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Il sangue malvagio di Praga
di Andrea Franco
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Non appena il Rabbi Josef cominciò ad attraversare il maestoso ponte Carlo, il sole, una grande sfera arancione bassa nel cielo, s’infranse contro l’imponente sagoma del castello. Josef non poteva vederlo perché in quel momento procedeva con il tramonto alle spalle, ma gettò lo sguardo alla sua sinistra e mantenendo un’andatura costante osservò lo strabiliante gioco di colori riflettersi nel letto placido della Moldava.
Non c’erano molte persone in giro a quell’ora, ma le poche che incrociava chinavano la testa in segno di saluto e rispetto. Josef rispondeva distrattamente a quei saluti, concentrato sul rito che avrebbe avuto luogo quella sera stessa. Quella notte la città di Praga era nelle sue mani, sebbene poche persone se ne rendessero conto. Il rito del sangue malvagio avrebbe placato la sete di vendetta del loro protettore.
Quel giorno ricorreva la morte del famoso Rabbi Löw, colui che per una vita si era dibattuto per il benessere e la sopravvivenza degli ebrei di quella città. Colui che per il bene di tutti aveva creato la vita dal nulla, dominando i quattro elementi e modellandoli in un uomo d’argilla.
Josef sorrise al pensiero che quell’essere conosciuto come il Golem un tempo si muoveva per il ghetto con il suo stesso nome: Golem Josef. E lui quella notte avrebbe saziato la sua sete.
Una volta superato il ponte svoltò a sinistra e seguendo il corso del grande fiume procedette verso il ghetto. Di solito non prendeva quelle strade, piuttosto avanzava fino alla torre dell’orologio per poi proseguire verso la sinagoga, ma quel giorno aveva bisogno di concentrarsi e scelse delle stradine secondarie, poco trafficate e buie.
Passò dietro il Bethchajim, il vecchio e sacro cimitero ebraico, e quando arrivò alla sinagoga Vecchia Nuova il cielo si era fatto scuro.
All’ingresso non c’era nessuno. Scese i gradini che portavano alla sala principale ed entrò nel luogo sacro più antico della città.
La sinagoga Vecchia Nuova aveva quasi mille anni di vita. La sua costruzione venne iniziata nell’anno 929 e portata a termine appena due anni dopo. Al tempo al centro del ghetto si ergeva una piccola collina ricoperta da cumuli di pietra, sterpaglie e alberi marci. Quel luogo venne scelto costruire il nuovo luogo sacro. Quando iniziarono gli scavi però la sorpresa fu immensa: sotto la collina c’erano i resti di un antica e dimenticata sinagoga. Il popolo ebraico era già vissuto su quelle terre.
Con i resti della vecchia sinagoga venne eretta quella nuova, la più antica del mondo moderno, fatta eccezione per quella di Wörms.
La sinagoga era stata costruita in stile gotico germanico e sebbene fosse la più importante del ghetto, non era di certo né la più grande, né la più bella. L’interno era molto semplice e tutto intorno le pareti erano ricoperte da numerosi sgabelli di legno scuro. Rabbi Josef quando poteva scegliere preferiva pregare nella meravigliosa sinagoga spagnola, ma quello che cercava quel giorno poteva trovarlo solo in quell’antica e sacra costruzione.
Arrivò in fondo alla sala principale e aprì una piccola porticina di legno che si trovava sulla sinistra. Oltre la porta una stretta scala a chiocciola portava alla soffitta.
Dal giorno della morte di Löw solo il rabbino incaricato del rito poteva accedere oltre quella porta. Non c’era sorveglianza, ma nessuno si sarebbe mai sognato di violare l’ordine emesso dal Rabbi Löw in persona.
Josef salì i gradini con una calma che tradiva il suo nervosismo. Di solito era un uomo scattante e rapido in ogni cosa. Quel giorno procedeva lentamente e spesso si soffermava a riflettere. Il rito del sangue malvagio andava portato a termine e lui non poteva fallire.
Ogni anno era tramite un sogno premonitore che il consiglio sceglieva l’incaricato del rito. Quando disperavano ormai di poter leggere i segni della premonizione, il saggio Löw comparve nei sogni del vecchio Rabbi Anton, il più anziano di tutti loro: il nome del protettore provvederà al sangue.
Il consiglio aveva discusso ben poco prima di scegliere lui. Josef, il nome del Golem, il loro protettore.
I prescelti degli ultimi anni avevano pagato con il sangue della propria vita, strappata in modo violento sulla lapide scura di Löw. Ma Josef non intendeva sacrificarsi in prima persona e aveva provveduto diversamente.
Alla fine della rampa di scale si trovò di fronte un’altra porta. Tirò fuori la chiave che gli era stata assegnata e la infilò nella serratura. Il meccanismo scattò con facilità e Josef spinse leggermente la porta in avanti, aprendola sul buio di una piccola stanza.
Rimase sulla soglia senza entrare e attese che gli occhi si abituassero alla scarsa luminosità. La stanza aveva un soffitto basso e le pareti dell’angusto locale erano sgombre. Quando gli occhi si furono abituati poté scorgere al centro della stanza, distesa sul pavimento di pietra grezza, la sagoma scura del Golem.
Sentì un brivido corrergli lungo la schiena e per un breve istante il terrore gli bloccò il respiro. Solo il prescelto poteva accedere a quella stanza.
E il puro. Dopo ogni rito veniva scelto dal popolo del ghetto un essere puro per riportare in quella soffitta ciò che il prescelto sottraeva prima del rito.
Ma in quel momento c’era solo lui, Josef, e pochi metri più avanti, paurosamente inanimato, il Golem, Josef pure lui, in attesa del sangue che avrebbe dovuto placare la sua ira e il suo dolore.
Il rito per la creazione del Golem era complesso e rischioso e nessuno dopo il tentativo riuscito da Löw si era arrischiato a provare ancora. E poi nessuno era sicuro di conoscere alla perfezione tutti i procedimenti. C’erano molti testi e altrettante versioni di quel sacro rito della vita, ma nessuno avrebbe saputo dire quale era la via giusta da percorrere. Il segreto era scivolato nel buio quando la morte era riuscita a beffare l’astuto Rabbi Löw, trascinandolo con sé nel mondo del silenzio.
E poi la gente del ghetto aveva già un protettore, un Golem di cui occuparsi e del quale placare l’ira. E il Golem riconosceva un solo padrone: il suo creatore. Rabbi Löw era l’unica persona che poteva controllare quell’essere d’argilla e sangue. Ma il saggio rabbino era morto da quasi trecento anni e la sua creatura rimaneva fedele all’ultimo desiderio che l’anziano uomo aveva sussurrato alle sue orecchie.
A quel tempo il popolo ebraico non era più in pericolo e Löw aveva deciso di concedere il meritato riposo alla sua creatura. Correva l’anno 1593. Nella soffitta della sinagoga aveva compiuto il rito inverso a quello della creazione e il sangue era defluito dal corpo argilloso del Golem Josef. Un istante prima che l’ultimo barlume di vita si spegnesse il rabbino si era chinato e senza farsi udire dai suoi due aiutanti aveva mormorato: «troverai la via del risveglio una volta l’anno e se il nostro popolo sarà in pericolo ti ciberai con il sangue malvagio dei nostri nemici, prima di ritrovare la strada del sonno della non vita. Ogni anno a partire dal giorno in cui la perfida signora mi porterà con sé. Solo il sangue malvagio saprà placarti. Solo il sangue malvagio che scorrerà nelle tue vene.»
Ma in punto di morte Rabbi Löw aveva ripensato alle sue parole. Quello che frettolosamente aveva mormorato all’orecchio del quasi inanimato Golem poteva essere male interpretato. Se il Golem Josef si fosse risvegliato nessuno sarebbe stato in grado di controllarlo. Senza il sangue malvagio avrebbe distrutto ogni cosa.
Chiamò frettolosamente un suo discepolo e con le ultime forze, ansando e prendendosi lunghe pause, lo istruì. Da quel giorno, ogni anno, il rito si ripeteva. Nel corso dei secoli era cambiata la forma e il modo, ma una sola cosa rimaneva la stessa: il sangue malvagio.
Alla fine Josef si fece coraggio ed entrò nella stanza. Bastarono due passi per trovarsi ai piedi del suo omonimo. La forma argillosa spiccava scura al di sopra del pavimento grigiastro della stanza. Il Golem era ricoperto da un Tachrichim, telo mortuario, intriso di sangue secco. Josef si rese conto che da quando era entrato stava trattenendo il respiro e con uno scatto fulmineo si abbassò sull’imponente figura allungando una mano per raccogliere il telo.
Le leggende narravano che il Tachrichim che ricopriva il golem era appartenuto a un bambino morto durante un’inspiegabile epidemia che aveva colpito tutti i bambini del ghetto alla fine del sedicesimo secolo. Le stesse leggende raccontavano che il Rabbi Löw riuscì a strappare il Tachrichim all’anima errante di uno dei fanciulli morti e, in modo ancora del tutto oscuro, a porre fine all’epidemia.
Con il telo del ragazzo aveva poi ricoperto la sua creatura oramai inanimata. Il popolo del ghetto è ancora convinto che l’anima del ragazzo vaghi senza riposo all’interno delle mura del Bethchajim.
Josef non sapeva se credere o meno a quelle storie, ma sapeva che per il rito del sangue malvagio quel telo era essenziale. Una volta preso il Tachrichim lasciò la stanza con due rapidi passi e si chiuse la porta alle spalle.
Quando rientrò nella sala principale della vecchia sinagoga trovò Jizchak che lo attendeva seduto su uno degli sgabelli. Quando lo vide entrare il ragazzo si alzò e mosse alcuni passi verso di lui. Jizchak era uno dei suoi migliori allievi e insieme ad altri ragazzi stava terminando i preparativi per il rito.
«È tutto pronto?» chiese Josef di gettò, per mascherare il nervosismo che lo attanagliava.
«Tutti i preparativi sono stati ultimati mio signore» lo rassicurò il ragazzo. Era ancora molto giovane, ma i lineamenti decisi del suo volto e gli occhi scuri e profondi lo facevano sembrare più grande di quanto in realtà fosse.
«Molto bene» annuì l’uomo. Alzò le mani a mezza altezza e mostro il telo al ragazzo. «Questo è il Tachrichim del Golem Josef. Berrà il sangue per lui.»
Il ragazzo annuì senza dire nulla.
«Ora và e prepara tutti al mio arrivo. Un’ora prima della mezzanotte sarò con voi.» Il ragazzo lasciò la sinagoga e Josef si ritrovò di nuovo solo, con il telo intriso di sangue e le sue paure.
Si sedette su uno sgabello di legno e attese il momento giusto. Aveva poche ore e voleva passarle in meditazione.
Da Josef il sangue per Josef. Ma lui avrebbe recitato la parte del carnefice, il malvagio. Dopotutto quello che contava era il sangue. E lo avrebbe avuto.
Quando uscì dalla sinagoga la notte era scura e silenziosa. Il vecchio cimitero era a poche centinaia di metri e impiegò solo pochi minuti a giungere presso le mura. Ignorò l’ingresso principale e si diresse verso il lato orientale del Bethchajim. La lapide di Rabbi Löw era su quel lato e da molti anni era proprio in quel punto che il rituale aveva luogo. Non che avesse un valore particolare, ma non potendo utilizzare la soffitta della sinagoga, ogni luogo era adatto. In quel modo onoravano anche la memoria del saggio rabbino.
Quando lo vide arrivare Jizchak gli andò incontro ancora una volta. Josef gli fece un cenno con la testa e indicò la lapide scura che si stagliava in lontananza. Tutt’intorno erano state accese decine di candele e la luce si rifletteva in modo tetro e inquietante contro le sacre lapidi circostanti.
Josef si fermò a pochi passi dalla luogo di sepoltura del Rabbi Löw e si inginocchiò per pregare. Alle sue spalle il ragazzo lo imitò. Quando ebbe terminato si alzò di nuovo in piedi e rivolgendosi al giovane disse: «possiamo cominciare.»
Il ragazzo si allontanò e dopo pochi istanti decine di figure emersero dall’ombra e si avvicinarono, fermandosi a una decina di metri. Quando Josef alzò le braccia al cielo tutti insieme intonarono un canto lamentoso di preghiera. Il suono si propagò nell’aria e giunse in ogni angolo del vecchio cimitero. Josef chiuse gli occhi e cercò all’interno di sé la giusta predisposizione al compimento del rito.
Dopo alcuni minuti si voltò e si rivolse a un uomo poco distante da lui. Gli fece un cenno. L’uomo annuì e per alcuni minuti sparì nell’ombra fitta del cimitero. Quando ricomparve con lui c’era una ragazza che indossava solamente un candido Tachrichim. L’uomo la condusse davanti a Josef e si inchinò in segno di saluto. Era un uomo alto dalle spalle larghe e braccia possenti. Era molto saggio e benvoluto da tutta la comunità. Il suo nome era Reb ed era sicuramente il personaggio più carismatico della comunità ebraica di Praga.
Josef squadrò la ragazza dalla testa ai piedi. I lunghi capelli mori le scendevano fino oltre le spalle e i suoi occhi scuri si confondevano con l’oscurità della notte. Non era molto alta, ma sotto il telo morbido si intuivano forme di generosa armonia. L’aria non era fredda, ma la ragazza tremava, probabilmente scossa dal terrore. Non sapeva con esattezza quello che stava per accadere, ma il timore scorreva caldo nel suo sangue.
Tutto era pronto.
Josef fece un gesto rivolto a Reb e questi si avvicinò di nuovo alla ragazza. L’uomo l’aiutò a togliere il Tachrichim e dopo alcuni istanti la ragazza rimase nuda al centro del cerchio di uomini. La luce delle candele giocava sulla sua pelle dorata e il gioco di ombre accentuava la sinuosa perfezione del suo corpo.
Josef porse il telo sacro del Golem a Jizchak, si avvicinò alla ragazza e diede inizio al rito.
«Sei tu, Ziperl, servitrice devota del popolo di Israele?» Josef alzò la voce e allo stesso tempo levò le braccia al cielo.
«Sì, mio signore» la voce della ragazza era debole. Era completamente nuda nel bel mezzo di un cimitero, circondata da uomini saggi e inquietanti.
«Siamo qui questa sera per rinnovare il rito del sangue malvagio. Il nostro protettore, il Golem Josef, chiede il suo tributo di malvagità e noi, suoi padroni e schiavi, renderemo omaggio per il suo servizio. Per il popolo e per la vita.»
Si voltò verso gli uomini intorno a lui e tutti ripresero a cantare, in tono sommesso e solenne.
«Io, Josef, mi farò carnefice e lascerò la via del bene per quella del maligno. Strapperò il sangue della purezza e lo maledirò con la malvagità irrazionale dell’odio. E per un anno ancora il sonno del protettore rimarrà profondo e indisturbato.»
Due uomini si avvicinarono alla ragazza e la invitarono a sdraiarsi a terra, ai piedi della scura lapide di Löw. La ragazza tremava vistosamente e la paura sembrava averla bloccata. A stento riuscirono a farla sedere e una volta a terra la ragazza si gettò su un fianco chiudendosi le gambe contro il petto. Il canto degli uomini continuava ininterrotto, ma Josef poteva udire i deboli singhiozzi di Ziperl, la bella fanciulla scelta per il sacrificio.
Poi Josef si chinò di nuovo e per alcuni minuti si dedicò a preghiere di purificazione. Il gesto di per sé era malvagio e indispensabile, ma cercava lo stesso di alleviare il peso di quello che stava per compiere. Nonostante tutte le preghiere il sangue che sarebbe scivolato via dal corpo della fanciulla sarebbe stato sangue malvagio, figlio della violenza.
Infine si alzò ancora una volta e si rivolse a Jizchak allungando verso di lui una mano in un gesto esplicito. Il ragazzo si avvicinò e tenendolo per la lama consegnò al Rabbi Josef il lungo coltello del rito. Quella lama era l’unica cosa rimasta invariata nel rito in tutto quegli anni. Anche quella sera avrebbe svolto il suo dovere.
Josef afferrò l’impugnatura dell’arma e tornò a voltarsi verso il corpo della ragazza. Era il momento più difficile.
L’uomo di inginocchiò verso la ragazza e strinse entrambe le mani intorno all’impugnatura del coltello. Ziperl era sempre piegata di lato e porgeva il fianco destro verso il rabbino. Nei suoi pensieri Josef aveva sempre immaginato di colpire al cuore, ma quella sera le sue convinzioni vacillavano. Il fianco della ragazza era un ottimo bersaglio e avrebbe servito lo stesso alla causa.
All’ultimo istante la ragazza voltò la testa e fissò Josef nel momento in cui alzava la lama per colpire. L’uomo incrociò il suo sguardo e gli occhi spalancati della ragazza per un momento lo bloccarono. Doveva essere terrorizzata, ma in quel momento il Rabbi Josef sembrò leggere meraviglia più che paura. Sorpresa piuttosto che disperazione. A quel punto Ziperl urlò.
Il colpo arrivò improvviso e violento. La lama colpì Josef dietro la nuca e quasi troncò la testa dal collo. Per un breve istante la figura del rabbino rimase immobile, le braccia alzate con il coltello impugnato e la schiena inarcata all’indietro per preparare il colpo.
Quando Reb tirò indietro l’ascia il corpo del rabbino si accasciò al suolo, precipitando contro il corpo della ragazza.
Ziperl continuava a gridare senza trovare la forza di divincolarsi dal peso dell’uomo, ma gli uomini intorno a lei giunsero prontamente a sollevare il corpo di Josef.
Pochi metri più indietro Jizchak aveva sistemato a terra il Tachrichim del Golem e gli uomini trascinarono il corpo sanguinate del rabbino per adagiarlo sul telo. Presto il sangue che defluiva copioso dalla ferita intrise di nuovo il telo, mentre tutt’intorno gli uomini avevano fatto un cerchio stretto intorno al cadavere del prescelto.
«E così quest’anno il malvagio si è impadronito delle mie braccia» mormorò Reb rivolgendosi all’anziano rabbino al suo fianco, il vecchio Anton.
«Il nome del protettore provvederà al sangue. Questo mi ha detto il saggio Löw in sogno.»
«E lo abbiamo avuto, seppure con l’inganno» confermò Reb, continuando a fissare il corpo senza vita di Josef.
«Con la saggezza,» ribatté Anton, «non con l’inganno. Tutti conoscevamo il Rabbi Josef. Non avrebbe mai pagato di sua volontà con il sangue della propria vita.»
«E lo abbiamo indotto a credere di avere trovato una soluzione diversa.»
«Ma era il suo sangue che ci serviva. Il messaggio era chiaro.»
Reb si voltò e gettò un’occhiata alla ragazza, seduta pochi metri più in là. Aveva recuperato il telo pulito che aveva all’inizio e lo aveva indossato di nuovo. Uno dei suoi allievi era al suo fianco e cercava di tranquillizzarla. Sembrava esserci riuscito almeno in parte.
«Potremmo avere trovato anche la pura che porterà al Golem il suo telo di sangue malvagio» azzardò Reb rivolto al vecchio Anton.
«Ziperl?» chiese l’uomo. Reb annuì.
«Le chiederemo questo ultimo favore» concordò Anton.
«Recupero il Tachrichim e la conduco nella sinagoga» assicurò Reb. Non attese la risposta di Anton e si mosse verso il cadavere del rabbino per raccogliere il telo intriso di sangue.
Poi uscì dal cerchio di uomini e stringendo il telo nella mano sinistra si avvicinò alla ragazza. La guardò negli occhi e notò che il terrore aveva quasi del tutto abbandonato il suo cuore. Le sorrise.
«Vieni ragazza. C’è un’ultima cosa che devi fare per noi, poi sarai libera.» La ragazza annuì e si alzò.
Quando Reb si mosse per uscire dal vecchio cimitero Ziperl lo seguì. Nel momento in cui stavano per entrare nella Sinagoga Vecchia Nuova in lontananza sentirono alzarsi un nuovo canto. Alle loro spalle, tra le mura del Bethchajim, gli uomini del ghetto, guidati dalla saggezza del vecchio Anton, stavano dando sepoltura al corpo del Rabbi Josef.

© Andrea Franco



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