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Uno sguardo su Livorno e la sua popolazione navigando nella storia tra realtà e fantasia.
a cura di Paola Ceccotti
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Una panoramica su una città dalle recenti origini ma dalla storia ricca di cultura e mistero.

Il “Bargello” noto settimanale fiorentino nel 1929 scatenò con un articolo apparso sul n. 22 a firma di Sandro Volta un caso politico, per avere espresso a proposito di Livorno, “inopportune espressioni” considerate offensive verso il popolo livornese che, al pari di quello viareggino, era ritenuto discendente di quei pirati saraceni che tante incursioni avevano fatto sulla costa tirrenica.
In tale articolo si diceva:
“Ma i viareggini, lo so io che panni vestono, sono come i livornesi, toscani soltanto sulla carta geografica, ma, in realtà, è una razza a sé, mescolanza di liguri e di quei pirati maomettani che nel seicento infestavano il tirreno, razziando navi cristiane e che ogni tanto le mareggiate rivomitavano insieme ai rottami delle loro barche in isfacelo. Dai loro antenati liguri hanno ereditato l’avarizia e, dai turchi, il naso a becco di pappagallo e un linguaggio malefico che li danno dal primo all’ultimo” .
Per risolvere la questione e riappacificare gli animi ci vollero le scuse formali e i chiarimenti da parte del segretario politico della federazione fascista Pavolini all’ amministrazione livornese.
La città di Livorno ha una storia recente, diversamente dalle altre città principali della toscana. Caduta dalle mani dei pisani in quelle dei genovesi fu venduta ai fiorentini per centomila ducati nell’anno 1421. Il contratto di “compra” venne ratificato, così come racconta Repetti, il 21 di giugno di quell’anno e riguardava:
“castello, terre e fortilizi di Livorno e del suo qualsiasi porto, insieme col porto pisano, la torre della Lanterna, ed alcune altre fortificazioni, possessi, case, bastie, palizzate e territori…”
Ma a causa del clima malsano e dell’impaludamento del litorale a settentrione di Livorno, il territorio continuò ad essere scarsamente popolato e, come riferiscono gli storici, non erano passati dieci anni da quando i fiorentini avevano acquistato la città, che gli abitanti erano fortemente diminuiti, tanto che la quantità di sale destinata alla comunità risultò di una terza parte superiore al consumo.
Così i primi granduchi concedettero a chi volesse abitare a Livorno diversi benefici, esenzioni da dazi e gabelle, di cui però sembra che pochi profittassero a causa dell’aria infetta e delle febbri reumatiche che si diffondevano. Pare che per il timore di queste malattie il governo avesse premura di far cambiare frequentemente la guarnigione, così che i soldati non si ammalassero di febbri malariche causate dalle alghe stagnanti nella zona a nord che, trascinate dalla corrente, andavano ad imputridirsi sulla spiaggia.
Cosimo I dei Medici per favorire l’accrescimento della popolazione richiamò in vigore una disposizione della Repubblica fiorentina del 21 giugno 1491 in favore di quelli che si fossero recati ad abitare a Pisa, a Livorno e nel loro territorio, accordando “immunità da certe gravezze”. Inoltre con lo scopo di far affluire più gente Cosimo accordava ai forestieri andati a stabilirsi con la famiglia a Livorno o nel suo capitanato, oltre ai privilegi comuni agli abitanti indigeni, l’esenzione per dieci anni da imposizioni derivanti dall’acquisto di beni stabili.
Allo stesso fine di popolare Livorno, con la notificazione del 26 marzo 1548, che può dirsi il primo “stabilimento del privilegio” volgarmente designato sotto nome di “Livornina, Cosimo I fece appello a qualunque individuo di qualsiasi luogo, condizione, grado o qualità,che si fosse recato, o si volesse recare ad abitare familiarmente in Livorno, a Pisa o nei loro territorii con piena pienissima sicurtà per ogni debito pubblico e privato, proveniente da condannagione pecuniaria, nelle quali fosse per qualunque cagione incorso il nuovo abitatore, da non potere per conseguenza essere molestato nella persona o nei beni da esso acquistati in Livorno e nel suo capitanato.”
In conseguenza di così allettanti offerte e in virtù del fatto che la città veniva rapidamente sviluppandosi, con opere pubbliche e nuova cinta muraria, Livorno andò popolandosi di genti straniere di vario culto e religione, di specie e condizione diversa.
Mentre si provvedeva a disegnare la nuova pianta della città, in porto si armavano le galere per fronteggiare le incursioni dei corsari e a questo scopo nel 1564 venne istituito l’ordine militare di S. Stefano.
Il Granduca Ferdinando I, ebbe grandemente a cuore il benessere della città, egli si adoperò per migliorare le condizioni di salubrità del territorio, promosse l’industria manifatturiera e il commercio.
Egli cerco di attirare nella nuova città anche i corsari inglesi, olandesi e di qualunque altra nazione, i quali arricchiti grazie alle prede fatte potevano venire tranquillamente a goderne il frutto a Livorno. Per questo fu confermato il privilegio di Cosimo I del 1548, con l’assicurazione di non voler perseguire l’autore di qualunque eccesso che fosse stato commesso fuori dal Granducato “in chi familiarmente aveva stabilito il suo domicilio costà”.
Il 10 giugno 1593 venne pubblicato il celebre indulto diviso in 48 articoli “a favore dei mercanti di tutte le nazioni di ogni credenza, purché venissero a commerciare e aprire casa a Pisa, o a Livorno. Con tale indulto furono inoltrati Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani, ed altri a fissarsi col loro traffico o nella città di Pisa o nella terra e porto di Livorno.”

Il territorio riuscì finalmente a popolarsi, anche se tra quei primi abitanti in molti dovevano essere ad avere conti in sospeso con la giustizia, ma il fatto stesso che la città fosse divenuta crocevia di genti provenienti dai paesi più diversi e lontani e centro di commercio marittimo pose le basi del suo sviluppo.
Quando nel luglio 1737 la dinastia lorenese si avvicendò a quella dei Medici, terminata con Gian Gastone, la città era gravata da vincoli ed aggravi che limitavano la libera circolazione delle merci e la concorrenza. Fu Pier Leopoldo ad attuare quelle riforme che consentirono alla comunità di svilupparsi e aprirsi al mercato. Leopoldo venuto a Livorno poco più che ventenne con la sua sposa fu salutato dalle autorità e dalla popolazione con grandi e magnifici festeggiamenti.
Bernardo Prato nel descrivere le giornate di celebrazioni per la visita del Granduca, nel 1765, mette in risalto il temperamento impulsivo dei suoi abitanti incline alla rissa. Come durante il gioco della palla nella attuale piazza grande, quando si infiammarono talmente gli animi che il maestro di campo della squadra gialla, considerando ingiusta la vittoria della squadra rossa, colpì con una solenne bastonatura sul capo il maestro di campo della squadra avversa facendo scoppiare una baruffa che coinvolse tutta la piazza .
Il Granduca Pier Leopoldo, animato da spirito progressista, vicino alle idee gianseniste e alle dottrine fisiocratiche, introdusse importanti innovazioni, abolendo le tariffe doganali, per favorire il commercio soprattutto quello del grano, limitando il potere di congregazioni e corporazioni, favorendo la bonifica delle zone paludose, in particolare nel sud della toscana, in maremma. Il commercio ne fu avvantaggiato e ricche famiglie, che dai traffici avevano tratto la propria fortuna, decisero di stabilirsi nella città. Ne sono testimonianza le belle ville, alcune delle quali, sopravvissute al tempo, al periodo bellico, e all’incuria ancora oggi possiamo ammirare.
La grande maggioranza dei mercanti di Livorno era costituita da “sudditi esteri”: inglesi, francesi, olandesi, portoghesi, alemanni, greci, turchi, mori, ebrei ecc. E durante i secoli XVII e XVIII Livorno, grazie al suo porto, divenne una città commerciale cosmopolita alla pari dei principali porti del mediterraneo.
Il Governatore della città, in una relazione del 1772 al Granduca, dichiarava che il commercio di Livorno era per 5/6 nelle mani di stranieri (non italiani) e per 1/6 in quelle di toscani. Tale situazione veniva confermata negli archivi della Camera di commercio per il periodo successivo, alla fine del secolo XVIII e durante l’occupazione da parte del Generale Bonaparte e quelle successive di altri generali.
E infatti il commercio fu di transito, gestito da queste famiglie e comunità straniere che rimasero finché le condizioni economiche continuarono ad essere favorevoli ai loro interessi.
Goldoni ha ambientato, in quegli anni, a Livorno la sua trilogia sulla villeggiatura . Egli si era trovato a Pisa ad esercitare la professione di avvocato, e il capocomico Medebac, la cui compagnia esercitava a Livorno, lo indusse a lasciare l’attività giuridica e a porsi al suo servizio, da allora si dedicò interamente al teatro. Nel 1761 nacquero alcuni dei più ammirati gioielli della sua produzione tra cui “Le smanie della villeggiatura”. La commedia è una rappresentazione del costume dell’epoca, benché la trama sia tenue e senza intreccio è un quadro colorito che mette in luce le caratteristiche personali e reali dei personaggi, la vanità, le gelosie, le rivalità. La villeggiatura era diventata una moda che si era diffusa tra nobili imborghesiti e mercanti arricchiti, ed essi, in procinto di partire per la vacanza a Montenero, per ben figurare dovevano provvedere all’acquisto di un nuovo abbigliamento adatto alla campagna secondo il gusto del momento e, nel caso non avessero proprietà, all’affitto di lussuose abitazioni, sostenendo spese folli e indebitandosi. La villeggiatura diventava così più che una occasione di riposo uno sfoggio di lusso da parte di un ceto sociale desideroso di dimostrare il proprio status.
“Filippo, uomo di una certa età, assai allegro e piacevole e liberale, gode dividendo con gli amici i piaceri della sua ricchezza. Possiede una villa Montenero a poche leghe da Livorno, dove va a trascorrere la bella stagione con la figlia Giacinta, porta con sé parenti e amici, riceve molta gente, tiene tavola imbandita senza risparmio” .
Ma se c’era chi prediligeva Montenero, altri preferivano i bagni di mare. Già agli inizi dell’ ‘800, presso il piaggione dei Cavalleggeri veniva innalzato d’estate un padiglione di ferro dove la famiglia del granduca veniva a fare i bagni. Come riferisce Piombanti, il principe Leopoldo nel 1820 ci scrisse la seguente ottava:
“In questo bagno, cui l’irato mare – non nuoce, rotto in su l’opposto sasso, - o placid’onde, salutari e chiare – in cui spesso deposi il corpo lasso; - qui di pensieri scevro e cure amare, - bevendo il buon liquor del dio di Nasso, - di facil moto l’artifizio appresi, - qui di salute riebbi e forze presi.”
Nella seconda metà dell’ ‘800, Livorno ampliata e abbellita sul suo lungomare da edifici prestigiosi come l’Hotel Palazzo, dagli stabilimenti balneari “Bagni Pancaldi”, frequentati dai principi di Savoia e dalla aristocrazia, divenne un centro di attrazione per visitatori italiani e stranieri.
A poca distanza, mentre i benestanti si godevano le amenità di Montenero, e i bagni sul lungomare, il popolo minuto era costretto a vivere nei quartieri del centro cittadino, negli edifici stretti in anguste vie dove si diffondevano morbi letali. Nelle relazioni redatte dalla amministrazione comunale in occasione del progetto di risanamento viene gettata una luce sulle condizioni di vita del popolino. L’indigenza, che porta con sé ogni altro tipo di disgrazia, era la compagna costante dei livornesi che non avevano né ville, né beni di lusso, né imprese che commerciavano fruttuosamente con i paesi al di là del mare, ed essi a causa delle malsane condizioni di vita erano preda di “ricorrenti infezioni croniche, come la tubercolosi, o acute come il tifo, il colera, gli esantemi, la difterite ...”.
“Le più vaste epidemie di colera cominciarono a manifestarsi assumendo gravità sempre crescenti, ed un aspetto di incubo pauroso di cui ci lascia una traccia palese una stampa del 1835…Le epidemie di cui si hanno dati statistici concreti… sono del 1833, 1835, 1854, 1855, 1867, 1893, 1911” e Livorno “benché fosse riuscita verso il 1880 ad essere una delle più vive e frequentate stagioni balneari d’Italia, venne improvvisamente a decadere a causa del ripetersi delle epidemie coleriche, …che d’altra parte allontanavano i forestieri per lo spettacolo indecoroso…”
Il grande poeta Giacomo Leopardi nel periodo tra novembre 1827 e la metà del 1828 soggiornò a Pisa, dove si dice grazie all’inverno mite la sua salute migliorò, tanto che ritrovò lo spirito per tornare alla poesia, compose infatti in quei mesi “Il Risorgimento” e “A Silvia”. Non sappiamo quando e se abbia visitato Livorno, ma ecco come si esprime nei riguardi della città :
“Spesso un luogo saluberrimo e disabitato è in prossimità di uno poco sano e abitatissimo: e si veggono continuamente le popolazioni abbandonare città e climi salutari, per concorrere sotto cieli aspri e in luoghi non di rado malsani…senza muoverci de’ paesi nostri, in Toscana, a Livorno, a causa del suo commercio, da indi in qua che fu cominciato a popolare, è cresciuto costantemente d’uomini, e cresce sempre. E in sulle porte di Livorno, Pisa, luogo salutevole, e famoso per aria temperatissima e soave, già piena di popolo, quando era città navigatrice e potente, è ridotta quasi un deserto, e segue perdendo ogni giorno di più”.
Fino al completamento del risanamento del centro cittadino, iniziato con interventi radicali intorno agli anni ’30 del secolo scorso, e alla costruzione della rete fognaria, le abitazioni prive di acqua potabile erano in condizioni deprecabili per la sporcizia, l’affollamento – più famiglie vivevano insieme come si soleva dire “a casigliano” - , con stanze buie e senza finestre, chiostre maleodoranti in cui defluivano i liquami.
Il centro cittadino – zona via Di Franco, via Cairoli, piazza Vittorio Emanuele ecc.– ai primi del ‘900 risultava in condizioni di estremo disagio. Questa parte della città era stata abitata dalla comunità ebraica costituendo il cosiddetto “ghetto” che era compreso “fra le strade correnti nelle immediate vicinanze del tempio israelitico” . In queste zone le case erano per lo più di costruzione economica composte di stanze senza luce, con piccole chiostre strette e profonde senza alcun principio igienico. “Tolto il vincolo medievale sulla collettività ebrea, della residenza nel ghetto” queste case vennero abbandonate dagli ebrei più abbienti e occupate dal “popolo minuto”.
Le “chiostrine” per un altezza massima di sette piani fino a 20 metri rappresentavano altrettante “trombe a scarsissima luce con arie mefitiche emanate dalle tubature corrose intasate e dal sottostante pavimento che raccoglie liquidi putrescenti e scarichi di ogni immondizia raramente asportata, mentre vi si trovano anche il pozzo nero e quello delle acque bianche aperto in intima contiguità tra loro” . In questi chiostrini si aprivano finestre piuttosto piccole senza o con infissi malconnessi che davano luce a cucine anguste con annesse latrine primordiali e acquai di solito contigui con le prime per cui si poteva constatare lo spettacolo di stoviglie da tavola e da cucina in “intima connessione coi vasi da notte”. Le scale ripide e buie per accedere risultavano ordinariamente sporche e “con accumulo sul portone sui pianerottoli di immondizie ed escrementi animali e umani” . Si diffondevano quindi in questi locali odori ributtanti che si mescolavano con quelli provenienti da cucine prive di cappa.
Le famiglie, numerose, composte anche di 10 – 12 individui disponevano di insufficienti camere da letto spesso senza aria e senza luce. Alcune chiostrine poi avevano il pavimento sopra botteghe e magazzini per cui esse si trovavano a livello del pavimento dei primi piani e accadeva che le camere da letto erano attigue e in immediato contatto colle immondizie, ricevendo inoltre umidità da parte delle colonne delle latrine che scaricavano nelle chiostrine stesse. Come esempio si ricorda il caso al n. 1 della via del Tempio, riferito alla bottega di un castagnacciaio che “nella parte posteriore del forno comprendeva un piccolo ambiente completamente chiuso e buio, alto …due metri, con letto matrimoniale…limitrofe sono la latrina pestilenziale, il forno e altri locali pieni d’immondizia”
Questo è il quadro desolante riferito, che trova comunque un certo conforto considerando che tali condizioni dovevano essere comuni alle città che avevano subito una forte urbanizzazione; la popolazione di Livorno era stata in costante aumento, ed era passata da 56.333 abitanti nel 1815 a 76.186 nel 1837 . Fino all’inizio dell’ottocento in Toscana solo Firenze superò i 50.000 abitanti e nel corso dell’ottocento questa stessa soglia venne superata anche da Livorno.
Nell’opera di Cesare Monteverde “I Misteri di Livorno” viene descritta una città tra il reale e il fantastico. Questo libro, pubblicato nel 1853/54 presso la Tipografia Sborgi a Volterra nel 1862 e a Milano presso Luigi Ciuffi editore, è un romanzo popolare come quelli di appendice in voga in quegli anni, che sull’onda della espansione della letteratura verso un pubblico più vasto, più ingenuo e meno raffinato, fanno leva su sentimenti forti, passioni, gusto dell’ignoto e del macabro.
La storia inizia nel 1821, in una città agitata dai “demagoghi”, con un’ambientazione che affianca all’immagine tranquillamente borghese quella misteriosa ed oscura dei bassifondi. Nel romanzo la piccola città è animata da una popolazione pulsante e forte che seppure formi un unico coro si differenzia al suo interno nei vari quartieri in comunità diverse per temperamento, per tradizione e anche per le forme linguistiche.
“Essa serbava ancora le sue medicee mura, di là delle quali erano vasti e popolosi sobborghi. Le sue strade anguste e tortuose (tranne due o tre principali) il “lurido Casone”, l’annesso quartiere degli Ebrei col suo nome di ghetto, sporco nelle vie, nei muri, nelle case, nell’interno di esse: buio anziché no, abitato da ciurmaglia, povera e schifosa”.
Nella Venezia Nuova abitava, come separata dal resto della città, una popolazione, che si distingueva per i gusti, le abitudini, i vizi e l’ “accento non toscano”, che per il suo continuo contatto con la gente di mare aveva sviluppato un carattere speciale, bizzarro, e seppure “ignorantissima” aveva cuore fiero, volontà ferma, coraggio e audacia senza pari, “facile per altro alla credulità ed a cedere a qualsivoglia cosa che abbia dello straordinario e del portentoso”.
Il vicolo che dalla Crocetta portava in via Sant’Anna era una strada “remota, solinga del peggio quartiere di Livorno dove un galantuomo non può passare pei fatti suoi nella notte, senza pericolo di essere gratuitamente sventrato e di giorno senza che gli sia rubato la pezzola, l’oriolo o la borsa”. L’osteria dei “Tre mori” che si trovava in questo vicolo era frequentatissima e, come racconta Monteverde, aveva dei nascondigli segreti. Nell’ultima stanza c’erano infatti tre botole che davano in altrettanti anditi sotterranei “destinati a ricevere l’onesto prodotto della così detta Busca dei Veneziani livornesi, nome con cui da costoro viene appellato quel giornaliero loro modo d’impadronirsi della roba altrui”. Viene da chiedersi se in Venezia, magari nascosta sotto la pavimentazione di qualche magazzino esista ancora quella botola con i relativi tesori.
A poca distanza da quella osteria, prosegue l’autore, in una palazzetta di via Ferdinanda, la via principale della città, si respirava un’aria del tutto diversa, le ampie sale addobbate erano pronte per i festeggiamenti di un ballo in maschera.
Per il trasporto degli invitati venivano noleggiati come mezzi di trasporto, le così dette “Timonelle”, vetture modestissime composte da una brutta cassa di legno con molle scadentissime tirate da un solo cavallo che si usavano in quel periodo in cui ancora non si vedevano “formicolare nella città di Livorno quelle superbe ed eleganti carrozze di svariatissime forme con cocchiere e servitore in livrea”.
Ma, poiché Livorno era una città dove c’era molta ricchezza ma poca nobiltà e con abitudini di provincia, i mercanti ricchissimi non si vergognavano di andare a piedi “portandosi nella domenica dal pizzicagnolo a provvedere per il modesto dessert del pranzo, le sottili fette di prosciutto, di mortadella, di lingua salata, quali riponevano involte in quelle medesime tasche nelle quali stavano di frequente splendide doppie di Spagna e lucidissimi rusponi gigliati”.
Per l’organizzazione delle feste si metteva in moto una febbrile attività che dava lavoro alle maestranze del luogo; le modiste venivano incaricate di cucire abiti sontuosi, e “i caffè ed in specie quello Del Greco preparavano i sorbetti, le limonate, i punch, l’acque d’anaci, di finocchio, e di cedro. Il famoso Bocca di gloria nella sua botteguccia posta ai quattro canti allestiva i cialdoni”.
Una città dalle semplici origini ma dalla rutilante e fantasiosa espressività che forse nasconde ancora misteri e segreti come le antiche gallerie e catacombe che da sotto la chiesa di San Jacopo si diramano in cunicoli oscuri, come ci descrive Cesare Monteverde, penetrando nel ventre più profondo dove sono celate antiche sacre reliquie, ed anche resti umani di malviventi e prigionieri fuggiti dalle prigioni della Fortezza Vecchia, rimasti intrappolati nei sotterranei. Una città vera o forse in parte sognata, ma oggi assai diversa, quasi smembrata e dispersa.
Nei vecchi quartieri sono rimasti gli anziani, vi prendono abitazione cittadini di recente immigrazione mentre i livornesi preferiscono spostarsi fuori dal centro urbano, nei quartieri nuovi. I sobborghi non pulsano più.

© Paola Ceccotti




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