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La Famiglia Winshaw
di Jonathan Coe
Pubblicato su SITO


Anno 2003 - Feltrinelli
Prezzo € 8 - 480 pp.
ISBN 2147483647

Una recensione di Laura Narcisi
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Prima di convolare a giuste ferie, vi consiglio un libro non proprio recente (prima edizione italiana 1995), ma che prima o poi va assolutamente letto, così che arriverete più ferrati al prossimo anno mediatico. Manuale cult di storia (romanzata, ma non troppo) imprescindibile per chi gli anni ’80 se li ricorda con chiarezza, vivamente consigliato alle generazioni successive.
La manina dell’autore è quella inglese doc di Jonathan Coe, che aveva partorito la sua opera con un titolo più consono al genere: “What a carve up!”, cioè “Che casino!”, locuzione che allude a un vecchio film inglese del 1961 con Sid James, Kenneth Connor e Shirley Eaton, che accompagna il protagonista attraverso la trama del romanzo. Capisco che il lettore italiano possa sentirsi escluso da questo dialogo cinematografico in dialetto strettissimo tra l’autore e i suoi compaesani, ma le virtù del libro sono altre, perciò continuate con fiducia ad addentrarvi nell’intreccio, che si presenta più o meno così: il protagonista è un bravo ragazzo volenteroso e talentuoso, ma un po’ sfigato, con relazioni sociali mediamente assenti, relazioni affettive disastrose, un tessuto sociale che si ostina a ignorarlo, un sistema che lo sfrutta e una depressione incipiente alla soglia dei trenta; vale a dire uno di noi.
A un certo punto della sua normalissima esistenza, prima per caso e poi per destino, come si conviene, interseca il sentiero degli Winshaw, grande famiglia dynasty-ca che cavalca l’onda del potere e dei soldi da circa un secolo.
Possiamo considerare gli Winshaw come una metafora della storia sociale e politica del ‘900 e di conseguenza, i rapporti tra genitori e figli, fratelli e sorelle, zii, cugini, nipoti, e i relativi odi, simpatie, alleanze, vizi e virtù, altro non sono che la trasposizione in fabula di ciò che il mondo ha ordito mentre eravamo intenti altrove.

LEGENDA:
Henry = la politica senza arte né parte, senza bandiera, ma schierata sempre in prima fila, dietro il vincitore, sullo sfondo dei tacheriani anni ’80.
Thomas = la finanza spietata, che specula su tutto e inevitabilmente anche su se stessa.
Mark = l’economia dedita unicamente al profitto (delle classi dirigenti) e voltagabbana nell’anima, quella, per intenderci, che pasceva di armi Saddam.
Hilary = l’informazione volutamente svuotata di contenuti, resa gossip, per lo svago (dalle cose serie).
Dorothy = la sanità scissa in due: quella privata ed efficiente per l’elite, quella pubblica svenduta e sventrata per la massa.
Roddy = la cultura come veicolo di propaganda, buona solo per intrattenere gli ospiti negli incontri mondani dove si conducono gli affari.
Zia Tabitha = la bocca della verità tacciata di follia, che della follia si veste per difendersi.
Zio Mortimer = deus ex machina vendicatore che si risveglia dal torpore alla fine del dramma.

E così il professor Coe sale in cattedra e ci fa lezione di storia contemporanea, ma tentato dal fascino del punto di vista di “Capitano, o mio Capitano”, e desiderando per sé un uditorio attento e appassionato, sovverte la gerarchia letteraria e addolcisce l’amara pillola storica (e quanto amara!) nello zucchero di una narrazione fantastico-fantasiosa, che culmina con un classico dell’horror: un maniero isolato nella campagna inglese, una notte buia e tempestosa, gli ospiti convocati per la lettura di un testamento, un assassino dall’identità sconosciuta che da il via a una catena di delitti a tema grottesco, e addirittura – udite udite! – un maggiordomo della stessa scuola di Lerch e una vecchia armatura che si anima!
Morale della storia: di fatto non c’è. I cattivi muoiono, ma solo nella fantasia gotica di Coe, quindi giustizia non è fatta. Appunto. Dobbiamo rassegnarci, ma almeno abbiamo imparato la lezione.


Una recensione di Laura Narcisi






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