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Firmato: Domenico Zappone
a cura di Natale Pace
Pubblicato su SITO


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Dopo Calogero, Costabile, Rio, un altro suicida martirizza la cultura calabrese.

"Dai, dai, lu vitti, pigghia la fiocina!
‘Nc’è puru la fimmina, accidilu, accidilu!
Pigghia la fiocina, accidilu, accidilu,
ahhhhh!!!!

E pigghiaru la fimmineddha
Drittu drittu ‘ntra lu cori
E lu sangu nni curia….[1]

Chi non conosce la celebre canzone di Domenico Modugno, che narra la triste storia di un maschio di pescespada lasciatosi volontariamente arpionare dopo la femmina, non riuscendo a sopravviverle.

Il brano ha fruttato molto al suo esecutore, ma non sono in molti a sapere che ad un altro Mimmo si deve questa frottola giornalistica. Essa infatti è dovuta alla fertile fantasia di Domenico Zappone, uno tra i più prolifici giornalisti calabresi e nazionali del secolo scorso, l’ultimo della schiera dei letterati suicidi.

Nato nella città di Cilea, la Palmi di Repaci, di Cardone, di Oliva, De Maria e Altomonte, nel giugno del 1911, Mimmo Zappone frequentò il liceo classico a Reggio Calabria e la facoltà di giurisprudenza a Messina. In seguito ad una grave malattia, interruppe gli studi e quando li riprese si laureò in lettere a Catania.

Tra il ’41 e il ’43, sotto le armi, per una banalissima caduta, si procurò una grave malattia al ginocchio che lo condusse a due passi dall’amputazione e dalla morte, Si riprese lentamente, ma non guarì più, zoppicò per tutta la vita e c’è chi giura che a mettere in moto nella sua testa, l’idea del suicidio fu proprio quell’arto inutilizzabile, trascinato. E’ certo che l’essere stato tanto vicino alla morte, lasciò in Domenico Zappone una traccia che facilmente si rinviene, in modo esplicito o velato, in tutti i suoi lavori, nel volumetto “Le cinque fiale” contenente alcuni brevi racconti e più ancora nei racconti inediti:

Per un certo periodo, Zappone sembrò trovare ragioni per vivere con una certa serenità. Insegnante di lettere in una scuola media di Palmi, giornalista, collaboratore al Giornale d’Italia, al Nuovo Corriere prima, e poi il Giornale della Sera, Il Giornale dell’Emilia, Il Tempo, La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Gazzettino di Venezia, per non dire delle sue famose conversazioni al Gazzettino Regionale di Rai3, che terminavano immancabilmente con un: “Firmato: Domenico Zappone”.

Negli ultimi tempi, il salotto Zappone era diventato punto d’incontro della cultura calabrese e non. Malgrado il carattere caustico, la durezza, la strafottenza, nel trattare con le persone, fu sempre prodigo con tutti, generoso senza mai niente negare.

 “…mi ha aiutato a sorridere quando non ne avevo voglia, a sperare quando disperavo, ad intendere la poesia dell’umile, del quotidiano ed a scriverla, anche, senza troppe parole… (Gilda Trisolini nel discorso di commemorazione);

 “… si ha l’obbligo di rendergli testimonianza di ciò che fu oltre certe apparenze fallaci, di  ciò che si celava dietro il suo sarcasmo a volte sguaiato: un’acuta sensibilità, una premurosa, umana comprensione delle debolezze e delle sofferenze altrui.” (Fortunato Seminara)

Nel 1980, cercando di ridare ordine alle sue carte, sono stato preso da due diverse sensazioni: il timore del contagio e la vertigine.

Ho avuto paura di quel suo modo esclusivo, paranoico, maldit, di essere uomo di cultura, quell’annullarsi e sconsacrare tutto per essere solo sacerdote dello scrivere, ricordandomi un altro grande calabrese, vissuto e morto anch’egli suicida a pochi chilometri da Palmi: Lorenzo Calogero di Melicuccà.

E poi una terribile vertigine al cospetto di sei grossi volumi zeppi di ritagli di giornali, articoli pubblicati dalle testate dei più noti quotidiani nazionali, dei suoi racconti, alcuni ancora inediti, delle tante storie che ha cercato e trovato dentro le tradizioni calabresi, nelle località nazionali ed europee, narrate da reporter, delle lettere di plauso, dei continui contatti con importanti personalità culturali, l’amicizia con Leonida Repaci, Gervaso, Sciascia, Longo, Dell’Arco, Carnicina, Berto, e ancora e ancora, delle sue fantastiche invenzioni.

Non si può rimanere impassibili.

I viaggi in Islanda, i resoconti di viaggio in Spagna senza esserci mai stato fisicamente, eppure così testardamente descrittivi, analitici, a dimostrazione di una cultura senza limiti. E ancora la Sardegna, la Puglia, la Lucania e la Calabria….. la Calabria.

Nal 1969 pubblicò per la editrice Bietti di Milano “Calabria Nostra”, che raccoglieva il meglio di scritti, motti, proverbi, tradizioni popolari della nostra regione. Nella prefazione del libro, che venne adottato nelle scuole medie, scrisse:

 “in questi ultimi trent’anni, a proposito, da una civiltà patriarcale e contadina, che in Calabria durava da sempre, repentinamente si è passati a un’altra, l’attuale, che si dichiara con ostentazione moderna e progressista. Così tra i superstiti vecchie i giovanissimi esiste una frattura spaventosa, non si comprendono più né s’intendono, e questo è molto triste….”

Per "Calabria nostra" gli viene assegnato il Premio alla cultura Villa San Giovanni, ma già nel ’57 aveva ottenuto un primo importante riconoscimento, il suo articolo “La Madre di Alvaro” – primo di una lunga serie di studi alvariani, pubblicato sul Giornale d’Italia, vince il secondo premio di mezzo milione del concorso Elzeviro-Cinzano, mentre il primo premio è assegnato alla memoria del poeta Umberto Saba.

Con la raccolta di racconti “Le Cinque Fiale”, Zappone viene segnalato al Viareggio e per la stessa opera ottiene il prestigioso Premio Sila.

Dunque perché, Domenico Zappone il 5 novembre 1976 decide che è tempo di smettere, di troncare la propria esistenza, ingozzandosi di malevoli confetti.

Forse la gamba.......?

Forse quel sentirsi sempre in secondo piano nel giornalismo e più in generale nella cultura nazionale, lontanissima dal provincialismo della cultura calabrese, lui che sempre affermava di avere perso il tram. Quale tram?

“L’amarezza per la mia vita sbagliata, bruciata giorno dopo giorno senza mai un’ora piena, una povera vita anonima, insulsa, con mille propositi di fare questo e quest’altro, d’andare per il mondo, di cacciarmi in straordinarie avventure, per poi scrivervi tanti libri di successo, avere lettori ad eserciti, essere fermato, additato, applaudito, seccato, importunato, eccetera, per le strade, amato e odiato, ma non avevo saputo fare niente, m’ero pasciuto di fantasie velleitarie, avevo insomma fallito senza cominciare, ed ora era giunta la fine, non era possibile cominciare daccapo, avrei dovuto pensarci prima quand’era possibile combinare qualcosa, adesso era invece troppo tardi, irrimediabilmente tardi, avevo ormai perduto il tram, non ce ne sarebbero stati altri...” (dal racconto Il Mio Amico Hemingway).

 Zappone burlone: arrivava a casa e in fretta e furia gridava alla moglie di prepararsi che s’andava a Reggio, c’era un bel film e sul treno gridava sguaiatamente:

“Addiu Parmi, addiu stratuni, stavi partendo Micu Zapponi! “ – dove stratuni sta per il Corso Garibaldi, così detto dai palmesi –

Zappone esperto in culinaria: quei pezzi sempre attuali sulla cucina di Calabria, pubblicati nella collana – Apollo Buongustaio – curata da Mario Dell’Arco.

Una dedica di Giuseppe Berto, nelle pagine de Il Male Oscuro, dice:

“All’indimenticabile ubriacone e diffamatore Domenico Zappone”

Zappone scherzoso, Zappone allegro, sfottente, spudorato, pungente, con tante pose che qualcuno può anche aver trovato da intellettualoide (quella fisima degli appellativi letterari e francesizzanti alla dolce e paziente signora Rosa – Nanù, Chantal, Dulcinea, Margot-). Nascondeva l’altro Mimmo Zappone, quello che si chiudeva in casa interi pomeriggi, a tu per tu con se stesso, quando fingere non serviva più e venivano fuori i problemi veri, grossi, intellettuali, che sempre lo portarono a scrivere di malattie e di morte.

Quali che fossero quelle interiorità negative non ci sarà mai dato di capire, a meno che non vogliamo leggere ne Il Mio Amico Hemingway le motivazioni vere su una morte allora annunciata: senso di sconfitta, scoraggiamento per  la propria condizione fisica e di salute, a cui si lega l’autoisolamento a cui si costrinse – strano destino comune di quegli intellettuali meridionali decisi a non abbandonare la propria terra e con essa la propria condizione di emarginati.

In estremissima e arzigogolata analisi si può riportare il tutto a una sorta di ritorsione sadomaso verso i propri scritti o come simpaticamente sostenne Sharo Gambino, all’ultima burla di un istancabile burlone, che giocò perfino con la vita e con la morte.

Sicuramente dovrebbe far riflettere chi voglia approfondire la vita e la morte di Zappone un particolare fino ad oggi non svelato, che mi ha raccontato Rosa Nanù Zappone al tempo dei caffè pomeridiani nel salotto di via oggi Condello.

 “Quella sera, nostro nipote Dante De Maria se lo caricò sulle spalle, caracollando le scale del primo piano verso l’automobile, verso l’ospedale. Scherzando con lui, come erano soliti fare, sfottendosi a vicenda, ma anche per tenerlo sveglio, gli chiede:

“Non è che ci combini lo scherzetto di andartene?”

Lui non risponde; gli occhi stravolti dai barbiturici, trova solo la forza per il segno di corna con indice e mignolo della mano destra, come per scacciare via una ipotesi iettatoria.”

Come per Lorenzo Calogero, anche per Zappone si dovrà ancora molto scrivere e ragionare, prima di pervenire alla verità. E non è detto che ci si riesca alla fine, per l’uno e per l’altro.

Il cinque novembre scorso ricorrevano i trentacinque anni dalla sua morte, ma questo è anche il centenario della nascita; forse chi poteva e doveva ha perso una ghiottissima occasione per ricordare questo grande figlio di Palmi.

Dopo la commemorazione del 14 aprile 1980 ad opera dell’Amministrazione comunale di allora, della quale mi onorai di essere promotore e curatore e che vide il fiore della cultura calabrese e nazionale presenziare e ascoltare i ricordi di Gilda Trisolini, Giuseppe Selvaggi e Antonio Altomonte, nulla o quasi è stato fatto, relegando nel dimenticatoio più nero, le opere e la vita di Domenico Zappone.

 A quel tempo, nei pomeriggi di caffè con la sua Nanù, tra le sue carte, i ritagli, presente il suo spirito ancora tra le stanze, a ridere sguiaiato delle sguaiate sboccature di Lina Tegano e dei teneri ricordi di Benito Triboli, mi ero convinto fermamente che Se Mimmo Zappone potesse farlo, se per una volta sola gli fosse concesso da qualche angelo buontempone come lui, ci direbbe con i versi di Rosario Belcaro, giovane poeta di Maropati prematuramente scomparso:

“Adesso qualcuno ritorna a riscoprire/me sepolto da anni./Ma oggi rifiuto i sorrisi che ieri/per noia mi negarono./Nessuno/deve tendermi le braccia:/striderebbe come un gesto d’ironia./Nessuno ormai potrebbe cancellare/i nodi che hanno stretto la mia gola/e che ho dovuto sciogliere in silenzio.”

Oppure, incazzato nero come sempre ci manderebbe tutti a quel paese e abbassando occhi, baffo e ciuffo impertinente, teneramente chiederebbe ad ognuno di noi un piccolo gesto d’amore verso le sue opere, quelle che forse lo costrinsero a morire.

[1] Dai, dai, l’ho visto, prendi la fiocina/c’è pure la femmina, ammazzalo, ammazzalo!/ E colpirono la povera femmina, proprio dritto nel cuore/ e il sangue scorreva…/

© Natale Pace




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