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Come mio fratello
di Uwe Timm
Pubblicato su SITO


Anno 2005 - Mondadori, Milano
Prezzo € 15 - 141 pp.
ISBN 2147483647

Una recensione di Luca Bidoli
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“ Da quando il passato non proietta più la sua luce sul futuro, la mente dell' uomo è costretta a vagare nelle tenebre”. Alexis de Tocqueville.

Recensione in forma di lettera.

Un fratello morto, un fratello più vecchio di sedici anni, un modello introiettato nell'inconscio, quando il tuo io e il tuo corpo muovono assieme appena i primi passi e lui invece è quasi un uomo: la pagina iniziale di questo tuo libro schiude all'unico ricordo, alle sensazioni tattili che si depositano e riesplodono nella memoria. Una giornata come tante, come altre, ma nella quale la vivezza della descrizione e delle immagini, rende l'unicità dell'evento, la sua presenza. Il primo sguardo che si ferma e si deposita nella mente, che mette in moto il circuito del riconoscimento, del riappropriarsi: quell' essere sollevati in aria, il riso, la gioia, il gioco, i capelli biondi di Karl-Heinz, le sue mani che ti stringono, forti, il peso del tuo corpo che si allontana, che fluisce nel vuoto. Tuo fratello, Karl-Heinz, l'amato figlio del padre, di tuo padre, così simile, così diverso da te. Amburgo, fine del 1942, inizi del 1943, Germania. Una famiglia tedesca come tante altre, credo, né troppo povera né troppo ricca, stretta a valori tradizionali che oggi farebbero sorridere, nella migliore delle ipotesi. Un padre, il tuo, che diviene una figura chiave, classe 1899, arruolatosi volontario nella prima guerra mondiale, artiglieria da campo. Poi, dopo la sconfitta, la militanza nei Freikorps, la guerra non dichiarata, ma spietata nel Baltico, contro i bolscevichi. Il ritorno, una fabbrica di giocattoli messa su alla meno peggio in società con un ex ufficiale zarista, assoldando invalidi e mutilati, merce non così rara o sprovvista di utilizzo nell'Europa del primo dopoguerra, per fare cavallucci di legno, immaginari reggimenti della guardia. Un matrimonio, molto borghese, con la figlia del padrone di un avviata fabbrica di cappelli con accluso negozio, e villa nel quartiere di Eimsbuettel, Amburgo. I figli, prima una femmina, nel 1922, poi, due anni dopo, con sollievo il desiderato maschio, Karl-Heinz, appunto. E, nel 1940, tua madre ha già trentotto anni, tu, l'ultimo arrivato, Uwe. Scorrono queste tue pagine con il tocco lieve e disperato di vecchie foto in bianco e nero, ed appartengono ancora fino a quei fatidici anni della seconda guerra mondiale, ad un mondo vagamente Biedermeir, un tocco di grazia antica e antiquata, con le porcellane di Meissen, gli abiti lindi dei giorni di festa, la tavola di cibi grassi e fumanti, il decoro e il senso della rispettabilità e della solvibilità borghesi: ancore di sabbia nella devastazione degli eventi, della macina della guerra. Quando è tutto un universo che si mette in moto con la velocità folle e disumana dei destini che non puoi più controllare. Tuo fratello -il perno su cui la giostra del racconto, con i suoi cavalli a dondolo, gira- biondo, occhi azzurri, alto, un metro e ottantacinque di pura stirpe ariana, accolto, quale orgoglio per tuo padre, a braccia aperte nella SS-Totenkopfdivision, considerata un' unità scelta, al pari delle divisioni Das Reich e Leibstandarte Adolf Hitler. Età : diciotto anni. Ancora dodici mesi o poco più di vita. Giusto il tempo per arrivare a vedere la guerra di Russia nella sua fase drammatica delle grandi battaglie e scontri del 1943, giusto il tempo per ferire e lacerare, giusto il tempo per alcune lettere a casa, per tenere un diario, sia pure ridotto al minimo: scabri appunti, dove ciò che è accennato o taciuto assume il valore ed il peso dei macigni. Gli spazi bianchi tra le parole, nelle pagine, tra i deserti di neve e ghiaccio, nel fango, nelle immense pianure ucraine, tra la morte che cade con la rapidità del silenzio, le frasi che spalancano abissi : “21 marzo Donec testa di ponte sul Donec. A 75 metri Ivan fuma una sigaretta, un bel boccone per la mia mitragliatrice”. Un bel boccone per la mia mitragliatrice, scrive così, tuo fratello: dove era finito, Uwe, quel bel ragazzo biondo, alto, dallo sguardo dolce, occhi azzurri, pura razza ariana, sicurezza e vanto di tuo padre e chi aveva incontrato sul suo cammino di giovane tedesco, perché si era arruolato nelle Waffen-SS ? Per idealismo, per generosità, perché non voleva essere da meno degli altri, per patriottismo, per condividere gli stessi valori nei quali aveva creduto suo, vostro padre? La storia passa accanto a noi e non da tutte le risposte, fortunatamente: esistono territori che le sono preclusi. Allora comincia lo spazio per la scrittura, per riannodare il dialogo tra i morti e i vivi, tra le loro ragioni e le nostre insicurezze, tra i dubbi e le parole che non hanno saputo spiegare, tra i gesti che non si sanno più capire, e forse, alla fine, ritrovarsi. Le annotazioni, su quel quaderno, cominciano, correggimi se sbaglio, all'inizio del 1943, il 14 febbraio, e terminano il 6 agosto di quello stesso anno, sei settimane prima del ferimento, dieci settimane prima della morte. Non manca un solo giorno, lo sai bene, anche se racchiuso in una riga, in una frase appena. Questo diario, che quel giovane soldato non avrebbe potuto tenere, che non sarebbe dovuto esistere, perché era vietato farlo, restituito miracolosamente alla tua famiglia, con le poche lettere dal fronte, sono per il fratello più piccolo, colui che è scampato, per te quindi, la trama nella quale dipanare la memoria, il tempo che si fa coscienza, le domande alle quali nessuno può dare una risposta, ma senza le quali forse non vi è più legittimità di condizione umana. Un solo appunto è senza data, sfugge alla nomenclatura dei giorni, al puro scandire del tempo, anche se, con ogni verosimiglianza, sembra potersi datare nel periodo che va dal 7 agosto al 19 settembre 1943, giorno in cui Karl-Heinz venne ferito, e diviene, retrospettivamente, la lama del coltello destinata ad entrare nelle carni dei sopravvissuti, nel sospetto angoscioso del male che divora. Scrive, tuo fratello:“ Qui chiudo il mio diario perché trovo assurdo fare un resoconto delle cose orribili che a volte succedono”. Un altro baratro che inghiotte, dove a fatica ci si sforza di capire, di non condannare, di esistere. Per resistere: alla tentazione dell'oblio, della complicità, del senso di cameratismo che accompagna i veterani, gli uomini come tuo padre- il padre, così lo nomini sempre- scampato al secondo macello, restituito alla vita, ma non alla piena dignità della sua classe sociale, all'incombere dei tempi nuovi, dei cambiamenti ai quali non si è in grado di reagire, perché anche la memoria ha, forse, nel frattempo elaborato il suo personale lutto e il conto dei dadi gettati nelle vicende degli uomini non torna più, non come una volta, almeno. Tua sorella deve aver sofferto molto, a causa di tuo padre, perché tanto disinteresse? Era solo dettato dal fatto che era una femmina? Che generazioni erano quelle tedesche, tra le due guerre? Chi le guidava, che formazione, che istruzione avevano ricevuto? Chi erano? “ Con grande sorpresa degli ufficiali americani che li interrogavano, quegli uomini non erano bruti primitivi ma persone con una cultura letteraria, filosofica e musicale, uomini -si vorrebbe che non fosse possibile- i quali ascoltavano Mozart e leggevano Hoelderlin. (...) E nulla -questa è la terribile conclusione- non l'educazione e la cultura, non la cosidetta vita spirituale ha impedito ai carnefici di commettere le loro atrocità.” Tu scrivi così, ma non so perché ti stupisca. Noi, forse, abbiamo un concetto profondamente errato di cultura. Dovremmo superare l'ingenuità del credere ancora che forme superiori di sapere tutelino o preservino sempre e comunque da atti criminali, quando questi stessi si presentano non come ciò che sono, puri e semplici delitti verso il genere umano, ma incanalano lo spirito di un'epoca, i desideri di rivincita e di trionfo di un intero popolo. O i valori che unilateralmente una civiltà impone ad altre, rese già ostili perché straniere. Si ammantano di valori i carnefici, si giustificano con la necessità di un bene comune superiore, di ideali popolari, di promesse di benessere e di spazi di espansione. E' anche grazie alla cultura, non in antitesi ad essa, grazie a strumenti sofisticati ed a tecnologie avanzate che si plasmano le coscienze, si creano le vie dell'indifferenza, del silenzio. E allora pagine come queste, liberano un volo alto di crisi della coscienza, una delle forme di salvezza che sia data a coloro che sono scampati ai macelli della storia: “Quasi tutti hanno guardato altrove- scrivi-e sono rimasti zitti quando i vicini di casa ebrei venivano presi e semplicemente sparivano, e la maggioranza ha continuato a star zitta anche dopo la guerra, quando si è saputo dov'erano scomparsi gli scomparsi.” Ed è questo, continui, il silenzio più pesante, più duro da accettare. Con differenziazioni profonde tra le due Germanie, tra due memorie che hanno subito una evoluzione diversa, hanno affrontato a loro modo i conti con il passato.”E' forse una delle differenze fra Germania occidentale e orientale- affermi con molta lucidità- cioè fra quelle che sarebbero diventate la Repubblica federale e la Repubblica democratica tedesca, il fatto che la parte occidentale abbia affrontato il rimprovero della colpa collettiva, cosa che in una prospettiva democratica era solo coerente. In fondo Hitler era stato eletto. Nella parte orientale invece, secondo un'ottica meccanicamente riduttiva, venne riconosciuta una differenziazione fra sedotti e seduttori, così che i capitalisti erano i seduttori e i lavoratori i sedotti. In questo modo la colpa divenne una questione di classe che aveva la sua origine negli interessi economici.” Nessuna rivolta, nessuna sollevazione contro la generazione dei padri, in una delle due Germanie, nessuno sviluppo di capacità critiche, di potenzialità di messa in discussione di forme di potere, di autorità, di controllo. Ad una forma di potere si sovrappose, semplicemente, drammaticamente, un'altra, diversa certo, per molti aspetti, ma con una sostanziale continuità di fondo, un meccanismo sottile e pervasivo di sottomissione all'autorità, trasformato e rinvigorito, sotto altre bandiere, in esaltazione di virtù. Non è un libro da prendere alla leggera questo, non è per tutti gli stomaci. Ed allora cosa racchiude, cosa racconta un libro come il tuo, nel quale affiorano dubbi, incertezze confronti e raffronti con il passato, dove la parola si libera quando tutti, padre, madre, sorella, ma proprio tutti sono morti, dove non vi è sollievo o consolazione? Ecco, forse la bellezza di questo testo, il suo tesoro nascosto, ma non più di tanto, sta nel fatto di essere stato scritto, scritto qui ed ora. Qui, con la lucidità e il distacco dato dalla lontananza dalle persone coinvolte, la tua famiglia, i tuoi cari; ed ora, con la resa emozionale data dal fatto che tu, Uwe Timm, tu ora sei l'unico che può, scrivendo di questo, riappropriarsi di quelle parti della tua identità che ti appartengono non in quanto date, ma in quanto comprese, e accettate. Non dev'essere stato facile per te scrivere questo libro, non so se ti può aiutare il sapere che si tratta di un libro molto bello, con i suoi silenzi, diversi da quelli di tuo fratello, ma non meno comprensibili, con le figure dei tuoi genitori, tua madre, sulle quali si esita come su persone che si sono conosciute, una volta, tanto tempo fa e che non si fa fatica a ricordare. Del tuo libro mi sono piaciute molto le immagini, partecipi, lievi, che sai trasmettere, nonostante l' epoca terribile, delle persone che hai amato, che ti sei sforzato di capire, senza mai scendere nel baratro assoluto della giustificazione. Sei stato forte, e onesto.
Non so se avremo mai la ventura di incontrarci tu ed io. Ma se ciò dovesse accadere, credo che ti potrei riconoscere dal passo, leggero, come una danza di foglie, in un giardino che ha i colori di questo stesso autunno.


Una recensione di Luca Bidoli






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