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Un anno, il 1929, e due idee di una crisi: Arnaldo Fraccaroli e Orio Vergani
a cura di Carlo Santulli
Pubblicato su SITO



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Un anno: il 1929, e le idee di una crisi

In un numero di Progetto Babele abbiamo già parlato de "L'oracolo" di Franco Leoni, un'opera verista e vagamente horror, se ricordate. Ripartiamo da lì. La prima interprete de "L'oracolo" al Metropolitan di New York fu Lucrezia Bori, che, malgrado il nome italianizzato ed un esordio a Roma al teatro Adriano, era spagnola di Valencia. Grande soprano e grande interprete, di quella scuola d'inizio secolo che, nell'eredità della soprano verista e scura per eccellenza, Gemma Bellincioni, vanta nomi come Emma Carelli o la più giovane Claudia Muzio. Lucrezia Bori, dotata di grande fascino, che traspare dalle foto di scena dell'epoca (provare per credere a

http://www.cantabile-subito.de/Sopranos/Bori__Lucrezia/hauptteil_bori__lucrezia.html) non tornò in Italia che di rado, rimanendo invece ben radicata in quell'America che le aveva assicurato duraturo successo. Va notato che poco dopo il successo ne "L'oracolo" subì un'operazione alle corde vocali e stette "ferma" (o forse zitta) per qualcosa come quattro anni, ma recuperò la voce per un altro lungo periodo di successi. Nel 1929, l'anno della Grande Crisi, era ancora un astro sfolgorante. Scrive di lei Arnaldo Fraccaroli in un suo romanzo piuttosto scombinato, ma di grande successo, "Il paradiso delle fanciulle (ovvero: American girls)", uscito in quell'anno presso Treves:

"Lucrezia Bori, minuscola, statuina di ceramica sulla sconfinata larghezza del palcoscenico, àtomo armonioso di spagnoleria italianizzata, trillo cristallino nel fragore mostruoso della città oceanica, aveva dato brividi di delizia" (p.4).

Si sa che gli italiani quando vanno in America, non si accontentano di cercar di capire, vogliono anche spiegarla ai connazionali rimasti in patria. In questo senso, il romanzo di Fraccaroli, autore assai prolifico, da commedie in dialetto milanese a biografie di Giacomo Puccini, passando per il giornalismo "alto" (fu inviato di guerra per il "Corriere della sera"), è una specie di "Treno di panna" ante-litteram. Con la notevole differenza, rispetto al malinconico e notturno romanzo di De Carlo, venuto quasi mezzo secolo dopo, che Fraccaroli è continuamente euforico, esuberante, entusiasta, anche nei momenti (relativamente) disperati delle sue vicende sentimentali (perché certo non pensavate che l'italiano in America guardasse solo il panorama: cioè lo guarda, ma incidentalmente). E quindi le donne forse non sono belle, ma sono splendide, scintillanti, guidano l'automobile (gran novità) ed inevitabilmente (siamo all'epoca del charleston) sono mezze nude, mentre gli uomini vanno al club e se le filano poco, o per nulla (il che giustifica drammaturgicamente l'intervento di un italiano che si muove con grazia un po' elefantesca, ma soddisfacendo le fanciulle, anche e proprio in quel senso).

"Il paradiso delle fanciulle" non è forse un capolavoro, ma è un documento d'epoca più interessante di un libro di storia. Tipico italiano, Fraccaroli passa e commenta lo sballo alcoolico con qualche ironia, ma in fondo non con mano troppo superficiale:

"C'era rivoluzione. Una signorina bionda, il viso infocato dal furore, brandiva come clava una bottiglia di Champagne. Entrammo mentre stava gridando con voce tagliente:

    -Se mi tocchi un'altra volta, ti spacco la testa!-

A terra innanzi a lei luccicavano i frantumi di una coppa spezzata. L'uomo al quale la giovine infuriata urlava la minaccia era un uomo di mezza età, grassotto, con due buffissimi punti rotondi sotto le narici, in funzione di baffi, il volto liscio come il volto di un pastore presbiteriano. La guancia sinistra era rigata da una sottile striscia di sangue, che gocciolando gli aveva macchiato lo sparato della camicia. La coppa di cristallo lanciata dalla donna era dunque andata a scalpellargli il viso prima di frangersi a terra.

L'uomo guardava la giovine con sorriso ebete.

          - Sei bella!

    La giovine fece per vibrare il colpo con la bottiglia alzata. Ma due ragazze che le stavano ai fianchi la trattennero.

    - Florence! Florence!

    - Lasciatemi fare!

    - Ma no! Andiamo, andiamo via!

    - Questa canaglia deve inginocchiarsi e domandarmi scusa." (p. 24-25).

Scena molto cinematografica, come si vede. E come nella miglior tradizione del cinema, la ragazza su cui l'inquadratura stacca sarà la protagonista del romanzo, anche se ancora non lo sappiamo bene. Ben presto approfondiremo la conoscenza di Florence, in una scena vagamente osé in cui l'autore si concede anche una tardiva, e vieppiù maliziosa, dissolvenza:

"Sentii un frusciar lieve di seta. Io attendevo trepidante e deluso. Ed ecco, un attimo veramente, ecco riapparire Florence. Non aveva alcuna veste. Solo, al collo, il leggero filo di perle. Rimase diritta sulla soglia, in punta di piedi, mirabile di giovinezza e di polito splendore. Io ero incantato. Tesi le mani.

- Florence!

- Zitto! Non dir nulla. Ma non hai caldo con tutte queste tue vesti?

In punta di piedi, con passi elastici, si avviò rapida verso il letto, ne gettò via le pellicce, sollevò la coperta, si infilò tra le lenzuola con un mugolio di gioia.

          - Florence!...

    - Zitto! Non dir nulla!

E spense la luce" (p. 55-56)

E' chiaro che Florence, a parte gli uomini, non si ferma di fronte a nulla: va ad un'udienza privata col ministro, amico del padre, per salvare certi affari paterni, e commuove i vigili urbani con lo sguardo, anche questo molto cinematografico. Ma non tutte le città sono uguali, e girando per l'America con la vivace biondina, l'autore si trova a spiegare come funziona un semaforo al povero lettore italiano che non ne ha idea (i semafori inizieranno a diffondersi in Italia solo negli anni '30):

"Tutta la circolazione di Washington è regolata elettricamente da una centrale. Ogni tre minuti si accendono ai crocevia i fanalini rossi che interrompono il traffico. E tutti i veicoli si arrestano ai passaggi sbarrati, chè in America si ubbidisce sempre alla legge, per essere dalla legge protetti. [...] Florence non vuole disubbidire alla legge, da buona Americana, però è annoiata da questi arresti meccanici: - Preferisco i policemen di New York - dice -, con un sorriso li commuovo. E i policemen di New York si lasciano facilmente commuovere dal sorriso di una Miss. Sorridere qui a un fanale elettrico sarebbe sorriso sprecato". (p. 210-211).

Le qualità diciamo diplomatiche dimostrano che varrebbe la pena di conoscere donne così, anche perché, e lo scopriremo verso la fine, Florence, benché sia piuttosto instabile nei sentimenti, nel portafoglio e spesso sulle gambe, per via dei molti cocktail, ha in fondo un cuore d'oro (non che ci fossimo permessi di dubitarne...). In pratica aiuta le ragazze madri, attingendo, si suppone, al patrimonio paterno, poi trova un metodo ingegnoso per lasciare il fidanzato, ingegnoso ed anche un po' cruento (ma credete che lo farà davvero?). Il finale non va svelato, ma devo ammettere che, anche se avrà funzionato all'epoca, è, oltre che inverosimile, forse un po' deboluccio, anche se in accordo col personaggio di Florence, una specie di moto perpetuo di soli vent'anni.

Siamo nel '29 (nella primavera, badate bene) e si dovrebbero sentire i prodromi della crisi. Invece, Fraccaroli, autonominatosi economista, se la cava con una brillante equazione tra consumo, anzi spreco, produzione e sviluppo. In fondo, l'ecologismo è ancora lontano. Ma, a ben guardare, nello stesso passo qui sotto la crisi già c'è, come in controluce, nella diffusa povertà, che il quasi rabbioso entusiasmo del cronista non vale a nascondere né tantomeno a rendere pittoresca:

"Girano gli ultimi autocarri del servizio metropolitano a raccogliere tutto ciò che più non serve alla popolazione e che nella notte viene gettato sulla strada: casse sfondate e vecchi enormi cataloghi del telefono, lettiere in metallo, scatole di cartone, indumenti usati, macchine da scrivere guaste, cappelli, scarpe. Le strade traversali diventano infinite corsie di un infinito magazzino di rifiuti, corridoi immensi di uno sterminato negozio di rigattiere. Gli ultimi autocarri, pesanti per il giro della notte, raccolgono i rimasugli di questa sgangherata fiera di anticaglie per portarli fuori alla periferia nei campi di distruzione, dove sempre aspettano torme di bassi speculatori, i senza-impiego, i senza-tetto, che cercano in questo caos di cose inservibili se qualcuna ancora vi sia da poter raccogliere, da venere, da cavarne qualche "dime". E sempre trovano, ché gli Americani molte volte buttan via roba per scontentezza, per noia, per piacere di cambiare, e di quello che più non piace o non serve più non si curano, e se ne liberano senza rimorsi, senza rimpianti. Lo spreco è una delle più forti ragioni della produzione, la produzione è la vita stessa dell'America" (pp. 300-301).

Non vorrei però infierire sull'autore, che in fondo, malgrado alcuni penosi ruzzoloni sul discorso del razzismo, che ci riportano improvvisamente all'epoca in cui il romanzo è stato scritto, se la cava piuttosto bene con la penna. Anche perché il presidente Coolidge, che immagino ne capisse di più di un giornalista italiano, se non altro per la vicinanza ai poteri economici, lasciando la propria carica nel febbraio di quell'anno, aveva detto testualmente: "Nessun congresso... si è mai riunito con una prospettiva più gradevole di quella che ci appare in questo momento. Nel paese c'è tranquillità e soddisfazione, e la prosperità più alta raggiunta nel corso di molti anni". Questo dimostra che l'euforia di Fraccaroli era ben condivisa, e d'altronde le vendite de "Il paradiso delle fanciulle" continuarono per tutto il 1929, ed oltre. L'Italia continuava a guardare da lontano alle vicende di Wall Street: solo il primo ottobre del 1930, in un suo discorso al Consiglio Superiore delle Corporazioni, Mussolini commentò, con percettibile preoccupazione:

Avendovi abituati al mio linguaggio duro, preciso, senza eufemismi e reticenze, non stupirete se vi dico che la situazione dall'ottobre è notevolmente peggiorata in tutto il mondo e quindi anche in Italia. È infatti dell'ottobre del '29 lo scoppio, - potrebbe dirsi ad alto esplosivo, - della crisi americana. Non vi è nessun motivo di soddisfazione per noi nel constatare che in tutti i Paesi la depressione economica si è acutizzata, anzi la cosa ci rattrista profondamente, né cerchiamo in questa constatazione alibi o giustificazioni di sorta. Coloro che credono ai paradisi altrui possono liberamente andare a vedere, a sentire, a provare.

Per quanto concerne l'Italia, quattro indici indiscutibili caratterizzano il fenomeno nella sua attuale fase: il numero dei protesti cambiari; il numero dei dissesti o fallimenti; la minore occupazione operaia; la contrazione nelle entrate dello Stato.

Va da sé che il Governo non assiste da spettatore impassibile allo svolgersi del fenomeno, né fa soltanto assegnamento sulle forze equilibratrici e riparatrici della natura. Invece come è suo diritto e dovere interviene con misure di ordine generale (sono o non sono cadute, come era stato promesso, tutte le bardature economiche superstiti della guerra? bardature di cui vi risparmio la lunga enumerazione); e interviene nei casi singoli, quando sono in gioco interessi collettivi di qualche rilievo.

E dopo l'euforia degli anni '20, si sente la crisi e l'aria di ripiegamento sulla provincia, sulle vicende familiari. Un altro giornalista del Corriere della Sera, anch'egli molto versatile, ma a mio parere ben più dotato letterariamente, Orio Vergani, ne descrive efficacemente l'atmosfera in un suo libro di novelle, "Domenica al mare", uscito nel 1931. Le tematiche del libro sembrano fatte apposta per un momento di crisi: le difficoltà economiche, le coppie in crisi, l'adulterio, la vecchiaia, l'idea della morte. Qui c'è un rappresentante di merceria in una città di provincia, lontano dalla sua famiglia, con un senso di tedio, di inutilità e l'angosciosa consapevolezza di non poter far di più. E' la sensazione dell'uomo solo che con pochi soldi e per lavoro si trova in un albergo, aspettando che passi la serata e lo sorprenda il sonno; senso di malinconia e tutt'altro che desiderio di avventura, proprio il rovescio del furioso ottimismo di Fraccaroli: "Con la faccenda della crisi pochi avrebbero pagato e quei pochi non avrebbero passate nuove commissioni. Da un mese era così quasi in ogni città. Non valeva neppure la pena di aprire la valigia dei campionari. Del resto non era stupido voler insistere a credere che il mondo avesse proprio bisogno di merletti? Avrebbe fatto meglio a cambiar articolo e gli pareva che avrebbe potuto lavorar molto con le calze, se avesse trovato una ditta che lo assumesse come piazzista. Con un tipo di calze tedesche, lavorando in una zona sola, un collega che prima incontrava sempre in treno adesso viaggiava in automobile, una macchinetta lucida che ritrovava davanti agli alberghi di tutte le città. Cermesoni arricchiva e pagava le donne con gli avanzi dei campionari. Poi suonava il clacson e filava via allegro, senza riverir nessuno. Erano i commercianti che venivano fin sulla soglia per salutare [... ] All'albergo, dopo essersi lavato il viso, non sapeva più cosa fare. Fece qualche somma sul suo taccuino: la riportò in un registro. Richiuse la valigia. Erano le sette e mezza. Piegò il giornale che ritrovò sul letto [...] La stanza sapeva di chiuso. Tirò le tende, aprì i vetri e le imposte. La finestra guardava in una via secondaria. Sul tetto della casa di fronte, bassa, passava un gatto" (Chiaro di luna, p. 7-8).

Oggi avrebbe avuto forse un computer portatile, forse avrebbe guardato stancamente la televisione, o forse, oggi come allora, sfogliato distrattamente un libro. Un racconto malinconico, teso verso un po' di calore, ma stentato, opaco, con una conclusione bellissima, aperta, poetica, illuminata dalla luna.

 

La novella più lunga è probabilmente la più riuscita: "Il commendatore", e sono convinto che ne sia stato anche tratto un film, anche se devo ammettere che non lo ricordo né sono riuscito a reperirlo. Ma la storia dei due vecchietti che, uno la mattina l'altro il pomeriggio, girano pian piano attorno alla vasca dei giardini di Porta Venezia, con lo stesso accompagnatore, che li unisce, li fa comunicare, virtualmente diremmo oggi, anche perché i due non si incontrano mai nella realtà. Qui c'è il ragioniere ai suoi primi tentativi di riabilitazione:

"Ci volle un paio di mesi per poter spingersi fino ai giardini. Le giornate diventavano intanto meno fredde e già una tiepida primavera illuminava il cielo in fondo alle strade. Quand'era sano, il ragioniere non aveva mai girato tanto per le vie attorno alla propria casa. Adesso le aveva percorse tutte a passo lentissimo imparando persino dalle insegne i nomi dei padroni delle botteghe. Ai giorni di scoraggiamento seguivano quelli di fiducia. Il suo compleanno era stato festeggiato con i soliti auguri che gli parevano sempre nuovi e il calzolaio gli aveva già portate le scarpe. Pensava che presto avrebbe potuto uscire senza cappotto" (Il commendatore, p.86).

Orio Vergani conosce la realtà che descrive, e non la edulcora, la registra; sa quanto gli anziani stiano diventando un peso per le famiglie che vogliono dirsi moderne, sa quanto la società stia cambiando, e nel momento in cui si garantisce un po' più di vita nella vecchiaia, si mostra inevitabilmente il suo implacabile volto di decadenza. E' un discorso purtroppo ancora attuale:

"Bisognava trovare chi l'avrebbe accompagnato. In casa non c'era nessuno che potesse o volesse assumersi quell'incarico. Pierina, la nipote, non c'era neppure da pensare di mandarla a spasso con un paralitico. Carlo, il ragazzo, accampava i suoi studi. Il figlio, l'ingegnere, lavorava già troppe ore per trovare un solo momento libero. La Carla non interloquiva nemmeno. I giorni passavano, e la soluzione non si trovava" (Il commendatore, p.64).

Il ragioniere si riprende, nell'ombra e nell'illusione del commendatore, manipolato dal pietoso, ma in fondo sottilmente perfido accompagnatore. Si riprende, per attendere... che cosa? L'attesa è senza senso, come nella notte in albergo, come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, dove il professionista, padre e marito, che arriva al mare per un fine settimana, ma è fuori posto, e non attende, benché sembri quasi folle, che l'arrivo della domenica sera.

Così, quasi presentendo che non servirà, che sarà inutile, Mario attende la sua amante, Enrica, che dopo anni passati a rincorrersi e nascondersi, ora vorrebbe congiungersi a lui per sempre:

"Sapeva che Enrica non sopportava questi suoi toni di grandezza. Ma aveva una forza disperata per difendersi. Aveva paura. Non sapeva più di cosa. Non era soltanto il silenzio, la giovinezza che finiva, la gelosia impotente che lo prendeva di ogni cosa e per ogni cosa. Era una paura ormai senza nome, uno smarrimento confuso e vertiginoso, un'angoscia crescente" (Volevo morire per te, p.163)

La forza disperata di Enrica vuole opporsi al destino, all'idea della morte, pur sentendo che per l'uomo è giocoforza averla sempre accanto. Sfidarla, significa accettare che c'è, dolorosa realtà per l'anima di un giovane:

"Premeva sull'acceleratore come per vendicarsi. Entrava nella polvere dell'altra, fra le nuvole bianche, urlando con il clacson, cercando a sinistra, contro i mozzi dell'altra, la via. Pensava poi, che un giorno, in un momento simile, soltanto per un tremore del polso, si poteva morire. Enrica era felice. I fari della macchina ormai superata, per il finestrino posteriore, le illuminavano la nuca e i capelli" (Volevo morire per te, p.169)

In un altro racconto il signor Speranza (nomen omen) indugia e riflette, nell'attesa della propria guarigione. Spera veramente, il signor Speranza? Forse vorrebbe, ma ha paura di abbandonarsi alla fiducia:

"Non bisogna credere, perché i medici sono pessimisti: i medici di paese, che hanno invidia di quelli delle grandi città. Non bisogna credere se dicono con tanta insistenza che si abbia riguardo, se senza complimenti, perché lui è solo al mondo, perché lui è uomo, perché il male si riproduce, perché generalmente, signor Speranza, si riproduce dopo otto mesi, dopo un anno, dopo due nei casi benigni. Non bisogna credere" (La busta gialla, p.277)

In questa raccolta di Orio Vergani c'è il senso della crisi, intesa come rigenerazione/rinascita, che non si sa se sarà duratura o solo un fuoco di paglia o un'illusione. La crisi è spesso un'idea di morte sublimata: fa paura, ma ci fa riflettere sulle cose veramente importanti, ci costringe ad andare al nocciolo di noi stessi. Per questo ho presentato questi due libri, così diversi: perché ho avuto la sensazione, leggendoli entrambi a distanza di tempo, che è come se il bellimbusto italiano che corre per l'America si trovasse improvvisamente di fronte alla vacuità delle proprie sensazioni e dei propri pensieri, e dovesse ritrovare il terreno, dopo aver camminato per troppo tempo quasi a saltelli. Solo la crisi di noi stessi ci dà profondità, ed Orio Vergani ce ne offre un resoconto asciutto ed a volte crudo, ma con un animo mosso e sensibile, al di là dell'occasionale drammatizzazione post-verista, che comunque appartiene al colore d'epoca.

© Carlo Santulli




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