso al non senso.
CAZZO vuol DIRE?!?!?!
Ci sono delle ombre in giro, alcune si muovono, altre restano immobili. Il percorso è sconnesso. Cadere sembra l’unica risorsa possibile.
Nella caduta, il nostro ragazzetto moro, si ritrova fra le mani vecchi oggetti, avanzi, persino un taglierino arrugginito, che si ficca in tasca con avidità…non avendo altro con cui difendersi…se mai si fosse dovuto difendere…da cosa poi…?
Continua a camminare, a tratti gattona. Percepisce ogni singola vibrazione, un marasma indistinto di ronzii, fruscii, lamenti, sibili, frastuoni. Ognuno separato dall’altro. Singoli ma deformi.
Se fosse nato qualche decina di anni prima, probabilmente questo luogo gli sarebbe sembrato più familiare…chissà come doveva essere vivere in uno spazio senza regole, né tempi, né confini…?…con ponti sghembi su lingue di terra asciutta, incrostati da sacchetti di plastica colorati e gonfi di vento…
L’ansia comincia a farsi passeggiata…la passeggiata fuga, la fuga meditazione. La meditazione confusione.
D’un tratto si ferma, raccoglie un pacchetto di fiammiferi, ne accende uno, un altro, un altro ancora…ogni legnetto ha un colore diverso; non il blu costante del metano. L’ultimo stampa a terra una figura nuova.
Ci vuole solo un secondo per pensare che abbiano mandato un nuovo osservatore, per seguirlo, per controllarlo…per riportarlo indietro.
Si gira e riceve un abbraccio insperato, teme il peggio: il grassone.
Alza il tiro della propria prospettiva per afferrarne i loschi piani e si ritrova faccia a faccia con qualcos’altro.
“Un autoctono…bene potrebbe essere utile…capisci la mia lingua, comprendi quello che dico?”
L’altro inizia a sfiorarlo leggermente, con delle propaggini esili, umide, vischiose come tele di ragno troppo spesse. Lo segue in ogni avvallamento, lo percorre sotto gli abiti, ne investe il viso solo per riuscire a rinfrescare, con le proprie dita madide e molli, le palpebre dell’intruso…
“…ehi, bel modo di fare amicizia…siete affettuosi qui…avete lo stesso atteggiamento di un cagnone fedele…Sì, sì, sì…fai pure, coraggio, non temere…in fondo vogliamo la stessa cosa…imparare …”
Si scambiano vicendevolmente tutto quello che riescono ad assorbire, il tatto li aiuta.
Poi arriva il momento di accertarsi dell’abbigliamento dell’alieno-terrestre.
Il gravido ospite ne assapora le fibre, nello stesso modo leggero che aveva usato per la pelle del visitatore…si insinua nelle tasche, ne estrae il taglierino…lo esamina, ne munge via la ruggine, lo rende scintillante. Si aiuta con questo piccolo oggetto a farsi strada tra i vestiti, il tragitto è lieve, delicato, impercettibile.
Tutta la pelle di Gabriele è increspata da brividi, ma non ha paura…piuttosto è attrazione, sente che tra i tentacoli acquosi di questo nuovo essere non deve temere nulla, che può aggrapparsi a lui, imparare da lui, fidarsi…ciecamente.
Così socchiude gli occhi, poi li serra, annusando l’odore confuso nell’aria, un odore che sa di buono, che non risponde alle immagini visive che ha incamerato del pianeta. Un odore che gli ricorda zone dimenticate di un passato polveroso, sepolto, di cui restano solo i lembi strappati di un’eco.
E sente freddo. Freddo gelido. Proviene dall’indice della sua mano sinistra…un freddo penetrante, intenso, che piano si infuoca e si fa dolore quando avverte il rumore di qualcosa che si scolla…ed è la propria unghia, strappata dalla carne.
Apre gli occhi.
Guarda il sangue colargli sulle scarpe.
Buio, di nuovo luce, e le unghie a terra sono due…lampi scuri, chiari…e poi tre, ancora, quattro…tutte…
Meccanicamente l’ospite ha infilato la lama sotto quegli artigli resi inermi dall’evoluzione, facendoli saltare tutti, scoprendo la carne tumida che, adesso, sembra succhiare tutta l’aria morta del pianeta.
Il dolore, il dolore è l’unica cosa a cui arrendersi. Il taglierino avanza, sul suo corpo nudo, bagnato dalla paura.
L’oggetto e il suo nuovo proprietario cercano spazio, cercano di capire, cercano di conoscere, cercano di esplorare.
Si infila sotto al bacino, entra su, con forza, mentre il coccige sfrigola sotto la pressione della piccola lama d’acciaio. Il taglio non scorre veloce, si inceppa, la minuscola falce ha bisogno di molta pressione per superare l’attrito. Alcuni brandelli di pelle si incastrano nella plastica di quel corto, inoffensivo, maledetto oggetto.
I tentacoli si purificano di carminio.
E la gola dell’uomo urla.Urla.URLA.
Ma è buio e luce e nero e bianco e fitto e denso….

AAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHH…………..

Il filo iridescente dell’argento ha aperto una palude limacciosa sul dorso dell’uomo.
La schiena interamente sfoderata, a mostrare una spina dorsale sporca, lattescente, leccata di sangue. I reni, le costole, tutto si espande in un nuovo punto di vista, mentre le dita dell’ospite continuano a cercare, si infilano come cavi metallici, ovunque.
Sta morendo. Gabriele sta morendo lentamente, senza alcuna possibilità di sottrarsi; nessuno tenterà il suo recupero. Troppo costoso e totalmente inutile. Sta morendo, senza volontà e senza ricordi, senza risposte.
Con la sola convinzione che tutto questo non servirà, davvero, a un cazzo!

© Roberta Mochi



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