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O dolce voluttà desio d'amor gentil
a cura di Carlo Santulli
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O DOLCE VOLUTTA', DESIO D'AMOR GENTIL:

IL «RUY BLAS » DI FILIPPO MARCHETTI E UN RICORDO LETTERARIO

Siamo nel 1885, a Cesenatico, in luglio: una giovane donna sta per partorire il suo primo figlio. Il paese è però, con tutto il rispetto per questa nascita, in tutt'altre faccende affaccendato. Si deve scoprire una statua di Garibaldi, il celebre Eroe dei Due Mondi, morto solo tre anni prima, la prima statua di Garibaldi in Italia (anche se credo francamente che di "prime statue di Garibaldi" ce ne siano state parecchie, in quegli anni). E per festeggiare degnamente l'evento (voglio dire la statua, non il bimbo), è giunta in paese una compagnia di canto lirico, che allestirà un'opera, anzi, per dirla alla romagnola, un operone, e questo sarà in sé un evento. Ma a Cesenatico, nel 1885 (ci credereste?) non è che gli alberghi abbondassero...

"Cominciavano ad arrivare gli artisti, suonatori e cantanti, e tutti se li disputavan nelle case offrendo le stanze migliori (il sindaco si cuccò subito prima donna e maestro, ch'eran legittimi sposi), non tanto per il poco guadagno, quanto per la vanità di ospitare un artista [...] La mamma di Enea, che non voleva restare al di sotto, incitava il figliolo a darsi d'intorno per ottenere un cantante; preferibilmente il tenore o il baritono, una "prima parte" che facesse onore alla casa. Ottenne invece un "sopranino", che non si poteva dire avesse nell'opera una parte disprezzabile, insignificante, come si temeva, ma che sarebbe stato certamente offuscato dall'astro maggiore, dalla prima donna soprano. Non si poteva avere di più"

L'operone è "Ruy Blas", libretto di Carlo d'Ormeville tratto da un dramma romantico di Victor Hugo, musica di Filippo Marchetti, compositore marchigiano, di Bolognola (Macerata) (1831-1902). Il Ruy Blas ebbe la sua prima alla Scala il 3 aprile 1869 e resse solo due sere, ma si era a fine stagione, e poi quello era stato l'anno del "Don Carlos" di Verdi. Però nel 1873, alla sua ripresa scaligera, venne replicata ventuno volte. Anche Verdi aveva pensato di musicare "Ruy Blas", prima di passare al lavoro su "La forza del destino" (sembra anzi che il suo fidato librettista Piave ci si fosse anche messo, alacremente come al solito, al lavoro). Inoltre, anche Gaetano Braga, violoncellista abruzzese (1829-1907) e autore in seguito (1874) di un applaudito "Caligola", scrisse un "Ruy Blas", su libretto di Giovanni Peruzzini (librettista di "Jone" di Petrella, se ricordate) negli stessi anni, che rimase inedito poiché la giuria della Scala di Milano preferì l'omonima opera di Marchetti.

Il "Ruy Blas" di Marchetti fu notevolmente popolare per circa un quarantennio, ma forse era il soggetto ad essere popolare, trattandosi di un amore, ovviamente impossibile, tra uno staffiere, che si finge nobile, e...la regina di Spagna. Inoltre, i drammi di Victor Hugo hanno ispirato circa un'ottantina di riduzioni operistiche (sono solo una decina quelle del "Ruy Blas", ma il soggetto più popolare è, come forse prevedibile, quello de "Notre dame de Paris", a volte intitolato "Quasimodo", altre volte "Esmeralda"). Tra i maggiori successi di opere tratte da Hugo sono "Ernani" e "Rigoletto" di Verdi, "La Gioconda" di Ponchielli, "Lucrezia Borgia" di Donizetti, ed è curioso pensare che Georges Bizet, l'autore di "Carmen" voleva cimentarsi con "Notre dame de Paris", ma la morte prematura glielo impedì. E poi c'è il film della Disney su Quasimodo, il musical sui "Miserabili" ecc. ecc.

Ma lasciamo la Francia e torniamo a Cesenatico in quel 1885, che guarda caso è proprio l'anno in cui Victor Hugo muore.

La famiglia di Enea ha insomma ospitato il "sopranino", diminutivo nel duplice senso di avere una parte non principale e di essere una donna giovane. Ma molta gente in paese è invidiosa di questo successo, invidiosa a 360 gradi:

"Oh Dio, la prima donna non era una Stolz, il direttore d'orchestra non era un Bolis, il baritono non era un Pandolfini, il basso non era un Maini: neppure l'autore dell'opera, il maestro Marchetti, era un Verdi o un Petrella! Non mancavano quelli che avrebbero fatto miglior viso a spartito di maestro più celebre, più baciato dal genio, ad opera consacrata almeno da fama più antica, tanto più che l'opera seguente del maestro Marchetti, il "Gustavo Wasa" non aveva affatto incontrato... Oh, il "Gustavo Wasa"! Un vero buco nell'acqua! e il "Giovanni d'Austria"? Altro buco! e citavan con un certo sussiego, con una buffa aria d'intenditori e di dilettanti impresari: la "Lucrezia Borgia", la "Jone", la "Traviata", la "Maria di Rohan"! Ma non si poteva accontentar tutti. Per accontentar tutti ci voleva un'opera con venti prime donne e altrettanti tenori.

Va bene, e poi chi li paga?"

Però, il "sopranino", Palma Robecchi, era in fondo una brava ragazza, e pazienza per la sua modesta celebrità: interpretava Casilda, la nobildonna un po' ruffiana che con una ballata nel II atto ("Grata vi fora una ballata...C'era una volta/una duchessa/Vecchia, noiosa/brutt,a orgogliosa") cui Marchetti diede uno strano ritmo esotico, molto simile all'habanera della "Carmen", vuole convincere la regina a non essere rigida, insomma quasi ad innamorarsi di questo Don Cesare. Ma non appena Palma-Casilda si rende conto che Enea è non solo sposato, ma che sua moglie Fina aspetta da un momento all'altro la nascita del primo figlio, si intenerisce oltre ogni dire e pretende di essere presentata alla giovane puerpera. Ma anche Fina, dal canto suo, ha i suoi buoni motivi per conoscere il "sopranino":

"Da lei finalmente la povera sposina avrebbe saputo qualcosa di questo famoso Ruy Blas, di questo staffiere innamorato (dicevano) della Regina di Spagna. Che voglia di sapere che cosa ne pensasse la potente regina dell'amore insensato, bisognava dire insensato, di uno staffiere"

Fina ci tiene tuttavia a far presente che, benché viva a Cesenatico, qualche opera l'ha ascoltata anche lei:

"- Quando ero ragazzina, a Pesaro, mio padre mi ha condotta al Don Checco1. Poi Crispino e la Comare2, i "Falsi Monetari"3 -

- "I Falsi Monetari!" Ma sapete che ho cantato la parte di Annetta alle "Muse" di Ancona, alla "Fortuna" di Fano, a due passi da Pesaro? Care pene/Dolci affanni. E la parte di Donna Bettina del "Don Procopio"4, di Lisetta nel "Tutti in maschera"5, di Rigoletta in quel caro Pipelé6 Sono queste le opere che avete sentito da ragazzina? Ah sì, ripetimi/quei cari accenti... Ma ora vedete, il gusto è un po' cambiato: ora furoreggia l'opera seria: il "Guarany"7, il "Ruy Blas"...-"

Invece, il sopranino preferisce soffermarsi, con una certa dolce gaiezza, in fondo malinconica, sulla condizione di Fina, e quasi la costringe a portarsi al centro della scena: " -Diamine, non dovete essere così egoista! Non sapete che i grandi avvenimenti sono tre? Garibaldi, Ruy Blas...-

-E il bambino?-

-Si capisce! Non è un avvenimento un bambino, un bambino nuovo?-

Vuole partecipare, anche lei, come fosse una vecchia zia, al parto, che dovrà, come nelle favole, aprirsi a mezzanotte: la cosa è facilitata dal fatto che, secondo una tradizione locale, per facilitare la nascita, una ragazza giovane ed ancora nubile doveva entrare in pianelle nella stanza della partorienda. Ma come si fa? La prima del "Ruy Blas" viene a cadere proprio la sera in cui Fina ha le doglie. Eppure le cose si sistemano, come per miracolo (ma un miracolo reale): "Si chinò dolcemente a baciar quella povera fronte madida che le sembrò quasi diaccia, scosse la testa, sorrise ilare e bella, e se ne andò in gran fretta dicendo con intenzione fin sul pianerottolo: - A mezzanotte! a mezzanotte! - " [...] "Quel bambino si chiamò Marino, ed ero io"8

Non sarà però l'unica volta che quello speranzoso duetto d'amore e quell'operone entrerà nella storia della nostra letteratura: in "Giacinta" (1879) di Luigi Capuana (1839-1915) la protagonista muore suicida, dopo che l'uomo che ama, Andrea, e per cui ella ha tradito il marito, arrivando fino al punto di "scandalosamente" mantenerlo, le manifesta indifferenza per la morte della loro figlia malata di difterite. E qui passiamo dalla bonomia romagnola del mio caro (lasciatemelo dire) Marino Moretti all'enfasi verista di Capuana, dove un senso quasi "automatico" della predestinazione, molto tardo ottocentesco e decadente, presiede al drammatico esito della vicenda; d'altronde si tratta del primo romanzo del già quarantenne Capuana, conquistato dal naturalismo francese ("Giacinta" è, quasi inevitabilmente, dedicato ad Emile Zola).

Ecco un passo tratto dal finale del romanzo, in cui la musica che, un po' beffardamente (anche se non è certa questa l'intenzione dell'autore), accompagna l'eroina nella sua tragica decisione, è ancora quella del duetto del "Ruy Blas":

"Giacinta era rimasta, tutta la nottata, seduta a piè del letto, con il capo rovesciato sulla sponda, le braccia abbandonate, agonizzante sotto i colpi di quel dolore che tardava ad ucciderla. Di tanto in tanto alzava la testa, apriva gli occhi smarriti, si passava le mani sulla fronte.
- Non era dunque un orribile sogno?...

E ricadeva nella prostrazione che la teneva lí senza moto, quasi senza pensiero, da tante ore; da un'infinità di anni, le pareva!

Dalle stecche rialzate della persiana, il sole accendeva strisce e punti di luccicanti riflessi sui mobili, sugli oggetti di cristallo e di porcellana, lasciando in penombra uniforme tutto il resto dove non frangevasi la viva punta dei suoi raggi. E a un tratto, in quel silenzio e in quel tepore, che sembrava tenessero in deliziosa sonnolenza anche gli oggetti inanimati, arrivava, da la via, la stridula voce d'un organino suonante una melodia del Ruy Blas.

- No, non era un sogno! Era la verità! Aveva parlato lui! Proprio lui le aveva ingratamente rinfacciata la sua passione... e le si era rivoltato contro...

Uno sbuffo di pazzia tornava a montarle al cervello.

Oh!... Avrebbe voluto meritarselo almeno! Avrebbe voluto meritarselo con qualcosa di spregevole, di ributtante, dove la sua coscienza, la sua volontà fossero intervenute deliberatamente!... Quel suo miserabile cuore diceva di no, quelle sue vilissime carni fremevano di ripugnanza, avrebbe dovuto buttarle in preda al primo capitato, per sbarazzarsi d'ogni scrupolo, d'ogni pudore! A che le servivano pudore, scrupoli, cuore? Solo a renderla infelice!... E poiché non poteva, no, no!... e poiché non sapeva...!

L'organino aveva ripreso da capo: Oh dolce voluttà! Desio d'amor gentil! Uno scherno, in quel punto. E le pareva che il letto, le poltrone, i mobili della camera le danzassero attorno una ridda infernale, gridando confusamente, gettandole in faccia tutte le gioie da lei godute in quel santuario d'amore, quando la loro felicità era al colmo ed ella non chiedeva più nulla né alla terra, né al cielo! E le pareva che quei testimoni di tante dolcezze ora ghignassero, irridendola, in una perversa esultanza: e facessero volar per aria, a folate, tutte le sue parole d'affetto, tutte le sue carezze, tutti i suoi baci, come inutili cenci, a ludibrio contraffacendola, sbertandola fra ringhi e fischi, quasi volessero chiudere con tal chiasso indecente quell'ultima scena del suo dramma.
- E poiché non poteva!... E poiché non sapeva... Ah! meglio morire!

La testa le scoppiava. La bocca era riarsa. Ella aveva già avvertite delle interruzioni nella sua intelligenza, lungo la nottata, quando il passato e il presente le erano, a poco a poco, spariti dinanzi; quando, stupidamente fissa verso un punto luminoso, un oggetto vicino, un fiore della tappezzeria, era rimasta a guardare a lungo, a lungo, senza vedere, senza capire, proprio come una pazza...
- Meglio morire!9"

Forse vi sarà rimasta la curiosità di come sia nella realtà questo "Ruy Blas": Marchetti non è un tipo da grand opéra, ed è effettivamente molto commosso, il che è avvertibile dalla musica, dalla sfortunata vicenda dello staffiere Ruy Blas, anche perché il libretto di Carlo D'Ormeville imbastisce tutta la trama sul contrasto tra l'umile/onesto Ruy Blas ed il nobile/corrotto Don Sallustio. Ma che Ruy Blas potrebbe veramente impalmare la regina, lo stesso musicista è un po' riluttante a farcelo pensare, anche se nel finale ci chiarisce che trovarsi ad essere regina dev'essere fonte di infelicità: una gaia regina suona un po' come un ossimoro. E' gaia Casilda, invece, che dalla corte trae fortuna e sostentamento.

L'enfasi non è il forte di Marchetti, che cerca sempre uno sbocco più lirico che drammatico alla situazione, evitando, con ammirevole onestà, di tradire la fonte da cui "Ruy Blas" è tratto, e più modestamente, il libretto stesso. Ne risulta un'opera ricca di comprimari e di scene abbastanza concitate, con anche qualche apprezzabile sfumatura, e priva di cadute di gusto: l'accostamento con Meyerbeer e la grand opéra, tentato infatti spesso per il "Ruy Blas" è abbastanza forzato, perché Marchetti è musicista che opera più di fioretto che di sciabola. Ne è dimostrazione anche un'altra opera delle sue, una "Romeo e Giulietta" (1865, ma revisionata nel 1867 e nel 1872), vantata da compositore e librettista (Marco M. Marcello), come la più fedele all'originale tra le tante versioni operistiche della tragedia shakespeariana10.

Le altre opere di Marchetti, che il testo di Marino Moretti cita, non ebbero un gran successo: "Gustavo Wasa" (1875), "Don Giovanni d'Austria" (1880), così la fortuna del musicista marchigiano (più propriamente Bolognola è situata alle pendici dei monti Sibillini) è rimasta legata al "Ruy Blas", che ha avuto un'importante ripresa moderna, molto convincente, devo dire, specie grazie a Mario Malagnini (Ruy Blas) e Dimitra Theodossiou (Maria, regina di Spagna), al teatro Pergolesi di Jesi nel 1998, con la direzione di Daniel Lipton. Anche "Romeo e Giulietta" è stata ripresa al Festival della Valle d'Itria, nel 2005, mentre si parla di una riproposta del "Gustavo Wasa" a breve. Bolognola, il paese natale, ha disposto una raccolta di cimeli del musicista, continuamente ampliata negli ultimi anni (anche grazie al ritorno d'interesse per le sue opere).

Marchetti si è cimentato anche in altri generi di musica, addirittura con la musica sacra, musicando per esempio con "Le ultime sette parole di Nostro Signore Gesù Cristo" per orchestra, baritono e due tenori. Mi scuserete però (spero) se il mio ricordo più vivido di questo musicista è quello d'aver aiutato (indirettamente) una giovane mamma a partorire.

 

1Opera di Nicola De Giosa (1850)

2Opera di Luigi e Federico Ricci (1850)

3Opera di Lauro Rossi (1844)

4Opera di Vincenzo Fioravanti (1844), anche se un "Don Procopio" fu musicato anche da Georges Bizet

5Opera di Carlo Pedrotti (1856)

6Opera di Serafino Amedeo De Ferrari (1855) tratta dai "Mystères de Paris" di Eugene Sue (1842), dove i Pipelet sono una coppia di portinai parigini. C'è anche un film "L'impossible monsieur Pipelet" (1955) con Louis De Funés. Notare che il gobbo Rigoletto dell'opera di Verdi, che nell'originale di Victor Hugo si chiamava Triboulet (Triboletto), siccome a Venezia sotto gli austriaci per motivi di censura, era bene non "tribolasse" nessuno, prese il nome proprio dalla giovane innamorata della vicenda dei Pipelet, Rigolette ("rigoler" = scherzare).

7Opera di Carlos Antonio Gomes (1870)

8Tutti i brani precedenti sono tratti da Marino Moretti, Il romanzo della mamma, pp. 142-167.

9Luigi Capuana, Giacinta, ultima edizione presso Spirali, 2003, pagine 170 ("Giacinta" è anche disponibile sulla rete, essendo scaduti i diritti d'autore, presso http://www.readme.it/libri/0/0030020.shtml)

10Un po' difficile enumerare tutte le versioni operistiche di "Romeo e Giulietta": oltre a quella di Marchetti, sono comunque ben note le versioni di Bellini ("I Capuleti e i Montecchi", 1830), Gounod (1867), Zandonai (1922), poi ci sono quelle di Zingarelli (1796), Vaccai (1825), ancora ogni tanto rappresentate.

© Carlo Santulli




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