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Alberto Moravia, note sullo stile
a cura di Enzo Sardellaro
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E' indubbio che il nome di Moravia, almeno per la maggior parte dei lettori, sembra legato al primo romanzo, Gli indifferenti. E' altrettanto comune impressione che l'indifferenza costituisca connotazione psicologica, particolare modo di «sentire» il rapporto con gli altri e con il mondo che sembra connaturato alla personalità di Moravia; e la cosa fa  pensare  che, se egli sentiva così vivo e pregnante questo sentimento nei suoi personaggi borghesi, probabilmente avvertiva questo dato di cultura profondamente radicato anche in se stesso. L'indifferenza la si può manifestare in molti modi: un comportamento distaccato e quasi assente rispetto a chi  sta vicino è  manifestazione  evidente di indifferenza. Il problema è però più complicato allorché si discute intorno a uno scrittore, che per definizione è «assente» rispetto al suo anonimo lettore. Di qui la necessità per chi scrive di individuare strumenti di lavoro appropriati alla bisogna, senza però calcare troppo a livello di situazioni, descrizioni e personaggi. Quindi, essendo scontato che uno scrittore possa rendere i toni dell'indifferenza attraverso un personaggio simbolico, che ne diventa l'incarnazione, resta da appurare se, anche a livello stilistico, si possa giungere a un risultato altrettanto soddisfacente. Il problema nasce allorché si sonda la capacità di tenuta e di resa di una tecnica stilistica; e pare di poter dire che, effettivamente, Moravia seppe usare come pochi un certo tipo di stile per rendere una particolare situazione generale relativa a determinati gruppi sociali. Moravia adottò  una tecnica stilistica efficace, e di ciò si accorse diversi anni or sono un critico straniero, I. Frangeš (1), il quale scrisse un articolo proprio sullo «stile indiretto libero» di Moravia, soffermando la propria analisi non tanto sul romanzo più famoso dello scrittore romano, quanto su un suo lungo racconto , La mascherata (2). La scelta la facciamo nostra perché è quanto mai opportuna a illustrare lo stile di Moravia nel corso dell'intera sua carriera di scrittore, in quanto La Mascherata rende macroscopico e ben visibile ciò che in altre opere può non apparire così nitido e chiaro. Il romanzo breve è  la storia di un dittatore, Tereso, invischiato in una storia d'amore per la bellissima Fausta, di cui è perdutamente innamorato. Al di là della vicenda, sta però un dato storico-politico che Moravia avversa: Tereso è un dittatore, e ciò di cui si sta parlando è quindi una dittatura (3). Poi, già il titolo, La mascherata, rimanda  all'idea di un nascondimento di qualcuno rispetto a qualche cosa. Come si sa, la maschera trasforma in fondo l'individuo che l'indossa in una sorta di occhio cinematografico neutro, in un occhio vitreo, freddo osservatore indifferente di ciò che si muove intorno; attraverso la maschera si vede, ma non ci si fa vedere: insomma, si resta al di fuori della scena. Ma torniamo allo stile. Attraverso il discorso indiretto libero Moravia si cela, non vuole essere sospettato nemmeno lontanamente della più piccola adesione rispetto ai pensieri e alle azioni dei personaggi. Per giungere a tanto risultato, ecco il metodo: il discorso indiretto libero, che è rappresentazione «a freddo», neutra, dal momento che manca il colore e la vivezza del dialogo. Questa distaccata rappresentazione della vita implica una non condivisione di essa, né vedere alcunché in essa di «caldo» e attraente. La stessa e tanto vituperata lingua scialbo-quotidiana di Moravia è un ulteriore rafforzativo stilistico che fa il paio perfetto con l'indiretto libero. Insomma, certa «realtà», ma potremmo dire, quasi tutta la realtà dei tempi suoi, all'analisi dello scrittore, non merita «calda condivisione», ma occhio  di osservatore quasi naturalista, che rifiuta, per la teoria dell'impersonalità, di calarvisi dentro (4). Moravia diceva di innalzare il linguaggio solo allorché scriveva saggistica: il che è vero, perché, attraverso la saggistica letteraria, egli andava a toccare temi caldi e appaganti intellettualmente, e di conseguenza sentiti come assolutamente coinvolgenti e degni di «partecipazione linguistica». Ma la prosa di romanzo, genere votato alla rappresentazione di verità crude e invise sempre, non sortisce coinvolgimenti, bensì repulsa: di qui dunque la non partecipazione stilistico-linguistica. Al massimo, Moravia, di fronte a certi eventi, concedeva a qualche personaggio, anche se sentito  avverso e odioso, soltanto un lacerto di condivisione rapidissima, basata su esperienze personali alle quali si poteva dare un pur fuggevole assenso. Ma l'apertura verso il personaggio non è palese, ma volutamente occultata dentro un cenno rapidissimo, quasi impercettibile, oppure visibile solo a occhi molto esercitati. Si notano dunque spie e commenti dell'autore che sono fuggevoli «incursioni» entro una materia impermeabile alla sensibilità dello scrittore, che si mostra con commenti che solo apparentemente sono dei personaggi, ma che in realtà appartengono all'autore, che, usando lo schermo di una tecnica stilistica molto scaltrita fa passare non tanto il messaggio di un personaggio, ma  il suo messaggio, lanciando il sasso e nascondendo la mano. Moravia raggiunge lo scopo mimetico senza far espliciti riferimenti a scuole o movimenti, ma solo attraverso l'artificio stilistico. Come acutamente osserva Frangeš, «l'autore è conscio del proprio potere e tiene in mano tutte le fila dell'intreccio». Inoltre Frangeš si mette a completa disposizione del lettore curioso di sapere quali spie  rivelino la presenza del commento dell'autore, avvertendoci che «l'autore... per rivelarsi, di solito si serve del presente», mentre la descrizione della scena è fatta all'imperfetto. Qualche esempio tratto dalla Mascherata:

 « Questa semplicità e ritrosia spiegano [presente] perché Tereso avesse per molti anni...».

Ancora:

" In quel momento Tereso pensava a Fausta e si domandava quel che dovesse fare. Il Cinco aveva ragione: bisognava prendere i congiurati con le mani nel sacco. D'altra parte c'era il pericolo che la sua avventura, nel trambusto della scoperta e degli arresti... venisse... compromessa. Le donne erano tanto volubili... Come si vede, Tereso si faceva parecchie illusioni su Fausta". Così, mentre le preoccupazioni di Tereso vengono enunciate nello stile asettico dell' indiretto libero ( Il Cinco aveva ragione: bisognava prendere i congiurati ), Moravia mostra se stesso a commentare la scena usando il presente:  «Quell'inciso, scrive Frangeš, come si vede è quasi una mano che l'autore poggia sulla spalla del proprio personaggio imbarcatosi nelle banali e generiche considerazioni sulla volubilità delle donne. Interviene l'autore versando acqua fredda sulle illusioni del dittatore innamorato». In sostanza, tutta la Mascherata è giocata sull'uso pressoché costante dell'indiretto libero, che «sembra rispondere ottimamente alla rappresentazione dell'indifferenza», e degli interventi occulti di Moravia, che commenta più o meno benevolmente, al presente, le azioni dei personaggi. Qual è, alla fine, il senso ultimo di una tecnica cosi scaltrita? L'esserci e il non esserci dell'autore; il cauto e balenante interventismo e al tempo stesso il freddo neutralismo e l'indifferenza plateale verso le vicende narrate, costituiscono la «resa» stilistica di un rapporto mai sereno e di assoluta alterità e inconciliabilità rispetto a gran parte della realtà sua contemporanea, a ciò che è oltre la soglia di casa. Se è vero l'assioma che è anche lo stile a fare il grande scrittore, bisogna dire che a Moravia l'operazione è perfettamente riuscita.

 

Note

1) I. Frangeš, Appunti sullo stile libero indiretto nella ‘Mascherata' di A. Moravia, in Lingua Nostra, 1954, pp. 86-89.

2) A. Moravia, Opere complete (Romanzi brevi. La mascherata, Agostino, La disubbidienza, L'amore coniugale), vol. X,  Milano, Bompiani, 1975.

3) Cfr. O. Del Buono, Moravia, Milano, Feltrinelli, 1962, p.43: «... Da anni avevo addosso una bramosia, quasi un bisogno fisico di scrivere qualcosa contro la dittatura totalitaria. Ma era impossibile farlo in un libro impostato realisticamente. Bisognava presentare la satira avvolta in un pittoresco involucro di cellophane, che fosse abbastanza trasparente, ma conferisse all'insieme un aspetto festoso. Trovai finalmente l'involucro che cercavo durante un viaggio al Messico: avrei potuto narrare la favola di una molto folcloristica dittatura sudamericana. La situazione chiave era, tuttavia, quella dell'incendio del Reichstag organizzato dai nazisti...».

4) Ottime pagine sulla lingua «asettica» di Moravia in V. Amoruso, Le contraddizioni della realtà, Ediz. Dedalo, 1968, p. 202. Il critico osserva che la lingua di Moravia è una mescidanza  «di partecipazione e di rifiuto, di adesione e di amarezza... E' in questa sorta di equilibrio e di equidistanza che si spiega e matura la funzione conoscitiva, logica e appassionata, della lingua, così moderna, di Moravia: in questo guardar vivere la vita, da un punto discosto di essa...». Ovvero, dal di fuori, osservatore gelido della realtà.

© Enzo Sardellaro



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