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"1984" Analisi del romanzo di George Orwell
a cura di Michele Ortore
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George Orwell ha consegnato alle mani della storia un libro di fuoco, uno di quei zampilli rubenti che non si arrendono alla cenere, e ne sbucano fuori come un ovvio filo di lana: il Grande Fratello non ha vinto. Ha piuttosto amplificato la bellezza e la potenza emotiva dell'amore tra Winston e Julia, tracciando un alone di vittoria proprio lì dove la sconfitta sembrava universale.

Non è facile catalogare 1984: romanzo politico? sociologico? antropologico? Oppure, lo spontaneo tentativo di impressionare e inorridire il lettore, ponendolo di fronte ad una distopia non così improbabile? L'applicazione di etichette dirimenti ed esclusive è una necessità primaria del mercato editoriale odierno, ma sarebbe il caso di metterla da parte, almeno nel momento dell'analisi critica.

Più proficuo, invece, è cercare di contestualizzare l'opera orwelliana all'interno del genere distopico.

Cos'è la distopia?
La distopia è una proiezione letteraria in un futuro catastrofico o totalitaristico, in cui i problemi del presente sono portati al parossismo. L'uomo può rischiare l'estinzione a causa di eventi naturali, o venire sterminato da una guerra folle; nella distopia totalitaristica, il potere può agire tramite repressioni e violenze evidenti, oppure  deformare le menti con un regime occulto, che può essere quello dei media o dell'indottrinamento.

Se immaginiamo l'utopia come una stella polare, la distopia ne costituisce l'implosione. Basti pensare a Brave New World di Aldous Huxley: nel tentativo di conquistare l'uguaglianza assoluta e di diventare perfetta, una società finisce per cristallizzarsi in caste, vittima di un razionalismo di cui già Adorno, nella Dialettica dell'Illuminismo, aveva rilevato la lontana causa dei drammi della Shoah. Tuttavia, proprio ostentando i suoi fallimenti, l'utopia si rafforza: tramite l'autocritica, l'ironia, il pessimismo, ci si allontana dal pericolo di una deriva dogmatica. Orwell, infatti, non rinnegò mai di essere un "socialista democratico": il suo romanzo però è un monito, perché il Grande Fratello è sempre dietro l'angolo!

In un'epoca in cui il liberismo sembra essersi propagginato come unico modello di vita, poiché le realtà alternative non entrano nel circuito informativo, o vengono fatte passare per dittature(anche quando la "dittatura" è instaurata con elezioni e sistemi democratici che dovrebbero farci invidia), l'assenza di un'alternativa, di una pluralità, ha finito per rattrappire le nostre "capacità utopiche".

È come se il viandante, al posto del bivio, trovasse solo un enorme dolmen che invade entrambe le strade. Se non vuole attraversarlo, sembra rimanere solo la possibilità di interrompere il cammino. Eppure, nel rifiuto è comunque insita un'alterità, e nell'alterità una speranza di utopia: come se al nostro viandante, pur tornando sui suoi passi, rimanesse sempre una via alternativa da cercare fra i cespugli.  È giusto dire, quindi, che alla base della distopia c'è comunque una scelta utopica.

Fratelli, fiumi, rivoluzioni
Paradossalmente, 1984 diventa più realistico man mano che invecchia: se nel 1948, data di stesura del testo (il titolo fu ricavato invertendone le ultime due cifre), il regime che delineò Orwell sembrava solo un incubo baluginante, oggi sta assumendo una preoccupante nitidezza.

La storia è ambientata in un mondo postnucleare, diviso politicamente in tre grandi continenti:

l'Oceania, l'Eurasia e l'Estasia. Il protagonista, Winston Smith, abita in Oceania. Il continente è

governato dal Grande Fratello, un personaggio  onniscente ed infallibile (e probabilmente inventato dal Partito stesso) che entra in modo dirompente nelle case di tutti i membri del Partito: la classe dominante, divisa in membri del Partito Interno e del Partito Esterno, vive secondo i dettami del Socing, una forma distorta di socialismo inglese che basa il proprio potere sul controllo mentale dei sudditi, lacerandone la libertà personale e camuffando la realtà. Questa gabbia, utile a mantenere stabile la gerarchia politica, finisce per intrappolare tutti, dando vita ad un infinito circolo vizioso che raggiunge perfettamente il suo scopo: replicarsi in eterno. Winston, però, non ha ancora perso la capacità di provare emozioni o di discernere il vero dal falso. Pur mantenendo un comportamento esteriore ortodosso, inizia un claudicante tentativo di ribellione al Grande Fratello, che passa soprattutto per la storia d'amore con Julia, una giovane ragazza che non accetta le coercizioni del potere alla sua femminilità e alle sue passioni.

Gli incontri di Winston e Julia sono un fulminante miracolo di intimità, riuscendo a coinvolgere il lettore proprio per l'atmosfera antitetica rispetto al torvo puritanesimo della loro società.

I due amanti sono molto diversi: il primo è un personaggio ideologico, che si ribella al Socing perché convinto che la politica non possa basarsi esclusivamente su odio, finzione e coercizione; Julia è impulsiva, individualista, e si ribella per l'ostinata volontà di non rinunciare al piacere di una vita vissuta in maniera istintiva. È come se, nel fiume dei loro incontri, si riversassero due affluenti: c'è qualcosa di poetico e inspiegabile, in quel lettino di una stanzetta retrò, perché nell'unione di Winston e Julia si fondono indissolubilmente due pulsioni, due facce della stessa medaglia. L'urlo con cui, prima o poi, gli uomini riconquisteranno la legittima libertà, sarà l'unisono di due voci: una ideale e razionale, nata dalla cultura e dall'intelligenza; l'altra naturale ed istintiva, espressione della semplicità ed ingenuità con cui il singolo individuo desidera vivere la propria esistenza.

I rapporti fra oppressione, ribellione ed eros erano stati sondati già un ventennio prima da Evgenij Zamjatin nel suo My. In un collettivismo omologante ispirato alla Russia post-rivoluzionaria, il protagonista D-503 è attratto dalla sensualità di I-330, e sarà proprio l'istinto sessuale a spingerlo a collaborare con lei e gli altri cospiratori. Qui i ruoli sono invertiti: l'eterodossia della figura femminile è razionale e programmatica, come quella di Smith, mentre il comportamento di D-503 è assimilabile a quello di Julia. Anche nella distopia di Zamjatin, poi, l'amore è destinato ad essere estirpato da un'operazione di "pulizia mentale".

Il marxismo di Orwell
Nel romanzo, Orwell ha una visione della storia tipicamente marxista, come conferma la speranza in una ribellione dei proletari, che la narrazione esplicita in più parti:

 "I prolet, se fossero riusciti in qualche modo a prendere coscienza della loro forza, non avrebbero avuto bisogno di cospirare. Non avrebbero dovuto fare altro che levarsi in piedi e scrollare le spalle, come un cavallo che scuote da sé le mosche. Se avessero voluto, avrebbero potuto fare a pezzi il Partito l'indomani stesso. L'avrebbero pur dovuto fare, prima o poi. Eppure..."

In alcuni momenti il Socing sembra una vera e propria parodia della dittatura comunista russa:

"Con la cosiddetta abolizione della proprietà privata, introdotta intorno agli anni Cinquanta, si intendeva in realtà la concentrazione della proprietà in mani molto meno numerose che in passato, con questa differenza: che i nuovi padroni non erano più una massa di individui, ma un gruppo ristretto";

"Il Socing non ha fatto altro che tradurre in pratica l'istanza di fondo del Socialismo, con il risultato, scientemente previsto e programmato, che l'ineguaglianza economica è diventata permanente".

Fra le due constatazioni non c'è contraddizione, a meno che non si prenda per buona l'idea, oggi dominante, che il comunismo sovietico, maoista o polpottiano coincida con il pensiero marxista. Orwell, da buon conoscitore del materialismo marxiano, sa che esso non può essere castrato e delegittimato, identificandolo con le vicissitudini politiche di singole nazioni, che fra l'altro, a cominciare dal partitismo leninista, hanno dimostrato di averne tarpato la natura dialettica. È sì vero che molti elementi suffragano l'ipotesi che dietro il Grande Fratello si celi la figura staliniana, ma credere che questo sia l'unico obiettivo polemico di 1984 significherebbe non solo limitarne la profonda analisi politica, ma anche snaturare il pensiero stesso dell'autore. Come già detto, infatti, Orwell non si allontanò mai dall'ideologia socialista. È probabile che nelle gerarchie liberiste identificasse le stesse, bolse caratteristiche di quelle comuniste: The animal farm e 1984 sono la reazione rabbiosa di una generazione che aveva creduto nel socialismo, e che nei metodi bolscevichi, nelle stragi della guerra civile spagnola,  nell'alleanza fra Russia e nazismo, aveva visto il tradimento dei propri ideali. La critica orwelliana riguarda la gerarchia in quanto tale, e se si parla di collettivismo oligarchico e non di oligarchia programmatica(il capitalismo), è solo perché la disillusione portava Orwell a voler demistificare un regime che voleva farsi passare per qualcosa che non era. In campo poetico, è esemplare il caso di Wystan Hugh Auden, che dopo aver combattuto in Spagna, raccontò la sua esperienza nel drammatico e celebre poemetto Spain: eppure, anche dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, Auden non cessò di professarsi comunista.

Emblematica è anche la sorte di una distopia di Corrado Alvaro, "L'uomo è forte". La nazione del sospetto e del controllo descritta dall'autore di Fontamara è chiaramente la Russia, eppure il libro fu censurato dal fascismo: è chiaro che, a prescindere dal colore di un estremismo, i segreti da nascondere sono gli stessi...

La gerarchia: l'unica arma del potere

Qualunque forma di potere esistente, non può prescindere dall'organizzazione di una gerarchia

cristallizzata e cristallizzante. Senza una scala sociale stilizzata ed immobile, nessun tipo di potere

avrà mai la possibilità di controllare efficacemente i propri sudditi. Alle gerarchie del Grande

Fratello vengono quindi assimilate anche quelle religiose o economiche.

All'interno del romanzo, Orwell ci propone un documento fittizio, in cui Emmanuel Goldstein (leader dei ribelli al Grande Fratello) teorizza le strategie del Socing. In queste trenta pagine è contenuto il più forte messaggio politico del romanzo. Qui le sintetizziamo:

Il bipensiero

Una ribellione può partire solo nel momento in cui ci si renda conto della falsità di alcune decisioni e strategie, e della veridicità o efficacia di altre. Per evitarla, basta impedire all'individuo di discernere il vero dal falso, in modo che risulti impossibile sviluppare un'idea coerente: se l'indecisione e l'arbitrarietà investono l'intero scibile, si rinuncerà al proposito stesso di avere un'idea. Così, un'affermazione ed il suo contrario possono seguirsi a distanza di pochissimi secondi: " Dario confessò alla polizia l'uccisione del suo amico Ernesto. Gli agenti scortarono quindi in prigione Ernesto, condannato a venti anni per omicidio volontario". Se l'intero sistema informativo fosse costituito da paradossi del genere, di fronte all'impossibilità di capire, non resterebbe altro che arrendersi. E rinunciare all'idea di avere un'idea. Stesso discorso vale per la storia: camuffandola in continuazione a seconda delle proprie necessità, viene reso impossibile qualsiasi riferimento diacronico, qualsiasi giudizio razionale sul presente. La cronologia e gli eventi passati vengono modificati o cancellati, in modo da giustificare o coprire determinate decisioni, perché "chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato". I quotidiani, le fotografie e qualsiasi altro dato che possa costituire una verità storica, possono essere distrutti in ogni momento, sostituiti da altre "verità".

Un uomo che non ha basi per giudicare, e che lentamente disimpara del tutto a farlo, non potrà mai ribellarsi ad un ordine precostituito.

Basta accendere la televisione su un qualsiasi talk show che ospiti parlamentari, per rendersi conto di quanto il bipensiero non sia solo una creazione fantasiosa...e che dire dei revisionismi storici, quando si trasformano in arma politica ed economica dell'industria culturale, come dimostra la recente pletora di titoli, quasi tutti dello stesso autore, dedicati alle stragi della Resistenza? E ancora, a testimoniare quanto il fattuale stia diventando volatile, è significativo che uno degli ultimi libri del giornalista Marco Travaglio si intitoli "La scomparsa dei fatti", e che sempre Travaglio curi una rubrica intitolata "Carta canta" sul sito web di un quotidiano nazionale, dove, senza che sia necessario aggiungere una sola riga di commento, l'accostamento delle dichiarazioni rilasciate dai nostri statisti a distanza di mesi o anni, lascia presupporre, volendo rimanere nella buona fede, delle fulminanti epidemie di schizofrenia.

La neolingua

Il tentativo di contrastare la formazione delle idee quando esse sono ancora in nuce, diventa ancor più radicale con l'imposizione della neolingua. Qui Orwell si ispira alle teorie linguistiche del Novecento: non esistono principi primi, archetipi, in base a cui si modellano le lingue; sono le lingue a formare un sistema referenziale e logico, che diventa poi strumento epistemologico. La creazione di un linguaggio ultrasemplificato, che non contempli sfumature, lemmi ideologici, slittamenti di significato, impedirà quindi lo sviluppo e la trasmissione di un ragionamento critico: "Ogni riduzione era considerata un successo perché, più si riducevano le possibilità di scelta, minori erano le tentazioni di mettersi a pensare".

Dell'evoluzione lessicale nell'epoca della globalizzazione si è dibattuto molto. Pasolini sembra confermare i timori di Orwell, quando identifica nella koinè consumista uno dei precipui segni dell'acculturazione neocapitalista. È giusto ricordare, però, la posizione di due incliti "tecnici" della lingua come Luca Serianni e Tullio De Mauro, che hanno stemperato i "crucci" nei confronti dei nuovi formati comunicativi, come gli sms o le e-mail: la loro "profilassi della brevità" non costituirebbe un depauperamento del lessico e della sintassi, ma un proficuo esercizio di sintesi ed economia linguistica.

La repressione della sessualità

Nel corso della storia, l'istinto sessuale, sempre dipinto come vorace e voluttuosa pulsione, è stato in realtà uno dei martiri più torturati e dissanguati. Il medioevo cattolico, il puritanesimo, l'età vittoriana inglese...perché poteri così lontani nei secoli hanno adoperato la stessa strategia, additato lo stesso nemico, per mantenersi saldi? 

La risposta di 1984 è molto esaustiva: la sessualità è la componente più individualizzante della personalità umana, ed i poteri hanno l'obiettivo di coartare il più possibile le individualità, che potrebbero altrimenti mettere in crisi il collettivismo della gerarchia (non a caso, il saggio di Goldstein si intitola "Teoria e prassi del collettivismo oligarchico). Spieghiamo meglio. Le sensazioni e le emozioni connesse all'attrazione sessuale sono le più incoercibili e personali: anche nel caso in cui due persone fossero attratte dal medesimo individuo, i loro pensieri e le loro percezioni sarebbero completamente diverse. L'istinto sessuale è la culla della nostra individualità, e le idee, le decisioni, i sogni, in fin dei conti, non sono altro che manifestazioni di questa stessa individualità: la sessualità è la fase embrionale delle idee, vederla bloccata (sarebbe davvero il caso di dire "stuprata") significa rendere impossibile il realizzarsi delle fasi successive, cioè lo sviluppo di qualsiasi visione personale.

Proprio per questi motivi, il tema della repressione sessuale è frequente nel genere distopico. Fra gli esempi più recenti, notevole è The Hanmaid's Tale di Margaret Atwood, in cui un regime militaresco e misogino viene istituito per reagire all'emancipazione femminile: le donne vengono private dei loro corpi e delle loro identità, non hanno nome e vengono "usate" a scopi esclusivamente riproduttivi; il tempo e la memoria si sfaldano in un clima bieco, e al piacere fisico si sostituisce il gusto della prevaricazione, di cui parlerà anche O'Brien nella stanza 101.

La guerra

Anche in economie fortemente gerarchiche come quella liberista, lo sviluppo e la produzione di beni di consumo portano una distribuzione capillare delle ricchezze prodotte(la società di oggi ne è un esempio, poiché capillare non significa necessariamente egualitaria). L'arricchimento delle classi sociali sottostanti, metterebbe in crisi l'egemonia della classe dominante: è necessario dar libero sfogo allo sviluppo, ma evitare che i vantaggi di tale sviluppo influenzino l'intera piramide sociale. A tale scopo, esiste la guerra. "La guerra è pace", in quanto permette alle nazioni di bruciare le ricchezze in eccesso che altrimenti innalzerebbero il tenore di vita dei ceti più poveri, impedendone la crescita culturale e scongiurando il pericolo di rivoluzioni.

Le classi sociali

"Nell'intero corso del tempo, forse a partire dalla fine del Neolitico, sono esistiti al mondo tre tipi di persone: gli Alti, i Medi e i Bassi [...] Lo scopo principale degli Alti è quello di restare al loro posto, quello dei Medi di mettersi al posto degli Alti. Obiettivo dei Bassi, sempre che ne abbiano uno (è infatti una caratteristica costante dei Bassi essere troppo disfatti dalla fatica per prendere coscienza, se non occasionalmente, di ciò che esula dalle loro esistenze quotidiane), è invece l'abolizione di tutte le distinzioni e la creazione di una società in cui tutti gli uomini siano uguali tra loro". Quando si creano le condizioni per un ribaltamento dell'ordine costituito, i Medi ottengono l'aiuto materiale dei Bassi promettendogli una maggiore uguaglianza, e riescono spesso ad ottenere il potere. Le promesse dei Medi non vengono quasi mai mantenute, così che i Medi diventano Alti e gli Alti risultano declassati a Medi, senza che i Bassi riescano mai ad ottenere concreti vantaggi. Ma perché l'uomo è così assetato di potere, tanto da reiterare in millenni di storia questo processo dialettico, senza soluzione di continuità? La risposta di Orwell, che arriva tramite le parole di O'Brien, è emblematica: "Vogliamo il potere, il potere allo stato puro [...] Noi sappiamo che nessuno si impadronisce del potere con l'intenzione di cederlo successivamente. Il potere è un fine, non un mezzo"

L'elettività dell'oligarchia

Infine, l'uomo muore. È  forse questa, la morte, lo scoglio più arduo che la conservazione della gerarchia debba affrontare. Come assicurarsi che la piramide sociale non subisca alterazioni con l'alternanza naturale delle generazioni? Una delle gerarchie più longeve della storia è stata senza ombra di dubbio quella ecclesiastica(d'altronde, il carattere sacro della gerarchia è evidente fin dall'etimologia della parola: ieròs-archia): la Chiesa non sceglie la propria "progenie", ma si fa scegliere. Mentre in un impero ereditario il potere finirà prima o poi nelle mani di un figlio inadatto, o distante dalla condotta ortodossa, un'oligarchia elettiva fa sì che al potere si succedano solo persone con la stessa mentalità, uguali. Così, il potere sopravvive alla storia sempre uguale a sé stesso. Nel Socing di 1984, il Partito non trasmette il potere ai propri figli, ma a coloro che accettano di sottomettersi ed omologarsi alla sua ideologia.

Il razzismo

L'utilità gerarchica del razzismo è correlata a quella del bipensiero: così come è impossibile ribellarsi senza distinguere il vero dal falso, non ha senso rifiutare la propria condizione se non si ha un termine di paragone per giudicarla migliore o peggiore. Il confronto con il diverso permette un giudizio critico del proprio status. Per evitare qualsiasi ragionamento diatopico e diacronico, il Socing propugna un razzismo radicale, allo scopo di creare un mondo senza tempo e senza luogo, unico ed immutabile.

L'addio all'uomo
E se ancora si potesse chiamare uomo, un individuo sottomesso a quest'aberrante sistema, una persona ipocrita perfino con sé stessa, abulica, frivola, se questo fosse ancora un uomo, rimarrebbe ancora l'ultimo passo. Il più letale. Quello capace di distruggere anche l'amore tra Julia e Winston, impedendo loro di provare qualsiasi altro sentimento e portandoli ad odiare la propria stessa natura. Ciò che emerge dalla stanza 101 è il fantasma che ogni uomo porta con sé: l'animalità, l'istinto di sopravvivenza. Di fronte alla peggiore delle torture, l'etica si liquefa, come se davvero non fosse nulla più che una reazione chimica.

"Dopo, i tuoi sentimenti verso quell'altra persona non sono più gli stessi": quando l'animalità ha la meglio sull'umanità, la vita non è più degna d'esser vissuta. Ed è meglio dire addio.

Uno stile fatto di spigoli
È difficile definire lo stile di un autore, soprattutto quando non si ha a che fare con la propria lingua madre. Considerando la sobrietà e il rigore della scrittura di 1984, l'aggettivo più esplicativo potrebbe essere "giornalistica".  Senza mai sfiorare il lirismo, Orwell riesce comunque a coinvolgere il lettore, quando serve, in movimenti visionari o claustrofobici. Ciò avviene soprattutto nell'ultima parte del romanzo: non sono rari i momenti in cui tornano alla mente certi stralci dei romanzi di Pirandello, quando fa capolino il gusto dell'assurdo che caratterizzerà l'ultima fase del suo teatro.

Il libro è diviso in tre parti: nella prima, il protagonista prende piena consapevolezza della sua opposizione al Grande Fratello, pur tentando di mantenere un comportamento e un'apparenza ortodosse; la seconda parte è dedicata alla storia d'amore fra Winston e Julia; la terza, indubbiamente la più greve e asfittica, narra della tortura e della conversione dei due amanti, ed è caratterizzata dai lunghi dialoghi asimmetrici, in cui O'Brien illustra la scientificità perversa del Socing.

La narrazione avviene in terza persona, dunque il narratore è extradiegetico, mentre la focalizzazione è certamente interna: gli eventi vengono descritti dal punto di vista di Winston Smith. Sono frequentissime, infatti, le pause di riflessione e il ricorso al discorso indiretto libero. Altro particolare notevole è l'inserimento di generi misti: si va dai frammenti diaristici della prima parte, utili a evidenziare la tensione e le contraddizioni dei pensieri di Smith, alle citazioni di filastrocche, al documento di Emmanuel Goldstein. Lo stratagemma contribuisce ad aumentare la sensazione di frammentarietà e feticismo.

© Michele Ortore



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