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Emilio Salgari narrato dal figlio Omar (1940)
a cura di Carlo Santulli
Pubblicato su SITO


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Articoli Abbiamo già parlato di Emilio Salgari in numeri precedenti. Questo breve articolo vuole soltanto ricordare un'operina che è molto significativa per tracciare un profilo autentico dello scrittore veronese, ed è il libro di Omar Salgari, "Mio padre Emilio Salgari", uscito nel 1940 per i tipi di Garzanti con una prefazione dell'accademico d'Italia Lucio d'Ambra ed una lettera a mo' di post-fazione di Luciano De Nardis, scrittore forlivese di romanzi d'avventura. De Nardis, come Omar racconta, era appassionato di Sandokan da ragazzo e si sentiva un po' tigrotto di Mompracem: più ancora lo era suo nonno, che aveva un ciabattino di fiducia, analfabeta, cui raccontava le mirabolanti avventure della Tigre della Malesia, come uscivano fuori dai romanzi salgariani. Il ciabattino se ne entusiasmò tanto, che chiese al nonno se poteva intercedere presso Sandokan per arruolare un po' di Tigrotti di Forlì: la cosa andò avanti per qualche anno e molti ragazzi nel quartiere vennero "arruolati" nell'armata di Sandokan, pronti ad essere utilizzati all'occorrenza. I "contatti" con la Malesia venivano tenuti dal nonno di De Nardis, finché non divenne troppo vecchio e stanco per giocare ancora al pirata, e allora disse al ciabattino che l'ultimo messaggio di Sandokan era che aveva bisogno di un periodo di riposo, e così l'arruolamento forlivese di tigrotti terminò.
"Mio padre Emilio Salgari" non è un'autobiografia (Salgari scrisse sue proprie "Memorie"), ma è un libro costruito dall'ultimo figlio superstite della famiglia su ricordi personali e carte rimaste dal padre. Salgari aveva quattro figli, Romero, Fatima, Nadir e Omar appunto.
Il libro cerca di sottrarsi a tutto quel "romanticume", che lo stesso Salgari rimproverava a De Amicis (i due si conoscevano personalmente), specialmente rispetto a "Cuore", ma non tace nessuna delle circostanze familiari che possono attirare l'interesse del lettore.
Per esempio: quanti sapevano che i centocinque romanzi di Salgari furono scritti con la stessa penna, che lo scrittore instancabilmente riparava col filo di refe, e con un inchiostro che egli stesso ricavava da delle bacche che aveva in giardino: un po' due fissazioni, come anche forse il fatto che l'inchiostro nero "industriale" gli desse problemi alla vista, mentre quello più modestamente bluastro di "produzione propria" fosse adatto. Omar non tace il fatto che i testi scritti con l'inchiostro paterno erano ormai quasi illeggibili, già qualche decina d'anni dopo la sua morte.
Poi c'è il racconto della follia della moglie Aida, ricoverata dal 1907 al Manicomio come "relitto sociale" in quanto pazza pericolosa (che cosa fosse la "follia" in queste donne d'inizio del secolo scorso, spesso intelligenti e piene di forza, è tutto da studiare: forse quello che oggi definiamo nevrosi? Era pur sempre una società che comprimeva fino allo spasimo le forze vitali della donna. Mi viene in mente che anche la moglie di Pirandello aveva un simile problema, circa nella stessa epoca, ed anche la vivida descrizione letteraria della follia di Elisa in "Piccolo mondo moderno" (1901) di Fogazzaro, la Demente, come l'autore la definisce, ma più con intenzione di pietà che di crudezza). C'è la storica povertà dello scrittore, che vendeva romanzi a 300 o 500 lire, romanzi che poi vendevano milioni di copie, come "Jolanda la figlia del corsaro nero" (ma ormai l'autore aveva ceduto ogni diritto), fino all'ultimo contratto a 8000 lire con Bemporad (alla sua morte, Salgari fu identificato proprio perché aveva in tasca la ricevuta della raccomandata spedita a Bemporad-Firenze), contratto che però gli era costato 6000 lire di penale per aver rescisso l'altro contratto con Donath, e le novelle ad otto lire l'una.
Anche questa è la famiglia Salgari, che si muoveva di qua e di là (cinque diverse residenze solo a Torino, e poi Verona, Cuorgné, Sampierdarena, da dove li scacciò l'alluvione), dove si poteva ingaggiare una battaglia a palle di neve per scherzo e tirare di scherma, nella quale sembra che Aida Salgari eccellesse. E c'era uno zoo, che arrivò a comprendere diciassette gatti, ma c'era anche posto per un'oca, Madama Sempronia, e per una scimmia, Peperita, anche se Salgari non era un darwiniano, tutt'altro.
Salgari era un incredibile, esagerato fumatore (cento sigarette al giorno!): diceva che il fumo gli dava forza, scusa che molti suoi colleghi tabagisti ancora oggi cercano di accampare. Col tempo, le cento si ridussero a...novanta, semplicemente perché Nadir aveva iniziato anch'egli a fumare. (Per inciso: come si fanno a fumare cento sigarette al giorno?).
Ed è commovente che, a quanto dice Omar, il romanzo più bello, che parlava di un mago dai poteri straordinari, fu quello che il padre non mise mai su carta, ma narrava ai bambini sera dopo sera e che sarebbe durato finché egli era in vita. Ed altra storia familiare concepita da Emilio per far divertire e riflettere i figli fu quella costruita intorno alla bambola donata a Fatima dalla principessa Jolanda di Savoia, che aveva molto gradito che la figlia del Corsaro Nero portasse il suo nome, "Bambola bella in cerca di una stella", dove la bambola cade nella fontana volendo bere la stella che vi si rifletteva, un po' una precognizione vaga di "Laura's star", un racconto per bambini in voga in anni recenti, dell'autore tedesco Klaus Baumgart.
Omar racconta dell'uomo dalla memoria prodigiosa, di cui ricorda leggesse un solo libro, "I promessi sposi", commentando però che c'erano troppi Don Abbondio in Italia e che uno il coraggio se lo dovrebbe dare, eccome (p. 87). Salgari si basava su quello che vedeva ed apprendeva molto velocemente, e sui suoi ricordi geografici di ragazzo, scriveva su un tavolino malfermo, dove c'era posto solo per le sue carte, un avventuriero che aveva navigato, come forse tutti sanno, soltanto da Venezia a Brindisi, sul trabaccolo dal nome patriottico "L'Italia Una". E il libro cita anche il suo ingenuo entusiasmo per l'elettricità: "Tutto non è che elettricità […]. L'uomo s'accorgerà un giorno che con l'elettricità si potranno trasformare i corpi" Con l'elettricità si sarebbe potuto ottenere l'oro, solo che evidentemente, concludeva Salgari ironicamente, non sarebbe valso più nulla (p. 73). Politicamente, Salgari era un ammiratore di Crispi, il primo ed unico "cancelliere" del nostro Ottocento, da cui Omar deduce, un po' avventurosamente, ma utilmente per il buon peso del libro, che gli sarebbe piaciuto anche il Duce del Fascismo (le maiuscole non sono mie).

Salgari scrive un unico romanzo di fantascienza, "Le meraviglie del 2000" e nel complesso appare più interessato, al contrario di Verne, al futuro prossimo, una generazione o due in là al massimo. Vede con molta simpatia l'affermazione del cinema (erano quelli gli anni di Pastrone, e dei primi tentativi torinesi di narrazione filmica), e non si può dire non avesse le idee chiare su ciò che il pubblico desidera: "Ciò che piace al gran pubblico, specialmente giovanile, sia nel cinema sia nei romanzi, è di seguire le gesta che corrispondono a quanto ciascuno vorrebbe fare nella vita e non è ancora riuscito a fare" (p. 61).

E si arriva con un po' di commozione al suicidio dello scrittore il 25 aprile del 1911, preceduto da due lettere, una agli editori, piena di sarcasmo, ed una ai figli, piena invece di tenerezza e rimpianto; riporto qui sotto quest'ultima:
"Sono ormai un vinto. La malattia di vostra Madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie. Io spero che i milioni dei miei ammiratori che per tanti anni ho divertito ed istruito provvederanno a voi.
Non vi lascio che 150 lire, più un credito di lire 600, che incasserete dalla signora… Vi accludo qui il suo indirizzo. Fatemi seppellire per carità essendo completamente rovinato. Mantenetevi buoni ed onesti e pensate, appena potrete, ad aiutare vostra Madre. Vi bacia tutti col cuore sanguinante il vostro disgraziato padre.
Emilio Salgari"

Ma le lettere di congedo dovevano essere ben di più, forse tredici addirittura, se è vero che la figlia Fatima, avendo visto il padre con non meno di una mezza dozzina di fogli e di buste, gli avesse chiesto per scherzo se scrivesse alle sue morose. E suo padre confermò, aggiungendo "Ma sono morose che mi aspetteranno un bel pezzo all'appuntamento" (p.211 sgg.). E Fatima, ancora una bambina, non capì, come nessun altro dei figli. Ed attesero per un giorno ed una notte, fino alla mattina dopo, quando una guardia civica li riporterà alla realtà. Evidentemente, malgrado leggesse Manzoni, il coraggio Salgari non aveva saputo darselo o chissà, ne aveva avuto fin troppo.

© Carlo Santulli



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