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GITA AL FARO di Virginia Woolf
a cura di Alessandra Scifoni
Pubblicato su PB18



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Articoli Gita al faro è un romanzo familiare. Non solo perché ha come protagonista una famiglia (i Ramsay), ma anche per la sensazione di familiarità che ho avuto nel leggerlo, quasi stessi vivendo in un'isola, in un mondo confuso, in guerra, circondata dalle persone, dalle loro solitudini…Virginia Woolf scrive questo romanzo con una sensibilità, una poeticità che non appartiene a molti: testimonianza di un'assenza che è innanzi tutto assenza della madre, morta quando Virginia aveva solo tredici anni. Gita al faro è un viaggio: nella mente umana, nei ricordi, un viaggio nostalgico (quando gli occhi della mente guardano attraverso una finestra sul futuro e hanno paura di lasciare ciò che hanno), ma pure di speranza, perché anche se ci si rassegna al tempo che passa, e alla morte, si perpetua la vita in un raggio di luce, la natura vive come ciò che "sentiamo" e va oltre le distanze (e spaziali e temporali). Mentre il narratore rimane extradiegetico ed eterodiegetico (nonostante si sappia che la Signora Ramsay sia figura della madre della Woolf e Lily Briscoe alter ego della stessa Woolf), la focalizzazione nel racconto è variabile. A prevalere nella prima parte del libro è il punto di vista della madre e ad essere messe in evidenza, quindi, sono le solitudini dei vari personaggi, le distanze che la signora Ramsay tenta di ridurre: lo spazio è necessariamente e quasi totalmente quello interiore; anche i gesti (lavorare a maglia, attaccare figurine, aprire e leggere un libro…) mostrano il loro aspetto sentimentale. Nell'ultima parte invece il punto di vista è quello di Lily: dominano i dubbi, le domande senza risposta, ancora la solitudine prende il sopravvento e continua la ricerca di un'unione che alla fine, com'è giusto che sia, si risolve in un'unione più personale che collettiva. Possiamo quindi trovare la nostra visione, su una spiaggia come in un quadro, e lo faremo da soli, ma forse non ci riusciremo senza quei fili di luce sottile che sono i rapporti con gli altri (o i loro ricordi). C'è poi il capitolo centrale che funge da ponte tra "la finestra" sul passato e il futuro, che vede il raggiungimento del "faro" : "il tempo passa", momento apparentemente anomalo di un romanzo che pare immobile, come se il susseguirsi dei pensieri, tra positivo e negativo, dipingesse un mare ondoso ed eterno. Si, ciò di cui si parla qui è il trascorrere dei giorni, dei mesi, degli anni, ma, concretamente, si tratta di un racconto" sommario", ricco di pause, e con frequenti sguardi nel cannocchiale dei ricordi. Ha inizio con una scena: gli ospiti e i figli della signora Ramsay rientrano in casa e spengono i lumi. Tutto è confuso, niente è distinguibile a causa del "diluvio di tenebre" che invade le stanze. "Dobbiamo attendere che il futuro si riveli" (questa la prima frase),ma ora è impossibile e ciò che si presagisce non è niente di buono, con il buio e gli aliti di vento che prendono corpo, quasi si personificano, e si infiltrano toccando ogni cosa ma non le persone, ancora vive. Se la luce rappresenta la vita, le tenebre non possono che raffigurare la morte, il nulla. Ma quegli aliti, interrogativi e perplessi, forse racchiudono in loro una forza che non è della Natura sola, è una forza che arriva dall'alto. Poi, ancora nei primi paragrafi, ha avvio il susseguirsi delle stagioni, anch'esse corporalizzate (l'autunno sono gli alberi che luccicano nel giallo chiarore della luna; l'inverno ha dita instancabili per distribuire le notti…) e compare una bontà divina volubile, che solleva o abbassa il sipario dello spettacolo-vita senza curarsi troppo delle sofferenze umane o delle loro domande. La mano protesa (alla Natura) si ritrae, come pure dovrà fare quella del signor Ramsay, quando, in un buio mattino, cercherà l'abbraccio di sua moglie invano: lei è morta, le braccia di lui vuote. Il vuoto è la caratteristica principale della stessa casa. A mostrarcelo è ancora il vento, e il delicato naso delle brezze marine, che insieme descrivono la desolazione accarezzando le cose annerite dal tempo e fanno rimbombare le loro domande: siete destinati a perire? Tutto è ancora immobile, come se gli abitanti della casa fossero ancora lì, o almeno i loro gesti si fossero cristallizzati in quell'aria umida. Ma le ombre lottano e prevalgono la luce, sono ombre non-umane, di uccelli e alberi; e anche quel mantello di silenzio, che è quiete e pure rispetto del passato, viene infranto, per un attimo, quando una piega dello scialle della signora Ramsay si apre un poco ed oscilla nell'aria: le distanze, il tempo, la morte, mutano lentamente le cose. A questo punto, con tutta la sua forza grezza e pesante, compare la custode della casa: la signora Mc Nab (strappa il velo di silenzio e lo calpesta). Il paragrafo 5 è dedicato a lei, a lei che rollava come nave in mare e che con il suo sguardo obliquo, di sbieco, si difendeva dall'ostilità del mondo, lei che, seppur curva dalla stanchezza, cantava, e intanto lavorava. Non si sa cosa pensasse, mentre gli altri, i mistici, i visionari passeggiavano sulla spiaggia, agitavano l'acqua di una pozza (immagine che si ripete più volte), per poter scorgere i riflessi di una visione futura, per capire chi fossero veramente: una minuscola parte di un mare infinito o il mare stesso. "Lei avrebbe continuato a bere e a spettegolare": quale distanza da quella spiaggia (e da quella pozza)! Continua poi la visione antropomorfa delle stagioni. Ora è il momento della primavera (vergine fiera nella sua castità, indifferente e luminosa) e dell'estate, con le sue spie (il vento) in giro per la casa. Il bel tempo riporta alle riflessioni sullo specchio d'acqua, le menti degli uomini piene di nuvole e ombre, agitate ma piene di sogni, contemplano la vita sperando in qualcosa di più, che vada oltre le virtù familiari, una salvezza che sa di assoluto. Ma nonostante il torpore scaturito dal caldo, la vita umana va avanti, con tutte le sue sofferenze. Una tarda pioggia primaverile, e poi un tonfo, come di qualcosa che cade, raffigurano altre assenze: quelle di Prue e di Andew Ramsay. Assieme a quella della madre esse occupano poche righe, l'autrice si affida ai puri fatti visti da altre persone, il tutto racchiuso in parentesi quadre, un distacco che aumenta la tragicità ma, soprattutto, l'ineluttabilità degli eventi. Con la morte del figlio fa la sua apparizione la guerra, che completerà il suo tetro dipinto lasciando dei segni sulla superficie della natura, del mare: una nave cinerea e una macchia purpurea, provenienti dal profondo (la meschinità dell'animo umano), assolutamente contrastanti con la bellezza del mondo, in cui ormai è difficile se non impossibile rispecchiarsi. Lo specchio è rotto, dice, poiché trionfa la disgregazione, non più l'unità. L'uomo si rifugia nella poesia( Carmichael,il poeta, ottiene un insperato successo, infatti), la regina di quanto c'è di elevato, alto, per sfuggire alle bassezze della guerra. Intanto venti eonde sono come masse amorfe di leviatani privi del lume della ragione: l'universo intero è sconvolto, è in uno stato di confusione bruta, di cupidigia insensata e sfrenata (ricorda il signor Ramsay, l'uomo che si tormenta e non è mai in armonia con la natura!). La quiete e lo splendore del giorno si contrappongono al caos e al tumulto della notte; gli alberi guardan fisso davanti a loro e verso l'alto senza vedere… come l'individuo che tra i tormenti oscuri della mente cerca di elevarsi senza però riuscirci. Dal paragrafo 8 la casa è di nuovo protagonista, attraverso gli occhi della signora Mc Nab. I fiori ci mostrano che è ancora primavera, le riflessioni della custode il passare del tempo e la degradazione: libri pieni di muffa (da mettere al sole), giù l'intonaco, otturata la grondaia sopra la finestra, rovinato il tappeto. Tra queste rovine riappare la signora Ramsay, in mezzo ai vestiti negli armadi, alle sue cose ormai piene di tarme, con il suo scialle che portava un tempo per lavorare in giardino (e quindi a contatto con la natura), un giardino ora diventato un groviglio di piante. Viene messa in evidenza la figura della madre (c'è il bambino al suo fianco), e la sua morte è introdotta da un "dicevano", che la fa sperare non-reale. La vediamo salutare la signora Mc Nab una volta e poi ancora, gentilmente (la custode apre il cassetto di ricordi): quante persone sono morte, quante persone hanno perso i propri cari (e lo richiude). Il pensiero ora va ai prezzi che sono saliti, altro breve cenno alla "semplicità" della cameriera (che mai viene chiamata così, ma solo per nome), come lo sono stati lo sguardo, la bocca sdentata, le gambe pesanti…Ci sono degli elementi che si ripetono, per meglio rappresentare i pensieri di una persona come la signora Mc Nab: la signora Ramsay e il suo altruismo (con la sua offerta di zuppa al latte), lei così fragile ma presente (come un bagliore giallognolo che vagava sul muro), la vecchiaia (aveva dimenticato tante cose…si stava meglio allora che adesso), la rassegnazione e il distacco dalla famiglia dei signori (troppo da fare per una donna sola… loro non mandano mai nessuno, non vengono mai…). L'immagine che continua a consolidarsi è quella di una casa vecchia, scricchiolante e sola, proprio come la stessa custode. Le porte sbattono, quelle porte che la signora Ramsay voleva chiuse, mentre le finestre dovevano essere aperte, per rigenerare la vita. La casa abbandonata, disertata ci appare come un casa-fantasma, un campo di battaglia alla fine della guerra. La notte ancora rappresenta la morte, ritorna la personificazione delle brezze e degli aliti, a dimostrare come la natura possa prendere il sopravvento se la forza dell'uomo non è presente per controllarla. I ricordi hanno vacillato sui muri come una macchia di sole(di vita) e sono svaniti; la luce del faro è entrata per un attimo, forse ad evidenziare il contrasto con l'abisso di tenebre in cui la casa, fatiscente e cadente, sta per precipitare. Basta una piuma per far traboccare la bilancia: una piuma nera avrebbe portato la casa (la vita passata, familiare) nell'oblio, una piuma come i rovi e le cicute, e solo una tritoma o un frammento di porcellana avrebbero indicato quella vita. La semplicità dei lavoratori ritorna a questo punto come forza (inconsapevole, dice) che pone un freno alla decomposizione e putrefazione: la s. Mac Nab insieme con la s. Bast salvano così la casa, e forse anche loro stesse, dal diluvio del tempo, attraverso l'azione. Viene evidenziata la lentezza, la fatica, le numerose cose da fare (in contrasto con l'idea delle "signorine" di ritrovare tutto com'era prima). Le donne scuotono e sbattono, pare un parto rugginoso e laborioso. Una vita che non c'è più deve resuscitare! Ecco di nuovo il cannocchiale per guardare indietro. Ora il cerchio di luce è il signor Ramsay, si potrebbe dire l'opposto della sua consorte: non chiamato per nome, magro e duro come un chiodo, che scuoteva il capo, parlando da solo, e che non la notava mai, la s.Mc Nab. Ancora dubbi sulla morte poi, nella camera dei bambini, i ricordi si fanno allegri (e si srotolano come un tenero gomitolo), diversamente da quelli scaturiti dalle lunghe file di libri un tempo neri come corvi, simboli di una distanza sottile e silenziosa tra i coniugi Ramsay, ma anche tra le persone comuni e i grandi pensatori. Cominciano a rivivere gli oggetti, perché rivivono le persone, ha di nuovo un senso usare il servizio da tè! Ed ecco che il gomitolo giunge a sfiorare elementi di una vecchia ricca condizione sociale, nei quali domina la distanza: da lontano veniva il teschio appeso alla parete, dall'oriente alcuni vecchi ospiti, e le signore in abito da sera, tutte ingioiellate sono contrapposte alla s. Mac Nab che lavava i piatti, fin dopo la mezzanotte. Ora le finestre sono di nuovo aperte, e le porte chiuse, si possono sentire i suoni della Natura (quelli minacciosi della guerra sono svaniti), si può ritentare un'armonizzazione con Lei, nonostante non sia mai totale. Poi cala il silenzio e si alza la quiete, la foschia rende tutto soffuso, cosicchè le diverse solitudini possono ricomparire, in punta di piedi, quasi fossero spiriti, anch'esse infatti racchiuse in parentesi quadre. Il cambiamento, il ritorno della pace è giustamente affidato al mare, il suo mormorio ridiviene misterioso poiché ad ascoltarlo c'è Lily Briscoe, la notte stessa indossa il vestito più bello per ammaliare menti profonde come quella di lei e del signor Carmichael. La casa è nuovamente piena, di nuovo c'è qualcuno che sposti la tenda per guardar fuori, il buio continua la sua invasione, ma ora è dolce, delicato, come un drappo che avvolga ogni cosa, poiché più forte è la consapevolezza che sia giusto rassegnarsi (al buio come alla morte). E' un segno positivo a prevalere, qui come alla fine di ogni capitolo, positivo e femminile: l'amore non dimostrato ma percepito; il sole che solleva le tende; lo sforzo della pittrice, e mentale e fisico, che porta ad una conclusione. Quindi è il sole, dicevo, la luce che rianima le cose e le persone. Lily afferra le coperte "come chi sul punto di cadere da una rupe, s'afferra alla zolla sul ciglio", è di nuovo sveglia: fa sempre un po' paura riscoprirsi vivi!

© Alessandra Scifoni



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(2) GITA AL FARO di Virginia Woolf a cura di Alessandra Scifoni - ARTICOLO


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