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Italo Calvino e la scrittura
a cura di Alessandra Scifoni
Pubblicato su SITO


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Entriamo nel laboratorio di Calvino, e scopriamo pile di carte disposte in un ordine solo apparentemente casuale. Dove ci troviamo? Siamo in una casa immersa nel verde; la stanza, con un'ampia scrivania e scaffali traboccanti di libri, è accogliente, e capiamo di essere nel luogo preferito dello scrittore, nella sua tana. Se guardiamo più da vicino, vediamo che sono per la maggior parte fogli manoscritti, pieni di correzioni, aggiunte e interpolazioni. La grafia è di due tipi: una è grande, con lettere piuttosto grosse (quella usata per copiare o nei casi in cui maggiore è la sicurezza di ciò che si deve scrivere); l'altra, che corrisponde ad uno stato mentale meno sicuro, è molto piccola, tanto che le o sembrano quasi dei puntini. Immaginiamo lo stesso Calvino chino su questi scritti, che tenta di decifrare la sua grafia guardando attraverso una lente d'ingrandimento; il problema sembra potersi risolvere con l'uso della macchina da scrivere, ma:

«Quando finalmente rileggo il dattiloscritto, scopro un testo del tutto diverso, che spesso rivedo ulteriormente. Poi faccio altre correzioni. Su ogni pagina cerco prima di fare le mie correzioni a macchina; poi correggo ancora un po' a mano. Spesso la pagina diventa talmente illeggibile che mi tocca ribatterla».1

Ma cosa guida la mano dello scrittore sul foglio, o sui tasti della macchina; qual è la matrice da cui scaturisce la sua scrittura? Il più delle volte, tutto nasce da una piccola immagine singola, che poi viene ampliata. L'opera deve reggersi su una solida struttura; arriva un momento in cui, per Calvino, gli schemi diventano un'ossessione, unica base certa da cui partire per costruire qualcosa che abbia un senso, un lavoro realmente completo. Ma altrettanta importanza ha la condizione che il risultato sia piacevole per il lettore; egli non dovrà percepire la fatica dell'autore, dovrà solo godere del piacere della lettura. E se scrivere è quasi un bisogno fisiologico, anche la scelta tra opera realista e opera d'immaginazione va al di là di una semplice preferenza di genere:

«Quando scrivo un'opera completamente di invenzione, avverto il desiderio di una scrittura che riguardi direttamente la vita quotidiana, le mie attività e i miei pensieri. In quel momento, l'opera che vorrei scrivere è quella che non sto scrivendo. Invece, quando scrivo qualcosa di molto autobiografico, legato ai dettagli della vita quotidiana, allora il mio desiderio si rivolge nella direzione opposta. L'opera diventa di invenzione, senza legami visibili con me stesso, e forse proprio per questo motivo è più sincera».2

Seppur disdegnando facili psicologismi, e nonostante abbia sviluppato nel tempo una sorta di allergia per quegli autori tutti ripiegati su loro stessi, Calvino è consapevole di quanto l'efficacia di un'opera risieda nella sua capacità di esprimere l'interiorità dell'autore. E solo i vincoli che fanno parte della personalità più profonda dello scrittore (vincoli sociali, doveri religiosi, etici, filosofici o politici) potranno trovare spazio nell'opera senza soffocarla, anzi la renderanno più ricca e più vera. Calvino-narratore si è formato negli anni Quaranta, in un periodo nel quale la guerra, lo scontro tra ideologie, la riflessione politica e il fermento sociale, impregnavano della loro essenza ogni fibra della realtà. Ogni individuo e, soprattutto, ogni intellettuale era cresciuto con il forte peso di una morale, che doveva dar forma all'esistenza, come pure allo stile. Nella maturità, nonostante la distanza da quell'epoca di formazione, lo scrittore custodisce ancora quei valori dentro di sé: ogni processo di conoscenza, come lo stesso atto dello scrivere, richiede e necessita sempre di uno sforzo, di un impegno continuo; niente è semplice, scontato.

«Credo che la prosa richieda un investimento di tutte le proprie risorse verbali [...]: scatto e precisione nella scelta dei vocaboli, economia e pregnanza e inventiva nella loro distribuzione e strategia, slancio e mobilità e tensione nella frase, agilità e duttilità nello spostarsi da un registro all'altro, da un ritmo all'altro»".3

Calvino diffida, quindi, da quegli scrittori che utilizzano aggettivi ovvii e inutili, e non apprezza quelli che, al contrario, caricano la frase di troppe intenzioni; compie molta più fatica, e perciò ottiene maggiori soddisfazioni, colui che ricerca i giusti mezzi per raggiungere esattamente i risultati prefissati.

Tra le numerose esposizioni del Grand Palais di Parigi visitate da Calvino, ce n'è una dedicata alla nascita della scrittura. Di questa, lo scrittore, ci dà un'ampia rappresentazione, descrivendo sia la piacevolezza delle immagini, che la mole d'informazioni recuperata tramite le interessanti didascalie. Dalla scrittura cuneiforme dei Sumèri, alla sua diffusione in tutto il Medio Oriente, dalla figurazione dei geroglifici egizi, alla loro codificazione, fino ad arrivare alla creazione dell'alfabeto, attribuita al popolo dei Fenici: questa la storia raccontataci da Calvino, condita da alcune riflessioni che ne dimostrano la curiosità e la passione per l'argomento. Una volta accertatosi che la scrittura sia un fatto di cultura, e non di natura (la maggior parte delle lingue del mondo, infatti, sono solo parlate, e se hanno subito un'alfabetizzazione è stato per imitazione), lo scrittore tiene a precisare che, unitamente alla necessità pratica, mercantile ed esattoriale, la spinta per la creazione nasce da un'espressione artistica, poetica, della quale sono testimoni le decorazioni di oggetti di culto o d'uso, atte a rappresentare i nomi di uomini o divinità, stati d'animo e atteggiamenti verso il mondo. Altra storia della parola scritta, intesa come evoluzione grafica, è quella tracciata da Armando Petrucci nel suo saggio La scrittura fra ideologia e rappresentazione: dalla Roma imperiale, "ricoperta da uno strato di scrittura che s'estendeva sui frontoni, sulle lapidi, sulle insegne", alla bizzaria della grafia rinascimentale, fino all'epoca moderna, con il carattere semplice ed austero tipico del regime fascista (il "bastone"), e l'esplosione selvaggia delle scritte murali contestatarie. Calvino non si limita a un'esposizione dei contenuti, non può, visto il forte interesse per il tema, esimersi dall'esprimere un parere, che, come accade il più delle volte, va al di là del puro giudizio di gusto, nutrendosi di una solida base morale. La scrittura sulla città è spesso imposta dall'alto, sia questo "alto" un Impero o un'azienda che espone la propria pubblicità; anche quando le scritte vengono dal "basso", dal popolo, sono inutili se si limitano ad una nuda affermazione o negazione, che richiede a colui che legge solo un atto di consenso o di rifiuto (atto non così banale, a mio parere). Fanno eccezione, per Calvino, le scritte di protesta sotto i regimi di oppressione, le scritte spiritose o quelle che suscitano una riflessione o una suggestione poetica, o rappresentano qualcosa di originale dal punto di vista della forma grafica. La stessa "suggestione poetica" può nascere dalla visione di una scrittura sconosciuta, solo allora la parola è liberata dal peso del significato e può volare alta nella nostra immaginazione. Così può capitarci con i calligrammi dell'Estremo Oriente o con la scrittura araba (se non li conosciamo), così accade con la grafia del Codex Seraphinianus, enciclopedia dell'artista visionario romano Luigi Serafini, grafia corsiva minuziosa e agile di una lingua inesistente, ma verosimile, che ha diversi punti in comune con la scrittura elfica.4

Ancora una volta l'immagine, nuova e allo stesso tempo evocativa, suggerisce a Calvino parole tra le più belle e ricche della sua maturità:

«La parola scritta è anch'essa vivente (basta pungerla con uno spillone per vederla buttare sangue), ma gode della sua autonomia e corposità, può diventare tridimensionale, policroma, sollevarsi dal foglio appesa a palloncini, o calarvi col paracadute. Ci sono parole che per tenerle attaccate alla pagina bisogna cucirle, facendo passare il filo attraverso gli occhielli delle lettere anellate. E se si guarda la scrittura con la lente, il sottile filo d'inchiostro si rivela percorso da una fitta corrente di significato: come un'autostrada, come una folla brulicante, come un fiume guizzante di pesci. Alla fine [...] il destino d'ogni scrittura è di cadere in polvere, e pure della mano scrivente non resta che lo scheletro. Righe e parole si staccano dalla pagina, si sbriciolano, e dai mucchietti di polvere ecco che spuntano fuori gli esserini color arcobaleno e si mettono a saltare. Il principio vitale di tutte le metamorfosi e di tutti gli alfabeti riprende il suo ciclo».5

Più di ogni altro supporto materiale, il libro è il depositario del mistero della scrittura. L'immaginazione popolare, ci ricorda lo scrittore in una conferenza tenuta alla Feria del Libro di Buenos Aires, attribuiva alla parola scritta poteri soprannaturali e fantasticava sull'esistenza di un libro che rendesse possibile il dominio del mondo. L'enciclopedia, il libro come specchio dell'essere umano, sono tutte definizioni che dimostrano quanto sia sempre stato importante il desiderio di conoscenza totale e la volontà di condividere un proprio modo di capire la vita. Sappiamo che il rapporto di Calvino con l'oggetto libro è un rapporto amoroso; camminava tra gli scaffali di una biblioteca con lo stesso profondo rispetto dovuto a coloro che hanno vissuto la Storia sulla propria pelle; assisteva ad un'esposizione di libri provando quasi un senso di vertigine, nel perdersi in un mare di carta stampata e copertine colorate, nell'apertura di spazi senza fine e nell'attesa continua di una sorpresa, fosse una nuova edizione o un titolo che potesse incuriosirlo. Ma proprio come in un rapporto amoroso, lo scrittore vive con la parola scritta momenti di tensione, di scontro anche violento, e sono quei momenti in cui è lui a scrivere. Abbiamo già scoperto quanto i fogli utilizzati da Calvino somiglino a dei campi di battaglia, in cui le parole sono ferite dai tratti netti di una penna che le cancella e le corregge: sembra essere un'operazione non molto divertente, ma necessaria, come la stessa esperienza della vita.

«Quando mi stacco dal mondo scritto per ritrovare il mio posto nell'altro, in quello che usiamo chiamare il mondo, fatto di tre dimensioni, cinque sensi, popolato da miliardi di nostri simili, questo equivale per me ogni volta a ripetere il trauma della nascita, a dar forma di realtà intellegibile a un insieme di sensazioni confuse, a scegliere una strategia per affrontare l'inaspettato senza essere distrutto. [...] Mi chiederete: se dici che il tuo vero mondo è la pagina scritta, se solo là ti senti a tuo agio, perché vuoi staccartene, perché vuoi avventurarti in questo vasto mondo che non sei in grado di padroneggiare? La risposta è semplice: per scrivere. [...] È per rimettere in moto la mia fabbrica di parole che devo estrarre nuovo combustibile dai pozzi del non scritto».6

Quale sia la forza che spinga l'uomo a riporre le sue speranze di un ordine intellegibile del mondo nella scrittura, è difficile da chiarire. Lo scrittore continua a pensare a quali libri vorrebbe leggere, quali temi trattino e quale sia il loro stile, e poi cerca di concretizzarli. La motivazione di questo processo continuo è forse, come ci confida Calvino, la semplice necessità di conoscere quel mondo "esterno" con il quale altrimenti non riusciremmo ad avere un contatto diretto. Oppure è la stessa che ha mosso i popoli dell'antichità a trascrivere i loro saperi: rendere la conoscenza e con essa il proprio spirito, immortali.

1Uno scrittore pomeridiano. Intervista sull'arte della narrativa, Minimum Fax, 2003.
2Ibid.
3Ibid.
4L'elfico è stato inventato dallo scrittore inglese John Roland Reuel Tolkien, autore della nota saga Il Signore degli Anelli. Lo stesso Tolkien dichiara in una lettera: «Nessuno mi crede quando dico che il mio lungo libro è un tentativo di creare un mondo in cui una forma di linguaggio accettabile dal mio personale senso estetico possa sembrare reale. Ma è vero».
5L'enciclopedia di un visionario (1982), in Collezione di sabbia.
6Mondo scritto e mondo non scritto (1985), in Saggi.

© Alessandra Scifoni




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