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Scipio Slataper e la paura di amare
a cura di Maurizio Canauz
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1) Il periodo storico

Inizio ventesimo secolo.
La società europea, soprattutto nell’area della mitteleuropa. o almeno alcuni ambienti della stessa, avverte una crisi incombente. Crisi per certi versi apocalittica di dissoluzione di una società, di un insieme di valori, di sensibilità.
E’ bene considerare, tuttavia, che, in realtà, crisi e progresso non si alternano come notte e giorno, bianco e nero ma che fra il progresso e la crisi si interpone sempre un vasto territorio crepuscolare in cui gli opposti, si dissolvono l’uno nell’altro senza soluzioni di continuità.
Come è stato sostenuto, gran parte del pensiero dell’inizio del novecento è un tentativo di dare risposte al senso di precarietà, di decadenza di un’intera civiltà.
A tale proposito merita di essere richiamato la definizione data dal filosofo tedesco Oswald Spengler, che ha chiamato questo periodo il “tramonto dell’occidente”.
Tramonto di un’epoca, di una civiltà che ha conseguenze dirette sui singoli e soprattutto su chi ha un animo più attento e sensibile o forse ha solo più tempo per riflettere sui fatti della vita ponendosi in una posizione di osservatore distaccato, disincantato e talvolta ironico o sarcastico,
Molto spesso il rischio della Unheimliches, di ciò che suscita spavento perché ignoto e inquietante e che, a poco a poco, si insinua nella nostra quotidianità, come Franz Kafka ha evidenziato in molti suoi racconti, è un’esperienza tipica della dissoluzione avvertita all’inizio del novecento che in qualche modo è entrata anche nella nostra epoca e con la quale noi, ancora oggi, dobbiamo confrontarci.
Lo stesso Musil titolerà la sua raccolta di brevi scritti, pubblicata nel ’36, Pagine postume pubblicate in vita, alludendo ironicamente all’inattualità del suo lavoro intellettuale, per essere lui, “poeta di lingua tedesca”, un sopravvissuto di un altro tempo.
Tuttavia questa vertigine della crisi non si avverte solo nel mondo artistico ma anche in quello filosofico.
In questa ottica (quella degli uomini postumi) può, ad esempio. essere annoverato il Tractatus logico - philosophicus di Ludwig Wittgenstein.
Opera che si concentra sul linguaggio e sulla comunicazione.
Temi questi che avevano catalizzato l’attenzione degli intellettuali sulla possibilità o meno del linguaggio di raccontare in modo autentico la realtà delle cose, di svolgere una funzione rappresentativa nelle varie arti dalla musica all’architettura, alla pittura, alla psicanalisi. In quegli anni il problema della funzione e dei limiti della ragione si era trasformato nella ricerca degli scopi e dei limiti del linguaggio. La filosofia non è più in grado di dire nulla del ‘mondo’, essa può solo, semplicemente, ‘mostrarlo’. Wittgenstein dirà a commento della sua opera: «Il mio lavoro consiste in due parti: quello che ho scritto più tutto quello che non ho scritto: e proprio questa seconda parte è quella importante». Il limite è il centro del Tractatus. Wittgenstein scopre i limiti espressivi del linguaggio così come i limiti della possibilità di comprendere il mondo.
Tra gli aspetti maggiormente controversi per una più piena comprensione del mondo vi è quello del rapporto tra donna e uomo.
Di fronte all’uomo che sembrava aver terminato la sua spinta propulsiva iniziava ad ergersi la figura della donna che desidera un nuovo posto nel mondo non più subalterno tanto da essere considerata un attentato all’integrità virile.
Spicca, tra le altre, in questo dibattito sul ruolo della donna, la posizione intransigente di Otto Weininger.
Weininger, che morì suicida poco dopo la pubblicazione di Sesso e carattere nel 1903 (1), sosteneva il carattere distruttivo dell’eterno femminino.
La donna era per sua natura irrazionale (all’opposto del maschile/razionale) e rappresentava unicamente l’elemento caotico, dissolutivo della civiltà.
Premesse queste, come quelle legate all’eros, che tendono a rendere il rapporto uomo – donna assai complicato.
Complicato non solo a livello teorico ma anche nella sua coniugazione esistenziale, nel vissuto di tanti giovani del tempo.


2) Donne e uomini a Trieste all’inizio del XX secolo

Capita, a volte, che si i fatti individuali si coniughino perfettamente con quelli generali.
I vissuti dei singoli sono testimonianza e conferma delle teorie e delle idee che dominano una società
Spostiamoci a Trieste.
Trieste la città di frontiera dove convivono diverse etnie e diverse religioni. E’ il porto per eccellenza, lo sbocco sul mare per floridi commerci.
Ma anche nella ricca ed operosa Trieste non mancano i fermenti e le contraddizioni della crisi di un‘epoca.
Ritornando al rapporto uomo – donna è emblematico il libro si Giani Stuparich, Un anno di scuola.(2)
Nel libro si racconta la vicenda di una ragazza, Edda Marty, bella, inquieta, ribelle, libera, desiderosa di condurre la propria esistenza fuori della stretta di una famiglia amorevole, ma convenzionale. La ragazza, dopo aver superato un apposito esame, frequenta l’ultimo anno di un liceo maschile per poter accedere all’Università.
La sua presenza nella classe maschile è così dirompente da scatenare reazioni estreme, compreso il tentato suicidio di uno dei giovani compagni.
Ciò che più ritengo sia maggiormente significativo di questo racconto è la difficoltà di gestire il rapporto con l’altro sesso.
Spinte ideali, immaturità, pulsioni si accavallano in un groviglio di fili che non riesce a diventare arazzo.
Certo si tratta solo di una finzione letteraria eppure è emblematica di quello che si riteneva potesse suscitare, soprattutto sui giovani in formazione, la presenza di una ragazza.
E’ possibile che lo stesso Giani Stuparich, tra l’altro uno dei meno radicali tra i “vociani” nella emulazione di Weininger a differenza per esempio di Boine fortemente critico verso le donne e il loro tentativo di emancipazione soprattutto in campo letterario (3) pensasse che la donna potesse essere, in certi ambienti e a certe condizioni, assai perniciosa.(4)
La donna, rappresentata da Edda Marty, suscita nell’uomo, soprattutto se giovane, pulsioni che lo portano ad agire in modo istintivo e lontano dalla ragione e dalla morale.
Vi sarebbe perciò non una esaltazione amorosa verso la sublimazione, ma un abbrutimento, quasi rivivesse il mito di Platone dell’auriga con la donna vista come cavallo nero.
I turbamenti, le divisioni tra gli amici, i fraintendimenti tra gli scolari indotti, anche involontariamente, da Edda starebbero a dimostrare il difficile, se non, almeno in particolari situazioni impossibile, rapporto tra uomo e donna.
Difficoltà che va oltre il turbamento giovanile ma che riguarda anche, se non soprattutto, i cambiamenti sociali e il nuovo ruolo che la donna cerca di conquistare.
Addirittura nel colloquio tra Edda e la madre di Giorgio Antero il compagno di scuola di cui Edda, contraccambiata, si era innamorata che la invita a non frequentare il figlio, si potrebbe intravedere la contrapposizione tra la “nuova donna” che reclama un ruolo non subalterno nella società, la possibilità di crescere intellettualmente e di porsi allo stesso livello degli uomini e quella “tradizionale”, ancorata ai valori della società ormai in via di dissolvimento.
Ruoli tipicamente da figlia, sposa e madre rivolti verso l’interno della casa di cui è la vestale.
Ruoli necessariamente di supporto e di completamento rispetto a quello dell’uomo inteso come vero e unico “signore della casa” figura che risale a prima del ‘700 in una società caratterizzata da un’economia familiare, nobiliare e contadina, dove l’uomo è colui il quale ha il dovere e il potere di amministrare e far rendere i beni di famiglia, colui che si prende cura di tutti quelli che vivono e lavorano nell’economia domestica e spesso decide del loro destino. (5)
A ben vedere Un anno di scuola potrebbe essere considerato un romanzo (breve)i in cui la letteratura racconta la storia.
Chiaramente non lo fa fornendo dati e informazioni in modo asettico ma, cercando di far rivivere nel lettore i turbamenti e le difficoltà di un‘epoca.
La letteratura diviene così, in qualche modo, la lente di ingrandimento che consente di penetrare meglio, con la ragione ma anche con il sentimento, nel cuore della società descrivendone con nitidezza gli aspetti maggiormente salienti.
Per poterlo fare diviene però necessario che lo scrittore conosca bene gli ambienti e la società che descrive.
Non a caso lo scritto è ambientato a Trieste, dove Stuparich è nato e ha vissuto lungamente.
Trieste, come ho precedentemente sottolineato, era una città particolare sotto diversi aspetti agli inizi del novecento.(6)
Tra questi vi è anche la considerazione della donna.
A Trieste le donne godevano di una ampia considerazione ed autonomia ben superiore, ad esempio, rispetto a quella che avevano in altre città Italiane.
Tuttavia è indubitabile che anche a Trieste si avvertissero i cambiamenti sociali che stavano interessando l’Europa.
Cambiamenti che, come abbiamo visto, entrano prepotentemente nell’opera letteraria ma anche nella biografia degli scrittori, avvicinando vita e narrazione fino a quasi confondere l’una e l’altra.

3) Scipio Slataper e il suo rapporto con l’Universo femminile

Si è molto detto del rapporto tra l’esperienza biografica e la realizzazione letteraria.
In Slataper i due piani si intersecano, fino quasi a sovrapporsi, contaminandosi vicendevolmente.
Ma probabilmente, a guardar bene, c’è di più.
Nella sua opera, così come nella sua vita, vi è una commistione tra memoria individuale e memoria collettiva.
Ogni soggetto che appartiene ad un gruppo, ad una cultura, tende ad interpretare la realtà e quindi a ricordare attraverso i valori e le concezioni predominanti nel gruppo.
Slataper attraverso la sua opera, ha, almeno in parte, cristallizzato e sublimato la memoria collettiva. (7).
Ciò che descrive e racconta è quindi, anche, espressione dell’appartenenza dell’autore alla società triestina dell’inizio del novecento che egli vive e descrive mostrandone tensioni, paure, valori, speranze.
Concentrandosi sul rapporto di Slataper con la Donna appare subito evidente che lo scrittore triestino vive, nel suo personale approccio con l’universo femminile, molte delle insicurezze e dei tormenti tipici della sua epoca.
Questo è riscontrabile fin dal “primo amore”, quello con la bella Maria Conegliano, una ragazza di due anni più giovane di lui di famiglia borghese ed ebraica.(8)
Innamoratosi di lei a diciassette anni, Slataper, non senza una vena sentimentale, le dedica due quaderni di poesie. (9)
Come ha notato Uberto Motta (10) in queste poesie, per quanto apparentemente romantiche e sicuramente acerbe, traspare fin troppo evidente il desiderio di Slataper non di descrivere il proprio amore quanto di parlare di sé(11).
Al centro vi è sempre lui.
Con il passare del tempo la ragazza si fa troppo intraprendente, si illude di poterlo cambiare mitigandone l’afflato verso la letteratura e la politica.
Ma a questo punto, come uscendo dal torpore in cui lo avevano cacciato i sensi e la bramosia della carne, Slataper si accorge che sta cambiando che i suoi impulsi etici e la sua ribellione per migliorare la società si stia affievolendo.
Nasce, allora, in lui la paura di essere dominato simile a quella che riecheggia nelle riflessioni di Kraus, Weininger e nell’opera di Klimt (si veda ad esempio il quadro Giuditta I).
Esplode in lui il dissidio tra l’abbandono al desiderio dei sensi e la paura di esserne soggiogati, tra il senso di frustrazione indotto dalla morale repressiva del tempo e la spinta alla trasgressione, bene esemplificata dal ritardo con cui lui la bacia per la prima volta o dalle parole della madre di lei che quasi lo rimprovera di essere “troppo serio”(12).
Proprio l’incapacità di trovare un equilibrio e il terrore di smarrirsi in una vuota vita borghese come quella della famiglia di Maria, lo portano a decidere di troncare una relazione durata tre anni.
Ciò che sorprende, è come tra i due giovani vi sia un continuo tentativo di manipolarsi vicendevolmente, fino al punto di cercare di modificare l’identità dell’altro.
Quando Slataper si accorge, che non solo non riesce a cambiare Maria, ma che addirittura sta trasformandosi perdendo la sua purezza cristallina, la sua capacità di ascendere vero le alte vette dell’arte e degli ideali, decide di lasciarla per non contaminarsi incurante delle conseguenze del suo agire.
Un dramma che Slataper interiorizza e che rielabora nello scritto Passato Ribelle (13) in cui affronta il difficile rapporto tra Bruno, un giovane artista, e Consuelo.
Consuelo è stata amata e abbandonata da Bruno che voleva essere libero di inseguire la sua vocazione senza nessun vincolo derivante dalla mediocrità borghese.
Consuelo torna dal passato per liberarsi di quell’amore scomodo e per vendicarsi.
Di fatto più Consuelo sostiene con fermezza le sue ragioni più Bruno appare incerto, debole, fragile, fino a piegarsi.
Ma lei ora non lo vuole più, non vuole il suo mondo di parole, di fantasia.
Bruno sembra essere così sconfitto, irrimediabilmente prigioniero dell’inazione e del sogno.
Quanto ci sia di autobiografico in questo scritto, mi sembra, sia abbastanza evidente.
Il mondo della “carne” di Maria contrapposto a quello dell’anima di Scipio.
Ma Slataper non riesce a trarre insegnamento dalla sua storia.
Pur non avendo risolto i suoi dubbi e le sue paure si riavvicina alla donna.
Mi sembra opportuno, a tale proposito ricordare quanto scritto da Stuparich sul rapporto di Slataper con le donne:
«Slataper era “maschio”, cioè dotato di tutte quelle qualità che poi l’umano ingegno sfrutta nella scala che va dal Dongiovanni al bellimbusto. Ora egli per proprio conto le aveva messe nel doppio torchio della castità e dell’ambizione civile. Ma era naturale che in qualche modo richiedessero un compenso nella stima della donna se non doveva desiderala né possederla, e però fu romantico anche in questo, nel considerare idealmente la donna.» (14)
La donna verso cui tende ora Slataper è una delle tre amiche con cui tiene un fitto epistolario: Gioietta (Anna Pulzer).
Non è facile comprendere il perché di questa scelta. Anna è una giovane donna dall’indole complessa con alle spalle una delusione d’amore (15), che vive e soffre particolarmente le trasformazioni della sua epoca.
Tuttavia Slataper non sembra quasi accorgersene.
Infatti, anche nel suo travagliato rapporto con Anna, nelle lettere scritte a lei, dal tono spesso eccessivamente enfatico, emerge la sua tendenza ad essere concentrato quasi esclusivamente su sé e l’incapacità di comprendere, se non superficialmente, l’Universo femminile con le sue leggi.
Incomprensione così totale da non fargli percepire assolutamente il dramma che sta per compiersi.
«Io ti scrivevo che saremmo stati contenti assieme. Vedi quando si ha te tutto è semplice e bello. Arrivederci a presto amore. Aspettami presto. In luglio sarò di ritorno. Allora quando ti scrivevo questo eri già morta.» (16)
Anche in questo caso ciò che sorprende è la totale assenza di empatia tra i due innamorati.
Amore è una parola che non riesce a trasformare l’IO in NOI.
Dopo il fallimento della sua vicenda amorosa, ancora una volta, Slataper cerca conforto nella letteratura, realizzando Il mio Carso, ma anche in questo caso il suo non è racconto dell’Altra ma solo una riflessione su di sé e su ciò che prova e ha provato.
Il difficile rapporto con l’eros e con il mondo femminile si interiorizzava e diveniva turbamento angoscioso.
All’eros, all’amore si accosta, inoltre, nel sua scritto un altro aspetto tipico dell’epoca: l’ossessione della morte (a questo riguardo valgano, come esemplificazioni dell’ossessione della morte degli artisti del primo novecento, alcune opere di Egon Schiele quali La madre morta del 1910 o Agonia del 1912).
Thanatos, la pulsione di morte alberga in alcune pagine de Il mio Carso diventando assillante domanda di senso. Senso della morte della Creatura (l’amata Anna), ma senso anche della vita in generale e della sua in particolare.
Slataper, purtroppo, non avrà il tempo per terminare la sua maturazione di uomo e di scrittore.
Entrerà anche lui nella storia sul monte Podgora come uno dei tanti soldati chiamati a dare la vita in una guerra cruenta e terribile.
Ciò nonostante mi sembra evidente come tutta la sua esistenza sia stata, in gran parte, dominata dai sentimenti, dalle angosce, dai turbamenti della sua epoca con conseguenze reali su di sé e su chi gli stava accanto
Riflessione amara per chi, come Slataper, riteneva di essere totalmente artefice del proprio destino.
Tuttavia credo si debba fare un distinguo. Quello che era crisi e disfacimento per molti scrittori ed intellettuali a lui coevi (soprattutto austriaci), era per lui inizio di un periodo migliore.
Ciò può significare, come ho già sostenuto, che crisi e progresso non sono mai totalmente alternativi e che i germi dell’uno covano nel ventre dell’altra e soprattutto che Slataper fu in grado di vedere nel tramonto, l’aurora.

NOTE
1) O. Weininger, Sesso e carattere, Bocca, Torino 1912.
2) G. Stuparich, Un anno di scuola, Il Ramo d’oro, Trieste 2004.
3) Si veda sulla posizione radicale di Boine: M. Guglielminetti, Le scrittrici, le avanguardie, la letteratura di massa, in La donna nella letteratura italiana del Novecento. Atti del Convegno (Empoli, maggio 1981), in «Empoli», 1, 1983, pp. 11-26;
4) Sulla questione femminile all’inizio de novecento e sul rapporto tra il mondo intellettuale e quello femminile si rimanda a : A. Cavaglion, Otto Weininger in Italia, Roma, Carucci, 1982; Da Neera all’alfonsismo. La Voce e la questione sessuale, in Novecento. Florence (bis), «Cahiers du Cercic», 5, 1985, pp. 13-54; e Un Sigfrido dilettante: il caso Weininger e il convegno sulla questione sessuale, in La Voce e l’Europa. Il movimento fiorentino de La Voce: dall’identità culturale italiana all’identità culturale europea, a cura di D. Rüesch e B. Somalvico, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, s.d., pp. 326-344.
5) Questa concezione dell’uomo come padre famiglia si ritrova anche ne Il mio Carso di Slataper quando descrive la famiglia della sua prima fidanzata, Maria Conegliano. S. Slataper, Il mio Carso, Rizzoli, Milano 1989, p. 103.
6) Su Trieste e gli scrittori triestini di inizio novecento si rimanda all’ormai classico: A. Ara, C. Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino 2007 (I ed. 1982).
7) Sul concetto di memoria collettiva si rimanda a M. Hallbwachs, La memoria collettiva, Unicopli, Milano 1987.
8) Per ulteriori informazioni su Maria Conegliano si rimanda al mio: M. Canauz, Per non dimenticare Maria, in (a cura di M. Canauz) S. Slataper, Scipio e Maria un amore ingenuo, Parsifal, Trezzano SN. 2004.
9) Poesie raccolte in due quaderni donati da Maria Conegliano a Scipio Slataper per compilarli con poesie e riflessioni sul loro amore. Le poesie giovanili sono state raccolte e pubblicate in: S. Slataper, Scipio e Maria un amore ingenuo, Parsifal, Trezzano SN. 2004.
10) U. Motta, A Maria. Le poesie d’amore del giovane Slataper, in S. Slataper, Scipio e Maria: un amore ingenuo, op. cit.
11) In questo senso Motta nel saggio citato afferma riferendosi al contenuto delle poesie: « La confessione lirica e sentimentale subito si risolve in autobiografia, in affermazione di un proprio modo di vita, in epifania di una personalità inclusiva … ». U. Motta, op. cit. pag. 88.
12) S. Slataper, Il mio Carso, Rizzoli, Milano 1989, p. 104.
13) S. Slataper, Passato Ribelle, apparso per la prima volta su Vita Trentina del 11 e 18 luglio 1908 e ripubblicato nel 1988 dalle edizioni Dedolibri, di Trieste. Fin dalla prima bibliografia degli scritti di Slataper, curata da Vera Spano nel 1944, il dramma appare del tutto dimenticato. Anche molte delle bibliografie successive, come quella di Mutterle, non lo citano sottovalutando forse l’importanza che tale scritto ha nell’interpretare la personalità complessa di Slataper e la commistione tra esistenza e opera letteraria. A tale proposito è bene osservare che anche in alcune novelle di Slataper, come ad esempio, Pietra Nascosta edita nel 1908 viene affrontato il rapporto tra la donna e l’artista.
14) G. Stuparich, Scipio Slataper, Mondadori, Milano 1950 pag. 95. Sul rapporto di Slataper si veda anche: C. Milanini, S. Slataper. Il nido disfatto, in Belfagor, Firenze, marzo 1993.
15) Mi riferisco all’amore finito infelicemente per Bruno Forti. Si veda a tale proposito, A. Ara C. Magris, Trieste, op. cit. p.98.
16) S. Slataper, Il mio Carso, op. cit.

© Maurizio Canauz




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