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Pitigrilli e L'OVRA
a cura di Silvano Volk
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Dino Francesco Segre (Torino 9 maggio 1893 –Torino, 8 maggio 1975) è stato uno scrittore, editore e giornalista di successo, conosciuto con lo pseudonimo Pitigrilli.  Negli anni Venti e Trenta del Novecento, raggiunse gran notorietà, in Italia e in campo internazionale.

Negli anni dell'immediato dopoguerra la sua popolarità fu incrinata da roventi polemiche ed accuse di aver fatto parte dell'Ovra, l’onnipresente polizia politica di Mussolini.

La circostanza ha impedito un giudizio sereno sul personaggio e impedito la rivalutazione della sua produzione letteraria.

Lo scritto non intende offrire “verità” (impossibili a trovarsi dopo tanti anni), bensì un contributo sulla vicenda. 

Pitigrilli, dopo l’otto settembre 1943, si rifugia in Svizzera, poco dopo seguito dalla moglie Lina Furlan e dal figlio Piermaria.

Riprende il suo lavoro e porta a termine, nel 1944, l’inchiesta giornalistica sulle formazioni partigiane dell’Alta Italia, pubblicata a puntate dalla Gazette de Lausanne.

La speranza di normalità non dura a lungo, soprattutto, quando Radio Bari diffonde il comunicato anonimo “Pitigrilli è un delatore”, che rimbalza dagli ambienti torinesi, per richiamare l’Antifascismo sul “pericolo Pitigrilli”, dopo che alcuni bollettini del Clai[1] lo hanno etichettato alla stregua di “rastrellatore e criminale[2].

Nei “Ricordi”, [3] Michele Giua lo accusa di collaborazionismo in base ai sospetti maturati durante la detenzione e sostenuti dalle informative che il partigiano Luigi Lucca di Torino recupera nell’abitazione di un funzionario di polizia, ancora oggi sconosciuto. Il carteggio dovrebbe essere importante, ma Giua pubblica solo alcune lettere del dossier che consegna a Carlo Levi, deciso a stamparlo, il 14 settembre 1945, nell’edizione milanese di “Italia Libera” di cui è responsabile editoriale.

Tale operazione è anticipata dalla tipografia Ferroni e Pizzi di Roma, che diffonde il libello anonimo “Pitigrilli spia a 18 karati”, privo d'ogni elemento utile ad identificarne l’autore. E’ un’aggressione in piena regola, in cui si afferma:

Le prime voci indiscrete sull’appartenenza di Pitigrilli all’Ovra iniziarono a circolare nel 1940. In quell’anno, uno scrittore[4] che aveva le migliori ragioni di dolersi dell’illustre collega (Pitigrilli gli aveva soffiato una bellissima amante) rivelò ad alcuni intimi il sospetto che l’autore di Cocaina appartenesse alla segreta organizzazione inventata da Mussolini per difendere il regime, sempre più insidiato[5].

Spia a 18 karati ripete integralmente la nota informativa 12 settembre 1934, della quale Giua presenta soltanto alcuni capoversi, mentre Domenico Zucàro [6] pubblicherà il medesimo rapporto al completo e diviso in sezioni, alla maniera di sette lettere distinte.

 “Il Tempo[7] di Roma esce con un clamoroso articolo anonimo, riportante alcune lettere incriminate, e “Nona colonna [8], un altro articolo, sempre anonimo, in cui si racconta l’attività di Pericle – Pitigrilli.

Il clamore monta. Il “Giornale di Torino diffonde (aprile-maggio 1946) la seconda serie di rapporti, senza indicarne la fonte, contribuendo con tal espediente a consolidare l’accusa ed aggravare la posizione del sospettato. Convinto dalle insistenti minacce di morte che ha ricevuto, lo scrittore vuole affidare la propria difesa al dossier sull’Antifascismo che sta scrivendo, ma i detrattori ipotizzano l’ennesimo paradosso, ideato per difendere l’incerta posizione personale.

In ogni caso, Pitigrilli riceve pesanti intimidazioni, soprattutto alla luce dell’esasperato clima politico, favorevole al processo sommario, come conferma Edi Consolo, figura di primo piano della struttura antifascista Glass e Cross[9].  

Gli attacchi personali non cessano, neppure dopo le infruttuose lettere a Nenni ed a Palmiro Togliatti, dove chiede un processo imparziale. La posizione degli accusatori è critica anch’essa, poiché vivono un periodo di crisi per l’atmosfera politica intossicata ed un dibattito d’interesse pubblico dagli esiti imprevedibili. L’attività della commissione d’inchiesta del socialista Cannarsa procede a rilento e la diffusione della lista confidenti Ovra si scontra con un'innegabile circostanza.

Parecchi informatori della polizia provengono dallo schieramento antifascista, i più abili sono soggetti con precedenti incarichi, anche rilevanti, nel movimento d’opposizione al regime, circostanza che impone la massima prudenza.

Lo stesso Pietro Nenni, Commissario per l’epurazione, finisce per trovarsi al centro di sospetti e polemiche per l’accusa di aver manipolato la documentazione personale e d’amici, oltre che collaborato con la polizia politica, sia italiana sia francese.[10]

In aperto contrasto con la stampa, un ex collaboratore, Luigi Olivero[11], interviene nella polemica per esprimere il proprio dubbio: “Ha fatto veramente la spia dell’Ovra, Pitigrilli?” Nessun processo a carico dell’accusato, le continue rivelazioni” fanno pensare ad un qualche mistero. Pitigrilli appare “l’uomo più colpevole o diffamato d’Italia”, dopo Mussolini.

Il cronista, in effetti, non si sbaglia, perché l’analisi dell’ambigua vicenda offre risposte controverse e lascia intravedere che il castello accusatorio presenta diverse incongruenze.

Non va una prima asserzione:

 “Lettere all’Ovra[12] di Zucàro ammette che le informative, curate da Carlo Levi per “L’Italia Libera”, sono anonime e che la redazione ha apposto la firma di Pitigrilli per “un’ingenuità giornalistica” e un involontario desiderio di pubblicità.

Lo studio citato, però, colpevolizza in conformità a quei rapporti e si presta a sostenere una tesi d’incerta validità. La lettura delle veline rafforza la convinzione di relazioni provenienti da fonti ed informatori diversi, ipotesi ribadita dall’esame comparato sui testi coevi, utilizzando a tal fine lo strumento informatico che analizza gli indici di leggibilità. [13]

Zucàro inquadra l’azione di Pitigrilli contro Giustizia e Libertà come precedente al 1934, anche se un rapporto di Togo-Odin (riportato da Sion Segre [14]) sui fatti di Ponte Tresa, e la conseguente reazione negativa dell’ambiente ebraico cittadino, conferma che sono gli agenti Odin René e Mario Fille a sorvegliare il gruppo.

Oramai si conosce in ogni particolare l’antefatto, accaduto il giorno 11 marzo, quando Mario Levi e Sion Segre rientrano da Lugano per introdurre in Italia stampa clandestina di Giustizia e Libertà. Un doganiere perquisisce la vettura e trova gli stampati nascosti a bordo. Mario Levi riesce a fuggire, mentre Sion Segre è posto in stato di fermo.

Evento casuale o spiata? Sion propende per la prima ipotesi, anche se il rapporto da lui pubblicato testimonia che l’agente Togo, già dal febbraio 1933, informava la polizia politica sull’attività clandestina di GL e il passaggio, alla frontiera di Domodossola, di Mario Levi con duemila volantini propagandistici. L’informatore suggeriva di non arrestare il corriere poiché solo lui, Togo, e Carlo Rosselli erano informati dell’operazione.

L’infiltrato agisce da provocatore nei confronti di Rosselli, spesso proponendo azioni sovversive; opera da intermediario tra Leone Ginzburg[15] e Mario Levi[16] che lo giudica un elemento prezioso alla causa antifascista e gli suggerisce un soggiorno a Torino.

In base alle informazioni pervenute, la repressione si muove con fredda efficienza, seguita da fermi e perquisizioni che portano in carcere Leone Ginzburg, Attilio e Marco Segre, Carlo Levi, Mussa Ivaldi, Augusto Monti, Gino e Riccardo Levi, Leonello Amar Segre, Giuliana Segre e il padre, Barbara Allason, Anita Rho, con altri imputati minori.

Il Tribunale Speciale stralcia la posizione di Ginzburg e Sion Segre, e giudica a parte il caso penale che porta alla condanna degli imputati per il reato d'associazione sovversiva.

La sentenza infligge 4 anni di carcere a Leone e tre anni a Sion, condona ad entrambi due anni di pena per l’amnistia concessa per la nascita di Maria Pia di Savoia.

Lo svolgimento dei fatti non evidenzia alcun elemento che può collegarsi a Pitigrilli, anzi riporta una serie di circostanze che inducono a chiedersi se sia Togo (oppure una persona di sua fiducia)il noto fiduciario 373, la cui identità è da sempre accostata, senza prova alcuna, al nome dello scrittore.

Il dubbio sorge con la nota pubblicata da Sion, “Torino 10 novembre 1934”, in altre parole la Relazione del Togo alla Direzione della Pubblica Sicurezza sulla reazione degli ebrei di Torino alla mitezza della sentenza di condanna.[17]

Alexander Stille[18] pubblica il medesimo rapporto dell’agente, ma attribuisce a Pitigrilli tale informativa, identica alla nota di Togo. Per Romano Canosa, la paternità del messaggio, scritto in francese, è opera di un “anonimo informatore [19]. Nasce spontanea l’ennesima domanda. Sono possibili posizioni così divergenti?

Dubbi che si rafforzano se accostati alle affermazioni di Giuliana Segre, arrestata perché in possesso di buste e indirizzi di “giellisti”. Il fermo del padre e del cugino Attilio ha origine da un contatto professionale che i suoi congiunti, tramite Carlo Levi sorvegliato da M. (madame?) Ofaire[20], hanno instaurato con questa spia francese che i due “neppure conoscevano come corriere di Giustizia e Libertà. [21]

Prende corpo l’ipotesi che accredita confusione e una totale assenza di riservatezza, strane coincidenze con l’episodio di M. Ofaire e con i dettagli dello storico Canali sul legame di Sion con Clelia Hahn, individuata come la collaboratrice “Lucrezia”, e inserita nell’Elenco nominativo dei fiduciari Ovra.

Lessico famigliare offre in proposito un incerto richiamo ai fatti, quando cita l’invito a Pitigrilli per un colloquio. La madre di Natalia Ginzburg presenta Foa e Vittorio Levi allo scrittore. L'episodio porta la conoscenza con i due antifascisti ad un periodo successivo agli arresti di marzo 1934 e contrasta con l’accuratezza dell’informatore nel riferire le vicende di casa Levi. Appare evidente la presenza di un informatore in confidenza e conosciuto dal gruppo giellista di Torino.

Le accuse, ben documentate, inducono in contraddizione e, come sostiene Anna Foa, a comprensibili cedimenti d'alcuni imputati, consentendo al giudice istruttore [22] di farne i nomi in aula a sostegno dell’accusa. Alle donne sfuggono ammissioni sui giellisti[23] e contribuiscono ad ampliare il quadro investigativo.

Zùcaro contesta la circostanza e confuta persino quanto ammette Barbara Allason nelle sue “ Memorie”: “Adesso tanti deponevano e parlavano.[24]

Nella primavera del 1935, la polizia acquisisce altro materiale per l’indagine. L’ondata repressiva colpisce Vittorio Foa, Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Bobbio, Massimo Mila, Giuseppe Levi, Michele Giua, per culminare nel trasferimento di alcuni imputati nel carcere di Regina Coeli, a Roma.

Il Tribunale Speciale, presieduto da Tringali Casanova, procuratore generale Isgrò, tratterrà con mano pesante la vicenda, disponendo severe pene, varianti dai cinque anni di reclusione a Monti, sino ai 15 di Giua e Foa.

Il confronto tra Sion e Zucàro fa intuire la frequenza dei colloqui tra GL e il delatore e conferma la piena fiducia riposta nell’individuo, interlocutore privilegiato di Rosselli e Lussu nelle discussioni su progetti ignorati dal gruppo torinese, interessato soprattutto all’attività di propaganda.

È indicativo al riguardo al progetto d’attentato al Duce, conosciuto da pochi, soltanto da Rosselli, Lussu, Tarchiani, Togo, e dai due sicari incaricati dell’azione. Quanto scrive Togo sull’argomento, [25] corrisponde alle indicazioni di Zucàro[26], più di tutto nel passaggio in cui il confidente consiglia correzioni investigative che permettano di individuare “chi potrebbe essere l’attentatore”.

Emilio Lussu[27] ricorda i suoi incontri con Pitigrilli, avvenuti in due occasioni soltanto: nel 1934 al Ristorante cinese, Quartiere Latino, ed a Montparnasse, nel 1939. Questi sono particolari insignificanti per giudicare pericolosa la condotta dello scrittore, soprattutto alla luce di come agisce Lussu che spesso conversa con un delatore (Togo?) su dettagli operativi e gli espone le proprie idee sulla lotta antifascista.

Tale circostanza merita una riflessione supplementare, quanto ovvia. Lussu afferma che Aldo Garosci smaschera la militanza Ovra di Pitigrilli fin dal 1940, senza, però, avvisare i propri compagni del pericolo.

L’uomo politico, inoltre, assicura di aver scoperto la presunta connivenza di Pitigrilli con l’agente Bellavia nel gennaio 1939 e si chiede perché Garosci non ha parlato prima? Noi ci chiediamo il motivo del mancato intervento di Lussu, quando poteva agire per tempo.

Una qualche spiegazione arriva da Zucàro, alquanto debole, a ben vedere: in quel periodo gli antifascisti erano impegnati nella ricerca degli assassini dei fratelli Rosselli. La replica vuole che soltanto Salvemini si occupi delle indagini, sfruttando quasi certamente l’amica Marion Rawson[28] per consultare i circoli londinesi.

L’interpretazione del comportamento rinunciatario degli esuli appare debole: adottano la scelta strategica suggerita da Tarchiani, di non molestare Pitigrilli, per convincerlo a confidenze. Ma come? Il dubbio nasce spontaneo. Non lo frequentavano, avendone una pessima opinione. Il riferimento riguardava forse altre persone?

Sorge lo stesso dubbio che si è posto Lussu. Era necessario attendere il 1945 se tutto era talmente chiaro già dal 1939, in pratica dal presunto compromesso con il funzionario Bellavia a Parigi?

A parte l’inciso, per essere la cronaca dell’inconfutabile delazione, “Lettere di una spia” mostra troppe analogie nell’accostamento a “Lettera al duce”. Nel secondo saggio, infatti, Bocchini accenna ad opuscoli propagandistici affidati a Mario Levi, marcati da Togo – nel settembre decorso (1934)per essere meglio riconoscibili. Parimenti in Zucàro, il delatore comunica di aver ritirato le lettere di Mario Levi e portato a Torino il “pacco di giornali”, dopo aver praticato alcuni fori sui numeri di “Giustizia e Libertà”, per essere individuati dalla polizia politica.

Ovvio che non è possibile trascurare altre contraddizioni. Vale a dire la familiarità di Rosselli nei confronti dell’informatore, in contrasto con la pessima opinione che il celebre antifascista nutre per Pitigrilli, considerato autore amorale e pornografico.

Indro Montanelli[29] rimarca il rigore intellettuale di Carlo e la sua antipatia per lo scrittore. Un sentimento diffuso nell’ambiente degli antifascisti italiani:

 

Carlo Rosselli, ad esempio, non lo volle mai avvicinare, forse solo per una questione di stile, di educazione borghese: … i libri che pubblicava non erano roba per educande. Il rigore di Rosselli lo portava a disprezzare certa letteratura e, inevitabilmente, l’autore.

 

Suonano dunque singolari la grande stima e la premura che – a leggere Franzinelli - Carlo Rosselli nutre per una “personalità come Pitigrilli:

 

Lei é una personalità troppo in vista; se arrestano lei va male anche per tutti gli altri, perché lei serve magnificamente a gonfiare l’affaire [30].

 

Sarebbe interessante individuare l’identità della misteriosa persona.

Lo scrittore frequenta a Parigi i redattori del foglio di regime “Nouvelle Italie”: Aniante, Paolo Monelli, Andrea Pais, Garrone, Montanelli, in pratica il gruppo che quasi ogni sera si ritrova al caffé La Coupole.[31]

Il movimento antifascista dovrebbe essere informato dell’amicizia con Guerriero, da molti anni collaboratore di Grandi Firme, un nome ricorrente nel periodico di Torino. La stessa osservazione vale per Italo Sulliotti che non nasconde il proprio ruolo di funzionario dei servizi italiani, quando sostituisce alla direzione de “Italia nuova”, nel 1933, il fascista Nicola Bonservizi. Sulliotti, autore d'interessanti libri sullo spionaggio, collabora con Grandi Firme e manifesta senza reticenze le proprie inclinazioni politiche. Improbabile appare che gli antifascisti di Parigi, specie i sospettosi Rosselli e Lussu, nulla sappiano di simili circostanze, note a tutti. Dal canto suo, il delatore informa i superiori che, per le vanterie dei due giornalisti, “tutta la colonia sa che Sulliotti è un funzionario dell’Ovra”. Tutto questo avviene nel giugno 1934, pochi mesi dopo l’incidente di Ponte Tresa. Ne consegue che la diffidenza degli esuli dovrebbe essere grande, soprattutto dopo aver subito la mortifera attività di Carlo Del Re [32] a favore dell’Ovra.

Accreditato da elementi massonici di Udine, ottiene tramite un amico di Lussu, un incontro con Ernesto Rossi e Riccardo Bauer e si presenta a Carlo Rosselli come antifascista convinto, disposto a favorire azioni terroristiche in Italia.

Con l’ottobre 1930, il suo attivismo tra Parigi, Bruxelles, Lugano, permette alla spia di raccogliere informazioni sulla Concentrazione antifascista e Giustizia Libertà. Reggendo i contatti tra gli antifascisti all’estero e gli elementi del Regno, a Roma, Milano, Trento, Rovereto, l’uomo permette alla polizia politica d’intercettare materiale propagandistico, soprattutto note, corrispondenze riservate, progetti.

La fiducia del gran maestro Leti assicura all’informatore gli elenchi dei massoni residenti in Italia, disposti a ricostruire le logge disciolte e gli permette di partecipare alle riunioni di GL a Parigi, ed a quelle del Goi in esilio, fornendo dettagliati rapporti sui programmi e sulla contiguità esistente tra le due organizzazioni.

Con il suo tradimento, Del Re [33] provoca l’arresto di una sessantina d’antifascisti, il suicidio in carcere del chimico Umberto Ceva e le pesanti condanne inflitte ad Ernesto Rossi, a Riccardo Bauer e ad altri oppositori.

Danni esiziali per Giustizia e Libertà causeranno pure Mario Fille e René Odin. Identificati sulla Gazzetta Ufficiale del 1946 come collaboratori Ovra, i loro nomi dicono poco se comparati con quelli d’altri agenti in forza al servizio informativo.

Qual è in realtà il ruolo dei due personaggi?

La risposta richiede attenzione per cogliere i fatti nella loro complessità. Mario Fille, con Cesare Accomani, fonda la Fraternità dei Polari nel maggio 1930. Attira nell’iniziativa un discreto numero d'individui, alcuni dei quali si muovono nello spazio grigio dei servizi segreti, liberi da vincoli con parti politiche o affaristiche ben definite, ma uniti tra loro da un acceso antibolscevismo, sentimenti politici d'estrema destra ed una posizione di chiusura verso la massoneria.[34]

Assertori di una stirpe di “superuomini”, incontrano ambigue simpatie per la loro fede nel presagio dell’Atteso, riconosciuto da alcuni in Hitler. Il gruppo comprende personaggi discutibili come Jeanne Canudo, assidua di Otto Abetz, l’incaricato d’affari tedesco a Parigi, che trascina nel movimento il giornalista francese, Jean Luchaire[35], amico di Nello Rosselli, e si fa coinvolgere nella cerchia di Ribentropp dallo stesso Abetz.

È un Polare l’agente Ovra René Odin, futuro capo del gruppo di Parigi. La società segreta ha altissime coperture a livello governativo per l’assetto politico, anticomunista, ispirato all’ideologia ispiratrice della “Cagoule”, senza escludere il fattore razziale ed antiebraico, visti i presupposti della setta.

Nella zona grigia di legami assai dubbi, l’anonimo rapporto ufficiale, “L’assasinat des freres Rosselli[36], ripete l’opinione della gendarmeria francese sulla sorte dei due sfortunati italiani: antifascisti e, ad un tempo, membri della massoneria per i vincoli affettivi e familiari con il Gran Maestro Giuseppe Mazzini, con il sindaco di Roma, lo zio Nathan, e con il Gran Maestro Domizio Torrigiani.

Lo stesso Carlo Rosselli passa per un “fratello esperto” della loggia Italia Nuova, assistito nelle sue iniziative dal fratello Nello, anche se da qualche tempo il legame massonico si è incrinato. L’intreccio, però, pare molto intricato. In marzo, Alain Selby del Candide[37] riporta le opinioni correnti sull’economista russo Navachine e Carlo Rosselli, la presunta appartenenza ai servizi riservati inglesi, soprattutto per i diversi soggiorni in Inghilterra del secondo, nel 1933 e 1934, sprovvisto di passaporto e nonostante le severe leggi inglesi in materia d’immigrazione.

Si disegna una situazione oltre modo arruffata, che rende inverosimile l’approccio di Pitigrilli alla torbida professionalità delle vicende e alle potenzialità necessarie per controllare Giustizia e Libertà.

Il rischio dell’iniziativa è elevato, ma si rende utile tentare una sintesi delle vicende ora esposte per arrivare alla comprensione di uno schema certamente intricato. A prescindere da altre considerazioni, è operante un gruppo di potere politico e affaristico, i Polari, attorno al quale ruotano a vario titolo i Rosselli, Deloncle, l’Ovra, elementi massonici, le istituzioni francesi e settori dell’economia nazionale. All’interno dei Polari, una cupola di copertura, ignota agli affiliati, interagisce con entità similari per i più disparati scopi, non ultimi il tornaconto personale, mimetizzato dall’esoterismo che la setta professa.

L’insieme di tali attività si spiega con le condizioni storiche, dal 1934 al 1936, nelle quali la Francia vede al suo interno un panorama politico sempre più ostile all’Unione Sovietica ed al cartello di sinistra, dopo le affermazioni del Fronte popolare. La parte nazionalista preme per un graduale ravvicinamento francese all’Italia, già iniziato nel 1932 e proseguito sino agli accordi di Roma, nel gennaio 1935.

Di fatto, dal 1935, l’opposizione rosselliana è neutralizzata almeno sul piano operativo, smettendo di rappresentare un pericolo per il regime fascista, confinata piuttosto nel mondo dei principi e degli ideali.   

Non sono soltanto le circostanze ambientali a penalizzare l’antifascismo in Francia, deleteria si rivelerà soprattutto l’attività di un soggetto particolarmente infido, data l’amicizia e l’intimità che lo lega alle persone da lui sorvegliate.

In concomitanza con la corrispondenza affibbiata a Pitigrilli, l’Ovra mette a segno una fondamentale operazione che culmina nell’ingaggio di un personaggio autorevole, stimato dai fuoriusciti e dai massoni italiani in esilio. E’ un elemento d’eccellenza e d’indubbia abilità, lo dimostra la documentazione che dal luglio 1934 inizia a trasmettere da Parigi. Il nuovo informatore conosce bene il campo d’indagine a lui affidato per essere stato, dal 1919 o 1920, un <> alla massoneria, ma ad essa contrario da subito perché “incompatibile pel mio carattere”, pur conservando legami cordiali e la fiducia di “molti esponenti capi”. Quanto scrive il delatore lascia intuire la sua estrazione politica, la provenienza dal partito repubblicano:

 

So a dire dello stesso Mazzini, l’esilio è una vera maledizione”.

 

Osserva con occhi smaliziati “il quadro generale dell’antifascismo, gli intrighi di questa gente che bisogna considerare senza Patria”. Abile simulatore e accanito avversario dei “fratelli”, raggiunta la piena fiducia di Giuseppe Leti[38] ed Enrico Tedeschi, [39] ottiene in visione dai due notabili atti e documenti confidenziali dell’Ordine, note di servizio, la composizione del Supremo Consiglio e la posizione politica dei “concentrazionisti” iscritti.

L’infiltrato riesce ad ottenere l’investitura a Maestro, le credenziali per riattivare le logge in Italia e gli elenchi dell’Ordine con i nomi giellisti di Milano, Roma, Torino, Napoli.

La sua velina, “Massoneria italiana all’estero”, [40] riferisce a Roma i progressi e il successo della sua attività investigativa…

 

Il Comm. Tedeschi ha in animo di utilizzarmi per i collegamenti in Italia e perciò mi ha investito del grado di maestro e mi ha consegnato una lettera che mi garantisce di fronte ai Fratelli massoni e mi dà il mandato di compiere riti diversi…[41].

 

La sua attività si svolge in parallelo fra massoneria e antifascismo politico attivo, con strette analogie operative con il ruolo esercitato dal noto Del Re. Sembra superfluo rilevare il valore dell’infiltrato che controlla l’elemento massonico attivo nella Concentrazione e i giellisti. Lo conferma la nota del 18 dicembre 1934, dove ripete con decisione il proprio scopo:

 

“…Di conoscere con esattezza le diverse ramificazioni dell’antifascismo in riferimento specialmente alle persone, sia nell’insieme di tutto ciò che ha sede all’estero, ma con particolare punto di mira di tutto ciò che esiste in territorio nazionale.”. [42].

 

La comunità parigina ignora la sua recente investitura. Per salvaguardare l’identità dell’uomo, Leti e Tedeschi creano “…(per me) la regolare loggia massonica <>, indipendente dalle altre e con le quali non va confusa”, formata da tre o quattro persone al massimo.

Di fronte ad un meccanismo soffocante e talmente oliato, non reggono le pregiudiziali circa l’attività fiduciaria di Pitigrilli. Dopo la morte dei Rosselli, forse decide di muoversi nel clima politico parigino per indagando sul caso. La possibilità del colpo giornalistico clamoroso?

Questa è, a tutti gli effetti, un’opinione senza riscontri, ma lo scrittore punta dritto alla massoneria italiana in esilio e chiede di farne parte. Forse ha sentito nominare la cupola Propaganda ? La pratica si arena nel gennaio 1939, quando gli antifascisti sostengono il suo coinvolgimento nell’affare Bellavia, [43], il funzionario 353, responsabile della struttura informativa di Parigi. Arrestato dalla gendarmeria francese, subirà una condanna a 5 anni di carcere duro (alcuni condonati), mentre Pitigrilli non soffrirà eventuali conseguenze per la vicenda.

E’ opportuno, a questo punto, riassumere la serie dei molti “nonostante” che non trovano spiegazione.

L’attività di Carlo Del Re che per circa un anno anticipa ogni contatto dei giellisti, l’infiltrazione attuata da Mario Fille e Odin René, i rapporti anonimi, le firme di Pitigrilli falsificate. E ancora, l’intervento di Ofaire con Carlo Levi e Clelia Hahn con Sion Segre, senza trascurare le spie infiltrate nel comitato “GL di Parigi, il ruolo del notabile massonico, la “personalità troppo importante. Per arrivare a “Guido, l’amico ritrovato, …gran bella firma del giornalismo, il cui ricordo ispira un breve racconto[44] ed il fugace accenno al compagno di gioventù che Sion Segre, concluso l’interrogatorio a Roma con l’ispettore Mambrini, ha per caso intravisto in una situazione in cui “Guido” non doveva esserci. Suscitando lo stupore dello stesso Sion. È ben ricca la scelta di “nonostante” che pesano.

Pur protetta dal nome di fantasia, si arricchisce di particolari l’identità dell’amico ritrovato, allievo del liceo Cavour, poi studioso di Paleografia. Alessandro Galante Garrone, nella prefazione a Sion, scrive di conoscerlo dall’adolescenza perché i rispettivi genitori erano amici, come pure amicizia correva tra la famiglia di “Guido” e quella di Piero Gobetti. Le pagine riportano l’indirizzo dell’abitazione, l’attività del padre (perito degli azionisti nel processo Fiat del 1906), il tiepido antifascismo di “Guido”, coetaneo di Giorgio Agosti e collega di giurisprudenza di Vittorio Foa, Galante Garrone e Norberto Bobbio.

In seguito agli arresti per Ponte Tresa, i due amici d’infanzia si perdono di vista per ritrovarsi, nel 1945, allorché Sion rientra dalla Palestina ed incontra Anselmo Jona, a Roma, alla redazione dell’”Avanti”; subito dopo, Adriano Olivetti che s’interessa alla notorietà del personaggio. Rinasce l’antica amicizia, immortalata nella fotografia d’entrambi, posta all’interno del libretto. Non stupisce, dunque, la minuziosità dei dettagli in possesso della polizia politica, rafforzando l’opinione che diverse persone erano a conoscenza di fatti rilevanti, ma hanno taciuto, per allinearsi alla versione ufficiale sul caso Pitigrilli.

A fronte dei molti dubbi, si sostiene per certa ed inequivocabile l’identità del delatore (più opportuno usare il plurale) alla maniera di un teorema e Pitigrilli diventa il cardine per spiegare ogni azione repressiva o coprire scomode complicità e grossolani errori.

Di là da altre stime, permane il sospetto che lo scrittore, battendo differenti piste ed inseguendo voci eterogenee, ha visto qualcosa che non doveva, afferrando così situazioni spinose, da essere taciute persino alla moglie Lina. Il pensiero corre al famoso dossier sull’Antifascismo, ricordato ancora negli anni Sessanta, dossier di cui – nel 1999 – un anziano sacerdote mi ha confermato l’esistenza e la sua lettura.

Per chiudere le congetture sulla vicenda parigina del 1938, nasce spontaneo il pensiero che un indiziato faceva comodo alle diverse parti in causa, per stornare l’attenzione da attività forse illecite o da elementi affatto trasparenti.

Come spesso accade, quando più persone forniscono una versione dei fatti, le altre si accodano senza verificare, perché è più comodo trovare un’opinione già pronta.

Il cumulo d'accuse, che rischia di travolgere il marito, non sorprende Lina Furlan, restia a sopportare l’odiosa piega degli avvenimenti e decisa a sensibilizzare sulla vicenda chi potrebbe esserle d’aiuto. Per i buoni uffici di don Angelo Jelmini e di Montini, si occupa del delicato problema l’allora giovane sottosegretario di De Gasperi, Giulio Andreotti, che incontra Pitigrilli e consegna al Presidente del Consiglio una petizione dello scrittore, avuta nel corso di un colloquio privato.

In ottobre, il Commissariato per l’epurazione si appresta a modificare le norme per la repressione dell’attività fascista, convertite nella legge 1546 del 3 dicembre 1947.

Gli onorevoli Lussu, Foa, Giua e Garosci, in sede di discussione, si oppongono alla riabilitazione, dichiarando, dall’alto del loro personale prestigio, che Pitigrilli s'identifica in modo inequivocabile nel “fiduciario 373”. Nella fattispecie, la commissione adotta una decisione dal sapore “pilatesco” in quanto riconosce che le informative, essendo anonime, non sono riconducibili a Pitigrilli, tuttavia le perentorie dichiarazioni dei quattro uomini politici eliminano ogni dubbio in merito.

I “Nonostante” rimangono senza risposta.



[1] Comitato di Liberazione Alta Italia.

[2] Franco Bandini, L’uomo di Salò. Valenti e la Ferida, in Europeo, 11 dicembre 1955, p. 40-41.

[3] Michele Giua, Ricordi di un ex detenuto politico, Chiantore, Torino 1945.

[4] Carlo Salsa, sul foglio di sinistra “Ricostruzione”, nel 1945 pubblica la vicenda Pitigrilli. Dopo essere stato collaboratore di Grandi Firme, ricopre per anni l’incarico di direttore della Società Autori Italiani. Alla caduta del regime passa all’Antifascismo.

[5] Anonimo, Pitigrilli. Spia a 18 karati, Ag. Giorn. Ed. Ferroni e Pizzi, Roma, s.d. (1945), p. 3.

[6] Domenico Zicàro, Lettere di una spia, SugarCo Edizioni, Milano s.d.

[7] IlTempo, Lettere di Pitigrilli, 18 settembre 1945.

[8] Il Tempo, Nona colonna. Pitigrilli n. 373, 27 novembre 1945.

[9] Glass e Cross si forma, dopo l’otto settembre 1943, per iniziativa e con il finanziamento dell’industriale Enrico Marone, proprietario della Cinzano. Edi Console ricopre le funzioni di numero 3 dell’organizzazione che mantiene contatti quasi esclusivi con l’americana OSS. Glass e Cross si scioglie il 1° maggio 1945.

[10] Cfr. M. Canali, Le spie del regime, p. 522.

Da segnalare, per la cronaca, la confidenza di un anziano funzionario di polizia, raccolta dall’autore, circa voci correnti all’epoca su finanziamenti fatti personalmente da Mussolini (il 27 di ogni mese, per tredici mesi) alla famiglia Nenni, durante la latitanza del capofamiglia.

[11] Luigi Olivero, Pitigrilli non è altro che un fenomeno freudiano, Gazzettino Sera, 28-29 dicembre1949.

[12] Domenico Zucàro, Lettere all’Ovra, pref. Emilio Lussu, Parenti, Firenze 1961.

[13] Indice Flesch-Vacca, I. Kincaid, I. Gunning’s-Fog, I. Gulpease.

[14] Sion Segre Amar, Lettera al duce, La Giuntina, Firenze 1994, appendice A: Roma 19 marzo 1934, p. 101.

[15] Idem, op. cit., (19 dicembre 1934), p. 128.

[16] Idem, op. cit., (19 febbraio 1934).

[17] Sion Segre Amar, Lettera al Duce, Giuntina, Firenze 1994, p. 89.

[18] Alexander Stille, Uno su Mille, Mondadori, Milano 1994, p. 125. L’autore cita la fonte: ACS, busta 114.

[19] Romano Canosa, I servizi segreti del duce, Mondadori, Milano 2000. L’autore annota di aver trovato la lettera nella busta 114 dell’ACS, con la dicitura Togo.

[20]Il riferimento potrebbe riguardare, ma non ci sono riscontri oggettivi, la pittrice d’origine svizzera Cilette Ofaire (Cecile Houriet), moglie dell’artista Charles Hofer. Personaggio singolare, dopo aver vissuto un lungo periodo anche a Parigi, trascorre molti anni a navigare (dal 1923 al 1936), assieme al marito, lungo i fiumi d’Europa con l’imbarcazione di proprietà, vera e propria casa.

[21] Giuliana Segre Giorgi, Piccolo memoriale antifascista, Lindau, Torino 1994, p.28.

[22] Tribunale speciale per la difesa dello Stato, parte I, sentenza n. 46, Reg.Gen. n. 182/1934, p. 222 e segg. Il testo riporta affermazioni del pubblico ministero sulla circostanza relativa ad ammissioni di Barbara Allason, rese al giudice istruttore durante il confronto con Ginzburg, e la loro conferma tramite le deposizioni di Rho Anita e Segre Giuliana.

[23] Davide Jona – Anna Foa, Noi due, Il Mulino, Bologna 1997, p. 182.

[24] Idem, p. 204.

[25]Sion  Segre Amar, op. Cit., p. 117.

[26] Domenico Zucàro, op. cit., rapporto del 23 ottobre 1934, p. 79.

[27] Domenico Zucàro, op. cit., p. XII.

[28] Tra il 1920 e il 1930, la Rawson fa parte del gruppo che in Inghilterra si oppone al fascismo. Tra i sostenitori anche Gaetano Salvemini, don Sturzo e la famiglia Rosselli. Tra il 1927 ed il 1930, opera nel Comitato Assistenziale dei Rifugiati che ha il compito di raccogliere fondi per la comunità esule di Parigi. Il suo nome non è menzionato, per facilitare i viaggi in Italia della donna.

[29] Michele Straniero, Pitigrilli non mi denunciò, intervista ad Indro Montanelli, Corriere della Sera, 7 giugno 1993.

[30] Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 580.

[31] La stanza di Montanelli, 6 luglio 1999.

[32] Cfr. Ernesto Rossi (a cura), Una spia del regime, Feltrinelli, Milano 1955. Avvocato di Udine, provoca un consistente ammanco nella curatela fallimentare affidatagli. Per ripianare il debito, si offre come informatore.

[33] Dopo la scoperta dell’attività delatoria, il nome di Carlo Del Re continua a comparire, per altri 10 anni, tra le carte dell’Ovra. Nel 1944, l’avvocato figura come collaboratore del colonnello delle SS Kappler.

[34] René Thimmy (Maurice Magre), La magie a Paris, Les editions de France, Paris 1934, p. 169.

[35] Vive il periodo della giovinezza a Firenze, dove dirige il giornale La Vita.  Seguace e figliastro di Salvemini, a Firenze diventa amico dei fratelli Rosselli. Trasferitosi a Parigi, fonda nel 1927 Notre Temps, avvicinandosi in quel periodo alle posizioni di Laval. Nel 1932 si lega ad Otto Abetz che sposerà la segretaria di J.L. Dopo la Liberazione, J.L. sarà fucilato dai francesi per alto tradimento.

[36] Lucien Sabah, Une police politique de Vichy: le service des Sociétes secrètes, Paris, Klincksieck 1996, p. 40.

[37] Alain Selby, Navachine passe a l’Intelligence Service, in Candide, n. 657, 04 marzo 1937.

[38] Gran Commendatore del G. O. I. in esilio.

[39] Gran Maestro del GOI in esilio.

[40] ACS, MI, DGPS, anno 1934, Massoneria italiana, K59, velina n. 240-34, Parigi 27 settembre 1934.

[41] Ibidem, velina n.° 27-931, Parigi 22 settembre 1934,

[42] Ibidem.

[43] La Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1946, nell’Elenco nominativo dei confidenti dell’Ovra, non riporta il nome di Vincenzo Bellavia.

[44] Sion Segre Amar, Amico mio e non della ventura, (Pref. A. Galante Garrone), Il Melangolo, Genova 1990.

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