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La coscienza “metalinguistica” in Elio Vittorini - saggio su "Le due tensioni".
a cura di Bruno Corino
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Nota preliminare

Questo tipo di indagine si propone un duplice obiettivo:

A) appurare il livello di conoscenza che lo scrittore ha dei problemi e delle teorie linguistiche;

B) indagare la sua concezione del linguaggio in generale.

La somma di A e B costituisce ciò che io chiamo la coscienza “metalinguistica” dello scrittore: dove coscienza sta per grado di consapevolezza, e metalinguistica per “riflessione sulla funzione e sul meccanismo della lingua”.

In linea di principio si potrebbe dire che ogni parlante possiede un livello di coscienza “metalinguistica”, talvolta sufficientemente elaborato, altre volte piuttosto elementare.

Occorre inoltre distinguere, sebbene soltanto dal punto di vista metodologico, la coscienza “metalinguistica” dalla competenza/esecuzione di un determinato codice linguistico: la competenza riguarda il grado di conoscenza e di maturità che lo scrittore ha della propria lingua, sia a livello sincronico che storico; l’esecuzione, invece, l’uso concreto ed effettivo che della propria lingua egli fa nella produzione di testi.

Finora la critica letteraria si è preoccupata di far luce soltanto su questo duplice aspetto dell’attività poetica, trascurando ciò che lo sottende, ossia la specifica filosofia del linguaggio dello scrittore. Lo spostamento dell’indagine critica sul lato della competenza/esecuzione risulta insufficiente e manchevole ai fini della comprensione dell’opera dello scrittore, poiché vengono a mancare nel lavoro critico degli anelli di passaggio tra una posizione poetica e l’altra. Tra la coscienza “metalinguistica” e la competenza/esecuzione esiste una molteplicità di rapporti che il critico dovrebbe di volta in volta portare in luce e chiarificare. Perciò ritengo importante verificare il grado di incidenza che una concezione generale sul linguaggio ha sulla produzione poetica vera e propria.

Per evitare qualsiasi giudizio arbitrario, questo tipo di indagine predilige quegli scrittori che hanno riflettuto sul linguaggio in modo esplicito, lasciando cioè anche scritti teorici. Dal punto di vista del metodo d’indagine si tratta di far reagire qualsiasi posizione filosofica sul linguaggio con le due ‘concezioni limite’: con l’isomorfismo lingua-realtà, le cui origini si fanno risalire ad Aristotele, da una parte; e con la lingua come sistema di Ferdinand de Saussure dall’altra.

Questo lavoro su Le due tensioni di Vittorini per ora vuole essere soltanto un primo tentativo per sperimentare e affinare questo tipo di indagine.

******

All’uscita di Le due tensioni. Appunti per una ideologia della letteratura (d’ora in poi: DT), un anno dopo la scomparsa prematura di Elio Vittorini, l’attenzione della critica si appuntò soprattutto su come il testo incompiuto si dovesse leggere. E cioè, in modo frammentario, così come effettivamente era stato scritto, senza assegnare a una delle tante linee di ricerca una posizione privilegiata che fungesse da chiave di lettura generale dell’opera? Oppure in modo organico, come se l’opera, sebbene le fosse riconosciuto il carattere non sistematico, avesse in ogni modo un senso compiuto e definito?

Italo Calvino e Dante Isella, curatori e restauratori del testo, furono convinti assertori della sua intrinseca organicità. A fronte, Giansiro Ferrata, amico dello scrittore scomparso, sostenne in due successivi interventi, pubblicati su “Rinascita” (15 dicembre 1967 e 2  febbraio 1968), il carattere del tutto provvisorio degli appunti. Su questa seconda interpretazione inclinò anche Gian Carlo Ferretti, il quale ritenne opportuno avvertire il lettore di accostarsi “a questo libro con tutta la cautela e tutto il rispetto che si devono ad un lavoro rimasto interrotto ad una fase molto preliminare della sua elaborazione” (1980: 273).

Considerata la scarsa letteratura critica che s’ebbe su questo testo, forse il consiglio di Ferretti è andato oltre le sue intenzioni. Se si escludono la Postfazione di Enzo Golino a DT , e il saggio di Francesco Leonetti in “Che fare” (8 novembre 1967), il quale era soprattutto interessato a rievocare la particolare situazione culturale in cui si collocano gli appunti vittoriniani, gli interventi critici sono limitati a qualche recensione o breve segnalazione. Anche le monografie generali sull’opera di Vittorini dedicano uno spazio piuttosto limitato o, a volte, del tutto trascurabile a DT, tanto da spingere Giovanni Gronda a scrivere che “nessun libro vittoriniano è stato meno apprezzato, più frettolosamente e ostilmente respinto di questo” (1980: 20).

Non è da escludere però che una delle ragioni che ha spinto tanti critici a trascurare questo lavoro vittoriniano sia da ricercare anche nel modo in cui si presenta. Si tratta infatti di “una raccolta di note manoscritte stratificate una sull’altra, con inserimenti, aggiunte a margine, rimandi, disposte talora in forma di schemi e tavole sinottiche” (Calvino, 1981: XIV).

In questi appunti, rimasti allo stato di scartafacci, lo scrittore siciliano si è confrontato con i grandi temi circolanti nel dibattito culturale della prima metà degli anni sessanta: il ruolo del marxismo e quello dello scrittore nei nuovi assetti sociali, determinati entrambi dalla grande avanzata e affermazione neocapitalistica in Italia; il significato delle due culture, umanistica e scientifica, e del rapporto che la letteratura deve intrattenere con esse; l’apporto delle scienze umane e, in particolare, delle linguistica strutturale a una immagine nuova dell’uomo che vive in una forma di società integralmente industrializzata, ecc.

Da questa massa di appunti, la proposta più interessante che emerge è la teorizzazione di un romanzo democratico da contrapporre a una forma di romanzo autoritario. Golino ha osservato che “la contrapposizione fra opere “autoritarie” e opere “democratiche” è una delle peggiori metafore mai escogitate da Vittorini” (1981: 290). Ma, come ricordava Calvino, Vittorini è un autore che definisce “le sue battaglie attraverso formule d’opposizione nette”: “Alieno dalla dialettica quant’altri mai, egli carica tutta la negatività sul polo negativo, tutti i valori sulle indicazioni del polo positivo” (1980: 132).

A noi, la proposta di Vittorini appare tuttora interessante, perché è sulla base di questa contrapposizione ch’egli si troverà a misurarsi su taluni problemi di linguistica generale. Si avverte insomma come nella elaborazione di una letteratura “critica” e antiautoritaria si intrecciano questioni di ordine linguistico. Vittorini è stato più volte e da più parti contestato per aver svolto intorno agli anni sessanta con scritti teorici e artistici un’opera di fiancheggiamento all’emergente ideologia neoindustriale, che anziché porsi come critica ad essa immanente, ha corrisposto pienamente al suo credo sociale: “Lo si accusa di velleitarismo, approssimazione, confusione, astrattezza, catastrofismo o, da altre frontiere polemiche, di resa senza condizioni alla nuova realtà industriale, di collaborazione ideologica con il capitalismo, di malintesi [?] scientismo” (Gronda, 1980: 23).

In verità, con il senno del poi riusciamo a capire che non si è voluto leggere nella proposta di una letteratura “critica”, capace di formare una coscienza più avvertita dei problemi che attanagliano le odierne società tecnologiche avanzate, l’unico ed effettuale correttivo da opporre alla totalizzante civiltà dei consumi. Vittorini riteneva del tutto improduttivo rifugiarsi nostalgicamente in una mitica età contadina: “Il mondo che si rimpiange era un mondo di pochi (...). Un rimpianto dunque in sé reazionario” (DT: 93). Le società industriali sono realtà di fatto con le quali occorre misurarsi in modo critico e non esorcizzante: “Molto sinistrismo letterario rimpiange le immagini a cui è affezionato del contadino arcaico e dell’operaio bruto e schietto per cui per un secolo ha visto incarnate le sue contestazioni della modernità tecnologica, e le resistenze di un mondo di natura ad esse, anziché delle immagini che chiedevano di essere eliminate per dar luogo a progresso” (DT: 19).

Per Vittorini non è importante affrontare il problema in sé della tecnica e, quindi, dello sviluppo in corso, ma l’uso cosciente che si fa di essa, il quale dà forma a un determinato tipo di progresso. L’attuale sviluppo tecnologico contiene in sé, rispetto a tutte le epoche precedenti, un potenziale distruttivo, da un lato, e manipolatore dall’altro, di portata incalcolabile. Ecco perché oggi si ha maggior bisogno di una coscienza critica e matura, che sappia vigilare attentamente sui risvolti negativi della società attuale, e non di una coscienza passiva che accetti ogni cosa come verità impartita autoritariamente dall’alto. Se lavora su questa prospettiva, la letteratura può continuare ad esercitare una sua funzione e avere una sua validità.

Tutt’al più possiamo mettere in discussione se effettivamente sia data alla letteratura la possibilità di formare criticamente le coscienze, o se in realtà ormai i centri decisionali di formazione si trovino dislocati altrove: nei grandi mezzi di comunicazione, ad esempio, che sulle coscienze hanno maggiore incidenza. Inoltre, possiamo anche giudicare la posizione di Vittorini come un incancellabile residuo della sua formazione umanistica, che non ha mai saputo rinunciare del tutto all’impegno di assegnare comunque un ruolo e una funzione alla letteratura, in particolare, e all’arte, in generale. Resta tuttavia il fatto che Vittorini tenta di innestare questa sua proposta all’interno della crisi costitutiva che avvolgeva completamente la letteratura, crisi dovuta proprio alla diminuita capacità di presa ch’essa esercitava sulle coscienze. Come scrive Alberto Asor Rosa, “c’è oggi più letteratura diffusa (nei giornali, nei serials televisivi, nel fumetti, nei fotoromanzi, nelle collane narrative di massa)”, che nella letteratura con la L maiuscola (1989: 74).

Vittorini, cosciente della funzione puramente ornamentale, di svago, di piacevole intrattenimento, che la letteratura tendeva ad assumere nella cultura di massa, si sforza di trovare gli antidoti capaci di sottrarla a questo destino. Vittorini, in sostanza, si impegna a definire il “posto della letteratura nella cultura, o meglio”, a definire “la carica interna della letteratura, la sua funzione conoscitiva, il vario ruolo che essa si trova ad occupare nella trasformazione della società” (Calvino, 1981: XIII).

Lo schema teorico, che lo scrittore elabora per caratterizzare nella storia della letteratura due alterni e contrapposti periodi, ha ai suoi vertici una letteratura a “tensione-razionale” e un’altra a “tensione espressivo-affettiva”. Nella prima domina il carattere “congetturale”, “probabilistico” o “ipotetico” della materia narrata. Questa letteratura si configura come “opera aperta”, perché essa non offre al lettore alcuna verità costituita, e si presenta  “come suscitatrice di critica e di riflessione” (DT: 142). Sul versante opposto si situa la letteratura a tensione espressivo-affettiva, nella quale il narratore non abbandona “l’antica sicurezza e presunzione dei realisti borghesi” di poter oggettivamente rappresentare la realtà “dal punto di vista di Dio”. Il narratore, secondo Vittorini, “si rende conto che il “discorso” tenuto finora dalla letteratura sulla realtà è un discorso “autoritario”, presuntuoso, dispotico (un discorso dove la verità viene somministrata dall’alto al lettore, sotto la finzione tecnica, [?] che lo scrittore sia demiurgico, e il centro del mondo, la coscienza del mondo, lo spirito, Dio), e si rende conto della necessità di sostituirlo con un altro discorso, “democratico”, dialettico, congetturale (dove si possa lasciare al lettore di orientarsi e decidere da sé tra elementi di realtà non di per sé giudicati e valutati)” (DT: 28).

Appare evidente la stretta somiglianza tra questa posizione teorica di Vittorini e quella esplicitata da Roland Barthes, il quale spiegava così, parlando della funzione  del passato remoto, la posizione demiurgica dello scrittore: “La sua funzione [...] suppone un mondo costruito, elaborato, distaccato, ridotto a linee significative, e non un mondo immotivato, aperto, disponibile. Dietro il passato remoto si nasconde un demiurgo, dio o esecutore; il mondo non è inspiegabile quando lo si narra, ciascuno dei suoi accidenti è circostanziato, e il passato remoto è precisamente quel segno dell’operazione con il quale il narratore riconduce le divergenze della realtà a un verbo esile e puro, senza densità né volume o estensione, la cui sola funzione è di congiungere il più rapidamente possibile una causa e un fine”[1].

Ma per progettare un tipo di letteratura congetturale, lo scrittore deve intervenire anzitutto sul linguaggio, per rompere la scorza mistica, dentro la quale una lunga tradizione di pensiero lo ha avvolto. Come scrive Vittorini, l’illusione a credere che la parola abbia una realtà “plastica o dinamica” “deriva da arcaiche superstizioni feticiste che davano alle parole valore di sostanza”. Perciò è necessario sottrarre al parlante l’illusione che i segni linguistici si configurano come segni mitici, carichi di valenze magiche. Si tratta di sradicare l’idea che le parole ineriscano magicamente alle cose, “di evitare una menzione diretta di esseri e nozioni concepite come sacre, sovrumane, da cui nacque l’adorazione di parole (...) cui venne attribuito a poco a poco un potere magico” (DT: 111).

Ciò che lo scrittore deve demistificare nel lettore è la sua disposizione a credere le parole come costituite da essenze eterne, che ogni civiltà tramanda all’altra senza sostanziali modifiche. L’opera di demistificazione, che bisogna compiere nel campo dell’ideologia estetica e della tradizione letteraria, si presenta simile per taluni aspetti a quella compiuta da Marx nell’ambito dell’economia politica. Come Marx ha dimostrato che i fenomeni non sono come appaiono alla coscienza ingenua eterni e naturali, ma sono il prodotto di una incessante trasformazione storica, “così è grazie all’invecchiamento palese di certi fenomeni artistici che si può considerare la loro storicità – [...] – la loro appartenenza a un contesto storico preciso e scontato – la loro significanza storica e non naturale ed eterna in quanto modelli, generi, forme, linguaggio ecc. e che ci si può finalmente porre dinanzi all’arte con coscienza scientifica anziché con coscienza illusa, di mammisti o con coscienza mistificante di aristotelici – con atteggiamento critico anziché con atteggiamento sacrale (che è la vera categoria del naturale)” (DT: 57).

La storicità immanente alle cose e ai fenomeni ha dimostrato come in realtà tutto sia un prodotto di trasformazione tecnica dell’uomo. Siamo dunque in presenza degli elementi che inducono alla concezione del linguaggio contrapposta all’aristotelismo linguistico. Sembra che l’espressione coniata dallo scrittore, “mammisti aristotelici” per definire tutti coloro che rimangono fissi ad una concezione “naturale” dell’esperienza umana, che “si salvano nella mamma inerzia e così si rendono nocivi, attivando l’inerzia, a tutti e alla storia” (DT: 172), abbia come bersaglio critico proprio l’aristotelismo.

Il tipo di letteratura congetturale per la sua effettiva traduzione pratica implica chiaramente una filosofia del linguaggio in senso saussuriano. Non è infatti possibile pensare che si possa fare una letteratura di questo genere trascinandosi dietro una concezione referenzialista del linguaggio. Una tale concezione assume la realtà dell’esperienza come un dato già costituito, che lo scrittore descrive connotandola in senso soggettivo. Quando lo scrittore vuole rappresentare in modo oggettivo la realtà non ha bisogno di formulare ipotesi o congetture, si limita, come si dice, “a far parlare da sé le cose”. Il dato sul quale l’autore interviene viene spacciato come un dato oggettivo, costitutivo, che, in quanto tale, non può essere discusso e criticato dal lettore; per cui, il campo dell’esperienza, anziché essere il campo delle probabilità, diviene quello delle certezze e delle verità acquisite. Tutto ciò esclude la possibilità di “progettare” un romanzo critico, congetturale, e ripropone quello “autoritario”, tradizionale.

Il timore di una latente contraddizione, che si poteva generare tra la proposta di una letteratura congetturale e il permanere di una concezione nomenclatoria della lingua, spingerà Vittorini (molto probabilmente) a conoscere e ad approfondire, intorno alla prima metà degli anni sessanta, talune teorie linguistiche. I suoi appunti sulla lingua, sui nomi, sulle parole, ecc., si trovano disseminati per tutto il saggio. Ma c’è un intero capitolo [dal titolo “Nc (nomi e cose)”, pp. 213-226] dedicato completamente a problemi teorici della linguistica strutturale, che noi prenderemo maggiormente in considerazione.

Prima di passare alla analisi dettagliata di questo capitolo, dal quale emergerà la coscienza “metalinguistica” di Vittorini, occorre una preliminare nota critica al testo, al fine di rendere chiaro questo mio intervento. Del testo ricostruito da Dante Isella terrò presenti alcune sue precisazioni (DT: XVI): DT, per il suo carattere di raccolta di appunti, è stato sottoposto da parte dell’autore a successivi interventi aggiuntivi. C’è l’appunto originario di Vittorini che Isella ha denominato come testo base (e che noi trascriveremo come “DT, testo base); ci sono interventi successivi al testo base, “in margine ma anche sopra e sotto”, che riguardano lo stesso pensiero, ma annotato in un secondo tempo (che noi riporteremo come “DT: testoA): infatti, come osserva Isella, la distinzione tra testo base e testoA “non è di valore, ma di tempi”, cioè tra i due testi “non si dà un rapporto come da testo a nota”; infine ci sono “le aggiunte seriori riconducibili, più o meno puntualmente ma con sicurezza, a una determinata parola o periodo del testo base” (che noi contrassegniamo come “DT: testoB”); infine le note “che con il testo hanno un rapporto più generico, quasi pensieri autonomi su uno stesso tema”, saranno da noi segnalate come (DT: testoC).

In questo capitolo appare anche un’interessante triade di nomi, i cui vertici sono rappresentati da Ferdinand de Saussure, da Galvano Della Volpe e da Stephen Ullmann. I saggi, ai quali Vittorini si riferisce, sono rispettivamente: Cours de linguistique général, Paris 1960 [che cito nell’ed. a c. di Tullio De Mauro: d’ora in poi CLG]; Critica del gusto, Milano 1960 [d’ora in poi: CdG]; e Précis de sémantique française, Bern 1959 (2a ed.) [d’ora in poi: PSF].

I due nomi, posti accanto a quello di Saussure, sono importanti per capire come si precisa la posizione di Vittorini: il linguista ginevrino è continuamente filtrato dalla lettura di Ullmann, contrapposta a quella di Della Volpe. Nei confronti del filosofo italiano, lo scrittore siciliano nutre una malcelata antipatia teorica: nonostante sia stato uno dei primi a far ricorso alla linguistica strutturale nell’elaborare il suo pensiero estetico, negli appunti Della Volpe viene arruolato alla schiera dei “mammisti aristotelici”, cioè a quella schiera che, secondo Vittorini, ha irrigidito in senso autoritario il pensiero di Marx.

Ci sono valide ragioni per supporre che in un primo tempo la conoscenza di Saussure non sia stata diretta, ma sia stata mediata da Della Volpe e da Ullmann, in quanto nelle prime pagine del testo base  non compaiono citazioni dirette del Corso. Soltanto in un secondo tempo Vittorini avrà avvertito l’esigenza di controllare direttamente il testo saussuriano.

Il capitolo che abbiamo preso in esame si apre proprio con la critica di Saussure alla lingua come nomenclatura. Sarà interessante perciò analizzare come Vittorini interpreti e si inserisca in questa critica:

Saussure                                            

Per certe persone la lingua, ricondotta al suo principio essenziale, è una nomen­clatura, vale a dire una lista di termini corrispondenti ad altrettante cose. Questa concezione è criticabile per molti aspetti. Essa presup­pone delle idee già fatte preesistenti alle parole (...); infine lascia supporre che il legame che unisce un nome ad una cosa sia un’operazione del tutto semplice, ciò che è assai lontano dall’esser vero (CLG: 83).

Della Volpe

Per taluno la lingua è essenzialmente una nomenclatura, cioè una li­sta di nomi corrispondenti ad altrettante cose: ma que­sta concezione (pre-scientifica) è ben criticabili, supponendo essa delle “idee già costituite e preesistenti alle parole” (...) e lasciandosi anche supporre “che il legame che unisce un nome a una cosa sia una operazione del tutto semplice, il che è ben lungi dal vero (CdG: 94).

Vittorini

La lingua (beninteso) non è una nomenclatura – una lista di nomi in corrispondenza di cose – ciò presupporrebbe (in modo pre-scientifico) che delle idee siano costituite e preesistano alle parole (agli elementi della lingua) come se il legame che unisce un nome ad una cosa fosse un’operazione semplice e primaria (DT: testo base: 213)

Il brano di Della Volpe, messo a confronto con quello di Saussure, non presenta, come abbiamo avuto modo di verificare sinotticamente, sostanziali cambiamenti, ma si mantiene piuttosto fedele al testo saussuriano. Nel brano del linguista ginevrino, il bersaglio critico è rappresentato dalla concezione della lingua come nomenclatura, secondo la quale il significato dei nomi sono le cose. In un altro luogo del Corso, Saussure l’aveva definita come “la concezione superficiale del gran pubblico” (CLG: 26). Come abbiamo avuto modo di ricordare, secondo questa immagine della lingua, l’oggetto è considerato come un “dato precostituito alla scelta delle coordinate”, e dunque come un dato precostitutito “rispetto all’esperienza dell’uomo” (De Mauro, 1975: 195).

Il termine “prescientifico”, non presente nel testo saussuriano, rivela, come dicevano, chiaramente che Vittorini non cita direttamente dal Corso, ma dal saggio di Della Volpe. A prima vista nemmeno il brano vittoriniano sembra tradire lo spirito del pensiero saussuriano: qualche omissione si giustifica con il bisogno dello scrittore di essere conciso, trattandosi di appunti da sistemare e ordinare in un altro momento. Ma un’analisi più attenta rivela che le parole omesse e quelle aggiunte non sono in realtà del tutto casuali. Anzitutto, nel brano di Vittorini non emerge il fatto che si stia criticando “la concezione del gran pubblico”; in secondo luogo, Saussure scrive che “questa concezione è criticabile per molti aspetti”: primo, perché “suppone delle idee già fatte preesistenti alle parole”; secondo, perché “lascia supporre che il legame che unisce un nome a una cosa sia un legame del tutto semplice”. Nel primo aspetto, si critica la concezione secondo la quale si crede che il pensiero, riflettendo sulla realtà, individui delle idee alle quali fornisce poi un nome. Nel secondo, la concezione magica delle parole, secondo la quale i nomi ineriscono alle parole. Vittorini non tiene distinti questi due aspetti della critica saussuriana, e li assimila in uno soltanto. Inoltre, l’aggiunta dell’aggettivo “primario”, non presente in nessuno dei due testi, non è del tutto casuale: se, infatti, il rapporto tra il nome e la cosa per Vittorini non è primario, ciò significa che è secondario, cioè che è mediato da altro, che comunque un rapporto esiste; fatto che per de Saussure “è assai lontano dall’esser vero”.

Sotto il brano citato, Vittorini nel testoC introduce la famosa dicotomia saussuriana langue/parole. Occorre ricordare che prima della traduzione italiana di De Mauro, che ha contributo a fissare la terminologia tecnica di Saussure, evitandone le continue oscillazioni semantiche, il termine “parole” veniva tradotto con “parola”, che era “il più immediato equivalente: ma “nella maggioranza dei casi, l’italiano parola corrisponde non al francese parole, ma al francese mot” (CLG: 390). Infatti, Della Volpe traduce parole con parola, e Vittorini si attiene a questa lezione. Purtroppo, tutto ciò genera non poche confusioni, perché non sempre si comprende quando Vittorini usa il termine parola nel significato saussuriano e quando, invece, nell’accezione italiana.

Dopo il brano riportato sulla lingua come nomenclatura, Vittorini trascrive la seguente definizione: “La lingua è un sistema (istituto storico-sociale) di segni che esprimono idee” (DT: testo base); e, nell’inciso, la commenta così: “Eppure le idee cambiano senso e i segni no” (DT, testoC: 213). L’obiezione di Vittorini, riportata accanto alla definizione della “lingua”, ci fa intravedere come egli intraprenda una strada che lo porterà lontano dall’effettivo pensiero linguistico del ginevrino. Tutto lascia presagire che Vittorini consideri il segno come un’unità a sé stante, quando, in realtà, nella linguistica saussuriana il significato si rivela nella serie di rapporti di opposizione tra un segno e l’altro, e non nel segno considerato in sé stesso.

Ma analizziamo come Vittorini, seguendo ancora il testo di Della Volpe, riporta la parte riguardante il “segno linguistico” di Saussure:

Saussure

Questa visione semplicistica [la lingua come nomenclatura] può avvicinarsi alla verità, mostrandoci che l’unità linguistica è una cosa doppia, fatta del raccostamento di due termini (...). Il segno linguistico unisce non una cosa a un nome, ma un concetto e un’immagine acustica (CLG:83-84).

Della Volpe

Di vero in questa “veduta semplicistica” c’è solo che “l’unità linguistica è una cosa duplice, fatta dal ravvicinamento di due termini (...)”. “Il segno linguistico unisce non una cosa e un nome, ma un concetto e un’“immagine acustica” (CdG: 94).

Vittorini

L’unità linguistica è comunque data dal ravvicinamento di due termini (ciò che suggerisce di considerarla, erroneamente, una nomenclatura), ora, i termini implicati nel segno linguistico sono entrambi psichici (...). “Il segno linguistico unisce non una cosa e un nome, ma un concetto e un’immagine acustica”. Perciò De Saussure chiama “segno” il “totale”, e chiama “significato” il concetto  e “significante” l’immagine acustica (DT, testo base: 214).

Nel testo vittoriniano, rispetto altri due, si coglie una leggera sfumatura di significato: nel brano saussuriano si dice che nella “concezione del gran pubblico” c’è un fondo di verità, quando appunto considera il “segno linguistico” composto da una duplice entità. Per Vittorini, invece, è la duplicità del segno linguistico a suggerire di considerare la lingua come nomenclatura.

Da questo punto in poi lo scrittore sviluppa una sua ipotesi di lavoro, al margine della quale scrive “da svolgere” (segno che non aveva un carattere definitivo):

Ma [...] un momento o un altro dell’evoluzione (o involuzione, forse soprattutto involuzione o stasi) di una “cultura” è un sistema di idee fissate, costituite [...], idee che non esistono certo da prima dei loro segni semantici, da prima dei loro nomi, ma che si sono istituzionalizzate nei nomi (in genere provenendo da altri nomi, da altri segni di altre lingue) e che hanno a poco a poco perso vita, attualità entro tali nomi, per cui i nomi continuano ad esistere vuoti della realtà che avevano in quelle idee, e continuano ad essere usati come se fossero pieni, mentre nuove idee che sostituiscono le vecchie morte errano intorno ad esse (ai vecchi nomi disertati) senza riuscire a rinnovarne il senso, a riempirli che parzialmente, approssimativamente, con un convenzionalismo approssimato, in quanto quei nomi rimangono equivocamente significativi delle vecchie idee e risuggeriscono ancora e ancora le vecchie (specie in presenza degli interessi retrivi ancora operanti attaccati al collo delle vuote spogli dei nomi (DTtesto base: 214).

Da questo momento, possiamo dire che la terminologia linguistica di Vittorini comincia a precisarsi. Lo scrittore usa “segno linguistico”, “immagine acustica”, “significante” e “nome” come termini equivalenti. Per Saussure il “segno” linguistico era una unità totale costituita dall’unione di un significante e di un significato (il recto e il verso del foglio di carta). In Vittorini l’opposizione tra nomi (usati come involucri) e idee rimanda, seguendo una interpretazione libera, alla dicotomia langue/parole. Per Vittorini, infatti, la langue equivale al “sistema di idee fissate, costituite”, che si sono istituzionalizzate nei “nomi”, cioè nei “segni linguistici” o “significanti”, o “immagini acustiche”. Questa fase della langue o della lingua equivale a un momento storico della cultura.

Le idee, nel momento in cui nascono, hanno un legame profondo con la realtà storica e sociale, sono cioè vive finché aderiscono all’esperienza umana. Queste idee si fissano, si istituzionalizzano nei nomi (e formano il sistema della lingua), quando però esse sono superate e sostituite da altre idee, perché diacronicamente la realtà storica è cambiata, questi nomi, in forza della tradizione, mantengono il loro prestigio, e impediscono alle nuove idee di affermarsi e sostituirsi alle vecchie ormai languenti o morenti. Queste nuove idee, prima di affermarsi, attendano i loro “involucri” o “portatori”.

Sebbene questi nomi hanno perso il loro legame con le idee, essi continuano a sussistere e si pongono nei confronti delle idee nuove. Le forze culturali retrive cominciano ad usare la lingua come nomenclatura:

Allora la lingua funziona da nomenclatura – è una nomenclatura – nel cui quadro si hanno idee, cose, realtà senza nomi da un lato – e nomi vuoti, tombe di idee, cose, realtà morte nomi senza cose e idee ecc. da un altro lato (DT, testo base: 215).

Se per Saussure la lingua come nomenclatura era una concezione, in Vittorini diventa una funzione, un uso[2]. Al brano appena citato, Vittorini aggiunge questa nota esplicativa:

In certe fasi di cultura (ai passaggi, alle svolte, ai momenti di ridimensionamento o di sviluppo straordinario, di salto qualitativo) avviene appunto un divorzio tra esperienza e lingua tra pensiero e lingua o almeno tra pensiero (o esperienza) e nomenclatura – avviene come se “il pensiero” fosse diventata la “nebulosa” di De Saussure (DT,  testoB: 215).

Il divorzio di cui parla avrebbe senso se si riferisse alla lingua “letteraria” e a quella “parlata”: si potrebbe infatti dire che la lingua letteraria italiana storicamente ha spesso funzionato come una “lista di vocaboli”, che non ha avuto piena corrispondenza con la lingua parlata, con la lingua d’uso. Ma il contesto entro il quale questo divorzio è inserito ci spinge verso altre interpretazioni. Per Vittorini tra lingua parlata e lingua scritta non sussiste una reale distinzione: “La lingua cosiddetta naturelle (parlata) è non meno culturale, per natura, della letteratura” (DT, testo base: 218).

Il discorso teorico che maggiormente preme a Vittorini è “di avere a disposizione dei nomi che non corrispondono più alle cose”, fatto che “può essere paragonato a quello che a volte succede nel rapporto per es. tra lingua e scrittura” (DT, testo base: 219). Tra l’esperienza storica e la lingua si può assistere allo stesso fenomeno che accade tra lingua parlata e scrittura: come la grafia non sempre riesce a reggere il passo con le evoluzioni del parlato, ad adeguarsi alle sue continue modificazioni, così anche la lingua, rispetto alla evoluzione del pensiero o delle trasformazioni sociali rimane indietro[3].

Si comprende dunque come lo scrittore non si sforzi di interpretare quale fosse l’effettivo pensiero linguistico di Saussure, ma tenti piuttosto a piegarlo a un suo a priori ideologico. L’autore che gli consente di compiere questa “forzatura” è Stephen Ullmann, il quale per Vittorini costituisce una lente deformante del pensiero saussuriano. Lo scrittore non possiede gli strumenti teorici per comprendere quanto in realtà Ullmann fraintenda i concetti linguistici saussuriani, e crede che tra i due linguisti ci sia una sostanziale affinità di vedute. Invece, come ha sottolineato De Mauro, Ullmann non ha inteso la critica di Saussure alla concezione della lingua come nomenclatura, e ha continuato “a restare arroccato sulla concezione nomenclatoria d’origine aristotelica” (CLG: 294); accettando sostanzialmente il celebre “triangolo semantico” di Ogden e Richard, Ullmann ha dimostrato “di non aver assimilato la sostanza della posizione saussuriana” (CLG: 409).

Dal momento che Vittorini si lega al suo carro, vediamo come Ullmann ripropone alcuni concetti linguistici di Saussure:

En suivant l’exemple de quelques linguistiques, nous appellerons nom le signifiant du mot et sens son signifié. Les trois facteurs fondamentaux seront donc, pour ce qui est des mots: le nom, le sens et la chose [...]. Mais entre le nom et la chose, il n’y a aucune connexion directe et immédiate. Le nom evoque, non pas la chose, mais l’idée de la chose, c’est -a-dire le sens. Situé à mi-chemin entre la langue et la réalité non linguistique, le sens sert de relais entre le monde des noms et celui des choses (PSF: 21).

Si capisce come Ullmann, senza troppa approssimazione, identifichi il nome con il “significante” saussuriano, e il senso o referente con il “significato”. Con questo schema triadico si vuole evitare di stabilire tra il nome e la cosa un legame magico e che non sia primario, ma mediato dal pensiero o senso. Ma le due concezioni della lingua, la prima (quella che stabilisce un legame primario tra il nome e la cosa) più arcaica e rozza, la seconda più raffinata, sono in realtà facce della stessa medaglia: entrambe appartengono a una concezione referenzialistica della lingua. Vittorini, sebbene critichi e respinga quella più rozza, fa sua quella più raffinata, e ciò lo circoscrive ad una concezione referenzialistica della lingua. Lo scrittore sovrappone nettamente la terminologia saussuriana al triangolo di Ogden e Richard, che alla fine del capitolo preso in esame riporta così:

 

                                                 signifié

                                                   senso

 

                       signifiant                                             cosa

                          (mot)                                                    

 

Ecco il commento di Vittorini:

Il senso, il signifié, costituisce il legame tra il mondo della lingua e quello delle cose – ma può trovarsi sospeso – non legare più – e allora non è più che un mito – per cui c’è rottura tra il mondo della lingua diventato mondo dei nomi – e quello delle cose (DT, testo base: 226).

Posizione che riecheggia (potremmo scrivere quasi esplicitamente) il seguente brano di Ullmann:

Les progrés de la civilitation éliminint constamment des obiets, des institutions  des idées; et leurs noms disparaissent avec eux, à moins qu’ils ne soient conserverées pour désigner des choses nouvelles (PSF: 311).

Il linguista ungherese, anzi, riportando un giudizio critico di Alan H. Gardiner, rimprovera Saussure di non aver fatto riferimento nel Cours alla cose:

Gardiner, che fra i linguisti ha insistito nel modo più energico sulla distinzione tra “significato” (= senso) e “cosa significata” (= referente), critica l’analisi che Saussure fa di un atto di discorso, perché non vi si fa riferimento alle cose[4].

Eppure, da parte sua, Della Volpe aveva criticato duramente questo triangolo semantico:

In quanto a Ogden e Richard, incuranti, nel loro famoso libro, della moderna linguistica, essi concludono con la seguente astratta dicotomia di uso “referenziale” o “simbolico” della parola (quello intellettuale o scientifico in genere) e uso puramente “emotivo” della medesima ossia artistico, poetico (CdG: 233, i corsivi sono miei).

Se torniamo per un attimo allo schema teorico della letteratura, elaborato da Vittorini, ci accorgeremo di quanto esso sia doppiamente debitore del triangolo di Ogden e Richard: la letteratura espressivo-affettiva concentra la sua attenzione sul lato sinistro del triangolo, cioè sulla relazione tra “nome” e “senso” e non si preoccupa di stabilire un contatto tra il senso e la “cosa”. Perciò, questo tipo di letteratura tende, perdendo di vista la realtà dell’esperienza, a stabilire relazioni soltanto tra i “nomi”, a “consumarli” e a non produrre nuovi sensi (idee) legati all’esperienza:

I momenti in cui la lingua parlata o la letteratura o tutte e due [...] mettono l’accento sull’espressività e agiscono in tale direzione, hanno una tensione in direzione, sono in effetti “momenti” piuttosto di consumo linguistico (o addirittura di dissipazione) che di accrescimento e creatività (anche se moltiplicano i significati delle parole per estensione (o tensione) affettiva di esse (DT, testo base: 116).

La letteratura a tensione razionale pone la sua attenzione sul lato destro del triangolo, la quale, riflettendo sulla nuova realtà sociale in movimento, tende a rilevare relazioni nuove, rapporti nuove tra le cose, ai quali si daranno “nuovi significati, nuove differenziazioni, nuove relazioni razionali” (DT, testoC: 117). come è accaduto nel settecento francese. Vittorini, infatti, preferisce un tipo di narrazione “che concentra sul piano del linguaggio tutt’intero il peso delle proprie responsabilità verso le cose” (Vittorini, 1970: 463).

Lo schema letterario di Vittorini risponde dunque a una duplice funzione della lingua: c’è una funzione espressiva autentica, tesa a stabilire un contatto continuo tra le cose e le idee, e una funzione espressiva, inautentica, che mira soltanto ai nomi, ai “significanti”, e che si riferisce a idee ormai morte. Sarebbe possibile rintracciare questo schema in tanta produzione letteraria dello scrittore. Anche, la sua opera più famosa, Conversazione in Sicilia, raffigura il percorso compiuto dal protagonista, il quale parte dai nomi vuoti, privi di vita e approda alle cose, cioè ristabilisce tra la sua vita e l’esperienza entro la quale è calato una pluralità di sensi nuovi[5]. Il protagonista, infatti, parte dal simbolo del dizionario, “la lista dei nomi”, che racchiude il senso dei “significati morti”, “che non esistono più nelle cose e continuano ad esistere come parassiti dei segni, dei significanti che li racchiudono come tombe aperte” (DT, testo base: 215-216), per arrivare al contatto autentico con le cose,  che gli schiude l’universo della comunicazione.

Il lato sinistro del triangolo non è capace di riattivare neanche i nostri ricordi dell’infanzia, che in assenza del tempo sfumano nel cervello come immagini inerti. Invece, il lato destro del triangolo, cercando di stabilire un contatto tra le cose presenti e i sensi, riattiva anche le immagini del nostro passato, le quali riempendosi di altri significati si ripresentano a noi “reali due volte”.

Ma il rischio al quale questa letteratura si condanna è di non poter uscire dalla realtà del presente: “Tutto ciò da cui l’uomo è condizionato – compreso il suo passato, la sua memoria – sarà così eliminato totalmente rendendo in essi possibile una vita in cui il presente è tutto” (Briosi, 1970: 136).

La letteratura, attraverso una continua tensione verso la realtà del mondo, dovrebbe continuamente riannodare i fili con l’esperienza attuale, essere cioè al passo con le trasformazioni che avvengono all’interno della società. Il rinnovamento del linguaggio, teso verso le cose, e delle tecniche espressive diventano per Vittorini compiti eneludibili qualora si voglia dare alla letteratura un valore e una funzione sempre attuale.

Il contatto con le cose, proposito al quale lo scrittore non rinuncia, rivela come in realtà Vittorini nella sua coscienza “metalinguistica” faccia rientrare elementi di ordine extralinguistico, come egli sostanzialmente rimanga ancorato ad una concezione referenzialistica della lingua che gli impedisce di comprendere la reale novità epistemologica della “lingua come sistema”. L’isomorfismo lingua-realtà non è affatto messo in crisi e rifiutato dallo scrittore: la struttura congetturale del romanzo riflette quella ipotetica della realtà sociale, cosicché la lingua viene ricondotta a strumento di rappresentazione.

La sua filosofia del linguaggio, dunque, contraddice il suo programma letterario. Questo mancato accordo tra coscienza “metalinguistica” e letteratura a tensione razionale non è del tutto estraneo  al “silenzio” artistico al quale Vittorini si consegnò negli ultimi anni della sua vita. La mancata chiarificazione di questo impasse non gli ha permesso di mettere in atto il suo programma teorico. Non senza ironia, Gianfranco Contini scrisse che Vittorini “partecipava, per usare un suo termine, della tensione “espessivo-affettiva”, pur avvertendo l’esigenza d’una “tensione razionale” (Contini, 1978: 215). Forse il grande critico aveva visto un po’ più lontano dello scrittore e aveva avvertito in quale contraddizione teorica si avviluppava Vittorini.

 

Bibliografia

Asor Rosa, Alberto

1989    Centralismo e policentrismo nella letteratura italiana unitaria, in AA. VV., Letteratura italiana. Storia e geografia, vol. III, L’età contemporanea, Einaudi, Torino.

Briosi, Sandro

1970    Vittorini, La Nuova Italia, Firenze.

Calvino, Italo

1980    Vittorini: progettazione e letteratura, in Una pietra sopra, Einaudi, Torino, pp. 127-149.

1981    Nota alla prima edizione, in Elio Vittorini, Le due tensioni, cit., pp. XIII-XIV.

Contini, Gianfranco

1978    Elio Vittorini, in Schedario di scrittori italiani moderni e contemporanei, Sansoni, Firenze, pp. 213-216.

Della Volpe, Galvano

1960    Critica del gusto, Feltrinelli, Milano, 1960.

De Mauro, Tullio

1975    Introduzione alla semantica, Laterza, Bari, 1a ed. 1965.

De Nicola, Francesco

1993    Introduzione a Vittorini, Laterza, Bari.

Ferretti, Gian Carlo

1980    La letteratura del rifiuto e altri scritti, Mursia, Milano.

Golino, Enzo

1981    Postfazione. Vittorini, la Differenza, in Elio Vittorini, Le due tensioni, cit., pp. 285-298.

Gronda, Giovanni

1980    Per conoscere Vittorini, Mondadori, Milano.

Pautasso, Sergio

1977    Guida a Vittorini, Rizzoli, Milano.

Saussure, Ferdinand de

1978    Corso di linguistica generale, Introduzione, traduzione e commento di Tullio De Mauro, Laterza, Bari, 1a edizione 1967.

 Ullmann, Stephen

1952    Précis de sémantique française, Berne.

Vittorini, Elio

1970    Diario in pubblico, Bompiani, Milano.

1981    Le due tensioni. Appunti per un’ideologia della letteratura, a c. di Dante Isella, Il Saggiatore, Milano, 1a ed. 1967.



[1] Roland Barthes, Le degré zéro de l’écriture, Paris, Editions du Seuil, 1953, pp. 46-47 [trad. it., Il grado zero della scrittura, Milano, Lerici, 19662].

[2] In realtà, come ci ha insegnato Ludwig Wittgenstein, possiamo immaginarci una forma di linguaggio, un gioco-linguaggio (Sprachspiel), nel quale si possa senz’altro dire che, in esso, il significato delle parole è la cosa alla quale si riferiscono. Wittgenstein ritiene che questo gioco-linguaggio corrisponda alla concezione agostiniana del linguaggio (cfr., Ricerche filosofiche, edizione italiana a cura di Mario Trinchero, Einaudi, Torino, 1974).

[3] Ecco perché prima Vittorini ha parlato di “evoluzione” o “stasi”.

[4] Stephen Ullmann, Principî di semantica, trad. it. di Maria Modena Mayer e Anna Maria Finoli, Einaudi, Torino, 1977, p. 83.

[5] Questo percorso è stato sapientemente ricostruito da Domenico Pietropaolo, La fenomenologia del linguaggio poetico in Conversazione in Sicilia, in “Lingua e stile”, XI (1976), 1, pp. 75-90.

© Bruno Corino



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