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a cura di Carlo Santulli

Milly Molly Mandy (quattro libri: 1925-1948) di Joyce Lankester Brisley (1896-1978)
Pubblicato su PB19


Oggi, se permettete, parliamo di letteratura per bambini. Anche in questo senso, si può parlare di riscoperte, o meglio di scoperte, e basta. Millicent Margaret Amanda è, a dispetto del nome indicibilmente pomposo, una bambina che ha un vestito a strisce bianche e rosse, come vedete dalla foto, e vive in un piccolo paese di campagna in un altrettanto piccolo cottage con il tetto spiovente (thatched roof).
Certo, viene il sospetto che il cottage tanto piccolo non sia, dato che ospita, oltre alla bimba, padre, madre, zio, zia, nonno e nonna. Ognuno attende senza particolari problemi e traumi alle sue attività, e la vita sembra, oltre che immutabile, molto ben organizzata. Non mancherebbero ragioni per il cambiamento: per esempio una volta Milly Molly Mandy, come tutti la chiamano, strappa inavvertitamente il famoso vestitino a strisce, ed allora la mamma decide che forse val la pena di comprarne un altro, dato che il rammendo si vedrebbe, ed inoltre, si capisce, non è il primo. Dopo una lunga trattativa al modesto negozietto di stoffe del villaggio, non si trova per Milly Molly Mandy che un altro vestito a strisce bianche e rosse, e la bambina ne conclude che va bene così, che si sente meglio se stessa così.
La questione del vestito ci fa capire un po' la visione del mondo della bimba, ed incidentalmente dell'autrice, la scrittrice umoristica e disegnatrice inglese Joyce Lancaster Brisley (1896-1978), rigorosamente signorina per tutta la vita. Ella svanisce dietro il personaggio al quale ha dedicato tutta la vita. Milly Molly Mandy nasce nel 1925. La filosofia, come dicevo, è semplice: il cambiamento non è necessario, crea solo incertezza, o meglio è preferibile avere tanti piccoli eventi (un nuovo amichetto, il matrimonio del fabbro del villaggio, una gita in automobile, un picnic, dei francobolli in una lettera dall'estero, il restauro delle vecchie bici) che uno grande e chissà, forse non gestibile, non dominabile. E poi, non è che Milly Molly Mandy non abbia una sua vita sociale: c'è l'amichetta (little friend) Susan, e c'è l'amico del cuore, Billy Blunt, con l'inevitabile piccola smorfia (grin). Smorfia? Ma dalla parola grin viene l'italiano grinta, e quindi il buon Billy non è altro che una modesta parodia, una parodia bambina della nostra molto seria e grintosa condizione di uomini, nel senso di maschi. Non manca l'avventura, ma è filtrata dagli occhi della bambina, in una specie di leggiadra e intima felicità, che è allo stesso tempo malinconia e tenerezza. Conosco pochi libri per l'infanzia dove tutto sia realmente visto con occhi infantili, e rapportato alle dimensioni ridotte del mondo di una bambina di un tempo.
In un certo senso, si tratta di un'opera modesta, ma (guardate che parola grossa…) eterna. Eterna, perché le gioie sono quelle che devono essere, piccole, ma ingigantite da un consapevole e lieve ottimismo. Fa bene leggerlo per i bambini e per i grandi, perché ci ricorda che siamo noi a creare i nostri stessi problemi, quando pensiamo che serva di più, sempre di più: in realtà serve allargare il cuore ad ogni sensazione, anche piccola, della nostra vita. Ma naturalmente l'obiezione è che non ci si può entusiasmare per una corsa nei prati o per una casetta tra i rami di un albero, perché abbiamo una cultura, siamo così svegli e non ingenui, ecc., e poi il mondo è così brutto, ecc. ecc.
In realtà, a parte il mondo, che è sempre stato quel che è, tremendo, ma affascinante, noi abbiamo tutto il diritto, messo da parte tutto il resto, di essere felici (sempre che lo vogliamo veramente): ed in effetti la ricetta di Milly Molly Mandy, condita di tanto saggio ed ingenuo umorismo, è probabilmente quella giusta.
E poi c'è l'Inghilterra, che è sempre lo stesso paese dell'orrore cosmico, di Machen, di Emily Brontë, e, perché no, quella di Hyde e Jekyll, ma rovesciata, il paese dei villaggi con le siepi bagnate di pioggia, dove ancora oggi le auto sfilano piano accanto ai gruppetti di narcisi che si rispecchiano nel verde del prato. Suggerisco a questo proposito la visita di un paesino modesto, ma emblematico, dalle parti di Oxford, un paesino minuscolo con un nome imponente come la bambina del romanzo: Nuneham Courtenay, poco più di un rettilineo delimitato ai due estremi da cancelletti di legno, che (teoricamente) potrebbero essere ancor oggi chiusi la notte.
Sono racconti che non dicono più di quello che si legge, rappresentando un mondo adorabilmente fuori moda, o probabilmente ignaro dell'esistenza delle mode, lo stesso mondo che si ritrova in certi cartoni animati britannici per bambini, come Postman Pat, la storia del postino del Lake District col gatto bicolore, risolutore di problemi niente affatto complicati ed eccezionale consumatore di té, o di Gran, la nonna con immense potenzialità inespresse, che non esce dalla sua casetta che per imprese eccezionali, di solito a beneficio del nipotino. Un mondo dove l'ironia bandisce la noia e la quiete aiuta lo svolgersi della vita, con nessuna forma del desiderio di rivalsa sociale che è presente per esempio in certi personaggi disneyani, come Paperino. Qui la società è regolata e tranquilla, non giusta forse (ma cosa è giusto, a questo mondo?), ma inevitabile, dove non serve agitarsi, perché le poche cose che importano davvero avvengano.
Non è difficile capire che (e perché) nessuna di queste serie, a cominciare ovviamente dai racconti di Milly Molly Mandy, sia stata, a quanto mi risulta, tradotta in Italia. Mi permetto di gettare il mio sassetto nello stagno, perché qualcuno lo faccia (per Milly Molly Mandy mi offrirei io, immodestamente, ma non so chi ne possieda i diritti…).


Carlo Santulli
c.santulli@alice.it


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