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Stabat Mater
a cura di Lara Scifoni
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Venezia è città d'acqua per antonomasia, la laguna la avvolge in un abbraccio sensuale e ciò la rende unica al mondo, vulnerabile e straordinaria: ora fulgida nel sole estivo con i suoi splendidi palazzi, chiese, musei, campi e campielli; ora cupa e invasa dall'alta marea, a tratti sommersa.
E a Venezia è ambientato il romanzo di Tiziano Scarpa, Stabat Mater, vincitore del Premio Strega 2009. Il libro ha ricevuto encomi ma suscitato anche accese polemiche; infatti non tutti i critici e i lettori sono concordi nel giudicarla un'opera meritevole di un premio tanto prestigioso: molti sono gli anacronismi e le imprecisioni (peraltro evidenziati dall'autore nella nota finale) e comunque Scarpa non ha mai manifestato l'intenzione di scrivere un romanzo storico, ha semplicemente inventato - ciò che fanno gli scrittori - basandosi su dati reali, in un "misto di storia e d'invenzione".
I detrattori hanno inoltre insinuato che l'autore si sia ispirato a un racconto della scrittrice Anna Banti, Lavinia fuggita, pubblicato nel 1952 e vincitore del Premio Viareggio quello stesso anno. L'accusa di "plagio" ha irritato Scarpa, che sostiene di non aver letto il racconto in questione prima della stesura del suo romanzo: altrimenti per quale ragione non avrebbe dovuto menzionarlo al pari di altri testi su cui si è documentato e debitamente citati nella nota finale? L'autore, che narra in prima persona, ha tra l'altro dichiarato di trovare la sua scrittura più femminile di quella della Banti. Questo mi pare un aspetto interessante: voce narrante e protagonista del romanzo è un'adolescente; Scarpa ha quindi scelto una maschera, una persona per esprimere gli stati d'animo, in particolare i turbamenti, di una ragazza ignara della vita, volitiva e sensibile.
Già la copertina di Stabat Mater rivela alcuni indizi sulla trama del racconto: una giovane donna in elegante abito lungo e rosso suona il violino dentro l'acqua; le bollicine, come note, sgorgano dall'archetto della musicista. Una donna, la musica e l'acqua: sono bastati questi elementi per indurmi ad accostarmi al libro. Anche sulla scelta della copertina, tuttavia, sono state mosse critiche, in quanto a taluni è parsa troppo patinata e didascalica.
Il titolo, Stabat Mater, è immediatamente riconducibile alla liturgia cattolica e alla musica: si tratta di una sequenza, ovvero di un inno liturgico in latino risalente al XIII secolo, generalmente attribuito a Jacopone da Todi. Il tema della prima parte della preghiera (l'incipit è Stabat Mater dolorosa:"Stava la Madre addolorata") è la sofferenza di Maria, madre di Gesù, durante la crocifissione e la Passione di Cristo; la seconda parte (che inizia con Eia, mater, fons amór: "Ella, madre, fonte d'amore") è un'invocazione in cui l'orante chiede a Maria di renderlo partecipe del dolore provato da lei e da Gesù durante la crocifissione e la Passione. La popolarità che questa sequenza ha conosciuto nei secoli è attribuibile alla bellezza dei versi e al fatto che veniva recitata nel rito della Via Crucis e nella processione del Venerdì Santo. Numerosi furono i compositori che in tempi e modi diversi s'ispirarono al testo e scrissero dei celebri Stabat Mater: tra i più famosi, Scarlatti, Pergolesi, Rossini, Verdi, Donizetti, Salieri e Antonio Vivaldi.
Il termine latino mater del titolo rinvia quindi alla Madre di Dio, la quale riveste un ruolo importante nell'opera di Scarpa, ma anche alla madre della protagonista, personaggio che non compare mai fisicamente nella vicenda, eppure è presenza pervasiva, addirittura ossessiva del romanzo.
Lo scrittore colloca l'opera nel passato, però il linguaggio è moderno, lo stile conciso e le frasi brevi: esse sembrano modellate sui moti dell'animo della voce narrante e nello stesso tempo sull'andamento dei moti musicali; l'introspezione prevale sull'azione, in particolare nella prima parte della vicenda, e la lettura, apparentemente scorrevole, offre molteplici piani di lettura, sottili rimandi, così come numerosi sono i ricorsi ad espedienti retorici.
La città che l'autore sceglie di rappresentare è diversa dalla Venezia "romantica" cui siamo abituati, quella del Canal Grande e di Piazza San Marco, nello stile di Henry James in The Aspern Papers (Il carteggio Aspern) per intenderci, in cui troviamo magistrali descrizioni della raffinata casa/sacrario/prigione di Miss Bordereau sul rio Marin, del Lido e di Malamocco. Ecco, in Stabat Mater viene descritta una Venezia sconosciuta ai più, un "mondo a parte" dove prevalgono gli interni, mentre gli esterni sono soprattutto i canali o le isole al largo, appena abbozzate, e l'acqua predomina sugli altri elementi.
La vicenda si dipana agli inizi del Settecento, nel palazzo in cui vengono accolte le giovani prive di famiglia, l'Ospedale della Pietà, luogo malinconico nel quale tante bambine orfane crescono e diventano donne, isolate ma allo stesso tempo accudite dalle suore, protette dal mondo esterno.
Nello stesso edificio, luogo dunque concreto di Venezia, l'autore nacque nei primi anni Sessanta del Novecento, come spiega nella nota finale, quando lì c'era ancora il reparto maternità dell'Ospedale civile, da genitori felici di accoglierlo e crescerlo in una famiglia.
La protagonista è Cecilia: il nome richiama quello dell'omonima martire, protettrice della musica e dei musicisti; la ragazza ha sedici anni ed è stata abbandonata appena nata, accolta all'Ospedale della Pietà ancora in fasce - avvolta in una tunica verde, con una mezza rosa dei venti con punte verdi e azzurre come segno di riconoscimento - il 21 aprile intorno al 1687. Il libro è in forma epistolare, ma la giovane scrive alla madre mai conosciuta senza attendere risposta:

Signora Madre, è notte fonda, mi sono alzata e sono venuta qui a scrivervi. Tanto per cambiare, anche questa notte l'angoscia mi ha presa d'assalto.

La ragazza soffre d'insonnia ed è di notte, mentre le compagne dormono, che l'angoscia l'attanaglia e si rifugia in cima ad una scala, in fondo a un passaggio, in un luogo segreto dove trova un po' di tepore e scrive alla madre; s'interroga in modo ossessivo sulle ragioni che possono avere indotto la "Signora Madre" ad abbandonarla, ora accusandola ed esprimendo tutto il suo dolore, ora trovando delle possibili giustificazioni per l'abbandono, a cui forse la madre è stata obbligata; la scrittura segreta è una sorta di diario, un modo per fare luce dentro di sé e dare sfogo alla propria disperazione, spesso espressa attraverso immagini di "morte per acqua":

Mi vedo morire, mi guardo dalla riva, ho i piedi già bagnati di quel liquido nero e velenoso.[...] Perché venire a galla? Meglio morire sott'acqua. Vengo tirata giù. Mi sento sprofondare. E' tutto buio.
[...] Vedo la riva di un'isola minuscola, là in fondo c'è una ragazza che si guarda intorno. Mi guarda mentre muoio, non può fare niente per me, quella ragazza sono io.

Sin dalle prime pagine dominano il buio e il mare "nero, velenoso": l'acqua è mefitica, apportatrice di morte, punteggiata di pesci agonizzanti; Cecilia stessa si sente uno di quei pesci moribondi. Sono già evidenti delle opposizioni antinomiche che ricorrono in tutto il romanzo: Vita/Morte; Terra/Acqua; Asciutto/Bagnato, Luce/Buio; Esterno/Interno; Caldo/Freddo, Fertilità/Sterilità, Musica/Silenzio.
L'interno è naturalmente l'orfanotrofio, ma anche il corpo, il grembo materno. E tuttavia il dualismo non è mai netto, definitivo, bensì giocato sulle ambivalenze. La dicotomia Luce/Buio ritorna con frequenza, specialmente nella prima parte del romanzo:

C'è sempre un po' di luce che rimane da qualche parte, di notte. Ma non si addensa mai negli angoli, non è come un batuffolo di polvere, è una sostanza più sottile dell'aria. E' un sottofondo. Il buio è solo un'apparenza, il vero sottofondo è la luce.
[...] In segreto io posso pensare la luce, accendere una luce dentro di me.

La luce è un sottofondo, termine che fa pensare alla musica, quindi l'espressione "il vero sottofondo è la luce" è una sinestesia; la ragazza cerca uno spiraglio attraverso la scrittura alla madre mai conosciuta: è un volto impossibile da tratteggiare ma a cui la ragazza affida i pensieri più intimi, che non condivide con nessun altro all'interno dell'Ospedale; d'altro canto, l'autore si guarda bene dal fornire il benché minimo indizio sull'aspetto fisico della stessa protagonista.

A quella materna poi si aggiunge un'altra figura femminile, creata dalla mente di Cecilia: la testa della compagna Maddalena, che dorme nella branda sopra di lei, diventa una caravaggesca testa di Medusa, la Morte con i capelli di serpenti.
Cecilia rimarca la sua solitudine con orgoglio: non si mescola alle compagne, lei è "la solitaria", "l'invincibile", vive ai margini di quella comunità; pur vestendo la divisa grigia delle altre e passando inosservata, si sente diversa; ne condivide il tempo e gli spazi, ma non per sua scelta. I giorni sono scanditi dalle regole rigide dell'orfanotrofio; la vita scorre monotona e il tempo lì dentro non le appartiene; neppure lei sente di appartenersi, afferma di non essere di sua "proprietà".
Cecilia è una ragazza in apparenza superba e non mostra all'esterno la propria fragilità, ma come l'acqua è flusso, mutevolezza, così Cecilia è donna-in-divenire, alla ricerca di sé, e nelle sue parole si coglie la contraddittorietà dei pensieri, pesanti e aggrovigliati. Talvolta nelle lettere manifesta rancore alla madre, altre volte le rivolge accorate richieste d'amore:

Ogni parola che scrivo è soltanto un altro modo per dire il vostro nome, il nome che non conosco. Anche se scrivo cielo, terra, musica, dolore, io sto scrivendo sempre e soltanto mamma.

La prima figura maschile che compare nel libro è Gesù sulla croce, e la ragazza coglie le analogie fra sé e Cristo, non le differenze: lui perde sangue dal costato come le donne perdono mensilmente il sangue dalla loro "ferita", sono accomunati dalla sofferenza:

Guardo Gesù sulla croce, è sporco, è sudato e insanguinato. Ha una ferita che perde sangue, come le donne. Mi assomiglia.

Cecilia soffre al limite della patologia: è irrequieta e insicura, si percepisce come buio, come vuoto, sente di non esistere e alla sua ansia contrappone l'esterno:

Immagino l'acqua sconfinata, oltre le pareti, le isole melmose con il vento che spazza le sterpaglie, e io non ci sono lì sopra, non sono come lo spirito del Signore Dio che vaga sopra le acque. [...] Il Signore Dio è presente in ogni singola minuzia, io invece sono dappertutto come il vuoto.

La giovane in una delle lettere rivela di aver scoperto verso i quattro o cinque anni come nascono i bambini, per caso; prima non sapeva dell'esistenza delle madri, credeva che fossero tutti figli di Dio e che l'unico ad essere nato da una donna fosse Gesù Bambino, perché questo era ciò che veniva insegnato nell'Ospedale. Ma una notte, già in preda all'insonnia, assistette ad un episodio scioccante: una ragazza voltata di schiena china sopra la latrina mugolava e invocava la Madre di Dio; Cecilia credeva che fosse in preda alle coliche, invece vide uscire dalle sue viscere ciò che in un primo momento sembrava un escremento, ma l'escremento subito dopo essere stato espulso si mise a piangere! E poi vide la madre staccare "il serpente" (cioè il cordone ombelicale). Il serpente che Cecilia bambina crede di vedere è anche il simbolo del peccato originale che, le dirà in seguito suor Teresa, rende tutti uguali. Da quest'episodio deriva la persuasione della ragazza di essere un rifiuto espulso e gettato via, uno "sbaglio", come lei si definisce.
L'unico uomo in carne ed ossa che Cecilia può osservare da vicino è Don Giulio, l'anziano prete che educa le allieve alla musica e la scrive per loro, ma è talmente vecchio e stanco che ormai compone senza estro, e non riesce a contenere l'impeto e l'energia delle musiciste: "Noi strumentiste siamo quasi tutte giovani, mettiamo il nostro giovane sangue dentro questa musica decrepita" . Cecilia suona il violino ed ha talento, ma il dono innato, che dovrebbe gratificarla, le procura frustrazione: suona in modo meccanico, senza slancio. Durante una funzione in chiesa stona per tre volte apposta: un moto di ribellione, una trasgressione alle regole dell'Ospitale di cui si sente prigioniera. In realtà, per lei dentro l'Ospitale si consuma una Non-Vita:

L'Ospitale è un ventre di morte, noi ragazze viviamo accanto alle donne sterili, quelle che hanno scelto di tenere dentro la pancia la loro paura di morire, di conservarla tutta intera. Noi non siamo ancora nate.

Il ventre femminile, grembo che accoglie il mistero della vita, qui si trasforma in un ossimoro: è luogo di morte. Nell'ambiente claustrofobico dell'Ospedale è come se Cecilia non fosse mai nata; si sente sepolta viva, e anche quando le suore mandano le ragazze a prendere un po' d'aria, esse hanno l'obbligo di indossare una maschera perché nessuno le veda in volto. Il sacerdote che le confessa parla loro attraverso una grata; in chiesa alla domenica le allieve suonano e cantano vestite con una divisa rossa dietro una balaustra, cosicché gli uditori ascoltano estasiati la loro esecuzione ma non possono vederle: le fanciulle riescono a colpire i sensi dei fedeli e si tramutano in creature ammaliatrici su cui fantasticare. Alcune di loro in seguito andranno spose a qualche vedovo o ai figli cadetti di famiglie altolocate, ma saranno costrette a rinunciare per sempre alla musica.
Accade poi un episodio all'apparenza poco significativo, ma che ha la valenza di un "sacrificio" e ne prefigura un altro, che si compirà quasi alla fine del racconto e segnerà la svolta decisiva nella vita di Cecilia. La gatta dell'orfanotrofio ha partorito quattro gattini e la suora tenta di affogarli; Cecilia sente una fitta al cuore e lotta per fermarla: senza indugiare, mette la testa sott'acqua nel vano tentativo di salvare quelle minuscole creature indesiderate, per essere subito afferrata dalle compagne e riemergere; la suora la rimprovera facendole notare che prima della fondazione dell'Ospitale i neonati non voluti facevano la stessa fine: venivano annegati nei canali della città. Naturalmente queste parole hanno un effetto dirompente sull'ipersensibile Cecilia:

Nascere senza venire alla luce. [...] Restare nel buio della mamma per finire direttamente in quello della morte, passare dal tepore del suo sangue oscuro all'acqua nera e gelida. Non conoscere niente del mondo, soltanto il calore delle viscere e il freddo della città.
[...] Ogni mese ci portano in gita in barca per farci galleggiare sull'acqua dei canali, dove sono seppelliti i corpicini degli orfani affogati nei secoli prima che venisse fondato l'Ospitale. [...] La barca scorre sopra quel cimitero d'acqua e di fango.[...] La nostra vita galleggia sopra l'acqua morta.

L'acqua è gelida, torbida, putrescente; in quel camposanto fluttuante non vi sono croci e non c'è possibilità di resurrezione: Cecilia ha la sensazione di suonare sott'acqua "nel ventre della madre, nelle viscere della morte".
La ragazza sta compiendo un percorso doloroso alla ricerca della sua identità : scrivere alla madre è il tentativo di trovare un punto d'appoggio; non è casuale, infatti, che lei si senta un io diviso a cui manca l'altra metà, proprio come le medagliette che le madri lasciavano quale segno di riconoscimento accanto alle creature abbandonate alla nascita, per poterne comprovare la maternità mostrando la metà combaciante qualora andassero a riprenderle. In Cecilia, dunque, si consuma una dolorosa lotta interiore per non essere annichilita e superare le dicotomie che la lacerano.
Un'altra opposizione individuabile nel romanzo è Salute/Malattia; nella prima pagina la ragazza affermava: "Io sono la mia malattia e la mia cura"; la forza per guarire la deve trovare dentro di sé. Vi è, a questo proposito, anche un accenno a possibili disturbi alimentari della giovane: quando le portano la minestra, in diverse circostanze narra di vedere riflessa l'immagine della madre nel liquido del piatto e se inghiotte qualche cucchiaiata, si reca poi in bagno a vomitare. La salute, per contro, sarebbe il ricongiungersi alla madre. Infatti Cecilia narra di alcune compagne che escono dall'orfanotrofio perché "era venuta a prenderle la loro mamma, la loro salute."
Ad un certo punto Cecilia sente il bisogno di andare a fare visita all'"altra sua madre", alla Madre di Dio nella chiesa deserta, e in segno della sua devozione suona silenziosamente il violino nel cuore della notte.
Il giovane maestro di musica, don Antonio, che ha sostituito l'anziano predecessore, porta una ventata d'aria nuova, compone musica piena di energia e risveglia intense, nuove emozioni in Cecilia. L'autore immagina che il prete componga Le quattro stagioni proprio per le allieve dell'Ospedale, anche se storicamente la sinfonia è posteriore rispetto al periodo in cui Vivaldi ricoprì l'incarico presso l'istituto veneziano:

Sono stata attraversata dal tempo e dallo spazio, e da tutto quello che essi portano dentro. Alla fine ero stravolta, in un'ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera...
Don Antonio è Vivaldi, "il prete con i capelli color rame e il naso grosso"; Scarpa immagina che egli copi l'idea di rendere in musica i suoni della natura da Cecilia, che a sua volta insegna alle allieve più giovani. L'esecuzione delle opere di don Antonio e i frequenti colloqui con lui producono un mutamento in Cecilia, le infondono il coraggio necessario per uscire dalla solitudine e dal vittimismo in cui si crogiola, ma le procura ulteriori turbamenti. Don Antonio le insegna a far uscire la sua vera essenza dalla musica e nel contempo Cecilia ritrova nel suo interlocutore gli stessi suoi affanni. Una notte la ragazza entra nella chiesa che crede deserta e sente una voce soffocata che celebra messa: è un uomo voltato di spalle; ad un certo punto però il sacerdote ha una crisi d'asma e solo allora Cecilia capisce di trovarsi davanti don Antonio. Effettivamente pare che il musicista soffrisse di questa patologia, e comunque officiò il rito solo per pochi anni, per esserne poi dispensato e dedicarsi esclusivamente alla musica, la sua vera vocazione. Egli fu ingaggiato dall'Ospitale nel 1703 come maestro di violino e vi rimase, secondo le fonti storiche, fino al 1740.
Anche i contatti con le ragazze ricche che entrano per prendere lezioni dalle talentuose musiciste dell'Ospedale hanno un'importante influenza su Cecilia; dal fugace contatto con loro la giovane percepisce come si vive all'esterno, sente parole che corrispondono ad emozioni che lei, reclusa, non può provare e acquista la consapevolezza di condurre "una vita astratta."
Significativo è poi un episodio che accade durante il rientro da una breve gita in barca: le ragazze si accorgono che l'acqua del canale da verde scuro cambia gradualmente colore e diviene prima giallastra, poi bruna e infine rossa cupa; viene riferito loro che nelle vicinanze sorge il macello delle bestie. Qualche tempo dopo, don Antonio porta le ragazze in gita in barca ma non verso le isole, come avveniva di solito, bensì nei canali interni alla città: di nuovo l'acqua si tinge di rosso e questa volta esse vengono condotte proprio all'interno del macello. Cecilia chiede perché deve conoscere la città che non ha mai visitato partendo da quel luogo imbrattato di sangue, e don Antonio le risponde che è necessario. La porta in una stanza dove due uomini tengono fermo un agnello e lei lo deve sgozzare, guidata dalla mano del sacerdote: la lama che taglia la gola dell'animale sacrificato scorre come l'archetto sulle corde del violino. Il sacrificio è inscindibile dalla sofferenza e rappresenta una sorta di rito di passaggio che concorre alla trasformazione di Cecilia.
I riti iniziatici presso varie popolazioni hanno la valenza simbolica di tagliare definitivamente la dipendenza dalla madre per acquisire il pieno diritto ad entrare nella comunità degli adulti ed implica dunque uno sconvolgimento a livello fisico e psichico. In seguito al gesto cruento del sacrificio dell'agnello Cecilia recide metaforicamente il cordone ombelicale con la figura della madre, con l'Ospedale e anche con don Antonio, il quale rischia di crearle una nuova dipendenza.
Per una settimana la ragazza rifiuta di prendere in mano il violino finché un mattino, all'improvviso, imbraccia lo strumento e suona fino allo sfinimento per tutto il giorno. Il sacrificio è stato conditio sine qua non per dare vita a una nuova forma di coscienza; la conseguenza è che Cecilia trova la forza per fuggire dall'ospedale travestita da uomo e imbarcarsi verso le isole greche: l'acqua non è più quella marcescente e torbida della laguna, ma l'acqua rigenerante del mare aperto; dunque, l'elemento equoreo perde la sua valenza negativa per assumerne una positiva. Ora la fanciulla, dalla balaustra della nave, può guardare liberamente le stelle, col naso all'insù, senza più soffitti sulla testa, né grate, maschere, reali o fittizie. Infatti nell'epilogo a prevalere è il senso della vista rispetto all'udito.
Cecilia getta nell'acqua la metà della rosa dei venti, sottratta all'archivio dell'Ospedale, in segno di buon auspicio: non è più divisa, non è più donna-sineddoche, ma è lei nella sua interezza, in viaggio verso un destino ignoto, la vita che lei, e non altri per lei, sceglierà:

Nel registro ho sostituito il mio segnale con un'immagine della Madre di Dio. Non è tagliata né strappata. L'altra metà del segnale non esiste, perché non è un segnale di carta, ma sono io in carne e ossa, tutta intera, che mi sono riconsegnata a me stessa, sono io che adesso vado incontro al mio destino.

© Lara Scifoni




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