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L’Italia unita e la scoperta della mafia
a cura di Carlo Ruta
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Già prima dell’unificazione del paese sotto la dinastia sabauda, alcuni miti resistenti che i viaggiatori europei dell’ultimo Settecento avevano irradiato della Sicilia, a partire da quello di Palermo «città felicissima», prendevano a venir meno: non senza fondamento. Di massima, gli osservatori stranieri in quei decenni usavano toni cupi nell’annotare la città, sottolineando più che in passato il disarmante spettacolo dei poveri, il commercio decaduto, il terrore borbonico, lo spionaggio, le brutalità, la corruzione degli uffici. La capitale siciliana si mostrava in effetti come il centro di una suppurazione sociale e politica. E benché non tutto apparisse in disordine, pure in virtù dei commerci e delle relazioni che intessevano i protagonisti dell’industria, i più importanti dei quali stranieri, come gli Ingham e i Whitaker, i deficit civili riuscivano ad adombrare le curiosità architettoniche, il paesaggio, la storia millenaria. Non venivano riconosciute realtà criminali di rilievo, perché il regime poliziesco dei Borboni di Napoli in qualche modo le oscurava. Qualcosa avveniva tuttavia nella segretezza delle comunicazioni di Stato. Il procuratore generale di Trapani Pietro Ulloa in un rapporto del 1837 destinato al ministro della Giustizia Parisio, diceva di una consorteria occulta, radicata nella vita e nelle consuetudini dell’isola, che reggeva sull’intimidazione e sul delitto. Non si trattava beninteso di un fatto atipico, distante da quanto avveniva gli Stati italiani ed europei del tempo. Tutti i centri del continente ospitavano società segrete che si nutrivano di delitti. Venivano registrati comunque dei fatti, delle situazioni attive, che nei frangenti successivi, fermentati dalla questione mafiosa, avrebbero fatto il nucleo della «differenza» siciliana.

L’unificazione del paese, con i suoi laceranti risvolti civili, a partire dall’irriducibile contenzioso fra il potere centrale e il Meridione, frustrato e per forza di cose rivoltoso, creò comunque le condizioni perché le problematiche sociali delle regioni più emarginate, a partire dalla Sicilia, esplodessero e acquistassero una visibilità inedita. Da prospettive eterogenee vennero allora le prime interpretazioni del fenomeno mafioso, sotto il peso della realtà effettiva, investigata perlopiù direttamente, ma dietro pure una varietà di sollecitazioni, divise fra la diplomazia, l’economia, la politica. L’unità compiuta dell’Italia consentiva d’altronde di registrare meglio che in passato le tipicità e le differenze territoriali, di operare quindi confronti quantitativi e valutazioni, ponendo altresì a frutto gli strumenti delle scienze positive, che proprio in quei periodi registravano in ambito criminologico l’assunzione di paradigmi complessi, con gli studi di Cesare Lombroso. Riguardo alla interpretazione delle «differenze» siciliane si registrarono comunque varie fasi. Di primo acchito, testimoni ascoltati divennero, nel paese e all’estero, i cronisti e gli osservatori, tanti dei quali non italiani, che seguono gli eventi militari del 1860 e quelli civili di poco successivi. Acquistarono poi rilevanza i rapporti di prefetti e magistrati, di massima non siciliani, circa gli alti indici di criminalità nelle aree centro-occidentali. Stabilirono infine dei punti fermi, a dispetto delle differenze di valutazione, gl’inquirenti governativi e parlamentari, i notisti politici, gli economisti e i sociologi che nell’isola si recarono, a partire dalla metà degli anni settanta, per verificare le condizioni dei contadini e, maggiormente, per indagare quel fenomeno ormai ineludibile che veniva largamente riconosciuto come mafia. Si trattò in sostanza di passaggi nodali, su cui è il caso di dare un minimo ragguaglio.

Nel 1860 si ritrovarono in Sicilia un gran numero di osservatori, i più dei quali al seguito di Garibaldi, la cui iniziativa militare, godette ovviamente del massimo interesse, non soltanto in Europa, per quanto avrebbe potuto nei difficili equilibri continentali. Tali osservatori si coinvolsero negli eventi, scrutarono, annotarono, diffusero sui giornali europei e d’oltreoceano i loro reportage. Di lì a poco avrebbero dato alle stampe i loro diari, non di rado con buoni risultati di vendita. La componente più folta e motivata era quella francese, in sintonia con il «partito italiano», vicino a Garibaldi, che andava consolidandosi nella regione oltremontana. Vi si ritrovarono, fra gli altri, il celebre romanziere Alexandre Dumas, che in Sicilia era stato già nel 1835, i giornalisti Émile Maison e Ulric de Fonvielle, il giovane Èdouard Lockroy, che sarebbe divenuto alcuni anni dopo un politico di spicco, mentre la scrittrice Louise Revoil giungeva a Palermo al seguito di Vittorio Emanuele, nello stesso anno, quando occorreva dare ufficialità agli esiti del plebiscito. Cospicue risultarono comunque le rappresentanze di altre nazioni.

L’osservazione dei fatti che riguardavano la Sicilia non si fermò tuttavia alle operazioni militari del 1860. A tenere vivo l’interesse verso l’isola concorsero una serie di eventi, di difficile interpretazione, degli anni successivi, a partire dall’intrigo dei pugnalatori. L’uccisione pressoché simultanea di tredici uomini in una notte del 1862 ottenne in effetti una risonanza straordinaria, che continuò fino alla conclusione del processo l’anno successivo, con diverse condanne a morte. E un clamore eguale, se non superiore, suscitò nel 1863 l’assassinio del generale garibaldino Giovanni Corrao, che voci del tempo addebitarono alle istituzioni sabaude. Era partita in realtà la resa dei conti del governo nei riguardi del radicalismo democratico e repubblicano, che nell’isola avrebbe acceso rivolte e determinato l’eccidio di Fantina a opera delle truppe sabaude, per chiudersi poco dopo con i fatti di Aspromonte. Fu comunque la peculiarità e la continuità dei fatti a fissare l’interesse. Nello stesso anno destò impressione il rapimento dell’industriale britannico James Forester Rose, avvenuto in una località vicino Palermo mentre viaggiava in carrozza con la figlia. Per gli inglesi non si trattava della prima volta. Già nel 1848 John Barlow, direttore della ditta Woodhouse, era stato rapito con il contabile Alison, e liberato cinque giorni dopo dietro il pagamento di cinquecento onze. Ma dopo il 1860 le condizioni erano altre, e l’evolversi delle cose corroborava l’opinione che andava affermandosi nel continente. Nel 1865 l’inglese William Moens rischiò di essere catturato da briganti nei pressi di Randazzo, ma curiosamente fu rapito nei pressi di Paestum, per essere rilasciato dopo il pagamento del riscatto. Come in altri casi, si accesero discussioni, e non solo. Appena un anno dopo la vicenda venne raccontata dallo stesso Moens in un libro, English travellers and italian brigants, che, uscito appena un anno dopo, registrò in Inghilterra, e non solo, un discreto successo.

Nelle opinioni pubbliche continentali si radicava in sostanza l’idea, vantaggiosa per i governi sabaudi che pianificavano la repressione, di un Sud italiano e di una Sicilia incivili, omertosi e infestati da bande criminali. In tali casi non si trattava propriamente di mafia. Era banditismo, privo di ogni altra connotazione. Per i giornali del tempo faceva tuttavia poca differenza. Il nesso tra i briganti, l’omertà sociale e le consorterie dei malfattori che serravano i centri urbani veniva dato per scontato. Costituiva una sorta di sottinteso, corroborato peraltro dagli interventi dell’Agenzia Stefani, che, già devota a Cavour, sosteneva le iniziative centralistiche della Destra.

La conoscenza della mafia maturava intanto sul campo, attraverso il confronto con la quotidianità dell’isola. Dai rapporti di alcuni prefetti e di altri pubblici funzioni cominciava a delinearsi un sistema, che corroborava la nozione di una Sicilia distante dalla normalità e, per certi versi, dai trend continentali. Il sottosuolo delle città, scandagliato pure con rigore sociologico, dietro sollecitazioni di vario tipo, cominciava in realtà a rendersi visibile. Il prefetto di Palermo Gioacchino Rasponi, in un rapporto richiesto dal ministro dell’Interno nel 1874, quando resisteva ancora il governo della Destra, rappresentava la mafia come una consorteria ampia, presente in pressoché tutti i ceti sociali, espressione comunque di un diffuso pervertimento morale, reso pure possibile dai retaggi del passato regime borbonico. Nello stesso periodo, ancora su sollecitazione del ministro, il prefetto di Trapani, Cotta Ramusino, convinto pure lui che la mafia fosse il risultato di un pervertimento del senso morale, ne spiegava l’esistenza con l’ingordigia dei ceti medi, soprattutto artigianali, e la tradizione dei ceti proprietari di ricorrere al braccio privato per farsi giustizia da sé, in definitiva per compiere le loro vendette. Dal canto suo, il prefetto di Girgenti Luigi Berti riteneva che la mafia fosse «un poco invidiabile privilegio della Sicilia». E rimarcando ancora i presunti deficit civili del sud e dell’isola si esprimeva quello di Caltanissetta, Guido Fortuzzi, che invocava nuove leggi repressive, dopo quella firmata nel 1863 dal deputato abruzzese Pica, che secondo lui era riuscita estirpare il «terribile brigantaggio napoletano».

Tale quadro di scoperte, oltre che travisamenti e pregiudizi, offriva elementi conoscitivi del fenomeno, con la enumerazione di dati sarebbero stati rielaborati con maggiore scrupolo sociologico dalle inchieste successive. Le analisi dei prefetti non erano comunque il solo percorso che portava alla conoscenza del fenomeno. Un altro, si direbbe il più fecondo, era costituito dalle investigazioni condotte dai magistrati sul terreno. È il caso di fare allora un breve passo indietro, ai primi anni settanta, perché una radicalità del tutto inedita assunse in quel periodo la sfida del procuratore del re a Palermo Diego Tajani, originario della Calabria. Riunendo indizi e dati, pure testimoniali, questo magistrato ebbe l’audacia di inquisire il questore Giuseppe Albanese, accusandolo di essersi servito di bande di malfattori per eliminare boss irriducibili e, addirittura, oppositori politici, sotto la protezione del prefetto Giacomo Medici del Vascello. Il generale Medici era allora una delle autorità più prestigiose del Regno. Dopo aver combattuto in tutte le campagne garibaldine, dal 1860, aveva guidato una colonna dell’Esercito Regio nella guerra combattuta nel 1866 contro l’Austria, finita con l’annessione del Veneto all’Italia. Aveva guadagnato per tutto questo il favore incondizionato della Corona e l’incarico di prefetto di Palermo, che avrebbe mantenuto fino al 1873. Il caso insorse, con effetti da scandalo, nel luglio 1871, quando il procuratore giunse a ordinare l’arresto di Albanese, accusandolo di aver fatto assassinare il malavitoso Santi Termini. Inaugurando una tradizione, Tajani finì con il pagare il gesto temerario con le dimissioni dalla magistratura, dopo l’assoluzione, ovvia, del questore per insufficienza di prove. Le sue requisitorie, fatte circolare in opuscoli, e i discorsi parlamentari, dopo che venne eletto deputato per la Sinistra nel collegio di Amalfi, ampliarono tuttavia la conoscenza del fenomeno criminale, mentre abbozzavano in qualche modo il paradigma giudiziario della lotta alla mafia.

Intorno la metà degli anni settanta, come si diceva, la situazione veniva riconosciuta dai prefetti come drammatica. Il governo Minghetti ne approfittò quindi per emanare, a firma del ministro degli Interni Girolamo Cantelli, una serie provvedimenti straordinari, che determinarono nell’isola repressioni indiscriminate. L’operazione ebbe tuttavia un costo politico, perché sotto la guida dell’aristocratico Nicolò Turrisi-Colonna, di cui il questore Ermanno Sangiorgi alcuni decenni dopo avrebbe documentato i rapporti con il boss dell’Uditore Antonino Giammona, la Sicilia dei notabili reagì con forza, mandando in parlamento 44 deputati d’opposizione, sui 48 che rappresentavano l’isola. La Sinistra, a partire dal 1876, non fu comunque da meno. Con l’esordio governativo di Giovanni Depretis si apriva infatti una stagione di violenze e abusi, resi possibili dai provvedimenti d’emergenza firmati dal ministro dell’Interno Giovanni Nicotera. Tutti in ogni caso si dissero convinti della necessità di investigare la sostanza della mafia. In un crescendo di tensione civile e politica, partiva quindi la stagione delle inchieste parlamentari e governative, oltre che quelle private.

La prima commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni della Sicilia, istituita nel 1875, alimentò aspettative importanti. Chiusi però i lavori l’anno successivo, con la relazione del deputato di destra Romualdo Bonfadini, gli esiti, da molti osservatori, non solo italiani, furono considerati deludenti. Non si giunse a definire cosa fosse realmente la mafia, né si osò chiarire i punti di contatto con i ceti dirigenti, che non fossero quelli borbonici, malgrado si avesse alle spalle la vicenda Albanese-Medici. Ci fu comunque poco tempo per lamentare l’occasione perduta perché poco dopo, nel 1877, uscì per la casa editrice Barbera di Firenze un’inchiesta a due voci, che, senza recare l’imprimatur dello Stato, segnava una vera e propria svolta, soprattutto sotto il profilo sociologico. Gli autori, i toscani Raimondo Franchetti e Sidney Sonnino, entrambi di tradizione conservatrice, recavano l’intento dichiarato di rimediare ai deficit di conoscenza che riguardavano l’isola, convinti, al pari del «Times» di Londra, che gli stranieri conoscessero il sud del paese meglio degli italiani del settentrione. E tutto sommato centrarono l’obiettivo. Diversamente dai commissari dei due rami del parlamento riuscirono a comporre infatti, con un uso largo dei saperi scientifici del tempo, un’analisi rigorosa sulla condizione dei contadini e del fenomeno mafioso.

Franchetti, che elaborò il secondo tema, definì la mafia un’industria del delitto, opera di un ceto medio di facinorosi, una sorta di borghesia bellicosa e periferica, in grado di contestare il monopolio della forza esercitato dallo Stato. Ne spiegò le compenetrazioni con i poteri ufficiali dell’isola, portando a esempio la vicenda Albanese-Medici. Argomentò altresì che la modernizzazione dell'isola era stata fermata dalle protervie del ceto dominante, l'unico a far arrivare la sua voce fuori dall'isola, arrogandosi di rappresentarla tutta, oltre che al permanere del latifondo e delle sue fosche consuetudini. Contestò la tesi sull’ingovernabilità dei siciliani a causa di una loro supposta insularità d’animo, imputandola invece alle condizioni d’indigenza in cui era ridotta gran parte della popolazione. Riprendendo poi alcuni temi ricorrenti dell’illuminismo meridionale, addebitò pure ai ceti borghesi il persistere delle iniquità. La soluzione dei problemi siciliani era comunque di tipo centralistico. Più che in un atto di volontà delle popolazioni siciliane secondo Franchetti era da ravvisare infatti nell’autorità dello Stato centrale. C’era in definitiva quanto occorreva perché in Italia e all’estero la discussione sulla mafia registrasse ulteriori rilanci. E così fu.

© Carlo Ruta




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