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Delectatio morosa, ovvero gli spiriti letterari di Pitigrilli
a cura di Carlo Santulli
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Delectatio morosa, ovvero gli spiriti letterari di Pitigrilli

In un suo saggio musicale degli anni '70, Paolo Isotta si chiede se si sia mai dato il caso di un musicista che, morto giovane, abbia poi pubblicato altra musica da vecchio, dimostrando una certa evoluzione verso nuovi modi espressivi1. Un'opera di un Mozart sessantenne o di un Bellini ottantenne, insomma una "delectatio morosa", piacere tardivo. E, pur essendo evidente che un'opera del genere non può esistere, Isotta prosegue dicendo che un caso in realtà c'è: Rossini, sparito dalle scene a trentasette anni con il Guglielmo Tell, molti e molti anni dopo, ormai vecchio, scrive quella "Petite messe solennelle", compiuta nel 1863, ed è un musicista del tutto nuovo, appena lievemente somigliante all'operista di trenta o quaranta anni prima.

La morte di Rossini, però, era solo "artistica": dopo aver tanto sudato tra cantanti, impresari e palcoscenici, aveva deciso di godersi un po' la vita e, francamente, non mi sento di dargli torto. La "Petite messe solennelle" incrina appena la forma del silenzio rossiniano, ma non la sostanza della sua maturità e vecchiaia vissuta con calma, dopo una giovinezza più concitata e vorticosa dei finali di certe sue opere buffe.

Pensate però se la morte è reale, e qualcuno ti presenta una poesia, non uscita postuma, ma scritta dopo la morte. Pitigrilli (Dino Segre, 1893-1975), lo scrittore piemontese di origine ebraica, trascrive la seguente poesia di Guido Gozzano, suo amico di gioventù, datata 1941, venticinque anni dopo la morte del poeta:

Mamma

Te lo ricordi più quel coso strambo,

dolente e pensieroso,

conscio del suo destino doloroso,

che come fiore reclinò sul gambo?

Quel coso che passò nella tua vita

solo a darti dolore,

e che ti dié in ricambio del tuo amore

un'ansietà infinita.

Oggi quel coso, come risvegliato

dal sonno della morte al (...?) conviene,

e nel veder curvar sotto le pene

il tuo corpo adorato, inorridisce tutto e si tormenta,

ché nulla può se non volerti bene,

oh, tanto bene, e questo bene aumenta

con le tue pene.

La poesia non è forse bellissima, anche se il sentimento appare sincero. A renderla "abbastanza" gozzaniana è il riferimento alla madre, con cui Gozzano aveva un rapporto molto forte e profondo (capita a molti poeti, basta pensare a Pasolini, per esempio), ed il fatto che il poeta si definisca "coso", termine che Gozzano prediligeva per indicare, un po' anti-dannunzianamente, la propria natura persa di fronte al mistero universale. Tutt'altro che un superuomo insomma, che aveva anzi il vezzo di definirsi tutto minuscolo ed in una sola parola "guidogozzano".

Pitigrilli, seguace della teosofia, afferma che la poesia gli venne inviata da una medium, nella quale lo spirito del suo amico Guido si era manifestato2. C'era stato anche qualche problema di comunicazione, che spiega la lacuna al sestultimo verso.

Che ci crediamo o no, in un suo gustosissimo (oltre che piuttosto introvabile oggi) libro autobiografico, "Pitigrilli parla di Pitigrilli" (1948), scritto in Argentina, dove visse per parte del dopoguerra, l'autore si dilunga sulla produzione letteraria degli spiriti che si manifestavano alle sedute. E non erano spiriti da poco, perfino Leopardi si era trovato a passare (ma i suoi versi non vengono citati) ed aveva espresso ammirazione per Carducci e Pascoli e, meno, per D'Annunzio (!). Pitigrilli riporta poesie di Pascoli e di Fogazzaro, e così di poeti più moderni, di quella stessa Amalia Guglielminetti, che era stata l'amante di Gozzano: di lei lo stesso Gozzano, in spirito ovviamente, predice la morte, che avvenne proprio nel 1941 per setticemia in seguito ad una banale caduta. Ma Pitigrilli ammette di non aver avuto il coraggio, anche su consiglio dell'amico Pastonchi, di andarlo a riferire all'Amalia prima che morisse (né la cosa stupisce, onestamente).

Notare che Leopardi della Guglielminetti non vuol sapere, dicendo che ormai ci sono troppi poeti, e c'è poca poesia, trattandola un po' come certi vecchi burberi parlano dei giovani che non capiscono (Totò non diceva cose molto diverse dei cantanti di Sanremo, in una delle sue ultime interviste degli anni '60).

E si manifesta anche un amico umorista ed autore di libri per ragazzi, Carlo Dadone (1864-1931), che propone a Pitigrilli di realizzare una rivista, con alcuni autori "al di qua" ed altri "al di là". La cosa non si realizzò, ma è comprensibile che avere a disposizione Pascarella, Vamba, Yorick, Ricci, Ragazzoni, ecc., insomma tutti i più famosi umoristi di inizio secolo, tentasse un pochino Pitigrilli. Sarebbe stato indubbiamente un esperimento interessante, anche se le battute nascevano già vecchie di trent'anni.

Già: perché la differenza notevole, a quanto pare, rispetto al Rossini "redivivo" di Paolo Isotta, è che gli "spiriti letterari" di Pitigrilli (o della sua medium) non mostrano nessuna evoluzione evidente: le sedute erano affollate, e si presentavano persino spiriti vissuti nel '600 o giù di lì, che si esprimevano però in una lingua barocca. E non nascondo che piuttosto che un Gozzano che ancora nel 1941 scrive come nel 1910, sarebbe stato ancora più intrigante se si fosse espresso con la metrica ed il linguaggio, che so, de "Le occasioni" di Montale. Ma è evidente che non si può chiedere ad uno spirito di aggiornarsi (almeno, la medium di Pitigrilli non lo fece).

Qualche parola sul personaggio Pitigrilli: "Pitigrilli parla di Pitigrilli" fu scritto di getto (un mesetto di lavoro appena) per "La razón" di Buenos Aires3 e nasce anche come apologia "globale" contro varie accuse rivoltegli durante la sua carriera. Con la consueta abilità del romanziere di successo, la logica del discorso a volte barcolla, anche se lo stile non ha mai cadute di rilievo.

Romanziere scandaloso? No, piuttosto uno scrittore che mette in guardia contro i rischi della cocaina: "Non uso eccitanti. Ho provato per due settimane la cocaina nel 19224, per studiarne gli effetti e scrivere un romanzo e il sedicesimo giorno ho smesso: ne sapevo abbastanza" (p. 152).

Fascista allora5? No, nega di essere stato mai iscritto al Partito. E a Mussolini che lo invitava a farlo, intorno al 1922: "Non faccio della politica - risposi - Non mi iscriverò mai a nessun partito, perché al fesso del mio partito preferirei sempre l'intelligente del partito avversario" (p. 238), anzi racconta di come salvò la "Gazzetta del popolo" dalla distruzione dopo il 25 luglio, al punto da dover fuggire in Svizzera dopo l'armistizio, in un'avventurosa traversata del Lago Maggiore da Baveno a Locarno nella notte tra il 16 ed il 17 settembre 1943, anche perché i redattori esautorati volevano vendicarsi6.

Spiritista? Certo, ma quasi per caso: "Il 10 giugno 1940 fui mandato al confino di polizia, in un paesino della riviera ligure7 [...] Seppi da un frammento di conversazione che in una città, a un'ora e mezzo di treno, viveva una medium, e accondiscesi a invitarla" (p. 180). Curiosamente, dopo aver presentato questa specie di storia della letteratura scritta dagli spiriti, Pitigrilli spende una ventina di pagine per far un mezzo passo indietro: se pure c'è qualcosa di vero nello spiritismo, non è qualcosa di cui la Chiesa Cattolica debba aver paura, nonostante la condanna totale delle pratiche spiritistiche messa in opera dalla Congregazione del Sant'Uffizio il 27 aprile 1917 (Notare che nel dopoguerra Pitigrilli, fino ad allora ateo, si converte alla fede e vieta di ripubblicare tutti i suoi romanzi e raccolte di racconti degli anni '20, da "Cocaina" a "Mammiferi di lusso" ad "Oltraggio al pudore", ma non quelli degli anni '30, come "L'esperimento di Pott" e "Dolicocefala bionda"8).

L'acrobazia verbale si insinua nel ragionamento, e in un certo senso lo rende vero (la realtà autentica, chi la conosce, in fondo?). Pitigrilli è uno spirito vivace, e sempre pronto alle novità: la sua conversione fece molto rumore, e non fu l'ultima volta che si parlò di lui. Quando venne ammesso il divorzio in Italia nel 1970, Pitigrilli, che era separato da prima della guerra (ed a rigore non aveva bisogno di divorziare, in quanto già risposatosi in chiesa, però in Svizzera, nel 1943, ed inoltre viveva a Parigi, e non in Italia dal 1957) fu uno dei primi a regolarizzare la sua posizione, a beneficio della prima moglie. Gesto in fondo generoso, che ebbe anch'esso una certa copertura giornalistica, e che forse dispiacque a certi cattolici, pronti ad un referendum contro la legge Baslini-Fortuna. Anche qui, in fondo, rispetto alla conversione, un passo in una direzione ed uno in un'altra. Ma Pitigrilli non ebbe il tempo, o il bisogno, di fare, ormai ottantenne, apologia anche per questo.

I testi sono da "Pitigrilli parla di Pitigrilli" Sonzogno, Milano, 1949

La foto di Pitigrilli è presa da: www.pitigrilli.com/pitibio/bio.htm

1 Vedi P. Isotta, I sentieri della musica, Mondadori, Milano 1978, pp. 402

2 Ed all'idea che fosse proprio lui, oltre che il fatto di chiamar l'amico semplicemente Piti, concorreva anche la citazione di una serie di amici e circostanze comuni

3 Altri scritti autobiografici di Pitigrilli sullo spiritismo si trovano in "Gusto per il mistero", selezione di articoli giornalistici, uscita nel 1954, sempre presso Sonzogno

4 Qui la memoria di Pitigrilli è un po' approssimativa, perché "Cocaina" uscì nel 1921 (se la "sperimentazione" sia continuata dopo l'uscita del romanzo, non saprei dire)

5 Una delle accuse più frequenti rivolte a Pitigrilli fu quella di essere stato un delatore dell'OVRA, l'agenzia di spionaggio del governo fascista, dal 1930 fino al 1938, quando dovette sospendere l'attività perché colpito dalle leggi razziali. Questo ha dato origine ad una lunghissima querelle (vedi anche D. Zucàro, Lettere di una spia, Pitigrilli e l'O.V.R.A., Milano, Sugarco, 1977, pp. 189 e M. Franzinelli, I tentacoli dell'OVRA. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Bollati Boringhieri, Milano, 1999, pp. 765), e fu forse una delle cause per cui lo scrittore visse più in Sudamerica che in Italia nel dopoguerra

6 Ma sarà davvero questo il motivo della fuga? O più in generale la sua attività durante i quarantacinque giorni di Badoglio?

7 Pitigrilli non specifica quale, ma nei colloqui mediatici con Guido dice che il paesino era vicino a Bogliasco, luogo di vacanza abituale dei Gozzano

8 Sulla conversione si veda "La piscina di Siloe", Sonzogno, Milano, 1948.

© Carlo Santulli



Recensioni ed articoli relativi a Pitigrilli

(1) Pitigrilli e L'OVRA a cura di Silvano Volk - ARTICOLO
(2) Pitigrilli e Amalia a cura di Silvano Volk - ARTICOLO
(3) Delectatio morosa, ovvero gli spiriti letterari di Pitigrilli a cura di Carlo Santulli - ARTICOLO
(4) Incontro semiserio con Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini a cura di Carlo Santulli - ARTICOLO


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