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Caos calmo
di Sandro Veronesi
Pubblicato su SITO


Anno 2007 - Bompiani
Prezzo € 6 - 451 pp.

Una recensione di Carlo Santulli
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Partiamo dalla fine: “Caos calmo” si conclude con un'infinità di ringraziamenti: gesto bello e gentile, senza dubbio, ma anomalo in un romanzo. Certo, i romanzi li fa la vita, ed ogni incontro ci aiuta a costruirlo; l'idea del romanziere chiuso nella torre d'avorio è spesso abbastanza avulsa dalla realtà: però è interessante che la gente ringraziata sia quasi tutta ben nota, con molti scrittori tra di loro.
La storia mi sembrava interessante, a parte il fatto che il romanzo avesse vinto il Premio Strega nel 2006. Non so voi, ma per me aver vinto un premio letterario costituisce un forte deterrente all'acquisto: è una cosa psicologica, forse un po' malata, ma è qualche anno che va così. Ed in effetti mi accorgo di averlo comprato solo quando la fascetta dello Strega è scomparsa, ed il prezzo è sceso a 6 euro. Non l'ho fatto apposta però: ho solo atteso, perché non ero convinto. Dietro l'edizione Bompiani Oro che ho io c'è una frase molto icastica, tratta dal romanzo: “La gente pensa a noi infinitamente meno di quanto crediamo”, che mi fa tornare ai tempi della scuola quando, avendo litigato con qualcuno, pensavo che il rancore fosse duraturo, sempre e comunque. Invece (ho scoperto poi) a volte lo è, altre volte no. E come il rancore, anche l'amicizia: può durare, o magari no. Non ci sono regole. Però, la modesta frasetta della quarta di copertina spiega molto l'attitudine di Veronesi in buona parte del romanzo: la voglia di enunciare verità universali. In effetti il romanzo, come si dice da qualche parte su IBS, in se stesso è un apologo.
Ecco, non so se avevo bisogno di apologhi, ma devo dire che la storia del padre, Pietro Paladini, che, persa improvvisamente la moglie Lara, si piazza, tralasciando il lavoro (o meglio dicendo di lavorare dalla propria auto), sotto la scuola della sua unica figlia, al centro di Milano, mi intrigava parecchio. Poi avevo sentito che Nanni Moretti era interessato ad interpretare il film, e questo aveva aggiunto un altro buon motivo per leggerlo. Sono disposto a perdonare a Moretti più di qualcosa, ripensando ad alcuni suoi film.
Così ho comprato il libro: quel che ho notato subito, un difetto essenziale, è la sua preoccupante discontinuità. Voglio dire: può succedere che l'ispirazione sia un po' a corrente alternata, infatti di solito si rilavora il testo proprio per conseguire una struttura più omogenea e per eliminare le cadute di gusto. Qui si passa da profonde meditazioni sulla vita (il protagonista riflette sulle multinazionali, sul nostro modo di vivere innaturale, sull'economia che ci domina, sugli strani rapporti di parentela, sulla crescita di sua figlia Claudia, che è in un periodo della vita, dieci anni d'età, che pochi recentemente raccontano, perché sembra poco interessante ed invece può essere magmatico e determinante) ad intermezzi da fiction televisiva. Ci sono belle immagini, c'è il bambino down Matteo che attende che ogni mattina l'antifurto della macchina lo “saluti”, c'è la ragazza vestita come per andare a correre, e che invece porta a spasso il cane, Jolanda, che nella sua evanescenza, in fondo anche fisica, ma certamente caratteriale (il trattamento dei personaggi di Veronesi è per tutto il romanzo, con un paio di eccezioni, blando ed incerto: sembra che attenda l’arrivo di una telecamera per riprendere la scena), è piuttosto ben riuscita, un piccolo incontro costante ed atteso.
Purtroppo, e dico purtroppo, perché dalla premessa non mi si può accusare di antipatia per l’autore, c'è anche il resto. Faccio un elenco di elementi che hanno causato la mia irritazione, premettendo che sarebbero perdonabili nel romanzo di un esordiente, ma qui stiamo parlando di un romanzo esaltato dalla critica come un capolavoro, e aggiungendo che naturalmente sono considerazioni personali:
1. Il continuo contrasto tra Roma e Milano, giocato puramente sugli stereotipi: il romano che si affaccia ed offre il piatto di spaghetti al pomodoro al protagonista ne è un ottimo esempio. E' la solita storia: Milano corre, e Roma cammina, e c'è anche la citazione del gesto plebeo di Sordi nell'”Americano a Roma”. C'è un cattivo lezzo di commedia all'italiana andata a male (il film di Steno-Sordi è del '54). Ed entrambe, Roma e Milano, sono opache come viste attraverso uno specchio.
2. Il fratello di Pietro, Carlo, è uno stilista di jeans, ed è l'eterno Peter Pan con la fidanzata “annuale”. Naturalmente si droga, e naturalmente c'è la serata a fumare oppio con Pietro, mentre Claudia dorme (dorme?), che è una delle scene più insignificanti del romanzo, però si capisce che ci vuole, forse per tranquillizzare un certo pubblico che se l’aspetta: roba da “Marrakech Express” vent'anni in ritardo, e purtroppo senza Diego Abatantuono, e quindi seriosa e parolaia, e non divertente ed anarchica.
3. C'è il cattolico Paolo Enoch, di cui Paladini-Veronesi fa una descrizione impietosa: non solo è vagamente integralista, ma quando si ribella alla società che lo vuole come lui non vuole essere sembra proprio cretino, e poi puzza, ecc.; Enoch viene rivalutato nel finale, forse (è un’ipotesi) perché qualcuno dei ringraziati dell'ultima pagina deve aver detto all’autore che qualcosa non andava. Rimane comunque la tipica impressione dell'autore come classico intellettuale italiano che non capisce i cattolici, non gli interessa provarci, pensa che siano un po' matti e comunque in estinzione: gli vanno bene solo quando fuggono in missione. Indigeribile, a mio parere.
4. Le continue citazioni, negative perloppiù, di Berlusconi e possessi berlusconiani (Canale 5, ecc.); ah, si parla anche di Previti. Questo riflette secondo me un'ossessione: c'è chi è ossessionato dal sesso, e chi vede una persona dappertutto, come in bilocazione, al punto che si può pensare che si sentirebbero vuoti e persi se quella persona si ritirasse a vita privata. Ma pazienza, questa gliela farei anche passare, anche se c'entra come una sparatoria in un film sentimentale: ma non la successiva qui sotto.
5. Marta, la sorella di Lara, con cui Pietro ha avuto rapporti, anche sentimentali o meglio sessuali, prima della moglie, è bella e molto strana, e penso che sia uno dei personaggi femminili più antipatici della storia della nostra letteratura: in Italia non me ne viene in mente un altro, è una specie di Crudelia De Mon macrobiotica. Ma quello che mi ha irritato non è l'antipatia, è un diritto di Veronesi dipingere una ragazza odiosa (anche perché è meno evanescente di molti suoi personaggi maschili). E' che Marta ha un attacco di panico, ed oltre a sfasciare un paio di auto, il che è non è del tutto plausibile, ma piacerebbe agli americani, sempre se si filassero Veronesi, ...si spoglia. Questo mi ha fatto toccare il culmine dell'irritazione: gli attacchi di panico, caro Veronesi, sono cose serie e tragiche, e non servono alle bonazze per restare in reggiseno (cos'è, un filmato di Playboy?). Già viviamo in un paese dove se hai l'attacco di panico (nel caso più normale e consueto non sei una Miss Italia) sei additato al pubblico disprezzo, ci manca solo una descrizione del tutto fantasiosa dei sintomi, senza la minima partecipazione emotiva (già, siamo così anglosassoni...). Mi ricorda la morale di “Figli di un dio minore” (film che mi irritò anch’esso a suo tempo): se sei disabile, ma molto bella, hai molti meno problemi che se sei disabile, ma così così. Devo ammettere che, per quanto di modesta intelligenza, me lo immaginavo, così come anche che Marta in reggiseno attirasse l'attenzione di qualche passante, ma forse non per l'attacco di panico. Siamo sempre nell’ambito della commedia all’italiana di serie B.

Inoltre, ma non si sa bene se sia un difetto, o sia piuttosto voluto, a parlare con l'uomo fermo davanti alla scuola arrivano tutti, ma proprio tutti, specie gli artefici della disgraziatissima fusione societaria che Paladini vuole impedire (o fomentare, o implodere, non si sa): ce ne fosse uno che non si presentasse. Di economia io ne mastico poco, ma credo di capire che la concezione più o meno vetero-comunista di Veronesi (solo in economia) tenda a dimostrare che: a. non è vero che si lavora dalla propria auto, b. stiamo tutti perdendo il lavoro, c. sarebbe meglio tornare al dopoguerra. I tre punti sarebbero perfettamente condivisibili da molti piccoli imprenditori del Varesotto o del Nord-Est: Veronesi riesce tuttavia a confondere molto di più le acque, non per nulla è un romanziere.
Tralascio per carità di patria la storia di sesso, naturalmente disperata ed angosciosa, con la donna salvata dai flutti: non è la parte peggiore del romanzo, ma non si sa assolutamente a cosa serva nell'economia della storia. Però immagino che piacerebbe al pubblico americano, se solo comprasse i nostri libri: il salvataggio iniziale ricorda McEwan mal digerito, e gli ammiccamenti nel seguito non mancano, tranne che Veronesi, a differenza dello scrittore di Aldershot (Hampshire), naviga a vista. E ci sono i Radiohead che lanciano messaggi subliminali, roba da “Ritorno al futuro”, ma in fondo molto veltroniano (forse anche la citazione sordiana è funzionale al contesto, a questo punto).
Concludo: ci sono romanzi peggiori, ma è anche vero che le punte di irritazione che mi ha suscitato questo “Caos calmo”, col suo stile tranviario non-romano (nel senso che il tram non esce dal binario, mai e poi mai) ed il suo conseguente andamento mogio con impennate improvvise ed ingiustificate, sono state fenomenali.
A questo punto, restando nell'ambito dello Strega, meglio un romanzo come “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini: se non altro, per quanto a volte pretenziosa, l'autrice in quel caso non tenta di dare un apologo sulla vita, ma racconta, pur se tra salti e scoppiettii, una storia.
Appunto: se, tanto per imitare una cosa buona degli americani (ne hanno anche loro) ricominciassimo a raccontare storie?


Una recensione di Carlo Santulli






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