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I traditori di Carlo Rosselli
a cura di Silvano Volk
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In un caldo pomeriggio d’estate, una ragazza assiste all’omicidio di due italiani, senza rendersi conto d’essere testimone involontaria di un avvenimento storico. Carlo e Nello Rosselli a Bagnoles de l’Orne, Il 9 giugno 1937, incappano nell’agguato dei “cagoulards” che li aggrediscono e uccidono a colpi di pugnale. Il commando è guidato da Jean Filliol, uno dei fondatori della Cagoule assieme ad Eugene Deloncle.

Carlo Rosselli è il leader carismatico e l’anima di Giustizia e Libertà, il movimento rivoluzionario e antifascista, nato a Parigi nel 1929, ha lo scopo di riunire tutti gli elementi antifascisti, non comunisti.

La Cagoule (o Csar), però, non è soltanto un’organizzazione politica d’estrema desta, ma anche il braccio armato di gruppi economici, militari ed istituzionali che perseguono altri fini: il controllo della massoneria, la strategia della tensione per abbattere il governo del Fronte popolare e interessi personali. Da subito, la responsabilità del crimine è accostata a Mussolini, al Sim, il controspionaggio militare e all’Ovra, l’onnipresente polizia politica fascista.

Arrivano da lontano, però, le premesse dell’odioso eccidio e sono colpe collettive, attribuibili a soggetti precisi, agli informatori che frequentano la sede parigina di Giustizia e Libertà, René Odin e Mario Fille in primis, alcuni legati a Carlo da antica amicizia. Altrettanto esiziale si rivela l’abilità di Carlo del Re nell’infiltrare il gruppo dissidente.

Il “Massone anonimo” merita, senza dubbio, un posto di rilievo in questo sconfortante elenco.

Candide [1] riporta le opinioni correnti sull’omicidio dell’economista russo Navachine e la sua appartenenza ai servizi riservati inglesi e prospetta tal eventualità anche per Rosselli, alludendo ai suoi soggiorni in Inghilterra, nel 1933 e 1934.

L’anonimo rapporto ufficiale, L’assasinat des freres Rosselli, [2] ripete il punto di vista della gendarmeria francese sulla sorte toccata ai due italiani. Sono antifascisti e membri della massoneria per i vincoli affettivi e familiari con il Gran Maestro Giuseppe Mazzini, con il sindaco di Roma, lo zio Nathan, e con il Gran Maestro Domizio Torrigiani.

Il tragico episodio rappresenta l’epilogo di una lunga vicenda di delazioni e tradimenti, il cui antefatto s’individua nella nota vicenda di Ponte Tresa.

Il giorno 11 marzo, di pomeriggio, Mario Levi rientra da Lugano con Sion Segre e trasporta stampa clandestina, destinata a Giustizia e Libertà. Il meticoloso controllo della vettura scopre gli stampati nascosti a bordo, costringendo Mario Levi a tuffarsi nelle acque del lago e nuotare sino alla riva svizzera per sfuggire all’arresto. Sion è posto in stato di fermo.

Evento casuale o spiata? Sion propende per la prima ipotesi, anche se un suo scritto testimonia che è l’agente Togo, dal 1933, ad informare la polizia politica sull’attività di Giustizia e Libertà e i passaggi di Mario Levi alla frontiera di Domodossola, con volantini propagandistici, in occasioni conosciute solo da Togo e da Rosselli.

René Odin, in arte Togo, si assicura l’amicizia di Carlo e la fiducia più completa dei membri torinesi e parigini del movimento.

In base alle informazioni, la polizia arresta Ginzburg, Attilio e Marco Segre, Carlo Levi, Mussa Ivaldi, Augusto Monti, Gino e Riccardo Levi, Leonello Amar Segre, Giuliana Segre e il padre, Barbara Allason, Anita Rho, con altri imputati minori.

Non si tratta di un’azione contro l’elemento ebraico di Torino e i chiarimenti arrivano dalla “Relazione della Togo alla Direzione della Pubblica Sicurezza sulla reazione degli ebrei di Torino alla mitezza della sentenza di condanna[3].

In seguito ai pressanti interrogatori, i sospettati fanno gravi ammissioni sui Giellisti[4] e contribuiscono ad ampliare il quadro investigativo. Lo ammette Barbara Allason nelle sue “ Memorie” [5]: “Adesso tanti deponevano e parlavano” [6].

Carlo, al riguardo, ha una reazione irritata e confida alla spia i propri dubbi sulla deludente condotta degli affiliati torinesi.

Il delatore appare l’interlocutore privilegiato di Rosselli e Lussu nelle discussioni su progetti ignorati dallo stesso gruppo torinese.

Occorre, ora, soffermarsi sull’attività a favore dell’Ovra di Carlo Del Re [7] che sferra l’ennesima mazzata ai dissidenti.

Accreditato da elementi massonici di Udine, incontra Ernesto Rossi e Riccardo Bauer, dicendosi un fervente antifascista, disposto a favorire azioni terroristiche in Italia.

Con l’ottobre 1930, la sua deleteria azione tra Parigi, Bruxelles, Lugano, gli permette di ottenere informazioni sulla Concentrazione antifascista e Giustizia Libertà.

Regge i contatti tra gli antifascisti all’estero (Pacciardi a Parigi, il conte Sforza a Lugano) e gli elementi di Roma, Milano, Trento, Rovereto, e permette alla polizia politica d’intercettare note, corrispondenza riservata, progetti.

Il tradimento di Del Re [8] provoca l’arresto di una sessantina d’antifascisti, il suicidio in carcere del chimico Umberto Ceva e le pesanti condanne del Tribunale Speciale, inflitte ad Ernesto Rossi ed a Riccardo Bauer.

Di là dai casi accennati, il binomio Mario Fille e René Odin provoca danni mortiferi al movimento d’opposizione.

Nel maggio 1930, Fille si associa a Cesare Accomani e fonda la Fraternità Polare, sede a Parigi nella redazione de L’Intransigeant, attirando nell’iniziativa un discreto numero d'individui, alcuni attivi nel limbo grigio dei servizi segreti. L’acceso antibolscevismo, sentimenti politici d'estrema destra ed una posizione di chiusura verso la massoneria[9] costituiscono il reale collante del gruppo.

Il gruppo conta alcuni personaggi discutibili, come Jeanne Canudo (Grande Loge de France), assidua d’Otto Abetz, l’incaricato d’affari tedesco, finanziatore sia della donna sia d’Eugene Deloncle, il capo della “Cagoule”. Canudo coinvolge l’amico di Nello Rosselli, il giornalista francese Jean Luchaire[10]  che si compromette, a sua volta, con la cerchia di Ribentropp.

Un Polare è l’agente dell’Ovra René Odin, il futuro capo dei “Polari” parigini. Una cupola di copertura, ignota agli affiliati, interagisce con entità similari per i più disparati scopi, non ultimi il tornaconto personale, mimetizzato con l’esoterismo che la setta professa.

Accanto a tale microcosmo, gravita l’ambiguo Eugene Deloncle, pronto ad offrire la propria disponibilità in traffici d’armi, depistaggi, delitti politici e quanto altro occorre. Non a caso, al mutare delle condizioni, nel 1937 inizia il declino contemporaneo dei Polaires e dello Csar che Deloncle ricicla in un movimento similare.

Il personaggio di seguito citato appare d’importanza fondamentale nell’azione delatoria e forse l’unico responsabile morale di quanto accadrà a Carlo Rosselli.

Nel luglio 1934, l’Ovra mette a segno un’operazione che culmina nell’ingaggio di un personaggio autorevole, molto stimato dai fuoriusciti e dai massoni italiani in esilio. E’ un elemento d’eccellenza e d’indubbia abilità, come fa vedere la documentazione che inizia a trasmettere da Parigi.

Il nuovo informatore conosce bene il campo d’indagine a lui affidato per essere stato, dal 1919 o 1920, un <> alla massoneria, ma ad essa contrario da subito perché “incompatibile pel mio carattere”, pur conservando legami cordiali e la fiducia di “molti esponenti capi”.

Le sue parole ne lasciano intuire l’ estrazione politica.

“So a dire dello stesso Mazzini, l’esilio è una vera maledizione”.

Osserva con occhio esperto “il quadro generale dell’antifascismo, gli intrighi di questa gente che bisogna considerare senza Patria”.

Abile dissimulatore ed accanito avversario dei “fratelli”, raggiunta la piena fiducia di Giuseppe Leti [11] ed Enrico Tedeschi, [12] ottiene in visione dai due notabili gli atti ed i documenti confidenziali dell’Ordine, le note di servizio, la composizione del Supremo Consiglio e la posizione politica dei “concentrazionisti” iscritti.

L’infiltrato riesce ad ottenere l’investitura a Maestro, le credenziali per riattivare le logge in Italia e gli elenchi dell’Ordine con i nomi dei “Giellisti” attivi a Milano, Roma, Torino e Napoli.

La velina, “Massoneria italiana all’estero”, [13] informa Roma sui progressi della sua attività investigativa.

 “Il Tedeschi, per appoggiare la sua tesi, non ebbe alcun riguardo, ciò che è prova della sua fiducia in me, a sottomettere al mio esame documenti segretissimi ed importanti ad incominciare dal testamento di Ettore Ferrari…”(n. b. [14]).

Il Comm. Tedeschi ha in animo di utilizzarmi per i collegamenti in Italia e perciò mi ha investito del grado di maestro e mi ha consegnato una lettera che mi garantisce di fronte ai Fratelli massoni e mi dà il mandato di compiere riti diversi…[15]

La nota del 18 dicembre 1934 conferma il valore assoluto dell’informatore:

 “Legami tra i nostri e la Massoneria [16] e “Mia investitura massonica e contatti con gli Italiani residenti in territorio nazionale.

In essa, l’uomo ripete con decisione il proprio scopo:

 “…Di conoscere con esattezza le diverse ramificazioni dell’antifascismo in riferimento specialmente alle persone, sia nell’insieme di tutto ciò che ha sede all’estero, ma con particolare punto di mira di tutto ciò che esiste in territorio nazionale [17].

Per tutelare l’identità dell’uomo, Leti e Tedeschi costituiscono: “(Per me) la regolare loggia massonica <> indipendente dalle altre e con le quali non va confusa”, formata da tre o quattro persone al massimo.

 In ultima analisi, il personaggio controlla appieno i rapporti giellisti da e per l’Italia e permette all’Ovra di apprendere qualsiasi attività ostile.

Questa vicenda prende le mosse nel 1934 e si dipana sino al 1937, toccando, soprattutto, Torino e Parigi che accoglie le più disparate esigenze, legittime o meno. A distanza d’anni, è ancora una storia affascinante e fondamentale per la successiva crescita delle coscienze.  

Alcune domande sorgono spontanee di fronte ai molti “Nonostante” che la vicenda presenta. Credo che il “ Massone” sia stato individuato, al tempo un’indagine razionale non presentava difficoltà.

Perché l’uomo è stato “coperto”? Non è stata fatta maggior chiarezza sul caso Rosselli: come mai? Eppure gli spunti non mancavano.

 


[1] Alain Selby, Navachine passe a l’Intelligence Service, in Candide, n. 657, 04 marzo 1937.

[2] Lucien Sabah, Une police politique de Vichy: le service des Sociétes secrètes, Paris, Klincksieck 1996, p. 40.

[3] Sion Segre Amar, Lettera al Duce, Giuntina, Firenze 1994, p. 89.

[4] Davide Jona – Anna Foa, Noi due, Il Mulino, Bologna 1997, p. 182.

[5] Barbara Allason, Memorie di un’antifascista, Graphot, Torino 2005, p. 217

[6] Idem, p. 204.

[7] Cfr. Ernesto Rossi (a cura), Una spia del regime, Feltrinelli, Milano 1955. Avvocato di Udine, provoca un consistente ammanco nella curatela fallimentare affidatagli. Per ripianare il debito, si offre come informatore.

[8] Dopo la scoperta dell’attività delatoria, il nome di Carlo Del Re continua a comparire, per altri 10 anni, tra le carte dell’Ovra. Nel 1944, l’avvocato figura come collaboratore del colonnello delle SS Kappler.

[9] René Thimmy (Maurice Magre), La magie a Paris, Les editions de France, Paris 1934, p. 169.

[10] Nato a Siena nel 1901, vive il periodo della giovinezza a Firenze e diventa amico dei fratelli Rosselli. Trasferitosi a Parigi, fonda nel 1927 Notre Temps, avvicinandosi in quel periodo alle posizioni di Laval. Nel 1932 si lega ad Otto Abetz che sposerà la segretaria di J.L. Dopo la Liberazione, J.L. sarà fucilato dai francesi per alto tradimento.

[11] Gran Commendatore del G. O. I. in esilio.

[12] Gran Maestro del G:O:I: in esilio.

[13] ACS, MI, DGPS, anno 1934, Massoneria italiana, K59, velina n. 240-34, Parigi 27 settembre 1934.

[14] NB. Progetto di costituire una società anonima a Barcellona.

[15] Ibidem, velina n.° 27-931, Parigi 22 settembre 1934,

[16] Ibidem, velina 274234, Parigi 18 dicembre 1934.

[17] Ibidem.

© Silvano Volk




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