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L'ultima erranza
di Giuseppe Occhiato
Pubblicato su SITO


Anno 2007 - Rubettino
Prezzo € 16 - 366 pp.
ISBN 9788888947686

Una recensione di Riccardo Fraddosio
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L’ultima erranza, pubblicato nel 2007 dalla casa editrice Rubbettino, è l’ultimo romanzo di Giuseppe Occhiato, scrittore calabrese scomparso il 28 gennaio del 2010. L’opera è preceduta da due grandi lavori: Oga Magoga e Lo sdiregno. Il primo dei due, pubblicato in tre volumi (Cosenza, Editoriale Progetto 2000), è una narrazione grandiosa e sconfinata, la cui stesura ha impegnato l’autore per quasi cinquant’anni (dal 1954 al 2000). 

L’ultima erranza si pone in continuità con i precedenti romanzi per quanto concerne i luoghi della narrazione, tuttavia se ne allontana sul versante del contenuto e della struttura drammatica, che si dipana su tre piani temporali: il 1983, anno del ritorno di Donnanna al suo paese natale; il 1963, anno dello sfarzoso funerale che don Natalino organizza al figlio; il 1943, anno della morte di Rizieri. I tre livelli si distanziano di venti anni l’uno dall’altro.

La storia ha inizio con il ritorno dell’ex procuratore di imposte Filippo Donnanna, che rientra al suo paese di origine, Mileto, dopo una lunga assenza. Il viaggio è reso possibile dal pensionamento, ma ha radici più profonde: Donnanna vive infatti un momento di crisi esistenziale. Ha sessantatre anni e non ha lasciato nulla dietro a sé, ha vissuto in solitudine. Non si è sposato ma ha avuto un figlio, la cui perdita è una ferita ancora aperta nella sua anima. Inoltre è dilaniato da dubbi metafisici: pur credendo che il cosmo non possa reggersi sul caso, non riesce più a credere in Dio.

L’amico prete, Don Nazzareno Gullà, cerca di confortarlo come può. Conoscendo lo scetticismo di Donnanna, sa di non poterlo convincere con i dogmi della religione. Così gli affida un compito: un’indagine sulla vicenda di Rizieri, morto giovanissimo sotto i bombardamenti del 1943, e sulla figura di suo padre don Natalino Mercatante.

Donnanna conduce le sue ricerche. Scopre che don Natalino, al momento della scomparsa del figlio, vive in Argentina, e che Rizieri è stato sepolto senza i riti funebri della tradizione. Trascorsi venti anni dalla morte del figlio, don Natalino inizia ad avere apparizioni di Rizieri in sogno, il quale chiede che il padre torni in Italia per organizzargli un funerale all’antica maniera. Nel luogo dove si trova ora, infatti (“il mondo sottano”), Rizieri non riesce a oltrepassare il ponte di Santo Iacopo per giungere alla dimensione autentica della morte. Vaga da lunghi anni, immerso nelle tenebre della sua anima, anche a causa della sua ricerca disperata della zingarellota, ragazza di cui è invaghito e che non può ritrovare.       

Il padre, venuto a conoscenza dell’erranza del figlio, torna a Satocostantino. Riallaccia i rapporti con la zia di Rizieri, fa opere di beneficenza e organizza un funerale fastoso, riscattando così il suo passato disonesto. E Rizieri finalmente può raggiungere la dimensione della verità, dimenticando ciò che lo teneva legato al sottomondo.

Nel frattempo Donnanna ha rivisto la bella Elena Garrì, donna di cui era anticamente innamorato e che decide di sposare anche grazie ai consigli di donna Antonuzza, la quale peraltro è la nonna dell’io narrante. Nell’arco delle sue indagini, si è riconciliato con le tradizioni di Mileto, con le credenze popolari dei suoi vecchi concittadini. Ha ritrovato il senso dell’esistenza in una forma di religiosità di tipo antropologico.  

L’ultima erranza sottende un discorso sul senso, che emerge a partire da una disamina della simbolica dell’errare. Il vagare caratterizza entrambi i personaggi principali, Filippo Donnanna e Rizieri Mercatante, i quali in più punti si configurano come le due facce di una medesima medaglia: l’uno, quella terrena; l’altro, quella oltremondana. L’errare di Rizieri coincide infatti con la trasposizione metafisico-allegorica del vagabondare fisico di Donnanna.

Nella prima parte dell’opera, i pensieri di Donnanna evocano il sentimento del nulla e la percezione dell’insensatezza dell’esistenza umana: “Questa nostra stessa vita è un inutile mistero. Difficile a capire. Veniamo per caso al mondo, ci incontriamo e ci separiamo. Che resta di noi?” (L’ultima erranza, pag. 27). E più avanti si legge: “A angosciarlo non era tanto il pàntico di un mondo infernale fatto di tormenti quanto la prospettiva di non esistere più, di non incontrare Dio al suo capezzale nell’oscuro annientamento della morte. L’atterrosa espulsione nel nulla.” (Ibid., pag. 38). Nell’evocare il nulla, Donnanna dialoga con Dio. Gli rinfaccia l’ingiustizia e le iniquità sociali, l’indifferenza nei confronti dell’infelicità, l’assenza di un ordine razionale nel cosmo e il silenzio assordante di fronte alle domande degli uomini, in un intreccio di temi filosofici che vanno dal Candide di Voltaire a Der Gottesbegriff nach Auschwitz di Jonas.

A nulla valgono le parole di conforto di Don Nazzareno, né la sua empatia. Donnanna sa già che la verità senza la fede è impossibile, come gli ripete più volte l’amico di gioventù; ma ciò non toglie che si senta perso. Nel suo vagare per il mondo, lontano da Mileto e da Contura, Donnanna ha smarrito il cammino originario. Una volta ha creduto e ha sperato. Adesso però la ragione non glielo consente più: il sospetto che la religione non sia altro che un inganno si è fatto strada nei gangli del suo essere, mettendolo di fronte alla notte eterna e senza suono del nulla.

L’errare di Donnanna si annuncia al principio della storia, che inizia con il suo ritorno: “Tutto ebbe incigno con un ritorno, e un sole che transitava per l’ennesima volta su un’anima in penìo, straviata e solagna. E c’era un cristiano, un certo Filippo Donnanna, cui quell’anima apparteneva. Ritorno e anima erano chiusi dentro al medesimo orizzonte, volti a un solo scopo, sebbene ancora sconosciuto allo stesso cristiano; egli si trovava gettato nel ritmo di un vivere lento e oppressivo senza un disegno certo e una meta definitiva, e il suo vivere era stato finora un incerto andare, e la sua venuta preludeva a un giorno che tramontava, a un giorno che finiva e portava il sigillo di un’esistenza che si chiudeva. Si chiudeva ma pure si apriva. Sì, mediante che il suo rientro era gravido di conseguenze che egli manco lontanamente si figurava. Quel rientro non rientrava nel normale ciclico andamento delle cose. Gli portava importanti novità”. (Ibid., pag. 9). Anche il lettore più distratto è in grado di cogliere la portata poetica di queste parole, che si susseguono in giochi melodici e ritmiche dolci secondo il meccanismo dell’allitterazione. L’incerto andare di Donnanna al tramonto della sua esistenza, è chiuso in un circolo. La partenza come ritorno, perciò, coincide con il passaggio dal vivere ciclico al recupero di una linearità teleologica. Il tema del ritorno non è nuovo, ma è presente da sempre nell’immaginario occidentale. È ciò su cui si regge l’Odissea, e lo stesso si può dire dell’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Mentre tuttavia quello di ‘Ndrja Cambrìa è un percorso che va dalla guerra alla guerra (Giancarlo Alfano, 2009), e sottintende un discorso sull’erosione definitiva della tradizione e sulla perdita di purezza dei pescatori dello Stretto, quello di Donnanna è un ritorno alle origini che non viene ostacolato dal mutarsi delle prospettive storiche. Dunque non sorprende che l’errare di Donnanna si concluda con una riconciliazione nei confronti della comunità, con l’accettazione dei suoi riti e delle sue credenze. Dio si rivela in primo luogo nel volto degli altri. Occhiato sembra tendere verso una forma di cristianesimo secolarizzato, che affonda le sue radici nei rituali della collettività e che ha come scopo primario l’armonia con la vita con gli altri. Un cristianesimo che si intreccia con le radici mitiche e pagane dei luoghi della narrazione, sopravvissute magicamente al movimento inesorabile della Storia. 

Nell’arco della narrazione l’immaginario poetico di Occhiato genera diverse figure allegoriche. Lo fa sotto la suggestione della mitologia greca e della tradizione orale tramandata nei luoghi di scena. Un topos che l’autore riprende con estrema raffinatezza è quello del sogno come punto di incontro fra i vivi e i morti: “È attraverso i sogni che si gettano ponti di collegamento fra i morti e i viventi; per mezzo di essi i morti aiutano, consolano, rinfacciano i vivi, o reclamano da loro l’adempimento di un preciso dovere, prima negato o anche trascurato.” (Ibid., pag. 91). È nel sogno che Rizieri può parlare al padre, che può chiedergli il funerale che gli è stato negato con tanto di accompagnamento, lutto, mortorio, ricònsolo e corteo all’antica maniera (ossia con la carrozza a cavalli), secondo quanto prescritto dalla tradizione. Rizieri appare in sogno a don Natalino su consiglio della Sirena di Taureana, “la più antica creatura della terra”, e poi di Sibilia Sabea, “la più speculante megaressa dell’antichità”, che secondo la tradizione avrebbe insegnato agli uomini a usare la scrittura. Entrambe sanno che l’errare del ragazzo, oltre che dalla mancanza dei riti funebri, è gravato dal ricordo della forestiera di cui era innamorato. Nel momento del trapasso, Rizieri si trovava infatti con la “zingarellota”. Il legame che ha stabilito con lei non gli permette di morire del tutto, di perdersi nell’oblio e nella dimenticanza, presupposti indispensabili per l’attraversamento del ponte di Santo Iacopo.

Anche qui vi è una forte e precisa simbologia. Sul conto della bella Orì, la ragazza di cui Rizieri è invaghito, sappiamo solo che è una zingara, e cioè che appartiene al popolo errante per eccellenza. Nella forma di una chimera sfuggente e di una ineffabile morgana, è un sogno vuoto e indistinto che lo sospinge verso un destino di oscurità. Dimenticarsi di lei, “sperdersi”, è la condizione per poter proseguire il percorso.

È da evidenziare come l’erranza di Rizieri, costellata dall’incontro di figure mitico-religiose, sia una vicenda del tutto interna al personaggio, che assume quasi sempre i tratti del sogno: “Pareva notte. La scurosità era in lui.” (Ibid., pag. 230). Come se, appunto, i luoghi dell’errare non siano altro che stati onirici. Così, quando Rizieri giunge a casa del “puparo” don Gnazio e si sofferma a parlare con i suoi burattini animati, la Dama di Legno – altrimenti detta Mortedamazza – gli svela che ritrovare Orì, nella sua condizione, è un’aspirazione quanto mai velleitaria. Il sottomondo infatti non è una realtà condivisibile: si scinde in una molteplicità di visioni, in virtù delle diverse credenze che ognuno porta con sé nella tomba: “Il paese del sottomondo infero non è di una sola e unica forma, ma è proprio come questo nostro qua, diviso a zone, tante quante sono le credenze che seguono gli uomini. È fatto di tanti mondi diversi, uno differente e distinto dall’altro e ciascuno secondo la propria legge. Ci sono confini invalicabili che li separano, vere e proprie muraglie, enormi cinte senza aperture. Voi perciò vi trovate in quello vostro, e quella che cercate nel suo.” (Ibid., pag. 208). Il sottomondo, insomma, non è da identificare con il mondo della verità, le cui porte si schiudono in seguito alla dimenticanza; ma con la dimensione dell’errore (ossia dell’errare).

Una disamina delle figure magico-religiose incontrate da Rizieri è stata già fatta da altri in modo esaustivo (Salvatore Trovato, 2011). Sono stati meno analizzati, invece, i personaggi femminili di cui è intessuta la storia di Filippo Donnanna: le sue cinque sorelle, la nonna dell’io narrante, la"ziamamma" di Rizieri e la bella Elena Garrì.

I personaggi femminili si distinguono da quelli maschili perché, al contrario di questi, sono circondati da un’aura di sacralità e si caratterizzano nel sacrificio. Mentre gli uomini, nell’arco della narrazione, si corrompono, si perdono, rovinano famiglie e distruggono fidanzamenti, abbandonano i propri figli e le loro origini autentiche, le donne si donano interamente, mantenendosi – se non quando vengono corrotte proprio dagli uomini – nella loro purezza archetipa. Icastica è la vicenda delle cinque sorelle di Donnanna, che vivono un’esistenza votata alla perfezione, preservata dal contatto con il mondo esterno finché non vengono umiliate dalle dicerie sul fratello: “Lina, Fina, Nina e Sina, quale prima e quale dopo, si presero i primi che si presentarono, gente di poco pregio: venuti da fuori, tutti e quattro da paesi lontani, sconosciuti, svolgevano assurdi lavori, ed erano incapaci di apprezzare le qualità incorrotte e segrete di quelle quattro calandrelle civettose, di quelle favolose urì che essi avevano avuto il singolare privilegio di condurre all’altare.” (Ibid., pag. 25). E anche la quinta sorella, Zina, pur non sposandosi si concede a un uomo indegno, che prima la mette incinta e poi la abbandona al suo destino solitario.

In modo analogo è tratteggiata la figura della “ziamamma” di Rizieri, Zarafina, che decide di dedicare la sua vita all’amore dei nipoti, dapprima rifiutati dal padre e poi rimasti orfani della madre. Così è per la sorella di Rizieri, che di fronte alla tragedia del fratello prende i voti e poi muore di una malattia incurabile. E lo stesso vale anche per la bella Elena Garrì, che con pazienza e abnegazione si conserva per lunghi anni, finché l’errabondo Donnanna non si decide a sposarla.            

Nel leggere L’ultima erranza di Occhiato, a causa dell’originalità della ricerca espressiva dell’autore, si ha la tentazione di concentrarsi più sulla forma che sul contenuto, sulle reali intenzioni della narrazione. Nell’opera in esame, del resto, la ricerca espressiva e la ricerca teoretica sono intimamente collegate, a tal punto che se venisse meno la prima verrebbe meno anche la seconda. La trama linguistica ordita da Occhiato, in un intreccio di italiano colto ed elementi dialettali con una forte valenza semantica, si traduce in una forma inedita della letteratura italiana. Questa forma, generata dalla polifonia delle parole e dei nessi poetici, non può che condurre alla storia di Rizieri e di Donnanna.   

Se si dovesse giudicare questa opera in base ai principi esposti da Italo Calvino nelle Lezioni Americane (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità), allora L’ultima erranza risulterebbe una narrazione retorica e iperbolica, che fa un uso smodato di descrizioni e di parole superflue. Il principio che guida l’autore non è però quello dell’essenzialità, bensì quello della sovrabbondanza. Giuseppe Occhiato si distanzia dall’idea di una costruzione geometrica del testo. Non crede che la letteratura sia una scienza esatta, ma si avventura nella narrazione come un fiume in piena che tracima dai suoi argini. Si pone sul piano della ricerca poetica. In tal senso, nonostante i caratteri problematici che qualcuno ha ravvisato nella sua prassi letteraria, Giuseppe Occhiato si pone all’attenzione come uno degli autori più interessanti degli ultimi anni.


Una recensione di Riccardo Fraddosio






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