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Horcynus Orca
di Stefano D’arrigo
Pubblicato su SITO


Anno 2003 - Rizzoli
Prezzo € 25 - 1095 pp.
ISBN 9788817872287

Una recensione di Riccardo Fraddosio
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Horcynus Orca

Ciò che a prima vista appare evidente, nel leggere l’Horcynus Orca di D’arrigo, è la moltitudine di riferimenti religiosi, epici, mitici, neorealistici, letterari e storico-politici che fanno da sfondo a quella che non esito a definire un’opera grandiosa, un monumento di sempre della letteratura italiana. L’Horcynus ha una struttura a strati; a ognuno di essi corrisponde un livello interpretativo, di modo che i vari episodi si possono leggere in chiave metafisico-religiosa, storico-politica, psicologico-antropologica, e in certi casi in chiave epistemologica.
L’invenzione linguistica di D’Arrigo non è ascrivibile al neorealismo e allo sperimentalismo degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso. Alla base dell’opera non c’è solo la volontà di rendere più viva la lingua, ampliandone le potenzialità espressive tramite un lavoro di ricerca sulla tradizione plurilinguistica dell’Italia. D’Arrigo parte da un vuoto, da un’assenza, allo scopo di dire parole nuove, mai pronunciate prima. Viene così alla luce una lingua sconosciuta, del tutto originale: prima ancora che scrittore, D’Arrigo è un poeta che si pone in una situazione diacronica ovvero di anticipo rispetto ai romanzieri. Chiaramente si tratta solo di un’ipotesi, che però ha il pregio di rendere maggiormente intelligibile il dispetto che D’Arrigo provò nel vedere, su “Il Menabò”, i Giorni della fera (titolo della prima versione dell’opera) accompagnati da un glossario, come se si trattasse esclusivamente di tradurre un dialetto, e non invece di calarsi in un nuovo universo semantico, fatto di regole uniche e non traducibili perché create dall’autore stesso.
Nella lettura del volume non si può non ravvisare un parallelismo con l’Odissea, e una particolare attenzione al tema del ritorno. È stato notato, in un bellissimo saggio di Giancarlo Alfano, che vi è una profonda differenza fra il ritorno di Ulisse e il ritorno del personaggio principale dell’opera di D’Arrigo, ‘Ndrja. Itaca è infatti un luogo di purezza, inalterato dal conflitto, mentre quello di ‘Ndrja è un movimento “dalla guerra alla guerra”. Tuttavia non si può non rilevare che anche la terra di Odisseo viene in sua assenza invasa dai Proci, i quali come è noto insidiano Penelope, e che solo dopo un conflitto contro questi ultimi si può ristabilire una situazione di purezza originaria, e in ciò si potrebbe forse riscontrare un’analogia con lo Stretto invaso dagli angloamericani. Ciò che invece diverge coincide con l’assenza di un epilogo positivo, che nell’Odissea è reso possibile dall’intervento della Dea Atena, la quale ammansisce gli abitanti di Itaca che accusano Odisseo di essere responsabile della morte di due generazioni di uomini.
Lo scenario apocalittico che fa da sfondo all’Horcynus avvicina D’Arrigo a grandi autori, come ad esempio al Beckett di Finale di partita. La battuta pronunciata da Hamm, “Fuori di qui è la morte”, potrebbe essere pronunciata dallo stesso ‘Ndrja se quest’ultimo non ricusasse l’idea di nascondersi e di trincerarsi in un bunker, preferendo invece vagare fra le macerie della guerra come uno spettro fra gli spettri; come un sopravvissuto, direbbe Adorno, a cose cui nemmeno i sopravvissuti possono sopravvivere, ossia ai drammatici eventi della seconda guerra mondiale, simboleggiati dalla figura terrifica dell’orcaferone.
Nell’Horcynus è presente il grande tema dell’insensatezza e dell’irrazionalità dell’esistenza, che raggiunge il culmine nell’episodio lacerante della morte di ‘Ndrja, sopravvissuto alla guerra e ucciso proprio in un momento di spensieratezza, colpito da un proiettile partito da una portaerei inglese. La tematica avvicina D’Arrigo al Kafka più interessante, tanto che sarei tentato di applicare all’Horcynus la proposta di Erich Fromm relativa a Il processo, ossia di leggere l’opera come se si stesse ascoltando un sogno, allo scopo di coglierne al meglio i riferimenti simbolici. E in effetti, non appena si inizia a leggere l’Horcynus, la prima sensazione che si ha è quella di entrare in una dimensione onirica, lirica, magica.
Un altro tema importantissimo è quello dell’eros, che nell’Horcynus assume diverse forme e si snoda a partire dalla vicenda di Cata (e dal tribolo sui ferribò delle Femminote), approda alla narrazione delle prime esperienze sessuali di ‘Ndrja e dei suoi amici d’infanzia, e culmina con Ciccina Circé che si prostituisce ai soldati inglesi. La sessualità non viene mai descritta come qualcosa di dolce, bensì come un atto avido, denso di passione; come un qualcosa, forse, che riconduce l’uomo alla sua origine ferina. In questo quadro c’è anche posto per episodi che hanno come centro di gravità l’amore, e che sono commoventi e sublimi: basti pensare a Caitanello e all’Acitana, o a ‘Ndrja e Marosa.
Ciccina Circé unisce il tema dell’amore a quello dell’eros, rendendo la narrazione più ricca e sfaccettata (e forse più ambigua). Questa figura di “femminota” è in effetti un campionario completo delle metamorfosi femminili. Dapprima appare come una maga, tanto che ‘Ndrja, ragazzo passionale e tumultuoso, si risente e si preoccupa:
 
Ma che crede? fece lui, rintuzzandola. Crede forse di potermi suonare la campanella come alle fere?   
Poco dopo avviene però un rovesciamento narrativo magistrale: Ciccina Circé, è vero, ammalia le fere con il suo scampanellio; ma lo fa per non incappare nei cadaveri dei soldati italiani, quei “meschini alla deriva”. Lo fa insomma perché le fere li scansino, dispensandola da una visione che lei con il suo cuore fragile non potrebbe mai sopportare, soprattutto a causa del ricordo doloroso del suo Baffettuzzi morto in guerra. Quando ‘Ndrja è sul punto di impietosirsi avviene un’ulteriore metamorfosi, e Ciccina appare come “Una zingara che si trasforma, sotto gli occhi, in questo e in quello, e lascia questo e piglia quello”.
Infine ‘Ndrja si “disobbliga” per il passaggio, e l’ineffabilità muliebre di Ciccina Circé viene sottolineata anche dalla descrizione del suo corpo:
 
Dove lo toccava, il corpo di lei gli pareva stranamente molle, sfuggente e come imprendibile.
Nell’Horcynus si accumulano episodi, affreschi e flussi di coscienza, scanditi dal ritmo ondivago della prosa, a tratti dolce a tratti aspro, che sembrerebbe ricalcare il movimento del mare. Non posso non menzionare il bellissimo episodio della furia di ‘Ndrja (la cosiddetta “incazzatoria”), che si indigna di fronte al degrado morale dei “pellisquadre cariddoti”, i quali in tempo di guerra sembrano aver perduto il loro aspetto tradizionale (la pelle dura, appunto) e che adesso, a causa della loro miseria materiale, sembrano ragionare come “femminelle”. Emblema di questo degrado è senz’altro Luigi Orioles, “un malo fenomeno, un abominio di natura”. In poche parole, il tramonto di un idolo.
È estremamente suggestivo anche il lungo passaggio relativo al “ferone”, nome che i pellisquadre cariddoti danno all’orca per il fatto misterioso di avere la coda simile a quella della “fera” (così, infatti, è chiamato il delfino dai pescatori di Cariddi). La figura dell’orcaferone assume diversi significati, sicché dapprima è la rappresentazione della Morte e dell’orrore apocalittico della guerra:
Era l’Orca, quella che dà la morte, mentre lei passa per immortale: lei, la Morte marina, sarebbe a dire la Morte, in una parola.
In un secondo momento però, quando l’orca dona la sua manna (la cicirella), viene quasi divinizzata dalle femminelle, e appellata come “dolce elemosiniera”, come “anima generosa e pia”, un atteggiamento di ammirazione e riverenza che culmina in questa battuta di Cosimo Sardello:
Oh, pare che trovò la trovatura, l’animalone… Oh, scasa e scasa la cicirella, scasa che pare che Dio disse cicirella.
A partire da questo passaggi l’orcaferone prende a configurarsi come una divinità negativa, come l’unica traccia del divino ancora presente sui mari dello scill’e cariddi. Un divino che però si lascia morire, si sacrifica, e che nel suo essere la Morte con la M maiuscola dà morte a se stesso lasciandosi scodare dalle fere.
I retaggi religiosi, in particolare il tema del sacrificio, accompagnano numerosi passaggi dell’Horcynus. Si pensi, ad esempio, a come proprio durante l’abbrivio della narrazione ‘Ndrja venga chiamato “Moo…sè… Moo…sé…” da Boccadopa, o di come la frase “si fece lontana la barca, ‘Ndrja”, pronunciata ossessivamente da Luigi Orioles, si trasformi lentamente in “Barca, ‘arca…’arca…’arca”. Il riferimento è preciso e non si può fraintendere. ‘Ndrja deve accettare la proposta del Maltese: deve vogare per guadagnarsi le mille lire e comprare una nuova palamitara ai pellisquadre: deve farlo perché la palamitara, simbolicamente, è l’arca che metterà in salvo l’identità più intima dei pescatori cariddoti, salvandoli dal disastro universale della morte che regna ovunque. Per fare questo tuttavia ‘Ndrja sarà costretto al sacrificio della morte.
Né si può trascurare un’altra immagine con forti implicazioni simboliche, quella evocata da Luigi Orioles nei confronti della Dea della Morte, “di quella smisurata funeraglia”: qui l’orcaferone viene paragonata a Benito Mussolini in persona.
Nell’Horcynus Orca si troveranno anche passi densamente teoretici, come quello relativo alla figura del vecchio “linguto e occhiuto” che intrattiene ‘Ndrja con una lunga dissertazione relativa alle differenze fra il “vistocogliocchi” e il “sentitodire”. In tal senso mi sembra senza dubbio interessantissima la discussione fra Monanin e il povero Crocitto, che passa il tempo a struggersi per la sua zita. Quest’ultimo non riesce a comprendere come la fera possa essere considerata un essere musicale, degno di rispetto e ammirazione da parte degli uomini. Monanin, in questo episodio, incarna da un lato l’arroganza di un imperialismo che calpesta le culture dei popoli dello Stretto, e dall’altro dà modo all’autore di avere un contraddittorio nei confronti del quale far valere la sua concezione epistemologico-linguistica, rappresentata icasticamente da questa battuta:
E lei insiste a mettere sempre avanti la parola…> sbuffò Crocitto.
Crocitto si fa portavoce di una concezione diversa della lingua, più aderente alle cose, più esatta e di conseguenza maggiormente potente sul piano espressivo; Monanin si lascia invece sedurre dalle parole imposte, accogliendole senza una riflessione e un confronto con le cose in se stesse, e le parole imposte finiscono inevitabilmente per condurre a un pensiero stolido e balbuziente, incapace di dire e comprendere la profondità del reale.

 Molto banalmente, forse perché non ascrivibile alle tendenze dell’epoca, si è considerato D’Arrigo un autore “inattuale”; ma bisognerebbe comprendere in che cosa risieda tale presunta inattualità. Certo è che la sua prassi letteraria supera le restrizioni della modernità, rifiuta una linearità falsamente teleologica e mira direttamente, senza mediazioni, all’assoluto. In tal senso si può affermare che D’Arrigo sia un pensatore profondamente anti-storicista, la cui poetica si smarca dalla contingenza e punta direttamente all’eternità. Nel suo essere inattuale, insomma, narra una vicenda universale, sospesa sul tempo, evocando una conditio humana, un archetipo, un viaggio che hanno vissuto tutti coloro che hanno conosciuto le atrocità e le assurdità della guerra.


Una recensione di Riccardo Fraddosio






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