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Un esempio di satira politica
durante il fascismo:

I promessi sposi di Guido Da Verona


A cura di Carlo Santulli



Forse nessun grande autore della nostra letteratura è tanto conosciuto in Italia, anche per effetto dei programmi scolastici, quanto palesemente ignorato all’estero, come Alessandro Manzoni. In un libretto degli anni ‘60, delle letture di italiano ad uso degli studenti britannici, trovo scritto, con un’ingenuità un po’ acidina, molto inglese, una frase che posso tradurre così: “Sebbene in Italia Manzoni divida con Dante una fama pari a quella di Shakespeare da noi, ed i suoi caratteri sono familiari agli Italiani di tutte le classi sociali, il romanzo è in pratica sconosciuto in Gran Bretagna, all’infuori della stretta cerchia degli studenti universitari di italiano”. Il gentile professore inglese ha poi l’onestà di consigliare una traduzione inglese dei Promessi Sposi, anche perché il romanzo, letto in lingua originale, è francamente “lengthy”, lungo. Su questo punto credo che anche parecchi studenti di scuola superiore si possano essere trovati d’accordo: ma si sa che a scuola, non sempre si riesce a godere appieno delle bellezze che ci vengono elargite.
Come osserva argutamente Daniel Pennac in “Come un romanzo”, qualunque testo faccia parte dei programmi scolastici diventa subito “una palla” per lo studente medio. E quel che capita a Balzac, Flaubert e Zola in Francia, avviene a Manzoni in Italia, anche perché studiare un romanzo non vuol dire, ahimé, sempre leggerlo nelle migliori condizioni di spirito.
Tuttavia, l’osservazione dell’illustre professore britannico è giusta: in fondo la storia, i caratteri e l’ambientazione dei Promessi Sposi è ben nota alla maggior parte di noi, tanto è vero che i vari sceneggiati televisivi tratti dal romanzo manzoniano sono stati grandi successi, a partire da quello, girato ancora in bianco e nero proprio negli anni ‘60, per la regia di Sandro Bolchi e con la consulenza letteraria di Riccardo Bacchelli, che aveva per interpreti gli allora giovanissimi Paola Pitagora come Lucia Mondella e Nino Castelnuovo come Renzo Tramaglino, mentre Lea Massari era un’intensa Gertrude, Monaca di Monza.
Conoscenza profonda e generalizzata dei caratteri e delle situazioni: ecco, questa è la tipica situazione in cui è possibile una parodia del romanzo. E parodie non ne sono mancate: ricordiamo per esempio in TV quella del Trio Lopez-Marchesini-Solenghi una ventina d’anni fa.
In letteratura, era un po’ difficile provarcisi: prima di tutto perché Manzoni obiettivamente intimidisce, anche per le sue frasi ad effetto, che ogni studente di scuola superiore si è trovato a rimuginare qua e là, iniziando da “Quel ramo del lago di Como…” “Orbene, questo matrimonio non s’ha da fare, né domani né mai”, “Come parli, frate?”, “Carneade, chi era costui?” e, perché no “La sventurata rispose”, frasi che non si possono riscrivere a parole proprie, come da tipico esercizio di scuola media, in quanto sono il risultato di un lungo lavoro che le ha portate ad aderire perfettamente a quel che vogliono esprimere. Sarebbe come pretendere di parafrasare “La donna è mobile/qual piuma al vento”: belli o brutti che siano, quei versi, in quel contesto e sotto quella musica, funzionano. E non è un caso che i librettisti d’opera per praticamente tutto l’Ottocento giungano direttamente dall’Arcadia a Manzoni, senza fermarsi per esempio su Foscolo né tantomeno Leopardi. La musicalità degli ultimi due è diversa, non meno poetica certo, ma non adatta alle necessità dell’opera, come invece le ariette metastasiane o gli inni manzoniani sono.
Insomma, perdonati (spero) gli accostamenti un po’ irriverenti e resi i dovuti onori a Manzoni, la sostanza del discorso è che non si possono parodiare “I promessi sposi” se non li si adottano in blocco, e da essi si tiran fuori quelle che ci sembrano incongruenze, cose sottaciute (per esempio i famosi asterischi coi quali Manzoni scrive i nomi di persone e di luoghi che, ancora a duecent’anni di distanza è meglio non conoscere) e specialmente ciò che stona nell’ambientazione. Un lavoro per cui non basta uno studente spiritoso e volenteroso, perché richiede di conoscere il romanzo manzoniano come le proprie tasche. E un lavoro, detto tra le righe, da scrittore professionista. E quanto a professionismo, negli anni ‘20 pochi lo erano di più di quel Guido Verona, ebreo, che si era aggiunto il Da tra nome e cognome per sembrare più dannunziano, e che si piccava di essere un romanziere osé, un po’ alla Pitigrilli insomma, con la differenza però, ostentata da Da Verona, che lui la vita che descriveva, bellissime donne, locali notturni, lucenti automobili, hotel di lusso, viaggi all’estero e gioco d’azzardo, la faceva davvero, mentre su Pitigrilli qualche dubbio è lecito nutrirlo (per carità, non è che la vita alla “Da Verona” facesse, a lungo andare, eccessivamente bene alla salute né al conto in banca…). Molto dannunziano o meglio “gastoniano”, dalla celebre macchietta di Petrolini, ma con la differenza che Da Verona si era tenuto ben fuori da guerre e scaramucce, ed aveva avuto il suo più grande successo coi suoi romanzi scandalosi proprio durante la I guerra mondiale. Il suo primo romanzo fu “Colei che non si deve amare” (1911), seguito dallo scandaloso e tragico “La donna che inventò l’amore” (1915), considerato il suo romanzo più riuscito.
Il più grande successo di Da Verona, “Mimì Bluette fiore del mio giardino” (1916), a parte il titolo un po’ alla Wertmüller (ed in effetti divenne anche un film con Monica Vitti nel 1976 per la regia di Carlo De Palma), bene esprimeva quell’ansia di lussi, di passioni sfrenate e d’internazionalità un po’ paesana, proprio del pubblico dell’epoca. “Mimì Bluette” fu un trionfo, qualcosa come centomila copie vendute. E siccome in Italia lo scandalo si perdona, ma il successo no, specie se a decretarlo sono le donne (buona parte dei lettori di Da Verona erano lettrici), dopo la “Lettera d’amore alle Sartine d’Italia” (1924), Da Verona entrò in un periodo di difficoltà, oltre che economiche, personali: malvisto dai critici, aderì al fascismo, ma portandovi una sgradita mentalità cosmopolita (un internazionalismo più da tabarin che da Società delle Nazioni, in verità), e ricevette un duro colpo, lui ebreo, dai Patti Lateranensi.
Non è illogico pensare che la Conciliazione dell’11 febbraio 1929 diede una buona spinta a Da Verona per attaccare lo scrittore cattolico per eccellenza sul suo stesso terreno: il romanzo di Renzo e Lucia. “I Promessi Sposi” di Da Verona, scritti proprio in quell’anno, ma datati beffardamente Anno 1623- Anno 1929, passarono sotto un autentico calvario di persecuzioni: furono sequestrati per vilipendio alla religione, alla morale ed all’ideologia fascista, anche perché per completare la beffa apparivano sul frontespizio come un’opera di Manzoni-Da Verona. Inoltre, lo scrittore fu aggredito e malmenato da un gruppo di giovani universitari fascisti mentre era in compagnia dell’editore Dall’Oglio in Galleria a Milano, che contestualmente bruciarono in piazza copie del libro saccheggiate dalle librerie in centro. Per Da Verona fu una specie di testamento artistico, perché smise di scrivere poco dopo, morendo poi nel 1939 di tumore, anche se alcune fonti parlano di suicidio, si dice anche per il dispiacere infertogli dalle leggi razziali, che di fatto lo emarginavano.

Riprendendo il mano l’opera daveroniana, a tutta prima, viene in effetti il dubbio che l’odio per Da Verona fosse personale e non collegato ad una sua particolare posizione antifascista: il libro sembra ad una prima lettura innocuo, spiritoso certo, ma non esageratamente tagliente. E’ andando invece più a fondo, in una lettura a piani sovrapposti che non si sospetterebbe in un umorista, che si capisce che il centro del racconto è un altro, e vi sono delle trovate di satira assolutamente corrosiva, che fanno passare in secondo piano la (modesta, ma pur presente) trasgressione sessuale, ed anche l’aspetto della polemica anticattolica, che Da Verona tiene su un livello piuttosto goliardico. Non credo proprio che gli scalmanati in Galleria avessero capito tutto questo, però che l’autore volesse fare della satira, ed anche piuttosto pesante, mi pare evidente.
Ricordiamo che l’anno era il 1929: la “normalizzazione” che il fascismo aveva promesso, praticamente dal delitto Matteotti in poi, doveva essere completa; un plebiscito sancirà in quell’anno la creazione di una Camera completamente fascistizzata (beh, almeno in apparenza: c’erano fior di cattolici e liberali, nonostante tutto). Malavita, aumento dei prezzi, turbolenze politiche, tutto doveva essere in teoria sparito, mentre la burocrazia doveva esser divenuta efficiente e lavorare con quello che allora si definiva, con assoluta mancanza di ironia, ritmo fascista. Da Verona, sperando sul supporto o forse sulla disattenzione del partito, e specie su quello del suo pubblico, fedele da un quindicennio, a livelli da bestseller, vuotò il sacco di quel che non andava.
Basta leggere che cosa sarebbe successo se il povero Renzo, salito su un tram (!) strapieno in via di Santa Radegonda, si fosse rotta una gamba cadendo sul predellino: “In un batter d’occhio la Croce Verde l’avrebbe trasportato alla Guardia Medica di via Agnello; questa lo avrebbe inviato all’Ospedale, dicendogli che quando un uomo ha la gamba rotta, è inutile venga a seccare il prossimo in un luogo di pronto soccorso, dove non c’è mezzo di farsela aggiustare; tanto più che il medico di guardia dorme saporitamente dalle dieci di sera alle otto del mattino, e non desidera essere disturbato. L’avrebbero dunque trasportato all’Ospedale, probabilmente per fargli ammirare il bellissimo effetto che la facciata sforzesca produce sotto il chiaro di luna; più bella ancora quando la luna non c’è. Ma, dato il regolamento che regge gli stabilimenti ospitalieri, la sentinella avrebbe chiamato il capoposto, questi l’infermiere di picchetto, e costui, molto cortesemente, avrebbe pregato l’infermo di volersi ripresentare il giorno dopo; essendoché l’Ospedale non è una casa pubblica, e di notte non riceve clienti.
Presentatosi il giorno appresso, il povero lecchigiano, leccardo, leccovingio o leccopolitano dalla gamba rotta avrebbe atteso, in piedi, fino alle ore quindici, per udirsi poi dire ch’essendosi egli rotta la gamba in comune di Milano, ma essendo egli di provincia limitrofa, poteva, se ciò gli era di comodo, lasciare il pezzo di gamba rotta all’Ospedale di Milano, e portare il resto a quello di Lecco”1
E’ un vero pezzo di cabaret ante-litteram, con un crescendo aspro e sicuro quanto basta, formidabile per esser stato scritto durante il ventennio. E’ chiaro che la parodia manzoniana, ed anche gli ammiccamenti sessuali, servono un po’ da paravento: lo scopo era un altro, molto più “politico”, ma di una politica personale, un po’ anarchica ed in fondo solipsistica. Tutto ciò, posto che le ingenue trasgressioni, specie sessuali, abbondano nel romanzo: Lucia ha una storia con l’Innominato, che ha 160 anni (sic), la monaca di Monza è forse lesbica, Don Abbondio non solo esclama “Benedetto Croce! Chi era costui?” ma aspirerebbe a che Lucia (che in segreto definisce “spitinfia”) si facesse il bidè in sua presenza, mentre Renzo si intrattiene con la moglie del cugino Bortolo, oltre che con la Contessa Maffei, incontrata in una strana osteria dove ci sono tra gli altri Giuseppe Verdi, Verri e Beccaria, oltre che Adelina Patti, nota cantante lirica ottocentesca.
La satira è consentita al Da Verona da un anacronismo, ed una sovrapposizione di piani temporali molto “allegra”, un po’ da studente, ma voluta ed insistita: la Perpetua si getta nel Resegone, come “vedova” di Rodolfo Valentino, mentre Lucia aspira a diventare una diva dell’arte muta, come Mary Pickford.
Sfortuna di Da Verona, in un certo senso, fu quella di non piacere alla fine né al governo né avere la tempra, ed in fondo la volontà di opporvisi. Nel 1924 Giuseppe Della Corte scriveva su “La rivoluzione liberale”2, rivista diretta da Piero Gobetti con durezza, parlando della borghesia meridionale:
“Che i giovani leggano Da Verona o Zuccoli o Pitigrilli, è fatto personale e di mere preferenze letterarie. Ma che gli stessi, e dopo siffatte letture, se ne vengano a sputar sentenze che san di sadico vassallaggio, è fatto repugnante e idiota. Non può non contristare, specie quando si pensa che non son poi pochi. Ma che per lo meno se ne vadano! Che si avviino verso la farneticata terra del loro sole artificiale, quale risulta dall’ideazione maturata attraverso il contrasto insopprimibile tra l’essere e il voler sembrare”.
Della Corte coglie una realtà di fatto: il mondo di Da Verona è in fondo astratto, artificiale, Mimì Bluette non è più realistica di Renzo che prende il tram; realistico fino alla sensualità è il contorno, però è anche vera la boutade di Cesare Pavese secondo il quale, Da Verona è un buon scrittore che scrive male. Male non tecnicamente (ce ne fossero di scrittori così oggi), ma specialmente perché vive e si nutre di quel contrasto insopprimibile, tipico di certa borghesia italiana, il famoso darsi un tono delle signorine di buona famiglia. Lucia ed Agnese non fanno altro per tutto il romanzo: darsi importanza, agghindarsi, fingere essere delle gran signore. Il che sarà senz’altro artificiale, ma esiste ancora tutt’oggi, eccome. E spesso funziona anche.
E cosa vogliono le famiglie borghesi ed operaie? “Ogni famiglia di borghesi o d’operai spende all’anno somme notevoli per vedere Charlie Chaplin e Pola Negri, mentre non versa, nemmeno a torcerla con le tenaglie, un soldo al libraio. Ragione? Molto semplice. Il cinematografo diverte, il libro annoia”3 Non si può dire che Da Verona non avesse le idee chiare, al punto da osarle esporre al Manzoni, cui il dialogo precedente si immagina rivolto. E non si può nemmeno dire che quest’affermazione, fatta alla fine degli anni ‘20, non sia attuale anche oggi, sempre che aggiorniamo i nomi degli attori, o forse sostituiamo il cinema con la televisione ed i videogiochi. Da queste parole è ovvio come il Da Verona si proponesse innanzitutto di non annoiare, e credo in sostanza che ci sia riuscito: d’altro canto, è uno che dichiara a chiare lettere come venne in contatto con “I promessi sposi” (voglio dire quelli veri), il che me lo rende piuttosto simpatico, perché, se non altro, onesto molto più di tanti intellettuali:
[…] ero giunto sopra il varco dei trent’anni senza aver letto, in quel modo che leggere si deve un libro, questi celeberrimi Promessi Sposi.
Per fortuna durante l’inverno 1923, mi venne l’influenza. Quando il chinino e l’aspirina mi ebbero fugata la febbre, un giorno, Dio sa perché, risolsi di compiere questo gran salto nel buio. Mandai la mia donna di servizio a comperare il capolavoro manzoniano, che non possedevo nella mia biblioteca di libri quasi tutti forestieri, ed ella, udendo il mio proposito, mi guardò tramortita.
Ma non disse parola. Forse comprese che non stavo ancor bene di salute. Andò e tornò. Spese L. 9,90 per recarmi, in una edizione di 733 pagine, questa grande storia milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni.
C’era di che leggere per tutta una convalescenza del tifo, anziché di una semplice influenza. Pure mi accinsi coraggiosamente alla grande impresa, con quella dolce confidenza in ogni cosa del mondo che l’uomo convalescente prova nel ritorno alla gioia di vivere4.

Un ultimo spunto lo vorrei fornire per concludere, e riguarda l’umorismo di matrice ebraica che è tipico e riconoscibile anche in Da Verona, specie nel gusto per l’esagerazione, il gioco parodistico verbale: anche Pitigrilli era di origine ebraica, come dall’altra parte dell’Oceano lo sono nel cinema Woody Allen ed i fratelli Cohen, e lo erano i fratelli Marx. In un recentissimo saggio, Contro l’idolatria”, uscito presso Einaudi, Moni Ovadia ci ricorda il ruolo importante dell’umorismo ebraico, come un deterrente che sbarra la strada a fondamentalismi ed integralismi di ogni sorta e, non a caso, anche alle dittature. Una rilettura di Da Verona in questo senso richiederebbe un numero di PB a parte, però mi sembra importante notare questo aspetto, che colloca questa parodia manzoniana nel suo ambito culturale più vasto.

(1)"I promessi sposi" p. 127 -
(2) Rivoluzione Liberale, Anno 3, n. 16 (15-4-1924), p. 62
(3) "I promessi sposi" p.39 - (4) "I promessi sposi" p.21-22

(c)Carlo Santulli

 

L'ultima edizione de "I promessi sposi" di Guido Da Verona è uscita nel 1998 per la Vita Felice, Milano, 330 pagine, ISBN 88-7799-074-0: da essa sono prese le citazioni.

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