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Mappe d'Europa
a cura di Giancarlo Bonifazi
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La comparazione delle carte geografiche storiche della stessa area di riferimento dimostrano l’esistenza di  linee di tendenza costanti nel tempo. Per esempio, l’area occupata dallo stato francese è compresa tra confini che, salvo oscillazioni temporanee, sono sempre gli stessi. Raramente la Francia ha oltrepassato i Pirenei e, d’altra parte, sul versante opposto, nei confronti della Germania, manca del tutto una stabilità del limes che, all’altezza della Lotaringia (Lorena e Alsazia), ha oscillato parecchie volte. Del tutto forzata e dovuto a meri fini di conquista e non a motivi di maggior consistenza culturale, appare invece l’estemporanea, anche se prolungata nel tempo, occupazione da parte inglese di zone continentali francesi. Così è facile desumere che il confine tra Portogallo e Spagna è uno dei più stabili che si possono osservare essendo stato eliminato una sola volta, nel ‘500, per circa sessant’anni, per ragioni dinastiche. Per le aree più grandi è possibile fare considerazioni ancora più interessanti. Così nel Mediterraneo dove, alla stabilità che l’aveva contraddistinto nel mondo antico, è subentrata una divisione orizzontale, dopo l’entrata in scena dell’Islam, che ha interessato tutti gli aspetti esistenziali delle nazioni rivierasche. Contemporaneamente, o forse per conseguenza, si è formato in Europa un “vortice”, prima inesistente, di interessi sociogeopolitici che ha trovato il suo “ubi consistam” nella creazione di un nuovo stato: l’Impero Carolingio che, nel tempo, si è andato a scontrare con un altro protagonista: l’Impero Germanico. La soluzione a questo antagonismo si è trovata solo nell’ultimo dopoguerra con la progressiva creazione dell’Europa Unita (Framania). Conseguenze minori, ma interessanti per la penisola italiana, ci sono state specie per il Meridione che, dopo aver perso il suo legame con Roma imperiale, è stato sballottato tra vari conquistatori che, comunque, non riuscirono ad impoverirlo durevolmente, tranne gli ultimi: i Savoia.

Mappa storico geografica numero uno: massima espansione dell’Impero Romano

L’Impero di Roma raggiunse il massimo dell’estensione territoriale al tempo di Traiano che riuscì a portare le sue legioni fino in Mesopotamia, unificando politicamente, in modo oggi impensabile, la Britannia all’Anatolia, l’Armenia al Marocco, il Portogallo alla Siria… Un’area che coprirebbe, oggi, il territorio di più di trenta stati moderni. In tutto circa cinque milioni e mezzo di chilometri quadrati ai quali va aggiunta però l’area di dominio più importante: quella del mar Mediterraneo dove non c’era un solo metro di costa che non fosse soggetto alla legge romana.

Nel mare “nostrum” si trovava il baricentro dell’Impero, il suo ombelico e la struttura stessa della sua potenza. Lì si svolgevano traffici e commerci, in tutte le direzioni, al sicuro da ogni pericolo, nella stabilità dell’economia. Il lago Mediterraneo non rappresentava un ostacolo, ma una via di comunicazione privilegiata tra le varie parti dell’Impero al quale era così consentito di svolgere la sua insostituibile, mai più rinnovata, funzione di cerniera e di ponte tra le culture di tre continenti. L’Asia fino alla terra dei Seri, l’Europa e l’Africa potevano, nel Mediterraneo unito, sviluppare contatti e mediazioni oggi neanche immaginabili. Al centro di questa realtà c’era la penisola italiana e, al centro di essa, la città di Roma che, sostanzialmente, era la capitale del Mediterraneo, ruolo che aveva strappato alla sua più pericolosa concorrente: Cartagine. Il Meridione d’Italia era la regione più ricca e privilegiata di tutto l’Impero, protesa com’era verso il mare, a fare da ponte e punto di appoggio per chiunque volesse intraprendere una rotta a lungo percorso. Favorita dal clima e dalla geografia era attraversata dalla via consolare più importante, la via Appia, che metteva in comunicazione il Tirreno con l’Adriatico. Strada di commerci con l’Oriente e di grandi conquiste militari.

Mappa numero 2: l’Impero d’Oriente alla morte di Giustiniano

Il crollo dell’Impero Romano d’Occidente non venne determinato da contrasti o divisioni nati nell’area del Mediterraneo, che anzi, del corpo dell’intero Stato dimostrò essere la parte più resistente, il suo centro motore, ma fu la conseguenza dello sfondamento del “limes” in Nord-Europa. Nel mare “interno” i preesistenti legami di pace, di connessione, basati su millenari scambi e relazioni culturali nel senso più ampio, erano talmente solidi e naturali che furono in grado di non avvertire le scosse che devastavano i confini militari del Nord. Anche il Mediterraneo venne, alla fine, frammentato politicamente ma solo per conseguenza della marcia vittoriosa delle tribù barbariche che, anelando a raggiungere il mare, non si arrestarono se non dopo aver raggiunto le sue rive. Come fecero i Visigoti e, più tardi, nel 536, i Franchi che occuparono la Provenza, mentre i Vandali furono gli unici che riuscirono ad attestarsi sulle coste africane dell’Impero (nell’attuale Algeria e Tunisia con capitale, more solito, a Cartagine). Questi nuovi arrivati si inserirono, senza troppi problemi, nel tessuto commerciale ed economico che teneva legate, da tempo immemorabile, le nazioni rivierasche. Il Mediterraneo li accolse rimanendo del tutto indifferente.

L’unità del “mare nostrum” sopravvisse alla stessa caduta dell’Impero d’Occidente, tanto che sulla sua forte trama si fondò il tentativo di Giustiniano, imperatore d’Oriente, di riunificare la totalità dell’Impero. Tentativo che, peraltro, limitatamente al Mediterraneo, raggiunse il suo scopo tanto che, alla sua morte, solo parte delle coste della Francia mediterranea, in mano ai Franchi, e quelle della Spagna meridionale, in mano ai Visigoti, oltre alle coste del Marocco, erano ancora da riconquistare. Per il resto, tutto era stato restituito al dominio Romano, Italia compresa. Il mare era tornato sicuro tanto che, cittadini di varie estrazioni, potevano muoversi liberamente e senza remore in lungo e in largo per gli scopi più disparati. E’ in quest’epoca, nel sesto secolo dopo Cristo, che religiosi ed eremiti siriani e alessandrini vanno a stabilirsi nel cuore dell’Umbria, sul Monteluco di Spoleto, a fondare romitaggi e a ricostruire tempietti nei quali vanno a depositare labari e immagini portati dal Medio Oriente. Come San Lorenzo Siro, il più illustre di essi, che poi si sposterà in Sabina dove andrà a fondare l’Abbazia di Farfa. Stentiamo, oggi, ad immaginare che la città di Spoleto e le terre siriane si trovassero nello stesso stato, per cui era possibile ai suoi cittadini pensare di andarsi a stabilire in quelle terre lontane, ma pur sempre familiari, per seguire le sacre leggende e dicerie la cui eco arrivava facilmente fino ad Aleppo.

Le province del Nord erano, però, ormai irrimediabilmente perdute e avevano già iniziato a vivere di vita propria e a costituire le premesse per lo sviluppo di un’Europa ancora di là da venire. Perché questa nuova entità socio-politica trovi il suo momento storico fondante, dovrà ancora avvenire un fatto epocale: la rottura dell’unità mediterranea ad opera degli Arabi di Maometto. Il nord-Europa, dopo quella scissione, troverà la ragione del suo sviluppo, la sua emancipazione, a scapito della declinante prosperità delle terre mediterranee e, particolarmente, del Mezzogiorno italiano la cui posizione centrale servirà, d’ora in avanti, solo a renderlo più appetibile agli occhi di rapaci, numerosi, conquistatori.  

Mappa numero 3: la diffusione dell’Islam

L’inarrestabile avanzata dell’Islam riuscì a spezzare l’unità del mondo mediterraneo. Essi riuscirono dove avevano fallito, più di un millennio prima, gli eserciti Persiani. Gli Arabi, dopo aver unificato la penisola arabica, nel corso della prima fase della loro espansione, si riversarono, durante la seconda, sulle rive del mare comune conquistando il Medio Oriente, l’Egitto, la Libia intanto che, ad Oriente, giungevano a lambire l’India e la Cina. La loro spinta conquistatrice continuò vigorosa durante la terza fase che comportò l’annessione della Tunisia, dell’Algeria e del Marocco. Tutte regioni sottratte a Bisanzio. Dopo aver attraversato lo stretto di Gibilterra, infine, essi misero piede sul continente europeo assoggettando, in Spagna, il regno dei Visigoti

Ad impedire che il Mediterraneo divenisse un mare esclusivamente arabo, provvide, ad Oriente, la resistenza dell’Impero bizantino e quella del regno dei Franchi ad Occidente. Ma, la fine dell’espansione araba, comportò anche la fine dell’unità culturale del Mediterraneo e, più in particolare, della funzione di crocevia della parte meridionale della penisola italica il cui ruolo degenerò in quello di terra di confine, soggetta, come tutte le terre di frontiera, alle altrui ambizioni di conquista.

Mappa numero 4: l’Impero Carolingio

L’Europa continentale intanto, spezzato il legame con l’Impero d’Oriente, erede della Romanità, aveva iniziato una vita propria nelle cui vicissitudini trovò forma un nuovo stato: l’Impero di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero. Una mappa di quell’epoca storica ci mostra i contorni dello Stato nuovo che comprendevano l’attuale Olanda, il Belgio, Lussemburgo, Germania, Svizzera, Austria, Francia (esclusa la Bretagna), una parte della Spagna, e cioè la regione di Barcellona, e l’Italia fino a Gaeta. Nella parte inferiore del Mediterraneo vi è il dominio dell’Islam mentre nel sud Italia coesistono Bizantini, Longobardi e Arabi. Cioè: è cominciata la deriva del Meridione italiano tra l’Impero del Nord e quello africano-asiatico degli Arabi. Il grande “vortice” che presidiava il centro del Mediterraneo non ha retto alle pressioni di una nascente, nuova, geopolitica e si è scisso in due sotto insiemi che si combattono tra di loro: quello di Maometto e l’altro di Carlo Magno. Nei secoli successivi i protagonisti di questo confronto muteranno più volte, ma lo schema rimarrà comunque lo stesso. Se si compara la mappa di questo nuovo stato carolingio con quella dell’Europa dei Sei, nucleo originario del M.E.C., sarà facile notare quanto i confini, se sovrapposti, in gran parte si ricalchino. Trattandosi di realtà politico culturali che permangono immutate nei secoli, le numerose analogie che si possono riscontrare non devono essere considerate solo casuali ma occorre considerarle come l’espressione di un polo di attrazione geopolitico che, tuttora, insiste sulla stessa area. E’ vero che nei confini dell’Europa dei Sei vi è compreso anche il Sud italiano, che invece era fuori del dominio di Carlomagno, ma è pur vero che esso non partecipò attivamente allo sviluppo che seguì alla costituzione del Mercato Comune Europeo, rimanendo ad esso quasi appeso ed avulso dal sistema nuovo appena costituito.

Anche se si affacciava su due mari, il Mediterraneo e l’Oceano Atlantico, l’impero Carolingio era comunque uno stato a vocazione continentale che appoggiava la propria nervatura sui sistemi montagnosi interni. Uno stato che è forte abbastanza per non cedere alla pressione Araba, ma non tanto da poter intraprendere una riconquista, mentre, d’altra parte, lascia ai Bizantini partita vinta nel Mediterraneo orientale.

Nel corso di questo periodo storico, caratterizzato dalla contrapposizione tra Maometto e Carlomagno, l’unità commerciale, politica, culturale e spirituale della società mediterranea viene definitivamente infranta. I mari e le sue coste divengono insicuri, i commerci difficili, gli scambi culturali azzerati. Le varie parti iniziano un processo centrifugo che li porterà a crescenti reciproche distanze. In queste condizioni è giocoforza sviluppare un’economia interna allo stato, interna al feudo, interna alla corte. Nasce l’economia curtense. Il distacco dal mondo antico, a questo punto, è consumato e il Mediterraneo non riacquisterà più la perduta unità e il Mezzogiorno italiano che, di questo mare, era la parte più strategica rimarrà esposto sui confini del nuovo equilibrio che si era venuto a creare.

Mappa numero 6: le Crociate e i Normanni

I re europei, coalizzati, si lanciarono per ben otto volte nell’avventura delle Crociate allo scopo, ben dissimulato, di riconquistare il predominio del Mediterraneo e, quindi, di ricostituirne l’unità anche se condivisa tra più potenze. Ma il tentativo, reiterato, fallì non riuscendo a produrre altro che la costituzione degli effimeri regni Latini del Medio Oriente i cui territori vennero strappati, perlopiù, all’Impero Bizantino che, dalle ripetute scorrerie dei Crociati, non ebbe più modo di risollevarsi.

E’ dello stesso periodo la costituzione del regno di Sicilia ad opera dei Normanni cui va il merito storico di aver unificato il meridione italiano permettendogli così di sopravvivere dignitosamente, godendo di una relativa forza e ricchezza (anche se, troppo spesso, depredata dai padroni e saccheggiatori di turno), per ben sette secoli fino al 1860. Un regno che, è vero, sarà appetito dalle case regnanti di mezza Europa (Svevi, Angioini, Aragonesi..) ma che riuscirà comunque a conservare la sua interezza e parte della sua antica funzione di crocevia mediterraneo. Dove non riuscirà, sarà perché è il mare ad aver perso il suo ruolo, delegato a troppi coprotagonisti.

Mappa numero7: le correnti commerciali del Duecento

L’insediamento, sia pure sporadico e temporaneo, degli stati feudali in Terra Santa valse, comunque, a ristabilire almeno una parte degli antichi itinerari commerciali che, un tempo, avevano intersecato in tutti i sensi il Mediterraneo Romano.

Fu in questo periodo che città italiane come Pisa, Napoli, Palermo, Bari e Barletta conobbero momenti di autentica prosperità economica, mentre altre, come Genova e Venezia, posero le basi della loro futura potenza. Tutto ciò a riprova che destini migliori attendono e si ripresentano alla penisola italiana e, particolarmente, al suo Meridione, ogni volta che il Mediterraneo riacquista la sua funzione storica e naturale di centro e crocevia tricontinentale, cioè quando è unito.

Mappa numero 8: il Mediterraneo all’epoca di Filippo II

Dopo la scoperta dell’America, il Mediterraneo divenne periferico rispetto alle rotte dell’Atlantico e l’occhio della Storia si spostò nel Nord-Europa per seguire le vicende degli stati protagonisti come Francia e Inghilterra. Particolarmente favorita fu, in questo periodo, la posizione della Spagna che si affacciava sia sulla vecchia strategia mediterranea sia su quella Atlantica. Al tempo di Filippo II, dopo il 1550, tutto il lato africano del Mediterraneo era nelle mani dell’Impero Ottomano che aveva tentato, invano, una riunificazione del bacino che venne fermata a Lepanto. Nell’Occidente europeo, invece, la Spagna era egemone dato che dominava tutta la penisola iberica, Portogallo incluso, e quella italiana dove controllava, con i tre viceré, Napoli, Palermo e Sardegna, nonché il Milanese tramite un governatore. La monarchia spagnola poteva contare, inoltre, sulla benevolenza degli altri membri della famiglia Asburgo che regnavano sull’impero germanico. Se a tutto ciò si aggiunge il dominio sulle colonie americane e mondiali, incluse quelle del Portogallo, ci ritroviamo, come ai tempi di Carlo V e forse di più, davanti ad una potenza come non se ne erano mai viste in precedenza. Ma tutto questo non comportò alcun vantaggio per le popolazioni soggette alla Spagna che, anzi, vennero tartassate per finanziare le continue, faraoniche e inutili spese militari volute da Filippo II come l’allestimento della Invincibile Armada.

Il gran numero di protagonisti che affollavano le acque del Mediterraneo, ai quali vanno aggiunte la presenza della Francia e di Venezia, creava un ineliminabile stato di tensione che, come abbiamo visto in precedenza, penalizza sempre, in maniera decisiva, il cammino della penisola italiana, e principalmente del suo Mezzogiorno, verso lo sviluppo, la prosperità e la liberazione delle sue capacità produttive.

Dopo che la spinta conquistatrice dell’Impero Ottomano fu fermata a Lepanto e a Vienna, altri tentativi di unificazione del mediterraneo non ce ne furono fino almeno agli eventi bellici occorsi durante la Seconda Guerra Mondiale. Nessuna potenza che si affacciasse sul mare interno riuscì a realizzare, se non soltanto a concepire, il sogno di esercitare l’egemonia incontrastata che appartenne all’Impero Romano e, per ultimo, a Giustiniano. Avvennero solo episodi di conquista delle sponde africane e asiatiche da parte di potenze europee ma al di fuori di un disegno totalitario. Si accontentarono di conquistare tratti della costa mediterranea per soddisfare esigenze di colonialismo e di strategia militare. Così la Francia che nel 1830 iniziò la penetrazione nel nord-Africa  per poi completarla, molto più tardi, con l’annessione della Tunisia. Un progetto simile nutrì l’Inghilterra che mirava ad assicurarsi una sicura via di comunicazione con le Indie, specialmente dopo l’apertura del Canale di Suez. Gibilterra, Malta, Cipro e il protettorato sull’Egitto e poi Aden erano le maglie di una catena che portava gli affaristi inglesi nel lontano Oriente. Ma niente a che vedere con un disegno di egemonia nel Mediterraneo che non rientrava  nei loro piani. Con la Spagna e gli Ottomani ormai fuori gioco e la Francia distratta da altre vocazioni atlantiche e, più in generale, mondialiste, rimaneva solo l’Italia unificata che poteva ritenersi legittimata a nutrire  interessi per un Mediterraneo unito che le restituisse la centralità, suo patrimonio nel mondo antico. Ma quell’Italia non aveva né la forza, né gli orizzonti culturali necessari per solamente immaginare un traguardo del genere. Essa riuscì a partorire solo l’impresa libica perseguita, in definitiva, per scopi mai chiariti e nel dileggio internazionale. Anche l’impresa napoleonica del 1798 nella terra delle Piramidi andava nel senso di ricostituire una via per le Indie, a scapito di quella che gli Inglesi già da tempo praticavano, e non per rincorrere una supremazia mediterranea che non interessava più. Perché la partita, in realtà, si giocava in Europa, tra Francia e Germania, cioè tra le principali entità politiche eredi dello stato carolingio, sotto l’occhio vigile e interessato dell’Inghilterra. E così Luigi XIV, all’antico confronto con la Spagna che aveva visto protagonisti Carlo V e Francesco I, oltre ai suoi successori, sostituì quello con il Sacro Romano Impero asburgico, in una lotta che ebbe il suo epilogo solo all’indomani della seconda guerra mondiale e la sua ricomposizione successivamente con la costituzione del Mercato Comune Europeo.

In una strategia diplomatico-militare di questo genere che coltiva interessi multicontinentali il Meridione d’Italia non interessa più a nessuno. Non a Napoleone che, una volta conquistata l’Italia, lascerà il Regno del Sud a Murat, suo congiunto. Non all’Inghilterra che utilizzerà la sua influenza per assegnarlo alla nascente nazione italica nella prospettiva di bilanciare, in questo modo, l’espansionismo di Napoleone “le petit” e, calcolo anche questo assolutamente da non trascurare, di eliminare quel prospero stato delle Due Sicilie che, alla lunga, avrebbe potuto costituire un elemento di fastidio con cui dover, prima o dopo, fare i conti. Il Regno di Napoli era, infatti, la terza potenza industriale del continente e poteva contare sulla seconda flotta mercantile. Aveva acciaierie di prima qualità, un programma di ferrovie che doveva affiancare quello già attuato delle cosiddette strade del mare, istituti di ricerca di prim’ordine, seterie all’avanguardia in Calabria e a San Leucio, agricoltura i cui prodotti alimentavano una florida corrente di esportazioni verso l’estero, una finanza opulenta che poteva contare su depositi di denaro (coniato in oro e argento) che ammontavano a più del doppio di quanto possedevano tutti gli altri stati preunitari messi insieme, eccetera..

Tutte queste preziosità vennero assegnate, da interessate potenze straniere e da occulti protagonisti, alle traballanti finanze del Regno di Sardegna che provvide a saccheggiarle e a deprimerne le numerose industrie del Sud per favorire le proprie creando, in quello che era stato un Regno esente dal triste fenomeno dell’emigrazione, le premesse per un esodo epocale che, in pochi decenni, vide i meridionali prendere la strada del mondo, a milioni, impoverendolo ulteriormente. Il vero problema della questione meridionale, mai più risolto, nasce solo allora ma non prima che quel popolo tentasse la via della rivoluzione e della resistenza, stroncata senza pietà dai “fratelli d’Italia”. Non mi sembra che nella storia italiana ci siano stati altri esempi di rivolta popolare di così duratura consistenza (circa un decennio) oltre ad alcuni tafferugli organizzati nell’Ottocento da élites avulse dal contesto sociale ed a sporadici, autentici, tumulti (la rivolta del pane a Milano, proteste contadine, resistenze degli operai a soprusi di ogni genere..) spenti dal fuoco delle forze dell’ordine.

© Giancarlo Bonifazi




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