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La mancata maternità di Oriana Fallaci
a cura di Anna rosa Sanseverino
Pubblicato su SITO


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Quanto avrei desiderato incontrarla, rivolgere solo qualche domanda all'"uragano Fallaci", ma mi rendo conto che un'ipotetica intervista sarebbe stata impossibile, infatti, anche se ci fosse ancora, continuerebbe a sfuggire le domande di curiosi e giornalisti che da sempre la inseguivano, senza successo, negli ultimi anni di vita:
"Primo: detesto le interviste. Le ho sempre detestate, incominciando da quelle che facevamo ai cosiddetti potenti-della-Terra. Per esser buona un'intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell'intervistato. E questo mi ha sempre incusso disagio. In questo ho sempre visto un atto di violenza, di crudeltà. Secondo: in maniera particolare ho sempre detestato quelle che i giornalisti facevano a me, non di rado manipolando le mie parole, alterandole fino a rovesciarne il significato, aggiungendo al testo scritto domande che non avevano avuto il coraggio di porre e quindi risposte che non avevo mai dato, poi riparandosi dietro il sacro e profanato principio della Libertà di Stampa. Infatti a un certo punto dissi basta, non mi beccate più. Smisi di farmi intervistare, e perfino quando uscì La Rabbia e l'Orgoglio, perfino quando uscì La Forza della Ragione, mi guardai bene dal mostrarmi e dall'aprir bocca."
Probabilmente, solo Oriana Fallaci poteva intervistare Oriana Fallaci senza manipolarne le parole, senza aggiungere altro che esulasse da quello che lei stessa voleva mostrare di sé.
Inoltre, un'intervista sulla maternità e sull'aborto alla scrittrice sarebbe inutile anche perché tutte le sue riflessioni e la sua esperienza in merito le aveva condensate già nel '75 in Lettera a un bambino mai nato, dove in meno di cento pagine racconta il travaglio di una donna, lei stessa, di fronte a una maternità inaspettata e all'epilogo tragico preannunciato dal titolo, che le lascia un desiderio, quello di essere madre, da riversare nei suoi libri:
"Mi pesa, sì, mi pesa non lasciare almeno un figlio, quando morirò. Ed è per questo che ai miei libri mi riferisco sempre con la parola bambini. Il mio bambino, i miei bambini. Ma i miei bambini sono bambini di carta. Non di sangue. E i bambini di carta non partoriscono altri bambini di carta. Sono una ben povera illusione di maternità."
Con queste parole, contenute nell'intervista inedita concessa a Lucia Annunziata e pubblicata il 16 settembre 2005 su «La Stampa», la Fallaci annuncia quello che forse rimane l'unico rimpianto di una vita densa di esperienze e di incontri.
L'esperienza drammatica della propria maternità mancata viene descritta da Oriana Fallaci in Lettera a un bambino mai nato, pubblicato nel 1975 da Rizzoli. In parte diario autobiografico, in parte narrazione, il libro ha un successo di pubblico eccezionale, in Italia e all'estero, viene tradotto in ventisette paesi e alimenta per mesi furenti dibattiti sull'aborto.
Tragico monologo di una donna al figlio che porta in grembo, la lettera affronta senza remore un tema scottante, spingendosi alla ricerca del senso della vita e ponendosi l'amaro interrogativo: è giusto imporre la vita, anche se esistere implica sofferenza? E se fosse meglio non nascere?
Già nella dedica la Fallaci anticipa le dolorosissime tematiche che sta per affrontare:

"A chi non teme il dubbio
a chi si chiede i perché
senza stancarsi e a costo
di soffrire di morire
A chi si pone il dilemma
di dare la vita o negarla
questo libro è dedicato
da una donna
per tutte le donne"

Il romanzo si apre con lo stupore della donna di fronte alla scoperta del miracolo della vita che sta avvenendo in lei, e alla paura che segue quella sorpresa:
"Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d'un tratto, in quel buio, s'è acceso un lampo di certezza: sì, c'eri. Esistevi. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. [...] Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri. Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del dolore. Io non temo il dolore. È paura di te, del caso che ti ha strappato dal nulla, per agganciarti al mio ventre. Non sono mai stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato. Mi son sempre posta l'atroce domanda: e se nascere non ti piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando "Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo, perché mi ci hai messo, perché?". La vita è una tale fatica, bambino. [...] Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via, come faccio a intuire che non vuoi essere restituito al silenzio? Non puoi mica parlarmi."
Così inizia il monologo della donna, che seguendo il proprio istinto, una sua irrazionale certezza, già sa che dentro di sé sta cullando una goccia di vita. Ed è con questa consapevolezza che nasce una paura che la paralizza, pur essendo, questa futura madre, ossia la Fallaci stessa, una donna coraggiosa, che non teme alcun dolore né nessun Dio, non si cura affatto del giudizio degli altri perché non sono quelli a spaventarla, ma è il bambino dentro di sé. Curioso come l'interlocutore venga chiamato nel corso della narrazione semplicemente "bambino": la donna non pensa a un nome per lui, come quasi tutte le future madri, solo quell'attributo generico sembra poter definire una creatura che sin dall'incipit sembra destinata a non poter nascere.
La Fallaci dalla primissima pagina pone gli interrogativi principali su una maternità quasi subita dal bambino, al quale potrebbe non piacere l'atto stesso della nascita e forse, un giorno, rimproverare sua madre per aver deciso per entrambi. Ed ecco l'interrogativo non solo sulla legittimità, ma anche sulla preferenza, a volte, dell'aborto rispetto alla maternità, e della responsabilità assoluta di una madre che deve scegliere se dare la vita o restituire quel mancato figlio al silenzio.
I dubbi della protagonista Fallaci percorrono interamente il romanzo:
"[...] Anche quando sono infelice, penso che mi dispiacerebbe non essere nata perché nulla è peggiore del nulla. Io, te lo ripeto, non temo il dolore. Esso nasce con noi, cresce con noi, ad esso ci si abitua come al fatto d'avere due braccia e due gambe. Io, in fondo, non temo neanche di morire: perché se uno muore vuol dire che è nato, che è uscito dal niente. Io temo il niente, il non esserci, il dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per sbaglio, sia pure per l'altrui distrazione. Molte donne si chiedono: mettere al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra. Forse hanno ragione loro. Ma il niente è da preferirsi al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non nascere, finisco con l'esclamare che nascere è meglio di non nascere. Tuttavia è lecito imporre tale ragionamento anche a te? Non è come metterti al mondo per me stessa e basta? Non mi interessa metterti al mondo per me stessa e basta. Tanto più che non ho affatto bisogno di te."
Il senso di responsabilità si fa da subito enorme, diventa un fardello troppo pesante, e dà il via a una catena di riflessioni che, partendo dall'origine dell'esistenza, prendono traiettorie impensabili, e possono addirittura spingere a vergognarsi del proprio egoismo. La Fallaci rifugge i millenari condizionamenti imposti alle donne dalla società e dalla religione, lei non ha bisogno di un figlio per sentirsi completa, e non vuole imporre la propria volontà su una vita che dovrebbe avere essa stessa la possibilità di decidere di esprimersi sbocciando o meno. Nonostante questo, la scrittrice sostiene comunque la vita, opposta al niente, a quel non esserci che nella sua esistenza non ha mai trovato spazio, tra la guerra e le importanti interviste, tra gli innumerevoli articoli e il successo di ogni suo romanzo; la Fallaci, a dispetto del mondo che la circonda e dei dubbi che le affollano la mente, decide di volere quel suo bambino inaspettato:
"Ho deciso per te: nascerai. L'ho deciso dopo averti visto in fotografia. Non era proprio la tua fotografia, evidente: era quella di un qualsiasi embrione di tre settimane, pubblicata su un giornale insieme a un reportage sul formarsi della vita. E, mentre la guardavo, la paura m'è passata: con la stessa rapidità con cui m'era venuta.
[...] Mi prendo la responsabilità della scelta.
Me la prendo senza egoismo, bambino: metterti al mondo, lo giuro, non mi diverte. Non mi vedo camminare per strada col ventre gonfio, non mi vedo allattarti e lavarti e insegnarti a parlare. Sono una donna che lavora: ho tanti altri impegni, curiosità. Te l'ho già detto che non ho bisogno di te. Però ti porterò avanti lo stesso, che ti piaccia o no. [...] Coraggio, bambino. Pensi che il seme di un albero non abbia bisogno di coraggio quando buca la terra e germoglia? [...] Eppure lui germoglia e tiene duro e cresce gettando altri semi. E diventa un bosco. Se un giorno griderai "Perché mi hai messo al mondo, perché?" io ti risponderò: "Ho fatto ciò che fanno e hanno fatto gli alberi, per milioni e milioni di anni prima di me, e credevo di far bene."
La Fallaci ci offre uno splendido ritratto di sé in questa protagonista piena di impegni e di curiosità, la donna in carriera che il mondo intero ha conosciuto e che, per la forza dirompente delle proprie opinioni, è stata amata o odiata, ma comunque considerata una delle penne più brillanti del giornalismo come della letteratura. Una lavoratrice che ha sempre anteposto i servizi di guerra ai suoi affetti, che ora si ritrova a fare i conti con una forza superiore a quella della propria volontà di ferro: quella potente della natura che irrompe nella vita di una donna in carriera imponendole di rivedere la scala delle sue priorità. Come descrive ironicamente lei stessa, sembra difficile, per l'immagine che la Fallaci ha sempre dato di sé, vederla vestire i panni della madre attenta e premurosa, eppure l'istinto materno con cui, curiosa, studia la foto di un embrione sul giornale e ne riconosce la sua creatura è proprio quello che la accomuna a tutte le mamme del mondo, lavoratrici e non. La prima raccomandazione che la sentiamo dare al bambino riguarda il primo valore che a lei stessa deve essere stato impartito dai suoi genitori, quello del coraggio, lo stesso con cui da bambina portava ai partigiani le armi, nascoste nel cesto della sua bicicletta, superando i posti di blocco dei nazifascisti. Per la Fallaci la sua creatura dovrà mostrarsi coraggiosa anche solo venendo al mondo, dato che la nascita, come tutte le tappe della vita, è un atto eroico che gli esseri umani compiono seguendo l'esempio della natura.
Il monologo rivolto al suo bambino rimarrà l'unico momento in cui la donna possa confessare i propri sentimenti, i dubbi e le paure che la assillano, dato che i dialoghi con gli altri personaggi del romanzo sono spesso penosi per lei: l'amica della protagonista, sua unica confidente, cerca di dissuaderla ripetutamente dalla decisione di portare a termine la gravidanza, scettica nei confronti di una donna sola che decide di crescere un figlio; a dir poco dubbioso si dimostra anche il ginecologo, che guarda la paziente con un'aria di rimprovero e lascia trapelare perfettamente il suo giudizio; ma soprattutto il padre del bambino che la donna porta in grembo scompare dalla vita della protagonista prima di sapere della gravidanza, e dopo, nelle sue brevi apparizioni, confermerà con i suoi comportamenti l'impossibilità di un riavvicinamento:
"Stanotte ho parlato con tuo padre. Gli ho detto che c'eri. Gliel'ho detto al telefono perché si trova lontano e, a giudicare da quello che ho udito, non gli ho dato una buona notizia. Ho udito, anzitutto, un profondo silenzio: neanche fosse caduta la comunicazione. E poi ho udito una voce che balbettava, roca: «Quanto ci vorrà?». Gli ho risposto con allegria: «Nove mesi, suppongo. Anzi, meno di otto, ormai». E allora la voce ha smesso d'essere roca per diventare fredda: «Parlo di denaro». «Che denaro?» ho replicato. «Il denaro per disfarsene, no?» Sì, ha detto proprio «disfarsene». Neanche tu fossi un fagotto. [...] Mi ha colto la nausea. Mi sono vergognata per lui. E ho abbassato il ricevitore pensando che un tempo lo amavo."
La brutalità con cui quel padre dà subito per scontata la soluzione di disfarsi della propria creatura fa vergognare la donna di aver amato una persona tanto insensibile. La nausea che l'assale abbassando la cornetta del telefono è rivolta tanto all'uomo con cui parla quanto a se stessa, per aver creduto di provare un sentimento per qualcuno che pretende di decidere al suo posto e che, semplicemente, si disferebbe di un figlio.
La solitudine di cui parla la Fallaci è quella comune a molte madri che, abbandonate dai propri compagni, sentono di non poter portare quel fardello sulle loro spalle; altre, al contrario, rimaste sole, decidono di crescere un figlio per rimpiazzare emotivamente un partner assente, quasi per ricreare una coppia, un seppur minimo nucleo familiare, caricando un domani la prole della responsabilità di una madre a cui badare, in uno scambio di ruoli continuo.
Ma la Fallaci non rientra evidentemente in nessuna di queste due tipologie di madri: lei decide di volere il suo bambino indipendentemente dal fatto che abbia o meno un compagno vicino; ovviamente l'insensibilità dell'uomo la ferisce, rimane senza parole davanti alla proposta, o meglio al comando di disfarsi di quello che lei sente già come il suo bambino, che anche se non avrà vicino suo padre, conoscerà comunque la vita meravigliosa che la donna vuole donargli; già la futura mamma fantastica sull'avvenire del piccolo, che sia uomo o donna non importa, ciò che conta è che non sprechi nemmeno per un istante il dono di venire al mondo:
"Vorrei che tu fossi una donna. Vorrei che tu provassi un giorno ciò che provo io: non sono affatto d'accordo con la mia mamma la quale pensa che nascere donna sia una disgrazia. [...] Lo so: il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. [...] Nelle leggende che i maschi hanno inventato per spiegare la vita, la prima creatura non è una donna: è un uomo chiamato Adamo. Eva arriva dopo, per divertirlo e combinare guai.
[...] Eppure, o proprio per questo, essere donna è così affascinante. È un'avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai.
[...] Ma se nascerai uomo io sarò contenta la stesso. E forse di più perché ti saranno risparmiate tante umiliazioni, tante servitù, tanti abusi. Se nascerai uomo, ad esempio, non dovrai temere d'essere violentato nel buio di una strada. Non dovrai servirti di un bel viso per essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. [...] Faticherai molto meno. [...] Naturalmente ti toccheranno altre schiavitù, altre ingiustizie: neanche per un uomo la vita è facile, sai. Poiché avrai muscoli più saldi, ti chiederanno di portare fardelli più pesanti [...] Poiché avrai la barba, rideranno se tu piangi e perfino se hai bisogno di tenerezza.
[...] Se sarai una persona di cuore e di cervello, ricordalo, io non starò certo tra quelli che ti ingiungeranno di comportarti in un modo o nell'altro in quanto maschio o femmina. Ti chiederò solo di sfruttare bene il miracolo d'essere nato, di non cedere mai alla viltà. [...] Non dovrai evitare il rischio, mai: anche se la paura ti frena. Venire al mondo è già un rischio. Quello di pentirsi, poi, d'esserci venuti.
Forse è troppo presto per parlarti così. Forse dovrei tacerti per ora le brutture e le malinconie, forse dovrei raccontarti un mondo di innocenze e gaiezze. Ma sarebbe come attirarti in un inganno, bambino. "
La protagonista lascia trapelare tutto l'amore di una futura madre nell'accettare con gioia il figlio che sente crescere dentro il proprio ventre, maschio o femmina che sia, descrivendo i vantaggi del mondo maschile e, soprattutto, di quello femminile; ma la scrittrice Fallaci, per sua indole e per le esperienze di vita vissuta che l'hanno resa sicuramente una donna razionale e onesta, non può nascondere al suo bambino, che si prepara ad affacciarsi alla vita, le ingiustizie che colpiscono in modi diversi l'uomo e la donna. Quello con il figlio è un monologo pronunciato d'impulso, in cui spesso la protagonista si pente dopo alcune affermazioni, forse premature per una creatura che probabilmente neanche può ascoltarla. Una simile impulsività rispecchia perfettamente lo stato d'animo di una donna durante la gravidanza, a cui già in condizioni di normalità non è mai preparata, reagendo con sgomento all'impatto emotivo che l'attesa di un figlio comporta sempre, ma su una futura madre che affronta il momento della maternità senza alcun appoggio e possibilità di sfogo, la gravidanza assume risvolti psicologici dirompenti.
Nell'elenco delle ingiustizie subite da uomo e donna, la Fallaci lascia trapelare la situazione più difficile vissuta da quel sesso debole che deve invece mostrare maggior forza in un mondo maschile e spesso maschilista, dimostrando costantemente il proprio valore, battendosi laddove un uomo non dovrebbe nemmeno scendere in campo.
La Fallaci conosce bene la disparità tra i due sessi, lei che si è affermata sgomitando tra i colleghi maschi, in un mestiere da sempre appannaggio degli uomini; la sua indipendenza e quell'anticonformismo che l'hanno sempre contraddistinta sono motivi di sospetto da parte dell'universo maschile, e anche in parte da quello femminile, il più delle volte talmente abituato alla sottomissione e imprigionato dai condizionamenti da trovare il libero arbitrio di una donna sconvolgente e a volte eroico, ma mai normale. Il racconto della prima visita medica dopo la scoperta della gravidanza è un episodio tragicomico sulla condizione femminile dei giorni nostri:
"«Congratulazioni, signora». Automaticamente ho corretto: «Signorina». È stato come tirargli uno schiaffo. Solennità ed allegria sono scomparse, e fissandomi con voluta indifferenza, ha risposto: «Ah!». Poi ha preso la penna, ha cancellato signora e ha scritto signorina. Così, in una stanza gelidamente bianca, attraverso la voce di un uomo gelidamente vestito di bianco, la Scienza mi ha dato l'annuncio ufficiale che c'eri. Non mi ha impressionato per niente, visto che lo sapevo già e molto prima di lei. Però mi ha sorpreso che si sottolineasse il mio stato civile e si portasse quella correzione sul foglio. Aveva l'aria di un'avvisaglia, di una complicazione a venire.
[...] Sia il medico che l'infermiera si comportavano come se gli fossi antipatica. Non mi guardavano in faccia.
[...] Temo che dovrai abituarti a simili cose. Nel mondo in cui ti accingi a entrare, e malgrado i discorsi sui tempi che mutano, una donna che aspetta un figlio senza esser sposata è vista il più delle volte come una irresponsabile. Nel migliore dei casi, come una stravagante, una provocatrice. O un'eroina. Mai come una mamma uguale alle altre. "
La donna, pur non curandosi del giudizio altrui, non può fare a meno di notare che l'universo intero sembra giudicarla per la sua gravidanza, e quello che per ogni futura madre dovrebbe essere il momento più felice della vita, per la protagonista diventa motivo di preoccupazione costante, un difendersi dagli sguardi inquisitori degli altri, un giustificarsi continuo per quella scelta così naturale di tenere con sé suo figlio.
Rassegnata ai pareri negativi, la protagonista dovrà spiegare al bambino i pregiudizi contro una donna che decide di crescere un figlio da sola, dovrà fargli capire che la sua attesa agli occhi del mondo dovrebbe rimanere un segreto inconfessabile, perché quella maternità, secondo il giudizio dei più, assumerà il carattere di una colpa commessa da una madre irresponsabile:
"Il commendatore è colui che compra il mio lavoro e ci dà i soldi per vivere: sarebbe stato disonesto non informarlo che tra qualche mese non potrò più lavorare. Così sono entrata nel suo ufficio e l'ho informato. È rimasto senza fiato. Poi s'è ripreso e ha balbettato che rispettava la mia decisione, anzi mi ammirava moltissimo per averla presa, mi considerava assai coraggiosa, però sarebbe stato opportuno non raccontarlo a tutti. «Una cosa è parlarne tra noi, gente di mondo, e una cosa è parlarne con chi non può capire. Tanto più che lei potrebbe cambiare idea, no?» Ha insistito parecchio su questa faccenda del cambiare idea. Almeno fino al terzo mese avrei avuto tutto il tempo di ripensarci, diceva, e ripensarci avrebbe dimostrato saggezza: la mia carriera era così bene avviata, perché interromperla per un sentimentalismo?
[...] Quel che non capisco è perché, quando una donna annuncia d'essere legalmente incinta, tutti si mettono a farle feste e toglierle di mano i pacchetti e supplicarla di non strapazzarsi, restare tranquilla. Che bella cosa, felicitazioni, si accomodi qui, si riposi. Con me rimangono fermi, zitti, o fanno discorsi sull'abortire. La diresti una congiura, un complotto per dividerci. E vi sono momenti in cui mi sento inquieta, in cui mi chiedo chi vincerà: noi o loro?"
Quante umiliazioni devono subire le donne che scelgono da sole per loro stesse, quelle che non si lasciano pilotare nelle proprie decisioni dalla famiglia, dal compagno, dalla religione o dalla società. Non a caso, sono spesso queste le protagoniste della storia e della letteratura: eroine che decidono di raccontare la propria indipendenza e la sacrosanta libertà di pensiero per cercare di smuovere le coscienze, per spingere altre donne a pensare con la propria testa e a cercare da sole il meglio per loro stesse.
La Fallaci, con la sua importante esperienza di vita, con gli articoli e i libri che ne sono derivati, convince con un'efficacia straordinaria il lettore, e maggiormente la lettrice, della normalità di essere una donna libera e autosufficiente, che non ha mai temuto la guerra e non vede perché ora dovrebbe temere un figlio: la gravidanza, seppur inaspettata e vissuta in completo isolamento, anche se voluta contro il parere di tutti, la emoziona profondamente; inizia già ad assaporare la gioia di essere madre e non fa altro che immaginare lo sviluppo dell'embrione che ormai, per lei, è già il proprio bambino:
"Hai gli occhi. Così minuscolo, neanche un centimetro e mezzo, così lieve, neanche tre grammi, hai gli occhi! A me sembra addirittura impossibile che tutte queste cose siano successe nello spazio di poche settimane. Mi sembra irreale.
[...] Chi ha detto che sei materia inerte, quasi vegetale estirpabile con un cucchiaio? Se voglio liberarmi di te, sostengono, è questo il momento. Anzi il momento incomincia ora. In altre parole, avrei dovuto aspettare che tu diventassi un essere umano con gli occhi e le dita e la bocca per ammazzarti. Prima no. Prima eri troppo piccolo per essere individuato e strappato. Sono pazzi."
Lettera a un bambino mai nato è il racconto di un'esperienza di aborto vissuta in prima persona dalla Fallaci, e allo stesso tempo è un inno alla vita e una storia di maternità esaltante: la descrizione dell'evoluzione dell'embrione che diventa così velocemente un bambino commuove la Fallaci e il lettore; la donna che, abbandonata da tutti, parla con la creatura che porta in grembo racconta la storia più antica del mondo, quella di una madre con il proprio figlio, un legame che si crea nove mesi prima della nascita, che prescinde e anticipa il contatto di tenere il bambino tra le braccia, perché la vita in nuce è già sentita come formata dalla donna.
Qualche volta può accadere che la futura madre, in un momento di disperazione inconfessabile, sfiori l'idea di non volere il bambino, confusa dai pareri contrari o semplicemente stanca di affrontare un cambiamento fisico e psicologico così importante spesso da sola; la protagonista del romanzo però accarezza questo pensiero solo di sfuggita, per ricordarsi immediatamente il legame indissolubile con il figlio che cresce in lei e che da lei dipende, un legame che non vuole spezzare:
"Forse a un certo punto ci ho pensato anch'io senza dirmelo. Forse perché non voglio confidare a nessun altro un dubbio che mi avvelena l'anima. La sola idea di ucciderti, oggi, mi uccide e tuttavia mi capita di considerarla.
[...] Se nel tuo uovo c'è un universo, perché non dovrebbe esserci anche il pensiero? Non dicono, alcuni, che il subconscio sia il ricordo dell'esistenza vissuta prima di venire alla luce? Lo è? Allora dimmi, tu che sai tutto: quando incomincia la vita? Dimmi, ti supplico: è davvero incominciata la tua?
[...] Certo siamo una ben strana coppia, io e te. Tutto in te dipende da me e tutto in me dipende da te: se tu ti ammali io mi ammalo, se io muoio tu muori. Però io non posso comunicare con te e tu non puoi comunicare con me. [...] Mai due estranei legati allo stesso destino furono più estranei di noi. Mai due sconosciuti uniti nello stesso corpo furono più sconosciuti, più lontani di noi."
La Fallaci propone un'immagine quanto mai suggestiva e originale della gravidanza: quella di due sconosciuti uniti nello stesso corpo.
La futura madre, infatti, pur sentendosi una cosa sola con il bambino che vive, respira e si nutre attraverso di lei, a volte prova un senso di straniamento rispetto a quello che è altro da sé, pur essendo la sua creatura; questa consapevolezza di portare in grembo un altro corpo con una propria, anche se non completamente formata, identità, produce dal punto di vista psicologico un cambiamento nel rapporto con il figlio.
Se una madre, e la protagonista stessa nella parte iniziale del romanzo, sente il legame con la sua creatura come indissolubile, in un secondo momento tale rapporto può diventare di sottomissione da parte della donna: i disturbi fisici che la gravidanza inevitabilmente provoca, con gli ormoni che alterano gli stati d'animo, le nausee continue e la fatica fisica che nel corso dei mesi spossano la gestante e la rendono facilmente irritabile, possono trasformarsi, a livello più o meno inconscio, in rabbia nei confronti del bambino che li ha provocati:
"Non appartieni né a Dio né allo Stato né a me. Appartieni a te stesso e basta. Dopotutto sei tu che hai preso l'iniziativa ed io sbagliavo a credere d'importi una scelta. Tenendoti, non faccio altro che piegarmi al comando che mi impartisti quando s'accese la tua goccia di vita. Non ho scelto nulla, ho obbedito. Fra me e te, la possibile vittima non sei te, bambino: sono io. Non è questo che vuoi dirmi quando ti avventi come un vampiro contro il mio corpo? Non è questo che vuoi confermare quando mi regali la nausea? Sto male. Da una settimana lavoro con fatica. Mi si è gonfiata una gamba. Sarebbe terribile se dovessi rinunciare a quel viaggio ormai stabilito.
[...] Certo che vi andrò. Il dottore non disse che la gravidanza non è una malattia, è uno stato normale, che devo continuare a fare ciò che ho sempre fatto? Tu non mi tradirai."
Il bambino che dovrà nascere, per la madre stremata dalla fatica e dalle nausee, diventa ora il tiranno che la sottomette ai suoi bisogni, che esercita la propria volontà sulla donna, la quale, se si è sempre considerata libera e indipendente, incapace di piegarsi al volere altrui, ora si trova costretta a sottostare alle continue necessità del bambino, suo carnefice inconsapevole che come un vampiro, nell'immagine più che mai evocativa offerta dalla Fallaci, si avventa contro il corpo materno.
Per una donna in carriera come la protagonista-scrittrice, la gravidanza non può e non deve costituire una causa di cambiamento della sua vita dedita al lavoro che ama; da tempo il commendatore le prospetta un viaggio professionalmente importante, un lungo percorso in macchina che la donna teme che potrebbe mettere a rischio la gravidanza, ma allo stesso tempo brama perché si tratta di un'opportunità di carriera e un'occasione per ripetere a se stessa che aspettare un bambino non vuol dire rinunciare alla propria vita, alle passioni e agli interessi di sempre, a quel lavoro che è al primo posto delle sue priorità.
Nella decisione di intraprendere quel viaggio nonostante i divieti del dottore, che visti i dolori della donna, la costringe all'immobilità assoluta per almeno quindici giorni, si riconosce un ritratto della Fallaci: che proprio a lei che ha combattuto nella resistenza antifascista, che ha sfidato la morte per i suoi reportage di guerra, che raramente nella propria vita ha provato la stabilità di fermarsi in un luogo per più di qualche anno, venga imposta un assoluto riposo sembra una beffa del destino.
La noia che la protagonista Fallaci non ha mai conosciuto ora entra prepotentemente nella sua vita; niente le pesa più di quell'immobilità forzata, e la sua unica compagnia è quella di una fotografia ritagliata da un giornale di un feto di due mesi, un primo piano del volto ingrandito di quaranta volte che la futura mamma orgogliosa fissa con curiosità dal suo letto. La noia e la frustrazione di quei giorni, unita alla preoccupazione per quelle avvisaglie di una gravidanza difficile, esplodono in un pianto rabbioso alla visita inaspettata del padre del bambino:
"È venuto. Non credevo che l'avrebbe mai fatto. [...] La prima cosa che ho provato è stata una morsa nel ventre. [...] Quasi che tu ti fossi spaventato a vederlo e mi avessi afferrato coi pugni per ripararti dietro le mie viscere, nasconderti. Poi mi è mancato il respiro e un'onda di ghiaccio mi ha intirizzito. L'hai sentita anche tu? Ti ha fatto male?
[...] Guardava la tua fotografia sul muro: quella che ti ritrae a due mesi, ingrandito quaranta volte. [...] Era strano vedervi accanto. Tu con le tue pupille ferme, misteriose, lui con le sue pupille tremule, senza segreti. Poi ha schiuso le labbra ed ha detto: «È anche mio». L'ira mi ha travolto. Sono balzata a sedere sul letto e gli ho gridato che non eri né mio né suo: eri tuo.
[...] Cos'era venuto a fare? A ucciderti senza aborto perché risparmiassi denaro?
[...] Allora è successa una cosa che non capisco: mi son messa a piangere io. Non avevo mai pianto, lo sai, e non volevo piangere: perché mi umiliava, perché mi imbruttiva. Ma più respingevo le lacrime più esse sgorgavano: quasi si fosse rotto qualcosa.
[...] Maria, Gesù, Giuseppe. Perché Giuseppe? Sta così bene Maria col suo bambino e basta. L'unica cosa accettabile, nella leggenda, è proprio quel rapporto a due: la meravigliosa bugia di un uovo che si riempie per partenogenesi. Che ci fa all'improvviso Giuseppe? A chi serve? Tira l'asino che non vuol camminare? Taglia il cordone ombelicale e si accerta che la placenta sia uscita intera? Oppure salva la reputazione di una screanzata che rimase incinta senza marito? Ammenoché non la segua come un domestico per farsi perdonare la colpa d'averle chiesto di abortire.
[...] Ho trovato ciò che cercavo, bambino: tra un uomo e una donna ciò che chiamano amore è una stagione. E se al suo sbocciare questa stagione è una festa di verde, al suo appassire è solo un mucchio di foglie marce."
Rivedere dopo tanto tempo l'uomo che l'ha abbandonata e che non ha accettato il loro bambino, di cui aveva proposto semplicemente di disfarsi e sul quale ora inaspettatamente sembra accampare diritti, quasi fosse di sua proprietà, getta la protagonista in una pericolosa spirale depressiva e autodistruttiva che le provoca dei forti disturbi fisici.
Durante la successiva visita ginecologica, il medico le paventa alcune difficoltà nella gravidanza, e all'interrogatorio sulle abitudini della paziente che possono influire su una normale gestazione, segue la diagnosi secondo la quale le preoccupazioni, le ansie e gli shock che deve aver subito la donna negli ultimi mesi sono più pericolosi delle fatiche fisiche perché causano spasmi, contrazioni uterine e minacciano seriamente la vita dell'embrione.
Una sorpresa violenta, un dolore, una collera, possono provocare il distacco parziale dell'uovo, così come un nervosismo costante, un perpetuo stato d'angoscia: per questo in gravidanza si parla del rischio del "pensiero che uccide". Una futura madre, allo stesso modo in cui non dovrebbe mai bere o fumare perché questi comportamenti possono nuocere o addirittura uccidere il bambino, per gli stessi motivi deve fare in modo da rimanere tranquilla per non compromettere la gravidanza. Difficile, se non impossibile per qualsiasi donna ma soprattutto per la Fallaci, emotiva e passionale in tutte le sue manifestazioni:
"Dottore, ho risposto, è lo stesso che chiedermi di cambiare il colore degli occhi: come faccio ad essere placida se la mia natura non lo è? Mi ha squadrato di nuovo con freddezza: «Questo è affar suo. Si arrangi. Ingrassi».
[...] Sono impaurita. Ed anche adirata con te. Cosa credi che sia: un contenitore, un barattolo dove si mette un oggetto da custodire? [...] Sono una persona. Non posso svitarmi il cervello e proibirgli di pensare.
[...] Quanto sei esigente, bambino. Prima pretendi di controllare il mio corpo e privarlo del suo più elementare diritto: muoversi. Poi pretendi addirittura di controllare la mia mente e il mio cuore: atrofizzandoli, neutralizzandoli, derubandoli della loro capacità di sentire, pensare, vivere! Accusi perfino il mio inconscio. Questo è eccessivo, è inaccettabile. Se vogliamo restare insieme, bambino, dobbiamo scendere a patti. Eccoli. Ti faccio una concessione: ingrasso, ti regalo il mio corpo. Ma la mia mente no. Le mie reazioni no. Me le tengo. E con quelle pretendo una mancia: i miei piaceri spiccioli. Infatti ora bevo un whisky, e fumo un pacchetto di sigarette, una dopo l'altra, e riprendo a lavorare, ad esistere come persona e non come barattolo, e piango, piango, piango: senza chiederti se ti fa male. Perché sono stufa di te."
Dopo questo sfogo di collera contro il bambino, con il quale la madre si scuserà immediatamente, come sempre nel corso della narrazione, la donna, a causa di tutti gli ultimi dispiaceri e dell'angoscia che la divora da mesi, ha una minaccia di aborto che la spaventa terribilmente, facendole temere il peggio.
Questa volta il medico fa ricoverare d'urgenza la paziente, imponendole un assoluto riposo che però la donna non riesce a osservare: il ricovero in ospedale le sembra un'ingiustizia, una pena troppo dura per lei che, abituata alla vita attiva e al proprio lavoro, già è stata costretta all'immobilità per troppo tempo. Così la protagonista decide di lasciare l'ospedale per partire alla volta dell'importante opportunità di carriera che sogna da tempo, desiderosa di tornare a pensare solo a se stessa e non, per una volta, a quell'embrione che le ha già cambiato la vita:
"Cos'è questa vita per cui tu, che esisti non ancora fatto, conti più di me che esisto già fatta? Cos'è questo rispetto per te che toglie rispetto a me? [...] Non c'è umanità in te... Umanità! Ma sei un essere umano, tu? [...] Ciò che vedo in te non sei te: sono io! Ti ho attribuito una coscienza, ho dialogato con te, ma la tua coscienza era la mia coscienza e il nostro dialogo era un monologo: il mio! Basta con questa commedia, con questo delirio. Non si è umani per dritto naturale, prima di nascere. Umani lo si diventa dopo, perché si sta con gli altri, perché ci aiutano gli altri [...] Ti insinuasti in me come un ladro, e mi rapinasti il ventre, il sangue, il respiro. Ora vorresti rapinarmi l'esistenza intera. Non te lo permetterò. [...] Non vedo perché dovrei avere un bambino. Non mi sono mai trovata a mio agio, io, coi bambini. [...] Il mestiere di mamma non mi si addice. Io ho altri doveri verso la vita. Ho un lavoro che mi piace e intendo farlo. Ho un futuro che mi aspetta e non intendo abbandonarlo.
[...] Lascio questo ospedale e parto per il mio viaggio Poi sarà quel che sarà. Se riuscirai a nascere, nascerai. Se non ci riuscirai, morirai. Io non ti ammazzo, sia chiaro: semplicemente, mi rifiuto di aiutarti ad esercitar fino in fondo la tua tirannia e...
Questo non era il nostro patto, me ne rendo conto. Ma un patto è un accordo dove ciascuno dà per ricevere, e quando lo firmammo ignoravo che avresti preteso tutto per darmi nulla.
[...] E, quasi in quel momento, tu ti sei mosso. Hai fatto ciò che avevo aspettato, agognato, per mesi. Ti sei allungato, forse hai sbadigliato, e mi hai tirato un piccolo colpo. Un piccolo calcio. Il tuo primo calcio... [...] Ma sono scesa ugualmente dal letto. Ho preparato ugualmente la valigia. Domani si parte, ho detto."
Nonostante le minacce del medico che la definisce un'irresponsabile e un'assassina, la protagonista firma un foglio in cui si assume le responsabilità della propria scelta e fugge dall'ospedale per riprendere in mano la sua vita, verso quel viaggio determinante per una brillante carriera e pericoloso per il bambino.
La creatura che per la prima volta dà un segno tangibile di sé, della propria presenza nel ventre materno, sembra voler comunicare alla madre di fermarsi, con quel primo calcio dato proprio in seguito alla decisione del viaggio che può costituire una minaccia per la gravidanza.
La protagonista, pur rimanendo commossa da quel primo segno di vita del bambino, decide irremovibilmente di partire e durante i primi giorni di viaggio si sente rinata: non avverte alcun dolore, nessuna nausea o spasmo; trova una nuova ginecologa che la rassicura sulle sue condizioni, anzi le conferma quanto l'immobilità totale per una donna sia contro natura, tanto quanto eccedere nelle precauzioni e il viaggio della donna, secondo la dottoressa, non causerà alcun problema al bambino.
Confortata dall'unica persona che dall'inizio della gravidanza le regala speranza e cordialità contro la diffidenza e il giudizio degli altri, ed entusiasta di riabbracciare la vita di sempre, la protagonista per la prima volta dopo molto tempo si sente serena, in pace con se stessa e con il suo bambino che sente di aver bistrattato:
"Mi ascolti? Sto dicendo che ho fatto pace con te, che ora siamo amici! Sto dicendo che mi dispiace averti maltrattato, sfidato. E ancora di più mi dispiace se resti offeso e non mi tiri colpetti.
[...] Dacché ho ripreso la vita di sempre, mi sembra d'essere un'altra: un gabbiano che vola. Davvero ci fu un momento in cui desideravo la morte? Pazza. È così bella la vita, la luce. Sono così belli gli alberi e la terra e il mare. C'è molto mare qui: te ne arriva il profumo, il fragore? È bello anche lavorare se dentro di te guizza una gioia.
[...] Devi scusarmi: la collera, l'ansia, mi facevano veder tutto buio. E a proposito del buio: è sorta di nuovo in me l'impazienza di tirartene fuori.
[...] Sbrigati, trascorri alla svelta i mesi che ti rimangono, non aver paura di vedere il sole. [...] Io mi pento d'averti fornito sempre gli esempi più brutti, di non averti mai raccontato lo splendore di un'alba, la dolcezza di un bacio, il profumo di un cibo. Io mi pento di non averti fatto ridere mai.
[...] D'ora innanzi devi immaginarmi come un Peter Pan sempre vestito di giallo di verde di rosso e sempre intento a stendere nastri di fiori sui tetti, sui campanili, sulle nuvole che non diventano pioggia. Saremo felici insieme perché, in fondo, sono un bambino anch'io."
Tornata alla propria vita, al lavoro che ama e ai suoi interessi di sempre, la protagonista assapora finalmente la felicità e la serenità di prepararsi ad essere madre, desiderando che il suo bambino possa vederla come una compagna di giochi, un eterno Peter Pan capace di ridere e di insegnargli a ridere, a gioire di fronte alla bellezza dello spettacolo della natura, a raccontargli l'emozione di un bacio e il profumo della vita stessa. Si pente, la protagonista Fallaci, di aver descritto alla propria creatura solo le brutture del mondo trascurandone le bellezze incredibili, trasmettendogli l'odio per i rapporti di potere tra gli uomini e non l'amore per i rapporti di solidarietà, di amicizia e di amore di cui il genere umano ha bisogno per esistere; ora, finalmente felice, può parlare a suo figlio di tutta la gioia di vivere che gli aveva tenuto nascosta a causa della propria momentanea infelicità.
Purtroppo l'idillio dura poco: dopo un paio di settimane la donna è costretta a interrompere il suo viaggio; questa volta l'emorragia che la sorprende non le lascia alcun dubbio:
!Con la stessa certezza che mi paralizzava la notte in cui seppi che esistevi, ora so che stai cessando di esistere."
L'intuito femminile ancora una volta non sbaglia. La dottoressa conferma la certezza terribile della protagonista:
"«Tanto vale che glielo dica subito. Ha ragione lei. Non cresce più. Almeno da due settimane e forse da tre. Si faccia coraggio, è finita. È morto».
Non ho risposto nulla. Non ho fatto un gesto. Non ho battuto un ciglio. Sono rimasta lì con un corpo che era pietra e silenzio. [...] L'unica sensazione era un peso insopportabile sopra lo stomaco, un piombo invisibile che mi schiacciava come se il cielo mi fosse precipitato addosso: senza far rumore. [...] Mi sono vestita e ho udito la mia voce che chiedeva cosa avrei dovuto fare, un'altra voce che rispondeva: «Niente. Lui starà lì ancora per un poco. Poi se ne andrà spontaneamente».
[...] Sono uscita tra due filari di pance gonfie, le pance gonfie si offrivano provocatorie al mio ventre piatto che chiudeva un morto."
Durante il lungo delirio a cui la donna si abbandona appena tornata a casa, la protagonista vede sé stessa come imputata in un processo per omicidio, rinchiusa in una gabbia in una sala candida in cui sono presenti un giudice e sette persone che compongono la giuria: l'accusatore più feroce è il primo ginecologo della donna, il più accanito nella sua arringa, che parla del diritto alla vita e di come l'imputata, sin dal primo momento della gravidanza, abbia volontariamente messo a rischio la salute del bambino con i suoi comportamenti irresponsabili e di quanto in realtà lei non volesse affatto diventare madre, aspetto che il medico aveva percepito sin dalla prima visita. Dunque il delitto di quell'infanticida non può avere alcuna attenuante, perché commesso in nome di un'illegittima libertà personale ed egoista che non tiene conto dei diritti degli altri; per il dottore, la donna è pienamente colpevole.
La seconda persona a parlare è l'altra ginecologa, quella che ha sempre rassicurato la paziente sul suo stile di vita che non avrebbe mai compromesso la gravidanza; la dottoressa difende la protagonista sostenendo che un feto diventa un bambino solo al momento della viabilità, che sopraggiunge al nono mese, e che in ogni caso la propria paziente non avrebbe agito per fare del male a quella creatura che già amava, bensì per riprendersi, semplicemente, la propria vita attraverso un viaggio che non sembrava pericoloso per la gravidanza, come lei stessa aveva assicurato.
Seguono a questo gli interventi del padre del bambino, che tra le lacrime riesce solo a pronunciare il proprio verdetto di colpevolezza dell'imputata; quello dell'amica della protagonista, che si lancia in un'invettiva contro gli uomini in generale, che da sempre impongono il silenzio alle donne e le relegano al ruolo di madri, e in particolare contro quel padre di un bambino mai nato, che colpevolizza la protagonista quando lui, all'annuncio della gravidanza, era riuscito solo a proporre di disfarsi della loro creatura; dopo l'assoluzione da parte dell'amica dell'imputata è la volta del datore di lavoro, il quale, pur avendo lui stesso esercitato una certa pressione sulla donna affinché interrompesse la gravidanza, e averla spinta a quel viaggio, causa della morte del bambino, ora la condanna, influenzato dal parere dei due uomini che hanno testimoniato prima di lui.
I genitori della protagonista, nel delirio di quel processo immaginario, si pronunciano a favore della figlia, perché nessuno può giudicare la sua condotta eccetto il bambino mai nato, il quale, inaspettatamente, interviene:
"«Mamma! Lasciami parlare, mamma. Non avere paura. Non bisogna aver paura della verità. Del resto la verità è già stata detta. [...] Sono nel giusto coloro che ti hanno accusato e coloro che ti hanno difeso, coloro che ti hanno ascoltato e coloro che ti hanno condannato... Però quei giudizi non contano. Tuo padre e tua madre hanno ragione a dire che non si può entrare nell'anima altrui, che l'unico testimone son io. Soltanto io, mamma, posso affermare che mi hai ucciso senza uccidermi. Soltanto io posso spiegare come l'hai fatto e perché. Io non avevo chiesto di nascere, mamma. Nessuno lo chiede. [...] Scoprii fin troppo presto che mi piaceva. Sia pure attraverso i tuoi timori, le tue esitazioni, eri stata così brava a convincermi che nascere è bello e scappare dal nulla una gioia. [...] Ma poi crebbero le tue incertezze, i tuoi dubbi, e prendesti ad alternare lusinghe e minacce, tenerezza e rancore, coraggio e paura. Per lavarti della paura un giorno attribuisti a me la decisione di esistere. [...] Giungesti addirittura a sfidarmi spiegando cos'era la vita da voi: una trappola priva di libertà, di felicità, di amore. [...] Si concludevano sempre con una domanda triste, le tue fiabe tristi: ma è proprio il caso che tu esca dal tuo nido di pace per venire quaggiù? Non mi raccontasti mai che un fiore di magnolia si può cogliere senza morire, che un gianduiotto si può mangiare senza umiliarsi, che il domani può essere meglio di ieri. E quando te ne accorgesti era troppo tardi: mi stavo già suicidando. Non piangere, mamma: io mi rendo conto che facevi questo anche per amore, per prepararmi a non cedere il giorno in cui l'orrore di esistere mi avrebbe investito. Non è vero che non credi all'amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d'amore. Ma è sufficiente credere all'amore se non si crede nella vita? Non appena compresi che tu non credevi alla vita, io mi permisi la prima e l'ultima scelta: rifiutar di nascere, negarti per la seconda volta la luna...
[...] Nel mio universo che tu chiamavi uovo, lo scopo esisteva: era nascere. Ma nel tuo mondo lo scopo è soltanto morire: la vita è una condanna a morte. Io non vedo perché avrei dovuto uscire dal nulla per tornare al nulla»."
Le parole del bambino nel delirio della protagonista Fallaci sono la proiezione del suo pensiero: quel figlio la giudica colpevole e la condanna perché lei stessa si colpevolizza e non riesce ad assolversi dalle proprie mancanze. Avrebbe dovuto esercitare un controllo sui propri pensieri negativi, su quelle emozioni lasciate fluire in libertà nel suo corpo e quindi sul bambino, e ora non ha il coraggio di affrontare l'operazione per espellere quel corpicino che sembra non voler lasciare la sua perduta mamma.
L'abitudine di parlare con quello che doveva diventare suo figlio, quella convivenza amorevole che era diventata indispensabile più alla donna che al feto, forse il sospetto illogico che si tratti di un errore lascia sprofondare la protagonista del romanzo in un'attesa senza senso, che potrebbe farla incorrere nel rischio della setticemia da un giorno all'altro; la riconquistata libertà di decidere del proprio corpo ora non le appare più come un valore, sente solo un vuoto incolmabile dentro di sé.
L'abisso di dolore in cui la donna precipita sembra non avere una via d'uscita, quando dei dolori terribili al ventre e un violento stato febbrile la costringono a decidere di ricoverarsi, perché l'operazione che la dividerà per sempre da suo figlio non può più attendere; la donna chiede, con grande disappunto dei medici, di poter vedere quel caro corpicino, in cui lei crede di poter riconoscere il suo bambino mai nato, accorgendosi invece, alla vista di un uovo senza occhi né altre infinite ricchezze che il proprio cuore di madre gli aveva attribuito, che il bambino già formato e cosciente era stato una creatura della sua fantasia.
La protagonista Fallaci rimane a fissare quell'uovo che galleggia in un bicchiere pensando alla vita che non si ferma mai e a suo figlio che non ha voluto assaporarne i colori, i profumi, i sapori. Di quel bambino mai nato le resta il cambiamento avvenuto in se stessa e il rimpianto di quello che avrebbe potuto imparare da lui:
"L'amore è ciò che una donna sente per suo figlio quando lo prende tra le braccia e lo sente solo, inerme, indifeso. Almeno fino a quando è inerme, indifeso, lui non ti insulta, non ti delude. E se toccasse a te farmi scoprire il significato di quelle cinque lettere assurde?
Un indizio esiste. Gli innamorati lontani si consolano con le fotografie. Ed io ho sempre in mano le tue fotografie.
[...] Ma come fanno a dire che l'essere umano è un incidente della natura?"

© Anna rosa Sanseverino



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