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FRANCESCO PERRI (Careri 1885 – Pavia 1975): il primo scrittore antifascista della letteratura italiana e il primo cantore dell’emigrazione meridionale
a cura di Giuseppe antonio Martino
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Come la maggior parte degli scrittori calabresi del 1900, Francesco Perri è riuscito a studiare a prezzo di grandi sacrifici: la sua famiglia infatti, che pure aveva goduto di una certa agiatezza, in conseguenza della frammentazione dell’asse ereditario e, quando egli aveva appena dodici anni, della morte del padre che esercitava arbitrariamente la professione dello speziale, non versava in buone condizioni economiche. Fu grazie ai grandi sacrifici della madre e seguendo l’unica via che allora si offriva ai non abbienti, che egli riuscì a continuare gli studi, prima nel seminario vescovile di Gerace, dove frequentò il ginnasio, e poi a Reggio Calabria dove, per mantenersi, lavorò come istitutore in un collegio privato e nell’orfanotrofio provinciale. Dopo l’assunzione come impiegato delle poste, ottenuta con regolare concorso, si trasferì a Mondovì e conseguì la licenza liceale; nel 1910, si iscrisse all’Università di Torino e nel 1914 conseguì la laurea in giurisprudenza.

L’attività letteraria, che lo portò a diventare il primo scrittore antifascista della letteratura italiana e il primo cantore dell’emigrazione (così lo definì Mario La Cava), ebbe già inizio 1917, dopo la rotta di Caporetto: in quei drammatici momenti della prima guerra mondiale egli si fece poeta per cantare il dramma dei soldati in fuga, nel momento stesso in cui esso si consumava, e scrisse il poemetto Rapsodia di Caporetto (L’eroica, Milano 1919), che mandò a Benedetto Croce ancora manoscritto. Il filosofo napoletano, il 6/12/1918 gli rispose con queste parole: “ È tanta la commozione con cui ho letto le sue sincerissime pagine, che vorrei pregarla di permettermi di conservare il suo manoscritto, per unirlo ad altro ricordo che ho raccolto di questa nostra grande guerra”.

Il primo dopoguerra lo vide “repubblicano di antica e viscerale vocazione”, come amava definirsi, impegnato nei conflitti sociali di quell’epoca, tanto che, al sorgere del fascismo, non ebbe alcun dubbio che si stesse aprendo un lungo periodo di schiavitù.

Tra il 1923 e il 1924 pubblicò a puntate su “La Voce Repubblicana”, con lo pseudonimo di Paolo Albatrelli, il romanzo I Conquistatori, che uscì in volume nel 1925 per i tipi della Libreria Politica Moderna di Roma. Il libro suscitò la censura fascista e un mese dopo la pubblicazione fu messo fuori commercio e bruciato in piazza a Roma: esso, narrando la sanguinaria conquista fascista della Lomellina, in un quadro fortemente realistico delle cruente lotte agrarie ingaggiate tra il 1920 e il 1922 tra squadre d’azione e leghe contadine, delle quali lo scrittore era stato diretto testimone, come ebbe ad affermare il giornalista inglese Cecil Sprigge, può ancora essere considerato uno dei documenti più illuminanti sull’origine del fascismo. L’anno dopo Perri fu allontannato dal pubblico impiego e tenuto fuori da ogni attività giornalistica per tutto il ventennio, ma spinto dalla necessità di provvedere alla sua famiglia, scrisse il romanzo Emigranti, che pubblicò nel 1928, al quale è legata la sua fama, e che gli procurò il premio Mondadori, grazie a Giuseppe Antonio Borgese che era membro della giuria.

Nonostante i critici sedicenti “antifascisti”, avallando l’ostracismo al quale Perri fu condannato dal fascismo, lo relegassero tra gli epigoni di Giovanni Verga, Emigranti fu ristampato per tre volte consecutive nel giro di tre mesi e tradotto in sette stati stranieri: Stati Uniti, Inghilterra, Unione Sovietica, Germania, Spagna, Olanda e Portogallo.

Ambientato in un paese chiamato Pandora come il centro, distrutto dal terremoto del 1507, da cui, secondo la leggenda, dopo il sisma, si erano dipartiti i fondatori di Careri, paese natale di Perri, il romanzo trova ispirazione nelle usurpazioni delle terre demaniali, molto diffuse in Calabria dopo l’Unità e che rappresentano un’importante pagina della storia del nostro Meridione. Per meglio contestualizzare la protesta del popolo di Pandora di cui parla lo scrittore, è necessario riportare un passaggio delle Disposizioni governative per lo stralcio delle operazioni demaniali nelle province napoletane, stampate a Napoli, dalle stamperie nazionali, nel 1861. “Dopo la legge eversiva della feudalità in queste province napoletane del 2 agosto 1806, il Governo del tempo intese dare un fecondo sviluppo al principio della proprietà privata, disponendo, che si sciogliessero tutte le promiscuità di dominio e di usi, esistenti tra gli antichi feudatari, le Chiese ed i Comuni: che le parti assegnate in libera proprietà a questi ultimi fossero distribuite in quote ai cittadini più poveri di ciascun Comune, sotto la retribuzione di un annuo canone”.

In realtà invece di essere distribuiti ai cittadini più poveri di ciascun Comune, quei beni, in tutta la Calabria, sono stati usurpati dalle famiglie più benestanti (cfr. Pasquale Poerio, La storia infinita delle terre demaniali in Calabria, «Incontri Meridionali», XIII, 1993, 2/3, 139-156). Lo stesso Perri afferma che, se fossero riusciti nel loro intento, quei «pandurioti senza sangue una volta tanto avrebbero insegnato a tutti come si fa a farsi rendere giustizia, anche dal Governo; e avrebbero impartita una lezione memorabile ai galantuomini […] che avevano, in altri tempi, con l’inganno la violenza, e valendosi delle magistrature e delle influenze politiche, usurpate quasi tutte le terre demaniali del Comune»”. Anche quella volta, invece, davanti all’arroganza dei ricchi, alla povera gente non restò che arrendersi nell’illusione, già alimentata per decenni e che di tanto in tanto veniva alimentata dai più intraprendenti, che prima o poi sarebbe giunta l’ora di fare giustizia attraverso una ribellione vera per rivendicare i propri diritti, ma la storia del meridione insegna che i governanti e i “galantuomini”, uniti in losca associazione, si sono sempre rivelati capaci, usando l’inganno o la forza, di imporre agli ingenui rivoltosi di tornare a casa fessi e gabbati, magari dopo una razzia di pomodori e di pannocchie, come dopo quella rivolta di Pandora, creata dalla penna di Perri, alla cui testa si era posto il sindaco ed un giovane “che sa leggere come un padreterno.

Nei giorni seguenti quella ribellione che aveva causato l’arresto di tanti contadini, lo sconforto a Pandora fu esasperato da un’alluvione, abbattutasi sul villaggio come una punizione divina e che provocò immense frane, tanto che ai rivoltosi non restò altro che scappare: quaranta uomini tra i più giovani, si apprestarono a partire. In quell’esodo drammatico Perri sintetizza in tono epico la dura odissea delle plebi meridionali che negli anni a cavallo tra i XIX e il XX secolo, furono costrette a scegliere la via dell’emigrazione, così come era avvenuto nell’Italia settentrionale prima del decollo industriale. Nel Sud della penisola, infatti, non si era mai parlato di emigrazione, prima della proclamazione dell’Unità nazionale, anche se quel fenomeno assunse poi dimensioni molto rilevanti.

Attorno al romanzo, quando alle voci di consenso seguirono le prime riserve, si accese una polemica: Perri fu accusato di mancanza stilistica, di troppa indulgenza ai toni melodrammatici del più deteriore romanzo ottocentesco. Le censure passarono dallo stile ai contenuti e Emigranti, capitato nelle mani di Antonio Gramsci, che dalla sua cella di Turi commentava puntigliosamente tutto il materiale che gli veniva fornito, fu fatto segno di una feroce stroncatura, pubblicata poi nei Quaderni del carcere (Q.VI). È utile riportare il giudizio di Gramsci: “Negli Emigranti il tratto più caratteristico è la rozzezza, ma non la rozzezza del principiante ingenuo, che in tal caso potrebbe essere il grezzo non elaborato, ma che lo può diventare: una rozzezza opaca, materiale, non da primitivo, ma da rimbambito pretenzioso. Secondo Perri il suo romanzo sarebbe “verista” e egli sarebbe l’ispiratore di una specie di neorealismo; ma può oggi esistere un verismo non storicizzato? Il verismo stesso del seco XIX è stato in fondo una continuazione del vecchio romanzo storico nell’ambiente dello storicismo moderno. Negli Emigranti manca ogni accenno cronologico e si capisce. Vi sono due riferimenti generici: uno è al fenomeno della emigrazione meridionale, che ha avuto un certo discorso storico e uno ai tentativi di invasione delle terre ”signorili” usurpate al popolo che anche esse possono essere ricondotte a epoche ben determinate. Il fenomeno migratorio ha creato un’ideologia (il mito dell’America), che ha contrastato la vecchia ideologia alla quale erano legati i tentativi sporadici, ma endemici, di invasione delle terre, prima della guerra. Tutt’altro è il tentativo del ’19-20 che è simultaneo e generalizzato e ha organizzazione implicita del combattimento meridionale. Negli Emigranti tutte queste distinzioni storiche che sono essenziali per comprendere e rappresentare la vita del contadino, sono annullate e l’insieme confuso si riflette in modo rozzo, brutale, senza elaborazione artistica. È evidente che Perri conosce l’ambiente popolare calabrese, non immediatamente, per esperienza propria sentimentale e psicologica, ma per il tramite di vecchi schemi regionalistici (Se egli è l’Albatrelli occorre tener conto delle sue origini politiche, mascherate da pseudonimo). L’occupazione (il tentativo di) a Pandore, nasce da intellettuali, su una base giuridica (nientemeno che le leggi eversive di G. Murat) e termina nel nulla, come se il fatto (che pure è verbalmente presentato come n’emigrazione di popolo in massa) non avesse sfiorato neppure le abitudini di un villaggio patriarcale.

Puro meccanismo di frasi. Così l’emigrazione: Questo villaggio di Pandore con la famiglia di Rocco Bléfari è (per dirla con la parola di un altro calabrese) un parafulmine di tutti i guai. Insistenza sugli errori di parola dei contadini che è tipica del brescianesimo, se non dell’imbecillità letteraria in generale. Le macchiette (il galeotto ecc.) compassionevoli, senza arguzia e umorismo. L’assenza della storicità è “voluta” per poter mettere in un sacco alla rinfusa tutti i motivi folcloristici generici, che in realtà sono molto ben distinti nel tempo e nello spazio”.

Perri fu dunque coinvolto, insieme a molti suoi contemporanei, nell’accusa di “brescianesimo” (termine coniato da Gramsci sul cognome dello scrittore Antonio Bresciani, gesuita, acceso avversario del liberismo risorgimentale e del Risorgimento), malattia assai diffusa durante il fascismo che Gramsci definiva come “Gesuitismo, individualismo antistatale e antinazionale, restaurazione, repressione”, tipico di numerosi rampolli di padre Bresciani.

Il giudizio gramsciano, che possiamo definire eccessivamente severo se non fondamentalmente errato, si è ripercosso pesantemente sulla fortuna del libro, che non ha avuto ulteriori edizioni fino alla morte dell’autore: venne ristampato soltanto nel 1976 dalla Lerici di Cosenza e, più tardi, nel 2001 dalla casa editrice Qualecultura di Vibo Valentia.

Perri rispose per le rime e nel suo diario inedito (una parte è stata pubblicata da Mario La Cava il 6 ottobre 1979 su “La gazzetta del popolo”), così scrive di Gramsci: “Quel giovane aveva certo delle grandi qualità, che nessuno può disconoscere, ma era di una presunzione incommensurabile e aveva una mentalità di tipo teologico che atterrisce. Una specie di gesuita, quindi uomo adattissimo al partito comunista. Tutte le sue intuizioni, a volte brillanti, l’acutezza dei suoi ragionamenti, un certo gusto letterario di sensibilità moderna; tutte queste belle qualità sono inficiate dal pregiudizio …

È da ammettere, però, pur non condividendo il giudizio di Gramsci, che il limite più grosso di Perri è da riconoscersi nello stile non molto elaborato che riprende le tecniche narrative tradizionali del romanzo ottocentesco, cercando di incastonare in un piano unico molteplici filoni narrativi. “Con Emigranti – riconosce Antonio Piromalli, nella sua Letteratura Calabrese, Cosenza 1996, (vol. II p. 274) abbiamo una mancata adesione alla cultura moderna e ai sistemi formali moderni, la concezione dello scrittore appartiene alla tradizione secolare dell’intellettuale italiano che esprime indifferenza per la realtà ritenendosi superiore o estraneo al corso della storia”.

È forse vero che la drammaticità sembra avere uno sfondo superficiale, più di ripetizione sentimentale che di vera invenzione e il linguaggio di Perri, in verità, talvolta indulge alla facilità e le situazioni appaiono melodrammatiche, ma è anche vero che il tema di Emigranti può disporsi nella storia del costume e della vita calabrese come un moderno lamento, severamente ritmato, un moderno “planctus”, che si accende su poche note cupe.

Perri dimostra di conoscere a fondo – nonostante la diversa opinione di Gramsci – la psicologia del popolo calabrese, il dramma dell’emigrante, espulso dalla famiglia, dalla patria, per essere catapultato in terra d’oltremare. Il tono narrativo è necessariamente accorato: affiora il tema della fatalità, caro ai narratori calabresi. Sembra quasi che la causa dell’emigrazione di massa non sia una precisa situazione politico-sociale responsabile dello sfacelo economico e della miseria, ma un triste fato storico una condanna arcana somigliante alla nemesi greca. Pare che l’uomo sia condannato a pagare il suo tributo a un destino crudele e ineluttabile. Pascquino Crupi ha notato che nel mondo descritto in Emigranti non esistono gli individui con il loro particolare sentire, ma un coro di voci, perché tutti pensano ed agiscono allo stesso modo: l’infelicità contagia tutti ed è quasi proibito concepire una liberazione; la speranza è un sentimento clandestino e assurdo.

Dopo Emigranti Perri continuò a scrivere ininterrottamente per un trentennio, ma la successiva produzione scese decisamente di tono rispetto al capolavoro. Si tratta di romanzi e raccolte di novelle in cui si alternano motivi descrittivi di letteratura dedicata all’infanzia: Come si lavora nel mondo e Povero cuore (1934), Capitan Bavastro, Racconti d’Aspromonte, Il discepolo ignoto (1940). Finalmente, nel dopoguerra lo scrittore di Careri poté riprendere l’attività giornalistica assumendo la direzione della “Tribuna del Popolo” di Genova prima e della “Voce Repubblicana” di Roma poi e pubblicare, nel 1944, Il discepolo ignoto, un romanzo poco impegnativo sulla predicazione di Cristo in Palestina, edito da Garzanti, metafora del dolore del mondo e nel 1946 riapparve, sempre per i tipi di Garzanti, il romanzo I Conquistatori, con una prefazione in cui Perri, dimostrando di aver conservato, nonostante la violenza subita, integra la sua libertà ha voluto porre l’accento sulla schiavitù culturale alla quale il regime mussoliniano aveva sottoposto l’Italia.

Nel 1948 pubblicò Fra’ Diavolo e nel 1958 Il paese dell’ulivo e L’amante di zia Amalietta. In L’amante di zia Amalietta (Ceschina) ritornano gli spunti sociali, e diventano più espliciti il moralismo e l’antifascismo. Si tratta di una satira sociale e politica della Milano Borghese con riferimenti retrospettivi alla corruzione morale dell’epoca fascista: attraverso le vicende esistenziali di alcuni giovani, narrate in prima persona da uno di loro, Berto Ameduri, in un intrico di morti e di complicità, con un linguaggio avvincente, l’autore affronta il problema della crisi, anche morale, che la gioventù educata dal fascismo si è trovata a vivere nel momento in cui l’Italia veniva coinvolta in una guerra assurda.

Negli ultimi trenta anni della sua vita lo scrittore di Careri scrisse e riscrisse due romanzi “Tramonto sul mondo” e ”Il puro folle”, ma alla sua morte, tra le sue carte, i familiari non ritrovarono i testi: l’autore li aveva distrutti come aveva promesso di fare se non fosse riuscito a portarli a termine. Per fortuna rimase il “Diario” che egli scrisse dal 1952 al 1968, e nelle cui pagine egli ha lasciato testimonianza del suo amore per la Calabria: “Tutta la vita coltivai il progetto di farmi una casa in Calabria, non sul mare, ma in vista del mare con poca campagna intorno, un frutteto e la terra appena sufficiente per ricavare quanto basta ad una modesta famiglia [ …]. Tornare al tempo in cui ero ragazzo, quando andavo a prendere l’uovo appena ponduto dalla gallina che scoccodava; mangiavo la ricotta calda fatta in casa, il galletto che veniva dalla campagna, il piccione grasso che cresceva nel mio solaio e bevevo il vino spillato dalla botte, e la frutta staccata dalle mie mani: i fichi della fontana dove avevamo l’orto, e le pere invernali che tenevamo appese sotto il tetto, dolci e succose fino a Natale. […].se fossi solo potrei farlo anche adesso, attuare questo antico sogno, ma ho i figli e lontano da loro non riuscirei a vivere, neanche in Paradiso. Ed è giusto che sia così”.

In Calabria Perri è tornato, secondo la sua volontà e come gli emigrati di un tempo, che conservavano intatta la nostalgia del paese perduto, per trovare a Careri, dopo la morte, quella pace che nessun angolo di mondo era riuscito a dargli … e quel mondo che lo a aveva osannato e disprezzato non spese una parola per ricordare ciò che nella vita aveva fatto: solo una immensa folla di contadini accorse da tutti paesi della Locride per onorare colui che per primo aveva scritto delle decine di migliaia di Calabresi che, dopo l’unificazione d’Italia, sono stati costretti a scappare dalle loro terre.

© Giuseppe antonio Martino




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