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Gente di Dublino
di James Joyce
Pubblicato su SITO


Anno 2010 - Newton Compton
Prezzo € 6 - 192 pp.
ISBN 9788854120433

Una recensione di Andrea Coco
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Gente di Dublino

“Gente di Dublino” è la prima grande prova narrativa di James Joyce, un’opera compiuta in sé e allo stesso tempo introduttiva alla più complessa produzione di “Dedalus” ed “Ulisse”.

Il libro è formato da quindici racconti, scritti nel 1906 ma pubblicati soltanto nel 1914 perché rifiutati dagli editori a causa della loro audacia narrativa e del realismo con cui descrivevano le miserie umane.

Un rapporto non facile quello che intercorreva fra lo scrittore e l’editore se Joyce nel maggio del 1906 in una lettera all’editore Grant Richards diceva: “La mia intenzione era di scrivere un capitolo della storia morale del mio paese e ho scelto Dublino come scena perché quella città era il centro della paralisi. Ho cercato di presentarla al pubblico indifferente sotto quattro dei suoi aspetti: infanzia, adolescenza, maturità e vita pubblica. I racconti sono posti in questo ordine…Non posso fare di più, né cambiare quello che ho scritto”.

E date le premesse e la divergenza d’opinioni tra i due, Joyce dovrà aspettare altri sette anni prima di vederla stampata nel giugno 1914 con Grant Richards.

Il centro della scena Dublino, città racchiusa nel passato, con le sue birrerie fumose, il vento freddo che spazza le strade ed i suoi bizzarri abitanti, custodi acritici di una identità religiosa, il cattolicesimo, e culturale, il mondo celtico.

Nella Dublino descritta da Joyce colpisce quanto sottile sia la soglia che separa i vivi dai morti, sottile e così permeabile da creare zone neutre dove avvengono strane contaminazioni. Il libro non parla di fantasmi nel senso più puro della parola, ma di un passato che non passa e condiziona il presente: i personaggi del libro non riescono ad andare avanti, ad evolversi. Tutti vivono nel passato, vuoi perché il presente è miserevole vuoi perché la dominazione inglese li ha costretti a riscoprire la propria identità nazionale per distinguersi dall’occupante, per difendersi da lui. Non sfugge a questo nemmeno la chiesa, gelosa custode della propria identità religiosa in modo del tutto acritico, fino ad uno sterile formalismo. Tutto si ripete stancamente e senza speranza alcuna di cambiamento.

In questo rinchiudersi in sè anche i colori acquisiscono un valore simbolico negativo: marrone è la terra dei cimiteri e dei quartieri periferici. Verde è il simbolo della marcescenza e della putredine. Altri segnali sono indicatori di un mondo sospeso fra frustrazione ed accidia, malinconia e mania, simboli premonitori di una strisciante paralisi che affiora nei dettagli, sia naturalistici sia di gesti o cose appartenenti agli esseri umani.

I personaggi stessi sono rappresentati con pochi tocchi fisici e caratteriali quanto basta per caratterizzarli e farli assumere a ciò devono rappresentare agli occhi del lettore.

Socialmente parlando, i dublinesi tratteggiati da Joice appartengono al ceto medio, non sono né miserabili né aristocratici, dei condannati a trascinarsi in un percorso circolare tra le vie della città, una marcia forzata che si concluderà solo con la fine della propria esistenza materiale.

A prima vista, ogni storia sembra la descrizione d’eventi banali, dove non accade nulla di rilevante, ma in realtà scavando tra le righe, emerge un mondo ricco di simboli che richiamano avvenimenti e circostanze di valore universale, valori che fanno di “Gente di Dublino” un capolavoro della letteratura contemporanea.

Stilisticamente parlando Joyce è un raffinato scrittore, perfettamente in grado di saper combinare le caratteristiche stilistiche della lingua inglese con la struttura narrativa del racconto e con l’abilità di saper fare un ritratto psicologico e figurativo dei personaggi.

Strutturalmente parlando, invece, i racconti possono essere riuniti in gruppi, che hanno ciascuno in comune alcuni argomenti cari allo scrittore.

Le Sorelle; Un Incontro; Arabia mettono a fuoco lo sviluppo fisico e psichico dell’eroe narratore e del suo mondo sospeso tra infanzia ed adolescenza. Nello specifico, “Due sorelle” rappresenta la vita miserabile, ottusa e bigotta dell’Irlanda joyciana. “Un incontro” sviluppa il tema teologico dell’orgoglio ed “Arabia” segna il crollo della fede.

Eveline; Dopo la corsa; Due galanti; Pensione di famiglia sono quattro storie dedicate all’adolescenza e alla giovinezza.

Da segnalare “Eveline”, una perfetta rappresentazione, secondo i parametri dell’autore, della paralisi psicologica che immobilizza gli abitanti di Dublino.

Una piccola nube; Rivalsa; Polvere; Un caso pietoso è una serie di quattro racconti destinati alla maturità.

Nel caso di “Una piccola nube” e “Rivalsa”, il protagonista è impiegato in uno studio legale e cerca altrove compensazioni alle frustrazioni dell’ambiente in cui vive. “Polvere” è all’apparenza un racconto semplice, la descrizione realistica del povero mondo delle lavandaie, ma è, invece, una delle storie più complesse sotto il profilo simbolico. “Un caso pietoso” sviluppa ulteriormente il tema della mancanza d’amore già trattato nei tre precedenti racconti.

Il giorno dell’edera nell’ufficio elettorale; Una madre; La grazia è una trilogia incentrata sulla vita pubblica. Le tre storie presentano rispettivamente tale argomento sotto il profilo della vita politica, culturale e religiosa del paese.

In particolare “Il giorno dell’edera” è la descrizione della squallida celebrazione dell’eroe nazionale Parnell, evento che culmina nella lettura di una poesia, un concentrato di frasi retoriche, un’allusione ad un paese che ha perso il proprio punto di riferimento ideologico.

“Una madre” racconta le mediocri ambizioni culturali dublinesi e gli interessi economici che vi gravitano attorno.

“La Grazia” è una parodia della divina Commedia, un analogo viaggio dantesco attraverso l’Inferno, il Purgatorio ed il Paradiso, compiuto dal protagonista per riscattarsi dalle sue colpe. La storia termina con la sua riabilitazione mediante una messa che a ben poco di evangelico.

In una prima stesura a questo racconto toccava il compito di chiudere l’opera e pertanto doveva riassumere alcuni dei temi già trattati nel libro.

I Morti, una novella che si colloca a metà strada tra il racconto ed il romanzo breve, è considerata da molti critici un autentico capolavoro della letteratura contemporanea alla stregua di “Morte a Venezia” di Thomas Mann e “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad con le quali condivide l’intensità narrativa.

Come “La grazia”, ma in modo più articolato e complesso, il racconto riepiloga, sublimando, temi e simboli, vizi e virtù dell’intera raccolta.

L’opera è strutturata in cinque attimi: danza e concerto, il convivio rituale, gli addii, la camera d’albergo, l’epifania del protagonista.

I tempi di ciascuna sezione sono sempre più brevi, mentre la storia si concentra progressivamente su un numero sempre più ridotto di persone, finché storia e visuale narrativa si focalizzano su una sola persona, l’innamorato respinto che scompare per lasciare il campo ad una distesa di neve bianca, il simbolo dell’annullamento del tempo e dello spazio, i due pilastri fondamentali della vita umana e della struttura narrativa di qualsiasi opera letteraria.

Un leggero picchiare sui vetri lo fece voltare verso la finestra. Aveva ripreso a nevicare. (Gabriel) Osservò assonnato i fiocchi, argentei e scuri cadere obliquamente contro il lampione. Era tempo per lui di mettersi in viaggio verso occidente. Sì i giornali avevano ragione: nevicava in tutta l’Irlanda. La neve cadeva su ogni punto dell’oscuro punto dell’oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla palude di Allen e, più a ovest, sulle onde scure e tumultuose dello Shannon. Cadeva anche sopra ogni punto del solitario cimitero sulla collina dove era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli. La sua anima vanì lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti”.


Una recensione di Andrea Coco






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