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Kossi Amékowoyoa Komla-Ebri: mal d’Africa, mal d’Europa
a cura di Elisa Trentini
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"Colui che non è mai uscito da casa sua,
pensa che solo sua madre sappia fare bene il sugo"
(Proverbio Mina, Togo)

L'Italia negli ultimi dieci-quindici anni si vede costretta a confrontarsi con un fenomeno migratorio al quale era ed è del tutto impreparata. Per via della sua posizione e struttura geografica è diventata in breve tempo da terra di emigranti a luogo di transito e d'approdo. Il popolo del Sud del mondo, attanagliato da dittature e guerre, soffocato da un iniquo debito internazionale, da scambi ineguali, corruzioni e mal governo, con il suo corollario di miseria e disoccupazione, si avventura verso il ricco Nord seguendo il paradossale flusso delle ricchezze. Le barriere di sicurezza, i voli charter, le varie umiliazioni non riescono a fermare quest'esercito arcobaleno armato di sogni e in questua di dignità. Tuttavia in quest'incontro-scontro di culture in un paese che stenta a svegliarsi dal suo torpore etnocentrico è interessante assistere alla nascita di una nuova espressione: quella di una letteratura scritta in italiano da parte di immigrati.

A differenza di altri paesi europei, come Inghilterra e Francia, con alle spalle un lungo passato coloniale, in Italia la letteratura della migrazione1 emerge solo alla fine degli anni Ottanta, suscitando un certo interesse di pubblico. Lo straniero si trasforma improvvisamente da oggetto di osservazione in soggetto osservante che analizza la società in cui inscrive la sua identità di altro. Passando ben presto da una confessione di esperienze personali a una rappresentazione letteraria sempre più complessa, questa "nuova letteratura del mondo", così come è vista da Armando Gnisci2, offre al lettore uno sguardo poliedrico e caleidoscopico sulla realtà italiana rovesciando numerosi luoghi comuni, pregiudizi e images letterarie.

Come teorizzato anche da Carlo Ginzburg nel suo libro Occhiacci di legno: Nove riflessioni sulla distanza, lo sguardo dall'esterno può essere considerato come un privilegio per riscoprire il familiare, il canonico, il "normale". Anche se gli "occhiacci di legno" di Pinocchio tendono inevitabilmente a una destabilizzazione di aspetti e modelli della cultura italiana considerati ormai scontati dall'immaginario comune ("Occhiacci di legno, perché mi guardate?"), possono anche diventare efficaci strumenti per guardare criticamente sia al mondo lasciato alle spalle, sia alla nuova cultura con cui creare convivenza, sfidando ogni stereotipo sulla definizione dello straniero e dell'altro.

In questo contributo si analizzerà il racconto "Mal di..." dello scrittore italotogolese Kossi Amékowoyoa Komla-Ebri, pubblicato nella raccolta di racconti All'incrocio dei sentieri e vincitore del V premio al concorso letterario Eks&tra 1997-98.

Dopo alcune note biografiche sull'autore, si prenderanno in esame i processi di demistificazione e decostruzione degli stereotipi culturali legati all'idea di italianità e "solarità", cercando inoltre di spiegare la dinamica di psicologia sociale che si instaura nella relazione e comunicazione tra immigrato e parenti rimasti in attesa nel luogo d'origine.

Nato in Togo (Tsévié) nel 1954, Kossi Amékowoyoa Komla-Ebri vive in Italia dal 1974. Completati gli studi universitari a Bologna, si è specializzato a Milano in Chirurgia Generale ed ora esercita la professione presso l'ospedale Fatebenefratelli di Erba (Co). Già presidente fondatore della A.S.A.E (Associazione Solidarietà Africana Erba), che divulga la conoscenza dei valori africani in un ruolo di mediatore culturale, egli è socio onorario dal 1995 dell'associazione "Les Cultures-Onlus" - un laboratorio di cultura internazionale - che intende favorire l'affermarsi di una mentalità cosmopolita e diffondere la conoscenza dei popoli, della loro storia e della loro cultura. Impegna il suo tempo libero come mediatore interculturale nel mondo della scuola e della sanità. Recentemente ha pubblicato: Imbarazzismi - quotidiani imbarazzi in bianco e nero6 (2002), il romanzo Neyla7 (2002), che è stato tradotto e pubblicato negli Stati Uniti dalla Fairleigh Dickinson University Press, la raccolta di racconti "All'incrocio dei sentieri"8 (2003) e I nuovi Imbarazzismi-quotidiani imbarazzi in bianco e nero...e a colori9 (2004).

Il primo racconto del libro All'incrocio dei sentieri, si intitola Mal di...(35) ed affronta questioni di gender, in particolare il tema delle donne immigrate in Italia. La protagonista del racconto è anche la narratrice della sua storia di traslazione dall'Africa all'Italia dove emigra sperando nell'aiuto del fratello, ivi residente con una moglie italiana e due figli. Raggiante di felicità per la possibilità offertale dal fratello di raggiungere il paese dei bianchi, la terra del benessere, si appresta a badare alla casa, cucinare, e tenere d'occhio i nipotini.

Dopo poco tempo, però, si creano le prime incomprensioni e fraintendimenti con la cognata e con i nipotini, legati soprattutto alla distanza culturale che li separa. Si trova inoltre ad essere sfruttata come domestica dallo stesso fratello che la tiene a distanza per dimostrare la propria assimilazione nella cultura occidentale. Da una parte la protagonista non parla bene l'italiano, anzi al momento del suo arrivo non lo parla

affatto, e ha un comportamento che è quello che ha sempre mantenuto in Togo, nel suo paese d'origine, e che lì è sempre stato socialmente accettato come opportuno, ma che, si accorge ben presto, non è ascrivibile, senza profonde modifiche, alla famiglia italiana. D'altra parte, la cognata mostra diffidenza e poca disponibilità ad aprirsi ad una diversità culturale che potrebbe investire e coinvolgere tutti gli aspetti, anche i più pratici di una convivenza interculturale. Per esempio, si rifiutano, sia lei che il marito, di permettere alla protagonista di cucinare piatti tradizionali africani, dal momento che offrono al naso dei commensali italiani un odore troppo intenso, per non dire una vera e propria "puzza".

"All'inizio fu difficile comunicare con mia cognata e i miei nipotini, perché non capivo la lingua e mio fratello si rifiutava di farmi da traduttore. Subito mi raccomandò di tenere la mia stanza in ordine, di usare le pattine quando entravo in salotto, di non farmi la doccia tutti i giorni perché il riscaldamento costa, di non lasciare le luci accese nelle scale e in bagno, di non impiegare tre ore per stirare, di non parlare nella nostra lingua e di tenere basso il volume di quella "nenia" di musica africana. Incluso nel sacrosanto decalogo vi era il divieto di cucinare cibi che richiedevano troppo tempo di cottura, e che soprattutto impregnavano la casa per giorni con la scia degli aromi dei condimenti (la "puzza")."

Quando la reclusione nello spazio domestico e l'emarginazione all'interno della famiglia diventano insopportabili, la protagonista si appropria di uno spazio suo grazie all'aiuto di un'altra immigrata, la filippina Conception. L'amica diventa l'elemento di transizione tra passato e presente, tra cultura africana e italiana, poiché le insegna la lingua, le abitudini che il fratello avrebbe dovuto tradurre per lei.

In questo processo di acculturazione, che crea una piccola comunità femminile, la protagonista comincia a verbalizzare i propri diritti: una giornata di libertà, uscire, avere del denaro proprio. Le sue rivendicazioni portano alla frattura tra lei e la famiglia del fratello, ad un nuovo lavoro, ad una nuova indipendenza. È proprio in questo nuovo spazio che la protagonista fa sì che il legame con il fratello possa essere di nuovo ricostruito. Il fratello, il dottore, ritorna agli usi e cibi africani quando è con lei ed insieme creano uno spazio di complicità culturale, uno spazio ibrido che può davvero riconciliare passato e presente. Dopo il suo ritorno in Africa, la protagonista sente nostalgia per l'Occidente che ha deciso di abbandonare, una nostalgia a rovescio, un "Mal di ..." come ci ricorda ambiguamente il titolo.

Cos'è che scoraggia e distrugge, appena arrivata in Italia, l'orizzonte d'attesa della protagonista? Nel momento in cui comincia a lavorare presso la casa italiana di suo fratello, ella è costretta a modificare in profondità le immagini e le rappresentazioni positive e idealizzate dell'Italia che aveva elaborato nel suo paese di origine. A ciò si può aggiungere che è abitudine del migrante che ritorna in patria idealizzare e mitizzare la propria esperienza estera, rimuovendo dal racconto gli elementi di dolore, sofferenza, negatività. Dall'altra parte familiari e amici, in questo caso la protagonista all'epoca in cui attendeva in Africa il tanto agognato invito del fratello nel paese dei bianchi, sono propensi ad accogliere solamente una versione dell'esperienza migrante che confermi le proprie speranze e attese, trascurando i segnali di rimozione che possono affiorare a volte nel racconto dell'immigrato.

"L'Italia!" ... allora solo a pensarci era come sfiorare il cielo con un dito. Erano anni che Fofo (mio fratello) mi prometteva di portarmi con sé in Europa. Non so descrivere l'immensità della mia gioia quando arrivò la tanto attesa lettera.

All'interno di un discorso sulla riproduzione e trasmissione di stereotipi e pregiudizi, la categoria della "profezia che si autoadempie" adottata da Bruno Mazzara nel suo Stereotipi e pregiudizi potrebbe essere utile per cercare di spiegare la "mancata" comunicazione tra immigrato e familiari. Ci sono casi in cui la riproduzione degli stereotipi e in generale dei pregiudizi avviene non solo perché si tende a perpetuare un'interpretazione falsata della realtà, ma anche perché, interagendo con gli altri sulla base delle proprie aspettative, si finisce per fare in modo che essi effettivamente corrispondano a queste aspettative, realizzando dunque quello che nella letteratura psicosociale viene definito il fenomeno dell' "autoadempimento della profezia".

L'immigrato vuole ottenere il massimo riconoscimento di prestigio sociale dal racconto delle proprie esperienze migratorie, e dunque opera tutta una serie di rimozioni dei tratti più oscuri e travagliati della propria vicenda per compiacere i familiari e gli amici che in Africa attendono "buone notizie". La rigidità della trasmissione e ripetizione dei medesimi stereotipi, piuttosto che l'elasticità nel modificare i propri schemi mentali, è affidata, secondo Mazzara, alle personalità degli attori coinvolti nell'interazione. Anche la protagonista del racconto è quindi vittima di una comunicazione falsata da una serie ideologica di immagini e di attese dall'una e dall'altra parte.

Dobbiamo indagare adesso, nel senso più vasto, quali sono le immagini culturali che creano incomprensione e suscitano il disagio degli attori coinvolti. L'immagine più forte, che suggella e custodisce tutte le altre presenti nel racconto, e che si trova come un leit motiv anche in altri testi di scrittori afroitaliani, è quella che rappresenta l'Italia come un paese "freddo", nelle accezioni letterali e simboliche della parola. L'Italia come paese freddo climaticamente, ma anche come paese di gente fredda, individualista, poco disposta al dialogo interculturale. Affermazioni di tal genere non coincidono con l'immagine che gli italiani amano coltivare e custodire di sé; né coincidono con il carattere nazionale, per riprendere il lessico già citato di Mazzara, che di noi elaborano e hanno elaborato nei secoli scorsi popoli di altri paesi europei. L'Italia, e in particolare l'Italia meridionale, è stata infatti spesso oggetto di rappresentazioni, spesso fuorvianti, che la connotavano come il "giardino d'Europa", la "piccola Africa" europea. Tuttavia la "solarità" dell'Italia, considerandola soltanto sul piano climatico, non viene percepita allo stesso modo dagli italiani e da una possibile immigrata togolese "L'Italia! Dio, il freddo! Non immaginavo fosse così pungente. Le mie labbra si screpolarono, le mie dita si irrigidirono e la mia pelle prese quel colore grigio delle lucertole, nonostante mi spalmassi di crema di cocco. La prima notte fu infernale, la passai in un albergo prenotato a Roma da mio fratello: coricata sul letto come usavo fare sulla stuoia della mia capanna, ero mezza assiderata, non sapendo che bisognava infilarsi sotto le lenzuola."

Il lettore attento non può non pensare che lo scrittore non voglia giocare con lui, prendendosi gioco dell'idea diffusa di italianità e di tutti i suoi corollari di stereotipi, dall'immagine del "paese del sole" a quello del clima temperato tutto l'anno. Non contento, Komla-Ebri allarga il gioco del rovesciamento dello stereotipo della solarità anche al dominio simbolico della calorosità degli italiani. Il fratello della protagonista, Fofo, si è occidentalizzato, ha assunto molte delle abitudini, dei comportamenti e dei costumi italiani. Agli occhi della sorella questo significa che Fofo ha perso di vista i valori di solidarietà e collettività africani, l'immediatezza e la spontaneità nei rapporti umani tipica delle comunità africane, per acquisire la riservatezza, la discrezione e la "freddezza" degli italiani. "[...] lui rivendicava il suo diritto a vivere la sua vita come libertà individuale e non collettiva, come vuole la solidarietà africana [...] "Qui in Europa", sentenziò, "ognuno deve pensare per sé, punto e basta. Io mi sento in dovere solo nei confronti dei miei parenti stretti e solo se bisognosi o meritevoli". La sorella non condivide il suo punto di vista, perché a lei mancano "il sole, le feste al villaggio, il tempo, le risa della gente, il vivere insieme con le persone".

Se il fratello Fofo si è italianizzato, e se ha perso il calore dell'identità africana, diventando come un bianco in quanto a freddezza d'animo, allora secondo la protagonista togolese, secondo lo sguardo africano, gli italiani non sono un popolo caldo, spontaneo, gioioso e con un senso spiccato della collettività, come invece gli italiani stessi ritengono di essere, confermati in questo dal pregiudizio di alcuni viaggiatori europei che in passato, nel Settecento e nell'Ottocento, hanno compiuto i loro Grand Tour nella misteriosa, decadente, primitiva e torrida Italia. La percezione della discrepanza tra l'immagine del carattere nazionale anacronistica, che gli italiani continuano pur tuttavia a difendere, ancorati ad un'immagine stereotipata e felice di "solarità" che sembra invece allontanarsi sempre più indietro nel tempo, nelle generazioni contadine degli avi, viene confermata anche dalle parole di Armando Gnisci nel suo Il rovescio del gioco.

"Per chi è sceso da Nord, l'Italia ha rappresentato per secoli il giardino ben dell'Italienische Reise (Viaggio in Italia, 1826-1817) di Goethe sulle successive generazioni di scrittori e viaggiatori, tedeschi e non. coltivato, antico e luminoso, dell'Europa; il luogo reale e terminale delle delizia immaginate. Col tempo l'immagine è venuta sempre più deteriorandosi, seguendo una realtà sempre più degradata; ma lo stereotipo tutto sommato resiste. Come per noi italiani, ormai abituati a essere visti così: un po' decaduti, ma sempre padroni e custodi del giardino delle delizie nord-occidentali. L'Italia viaggiata dal Sud verso il Nord da scrittori emigrati arabo-magrebini, è ben altra cosa. Risalita al rovescio -"Gegen den Strich" contropelo come diceva Walter Benjamin per la storie letta dalla parte degli oppressi - l'Italia è tutt'altra cosa che un giardino di bellezze in po' decaduto e disordinato. È piuttosto un inferno. Pericolosa e incomprensibile, "deserto senza sabbia e senza miraggi", una waste land senza Stato, la cultura e la civiltà si sono nascoste e sono rimasti in primo piano paesi e terre pieni di immondizie, città violente e feroci squallide, campagne senza letizia".

L'intenzione di Komla-Ebri è quella di mettere in evidenza l'immagine culturale di chi guarda e giudica dalla propria tradizione un luogo e le persone che vi abitano, costruendo e modificando, plasmando, l'identità di quel luogo e di quelle persone che vi abitano, siano queste persone di nazionalità italiana e la loro patria si chiami Italia, siano invece togolesi e la loro patria si chiama Togo. Una presa di consapevolezza di tal genere non contribuisce all'elaborazione né alla conferma di un immaginario italiano come di un giardino magico di delizie, anzi sottolinea come gli italiani non abbiano un senso delle relazioni e della comunità tanto diverso dal resto dell'Europa del Nord. Qualcosa è mutato, qualcosa si è trasformato definitivamente nei rapporti umani e nei codici di comportamento sociali. Gli scrittori migranti, come Komla-Ebri, ci restituiscono lo specchio obiettivo, dall'esterno, di questo cambiamento, mutamento antropologico, che per chi è all'interno è duro e difficile da accettare, poiché vuol dire modificare la propria immagine di corpo sociale, un corpo disgregato, dai legami molto deboli fra le varie parti.

NOTE BIBLIOGRAFICHE
Ginzburg, Carlo, Occhiacci di legno: Nove riflessioni sulla distanza, Milano, Feltrinelli, 1998.
Gnisci, Armando, Creoli meticci migranti clandestini, Roma, Meltemi, 1998.
Gnisci, Armando, Il rovescio del gioco, Roma, Sovera Multimedia, 1993.
Gnisci, Armando, La letteratura italiana della migrazione, Roma, Lilith, 1998.
Komla-Ebri, Kossi, "Mal di ..." in All'incrocio dei sentieri - i racconti dell'incontro, Bologna, EMI,
2003.
Mazzara, Bruno, Stereotipi e pregiudizi, Bologna, Il mulino, 1997.
18 Armando Gnisci, Il rovescio del gioco, Roma, Sovera Multimedia, 1993, 27-29.

© Elisa Trentini




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