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LA VALIGIA DEL SIGNOR BUDISCHOWSKY
di Isabella Bossi Fedrigotti


a cura di Claudio Palmieri

Alla fine della lettura de "La valigia del signor Budischowsky" ho pensato che esso rappresenta, in qualche modo, la valigia stessa di cui ci narra. Difatti la Budischowsky, una grossa valigia di pelle chiamata familiarmente col solo nome del suo fabbricante, il baffuto signor Budischowsky boemo di Brno, oramai non è più preposta a contenere gli abiti dei quattro ragazzini che essa accompagnava nelle vacanze al mare ed in montagna. Oggi è riposta in soffitta, in disuso, ma, come fa appunto questo piccolo libro, contiene ancora tutti i ricordi dei luoghi, delle persone e delle esperienze che, durante quelle vacanze, hanno scandito l'infanzia e l'adolescenza di quattro fratelli.
Isabella Bossi Fedrigotti rovista in questa capiente e sformata valigia servendosi di una prosa delicata ed elegante. Tra gli abitini, i giochi, e le scarpe, a volte stipati con grande perizia, altre volte gettati alla rinfusa, la Bossi Fedrigotti estrae una piccola raccolta di racconti; cinque brevi storie, nelle quali la Budischowsky, macchiata e invecchiata dall'uso, svolge, per un'ultima volta, il suo ruolo e ci accompagna in un viaggio nel tempo. Con cinque brevi tappe, la Budischowsky ci conduce attraverso i ricordi dei luoghi e delle persone che hanno costellato l'infanzia dei protagonisti, due sorelle e due fratelli, e ci trasmette i sapori, gli odori e le sensazioni provati dai quattro bambini che in essa riponevano le loro cose alla partenza per le vacanze.
Dall'interno di questa pesante valigia escono, limpidamente delineati, personaggi quali la piccola tata che, accompagnatrice delle vacanze al mare, sapeva tenere a bada i quattro bambini conciliando fermezza e dolcezza e soprattutto facendo quadrare i conti con i pochi soldi che i genitori di questi gli passavano; l'antipatica signorina Frida che, nelle settimane passate in montagna, era il catalizzatore di tutti i giochi e gli scherzi dei quattro monelli; il "piccolo Lenin", un bambino di nome Mattia che, compagno di giochi durante una delle vacanze in campagna, era sembrato troppo "per benino" ai quattro fratelli per poter veramente diventare un loro amico; infine, la suora baffuta e spietata che, nel collegio femminile frequentato dalle due sorelline, imponeva l'ordine ed esercitava il controllo agendo con severità assoluta in un luogo dove la trasgressione era, di per sé, quasi impossibile.
Aprendo "La valigia del signor Budischowky", anche chi legge riesce a sentire gli odori delle estati calde passate in campagna, di quei lunghissimi pomeriggi di Luglio in cui da bambini si ciondolava aspettando il passare della calura e delle ore. Si possono riassaporare quelle merende fatte nel fresco delle cucine di marmo, dove, nella penombra delle persiane semichiuse, la fame di bambini rendeva il pane con la marmellata, una merenda di una bontà incomparabile. Si possono ritrovare i ricordi delle estati passate alla ricerca di nuovi giochi e di nuovi amici, in un tempo in cui la televisione non era onnipresente.
Ma non ci sono solo i ricordi buoni dentro questa vecchia e macchiata valigia. Essa contiene tutta la fanciullezza dei quattro bambini e quindi, a cercare bene, assieme alle sfumature di rosa essa ci rivela i toni di grigio di quell'infanzia tra fratelli. Piccole e grandi cose che hanno segnato ugualmente la loro memoria: dall'imbarazzante confronto con gli altri bambini meglio vestiti e che, al mare, facevano gruppo lasciando i quattro fratelli al di fuori dei loro giochi, alla noia delle vacanze in montagna imposte dai genitori e durante le quali i giorni sembravano non passare mai, immobili come in una fotografia; dai sovradimensionati sensi di colpa per una qualche marachella al peso dell'assenza, non solo fisica, dei genitori; dalle frustranti punizioni subite in collegio alle frequenti liti coniugali tra due genitori troppo diversi.
E proprio in una di queste ultime la Budischowky, oltre che testimone era stata anche protagonista. Promossa al ruolo di arma di dissuasione, in un momento di crisi matrimoniale, essa era comparsa all'ingresso di casa piena degli abiti del capofamiglia e vi era rimasta per mesi come monito dell'incombente rischio di una separazione.
Come la protagonista di questo libricino, accarezzando la pelle dura e macchiata della valigia, rivive i suoi ricordi (che forse sono, in parte, anche quelli dell'autrice) così il lettore, sfogliando "La valigia del signor Budischowky", riesce a cogliere perfettamente le sensazioni e gli stati d'animo dei bambini protagonisti. Nel caso in cui l'età di chi legge si avvicini a quella dell'autrice, com'è nel mio caso, l'energia di queste sensazioni si intensifica nutrendosi dei ricordi propri di chi legge. Si genera così un'emozione più grande, una sorta di malinconia, un placido senso di nostalgia che a me ha riportato d'incanto certe immagini della mia infanzia che ora trovo, nonostante tutto, incontestabilmente belle.

© Claudio Palmieri
cpalmieri@progettobabele.it


L'incipit:
"Finita la scuola noi bambini dovevamo partire subito, a precipizio, per il mare, probabilmente per non perdere i buoni prezzi della bassa stagione. I genitori naturalmente restavano a casa. Nostro padre aveva da lavorare e la mamma non era interessata ai bagni ed alla spiaggia: forse lo trovava troppo faticoso e caldo, forse allora non s'usava ancora. Partivamo con la nostra tata che, uno dopo l'altro, intorno ai dodici anni, avremmo superato in statura. Era piccola ma energica, capace di far viaggiare in treno quattro bambini vicini d'età, più varie borse per sé e una grande valigia comune per noi fratelli."

 

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