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Alla mia terra di Agane, campi e acque sorgive
a cura di Lara Scifoni
Pubblicato su SITO


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In Friuli, come nel contiguo Veneto, in Lombardia e in tutta la regione alpina orientale permangono ancora toponimi legati alle Agane (in friulano aganis, con una cospicua serie di varianti locali: aganes, aganas, aganos, linguanis, anguanis, ganis, paganes ecc.), figure soprannaturali femminili sovente paragonate alle ninfe d’acqua, sebbene in origine fossero divinità delle rupi e dei luoghi scoscesi, amanti della  solitudine delle rocce, dei boschi e delle grotte. Oggetto di culto fin dall’antichità, dal Medioevo in poi esse sono state poste dalla fantasia popolare in stretta relazione con l’acqua delle sorgenti (soprattutto se in grotte), dei torrenti, dei laghetti prealpini e alpini. Le grotte, specialmente se prossime all’acqua, sono sempre state connesse simbolicamente con la maternità e la femminilità. Silvana Sibille-Sizia, nel suo recente Liber de Aganis, a proposito delle grotte afferma che «oggi vi si venerano di solito Santi e Madonne, ma i ritrovamenti archeologici in esse effettuati dimostrano che erano sede di culti relativi alla maternità e all’allattamento da tempo immemorabile, talvolta già dal Neolitico».[1] Presso le sorgenti del Barquet, tra Anduins e Vito D’Asio, si trova una grotta, attualmente difficile da raggiungere perché situata lungo un sentiero quasi impraticabile, che i locali chiamano Cjasa de las Aganas (Casa delle Agane). Un anziano del luogo mi ha riferito che prima del sisma del 1976 diversi sentieri conducevano alla grotta,  allora facilmente accessibile. Nel volume di Silvana Sibille-Sizia, corredato da un interessante e dettagliato apparato iconografico, compare la fotografia di una scolaresca di Vito D’Asio in gita alla Cjasa de las Aganas negli anni Venti del Novecento, ed è commovente vedere immortalati i bambini all’ingresso dell’antro insieme all’insegnante.[2]

Molte informazioni e leggende sulle Agane in Friuli sono state raccolte, dalla fine dell’Ottocento ad oggi, da Valentino Ostermann, Lea D’Orlandi, Novella Cantarutti, Andreina Nicoloso Ciceri e altri studiosi di tradizioni popolari. Sibille-Sizia sostiene che le leggende su Agane, Fate, Streghe e loro omologhe appartengono, nonostante la diversità dei nomi e dei tempi, a uno contesto mitico e rituale: si tratterebbe, infatti, di “rustiche” divinità femminili presenti in tutta Europa e riconducibili alla “Grande Dea”, o “Dea Madre”, o “Grande Madre”, del Paleolitico e del Neolitico, entrate a vario titolo nelle religioni precristiane e, con l’avvento del Cristianesimo, relegate all’Inferno o “convertite”:

[… ] Le nostre Agane non sono cosa diversa dalle Morrìgan irlandesi e dalle Mari basche, dalle Ragane baltiche e dalle Babe Yaghe russe, dalle Ankou bretoni e dalle Vile serbe, dalle Jędze polacche e dalle Perchte tedesche e da tutte le altre dee/donne nel cui grembo si genera la vita e che per questo, forse, abitano nel suo cuore e ne conoscono le segrete magie. [3]

Si tratta, in ogni caso, di creature sfuggenti, dalle caratteristiche e forme mutevoli, difficili da inquadrare a cominciare dal nome, secondo alcuni studiosi etimologicamente riconducibile ad aqua o ad anguis (“serpente”, “biscia”), ma non senza dubbi da parte di altri esperti, tra i quali Giosuè Chiaradia, che considera più interessante la connessione tra il termine agane e il toponimo gana/ganna/gand, diffuso in Trentino e in Tirolo con il significato di “mucchi di sassi, costa dirupata, crepaccio”, anche se successivamente nella fantasia popolare vi può essere stato un accostamento tra il termine agana e l’acqua (agua, aga); né - ancora secondo Chiaradia - è da escludere la derivazione dal latino medievale ganae/gana nel senso di “meretrice”, talora associato alle Agane belle e seducenti.

Per ciò che riguarda il legame con l’acqua, una leggenda relativa alle Agane delle rogge presso Casarsa, in località Mirische, raccolta alcuni decenni or sono da Riccardo Castellani, narra di un giovane contadino casarsese che si innamora di una Agana e la sposa. I due vivono felici per molto tempo, hanno uno stuolo di figli, finché una sera l’Agana si ferma a parlare con le sorelle delle rogge e rientra tardi; il marito infuriato la schiaffeggia e lei sparisce per sempre, e con lei le sorelle. Vale la pena leggere la leggenda così come l’ha riportata Castellani, perché è suggestiva e vi compaiono molti elementi tipici delle Agane, tra i quali l’attività del lavare, sciacquare e sbattere il lino e/o la canapa in un corso d’acqua:

LE FATE DELLE MIRISCHE[4]
LEGGENDA CASARSESE

Vogliono dire qua in paese che c’è stato un tempo in cui dalle parti delle Mirische c’erano le fate. In quel luogo scorre­va allora una limpida roggia come vi scorre oggidì. Nessuno vedeva mai quelle Fate durante il giorno. Esse uscivano soltan­to sull’imbrunire, e allora le si vedeva che stavano lavando il lino e la canapa, che stavano lavando, sciacquando e sbattendo. Ma subito che qualcuno, a quell’ora, si avvicinava per spa­ventarle o per far loro qualche malanno esse sparivano al­l’istante, e nessuno mai seppe dove si andavano a nascondere. Mentre invece, quando s’andava calmi e diritti per la stradetta, o a piedi o col carro, senza dar segno di volerle inseguire o anche di guardarle, esse non interrompevano affatto le loro faccende e continuavano a lavare. Vogliono dire, anche, che sa­pessero far diventare bianchi quella canapa e quel lino come un dente di cane, proprio bianchi candidi.

Una sera, e si era d’estate all’epoca dei fieni, un giovane di famiglia di contadini si era attardato nei campi per la ra­gione che aveva da solo messo in covoni quattro pertiche di erba medica. E ritornava lento lento verso casa colle mucche e col carro e cogli arnesi sopra, perché in quel pomeriggio ave­va anche lavorato a rincalzare alcune righe di granturco.

Arrivato che fu per la stradetta nel luogo dove questa tocca la sponda della roggia, vide le fate che lavavano e sbattevano il lino e la canapa. La frusta allora cominciò a tremargli in ma­no e il cuore a battergli forte nel petto. Ma lui mandò avanti le mucche lento lento come sempre, senza dar segno di nulla, e così continuarono anche quelle il loro sfaccendare come se nemmeno si fossero accorte di lui e non gli badassero.

Ma poi, che gli succede? Quando fu un tratto più avanti gli scappa di guardare indietro per vedere se qualche attrezzo gli fosse per caso caduto dal carro, e vede una di quelle fate della roggia seduta dietro sul carro. Lui, zitto, continuò per la sua strada, e quella stava sempre lì, seduta quietamente, e lo guardava. Egli arrivò così sino presso casa sua. Ma nel men­tre fece per svoltare a man dritta per entrare nel portone, si volse indietro, e la fata non era più seduta là dietro, sul suo carro.

La fata era bella e giovane, e pareva mansueta e buona.

L’indomani quel giovane andò a spandere il fieno, a rin­calzare le righe di granoturco rimaste indietro la sera prima. Più tardi rastrellò insieme il fieno secco che croccava, lo cari­cò sul carro e s’avviò verso casa. Arrivato alla roggia che sta­va facendo notte, egli vide le fate che lavavano e sbattevano, che storcevano e appendevano le matasse sui filari della vigna di quel luogo. Lui continuò la sua strada spiando, ma senza dar segno di nulla, se quella del giorno innanzi fosse ancora tra loro. Quando fu arrivato nella contrada di Sclavès, e gli mancava poco per arrivare a casa sua, egli la vide di nuovo sul carro, questa volta sopra il carico del fieno. E anche quel giorno, nel mentre stava svoltando a dritta sotto il portico di casa, egli si voltò e si guardò dietro, e la giovane e bella fata non era più seduta lassù, sopra il fieno.

Ogni giorno quel giovane contadino andava, così, in quel suo campo delle Mirische, e la sera quando ritornava a casa la fata si sedeva dietro sul canto del suo carro. Egli continua­va per la sua strada lento e quieto colle sue mucche, e non osava voltarsi pel timore che se ne fuggisse via. E sempre quando arrivava di fronte al portone di casa sua, in contra­da di Sclavès, essa si dileguava senza ch’egli sapesse né come né quando.

Allora un giorno andò quel giovane da un mago vecchio­ne, che aveva un gran libro antico; e dentro c’era scritta tutta la scienza del mondo. E quel mago disse: « Se vuoi averla per te in isposa, devi fare così: devi chiedere a tua madre il fazzolettone da messa grande, e poi devi allargarlo sul giogo delle mucche quando ti avvii per far ritorno a casa dal campo. Quando sarai davanti ai portone di casa tua non devi far vi­sta che hai qualche interesse o qualche intenzione, e non devi volgerti indietro per vedere se essa è ancora lì. Manda avanti le mucche col carro sin sotto il portico e poi, senza far vista di nulla, fa di chiudere lesto il portone. E così essa non avrà più né potere né voglia di sparir via. Allora la potrai prendere in moglie. Però, guarda che qui c’è scritto un patto: che guai a te in questo mondo se, quando ti adiri con lei, le dai uno schiaffo sul viso. Appena tu glielo abbia lasciato andare, essa ti scompare d’innanzi e tu non la vedi mai più in vita tua ».

E così proprio avvenne. Il giovane poté sposarsi colla bel­la e giovane fata, e una riga di bei bimbi gli venne, che riem­pivano la casa intorno al gran focolare. E nella stalla non c’e­rano scanni abbastanza per sedersi tutti, e andavano ad acco­vacciarsi sopra un mannello di canne di granoturco, o dentro nelle mangiatoie, nei posti non occupati dalle mucche, per ascol­tare le fiabe della nonna o le leggende della mamma fata.

Ma un giorno, poiché la moglie non aveva mai potuto as­suefarsi a stare a casa un giorno intero, da mattina a sera, sen­za fare almeno un giro in fretta pel campi, il diavolo ci vol­le mettere la sua coda. Dopo che era stata fuori essa faceva ritorno recando pieno il grembiule di radicchi di campo e di prato, di erba dolcetta, di urtizzoni, di vitizzoni e di altre tante buone erbe selvatiche, ed anche di chiocciole. E tutto era buono da cuocere per la cena. Quel giorno essa si era attardata un po’ più del solito dalle parti del Fìu, e quando fu di ri­torno era ora passata di cena. Così, tra che quel suo marito non aveva potuto capire mai bene del tutto che cosa dovesse proprio fare, sua moglie, in giro pei campi, anche quando il tempo era in burrasca; e tra che lui, quel giorno, aveva qual­cosa di traverso, il fatto è che nel momento in cui la vide ca­pitare sulla porta di casa, senza dirle né va né sta, le schioccò secco un ceffone su una guancia. Essa lo guardò per alcu­ni istanti senza dirgli nulla, poi, stando lì sulla porta, volse lo sguardo dentro per la casa dov’erano i suoi figlioletti tutti in­torno al focolare. E anche suo marito si volse da quella parte, come per mostrarle che i bambini avevano fame e che la cena era peraltro ancora da mettere sul fuoco.

Ma quando egli subito dopo fece per rivolgersi di nuovo a lei, per dirle che si muovesse e si studiasse di mettere il paiolo della polenta sul fuoco, ecco che lei non è più lì, era scomparsa. Lui si mise a chiamarla, ma lei non rispondeva. Dapprima adirato e poi disperato, egli si mise a cercarla, a cercarla ovunque. E per anni quell’uomo la chiamò, per anni la cercò, senza più trovarla, senza poterla rivedere mai più.

E raccontano che solo di notte, nel più profondo della notte, essa veniva a quietare i suoi bimbi nel sonno e ad acco­modare la piega del lenzuolo sul loro letto e su quello del ma­rito. Ma nessuno l’aveva più veduta coi propri occhi. E nem­meno dalle parti delle Mirische da allora si sono più viste quelle fate affaccendate a lavare nella roggia le matasse del lino e della canapa, e a stenderle ad asciugare sui filari di quella vigna.                                                                                                                

E’ possibile che la presenza in pianura di queste leggende tipicamente alpine sia frutto di una sovrapposizione tra figure mitologiche differenti ma per tanti aspetti analoghe, come le fate, o le ninfe d’acqua (le Sirene, le Naiadi…). In effetti, il legame tra le Agane e l’acqua è un elemento costante: in montagna si può trattare di torrenti o laghetti, in pianura di fiumi, rogge o pozze piovane. Esistono, ad esempio, le Agane della Ledra (la roggia che attraversa anche Udine), come riporta Dino Virgili:

Si vedevano due agane che davanti e dietro due giovanotti e dei falciatori che la mattina andavano a falciare, saltellavano e danzavano: qualche volta tenendosi per mano come due ragazze pazzerelle, facevano il girotondo. Una era vestita color del cielo e l’altra come fiore di pesco; avevano i capelli come l’oro e gli occhi color dell’acqua marina. Accompagnavano così giocherellando e ridendo fin sulla Ledra. Lì si fermavano, si davano la mano e insieme saltavano nell’acqua e scomparivano.[5]

Le Agane però possono anche vivere nelle grotte, come già sottolineato, e a tali cavernicole si addicono i piedi di capra, un loro frequente attributo. Le Agane del Canal del Ferro hanno connotati particolari, non riscontrabili in altre parti del Friuli: un tratto caratteristico è quello di avere i piedi, e talvolta anche i polpacci, a rovescio.

Sono dipinte come vecchie e brutte, quasi confondendole con le streghe, o bionde e bianche e avvenenti. Questa ambiguità è presente ovunque: le Agane possono assumere sembianze di fate belle, addirittura bellissime, o, al contrario, essere rugose, vecchie, scarmigliate, pelose, di una bruttezza mostruosa (ad esempio, in Carnia). Viene attribuita alle aganis anche una sorta di antropofagia, quasi fossero delle sirene omeriche, che rapiscono gli uomini.[6]

Per quanto riguarda i momenti della giornata in cui possono essere avvistate, ci sono notevoli differenze da luogo a luogo. Alcuni affermano che di giorno stanno rintanate nei buchi, per uscire di notte, dissolvendosi al suono delle campane o al canto del gallo o all’arrivo del sole; altri sostengono che di giorno girano per i prati della montagna e di notte scendono a valle.

Se non c’è uniformità di tradizioni circa la loro natura diurna o notturna, ce n’è invece per quanto riguarda le loro attività preferite: esse vengono ritenute abili filatrici, tessitrici, ricamatrici, quanto meno in tutto il Veneto. Questa loro attività viene messa in relazione con il carattere sacrale e magico della filatura e/o della tessitura in tutta la mitologia del mondo antico, da quello egizio a quello classico a quello celtico, soprattutto riguardo a divinità che filano il destino (le moire del mondo greco, le parche  o fate del mondo latino, le norne di quello celtico).

Il tema delle Agane filatrici e/o tessitrici e/o cucitrici e ricamatrici pare quasi sconosciuto in Friuli, a parte qualche traccia in Val Colvera, nel Friuli occidentale: narra una leggenda che un’Agana, a una povera donna che l’aiutò a partorire, regalò due gomitoli da tessere, che non si sarebbero mai esauriti finché la loro origine fosse rimasta segreta. Essi fecero la fortuna della donna, ma la gente cominciò a insospettirsi; il marito appena tornato dalla Germania dovette costringere la moglie a parlare, e così in quella famiglia tornò la miseria di sempre. Il tema del gomitolo (o della matassa) inesauribile è abbastanza diffuso: la studiosa Andreina Nicoloso Ciceri cita la leggenda d’una krivapeta, cioè un’Agana delle Valli del Natisone, che, offesa dal marito per i suoi piedi caprini, scomparve, lasciando però alla figliola una matassa inesauribile; C. Risé e M. Paregger, citando come fonti le opere di A. Heyl e I. Zingerle, studiosi delle tradizioni popolari tirolesi, affermano che il tema del gomitolo, riconducibile alle norne e alle walkirie (le “donne che tessono il destino” della mitologia germanica), è presente nelle saghe relative alle salighe, le “donne selvatiche” dell’Alto Adige, del Tirolo, della Carinzia, così come nelle saghe relative agli elfi della mitologia germanica[7].

L’unica attività che accomuna tutte le Agane, connessa in qualche modo con le attività suddette, è quella del bucato, come dimostra anche la leggenda raccolta da Riccardo Castellani: esse cantano mentre stendono ad asciugare la biancheria di finissimo lino o canapa sciacquata nell’acqua delle sorgenti, dei fiumi o delle rogge, talvolta di una fontana o di un lavatoio.

Il lino è la prima e la più importante di tutte le fibre tessili; il suo utilizzo, anche in Friuli, risale alla preistoria: è quindi comprensibile che esso sia presente in tutte le più antiche tradizioni popolari connesse con la filatura, la tessitura, il lavoro femminile, il buon governo della casa. Ciò potrebbe  fornire una chiave interpretativa circa l’origine e la funzione originaria delle Agane in quanto “divinità” che, pur abitando nei recessi rocciosi, tutelavano la vita familiare.    

E’impossibile tratteggiare un atteggiamento univoco delle Agane anche nel loro modo di porsi di fronte agli esseri umani: talvolta appaiono benevole e offrono un aiuto del tutto disinteressato nei lavori della casa e dei campi: «nella Valcalda aiutavano la gente nelle fienagioni, controllavano di notte il lavoro svolto di giorno nei campi, talvolta avvertivano i raccoglitori di legna sul greto del Tagliamento dell’arrivo della piena del fiume»[8]. Inoltre, da brave massaie, possono aiutare le donne nei lavori di casa ed essere sagge consigliere, a condizione che le beneficiate sappiano mantenere il segreto. Le krivapete slave conoscono e predicono il maltempo e i pericoli, e conoscono i segreti della natura; le Agane di Ravascletto aiutano i contadini a falciare e a rastrellare, gettando le lunghe mammelle (simbolo di fecondità) dietro le spalle; la stessa cosa - a parte l’indicazione relativa al seno - fanno le krivapete delle Valli del Natisone.

In genere però le Agane vivono chiuse in una solitudine sdegnosa e non vogliono avere rapporti con gli uomini; stanno, in gruppi di quattro  o più spesso in triadi, sotto la guida della madre, o della badessa, priora, regina, o semplicemente della sorella maggiore. Terribili nella loro verginità come le Amazzoni – dice Andreina Nicoloso Ciceri – le Agane non tollerano di essere guardate; le krivapete fuggono anche solo alla vista di un indumento maschile. Talora attirano gli uomini, ma non si lasciano mai raggiungere: Lea D’Orlandi e Novella Cantarutti hanno raccontato di un giovane della Val Colvera salvato da una Agana mentre stava per annegare e portato nella sua grotta: appena l’Agana s’accorse che il giovane si stava innamorando di lei, lo riportò fuori della grotta e lo abbandonò al suo destino.

Il matrimonio con un comune mortale è frequente, ma sempre temporaneo,  e si dà per scontato che le Agane abbiano dei figli, secondo le leggende diffuse nel Friuli occidentale, in Cadore, a Erto in Val Vajont, a Casarsa della Delizia (ma analoghe leggende sono state reperite anche nelle Valli del Natisone, in Istria, in Alto Adige, nel mondo bretone, in quello anglosassone e altrove). Le strutture dei vari racconti presentano spiccate analogie con la leggenda delle Fate delle Mirische: un giovane si ritrova sul carro o sulla slitta una bella Agana, se ne innamora e la sposa; è un matrimonio felice, l’Agana è un’ottima moglie e madre, finché una malaugurata sera il marito durante un banale litigio la offende, rinfacciandole la gjamba de scevra (la “gamba di capra”); lei sparisce e non si fa mai più rivedere, anche se i figli continuano ad essere ben curati.

Ma le Agane presentano anche aspetti negativi, da quello della sirena ammaliatrice a quello della strega che rapisce e mangia i bambini. Le Agane incantano o spaventano, confondono e persino divorano i viandanti: così si racconta nel mondo slavo, in tutto il Friuli e nel Veneto. Le Agane di Casarsa si limitano ad attirare i passanti con il loro canto, poi subito spariscono sott’acqua, come fanno le Fate; secondo Andreina Nicoloso Ciceri, le Agane del Friuli “immagano” gli uomini, li smemorano; la stessa cosa fanno anche le skogsrå, le omologhe svedesi. Ciò può avere conseguenze molto gravi: l’uomo o il bambino (il loro stregamento riguarda solo i maschi, ad eccezione dei frati) può scomparire nei flutti del fiume.

Così, dalla vergine schiva e ritrosa, dalla Penelope filatrice e tessitrice, dalla brava moglie e madre, dalla donna benevola che aiuta i contadini, si passa alla Circe ammaliatrice, alla ladra, alla strega vera e propria capace di maleficio: l’Agana può disturbare i contadini al lavoro e scatenare temporali, impaurire i bambini per strada e rapirli per poi mangiarseli. Il sequestro dei bambini, da ingrassare (con noccioline o frutti di bosco) per cibarsene, è elemento diffusissimo, specie nell’alto Friuli (dalla Carnia al Canal del Ferro), nel Friuli Orientale, nella Venezia  Giulia e nella vicina Slovenia[9].

Questo, probabilmente, fungeva da deterrente per dissuadere i bambini irrequieti dall’avventurarsi in luoghi ritenuti pericolosi; come spiega Sibille-Sizia, che per le sue affermazioni si rifà alle tesi dell’archeologa lituana M. Gimbutas e agli studi di Carlo Ginzburg:

Nella favolistica europea […] il rapimento dei bambini è un evento ricorrente del quale sono protagoniste sia le Fate che le Streghe, tra cui non è sempre facile cogliere differenze qualificanti soprattutto quando le streghe si presentano come donne belle e seducenti, ma il tema è molto più antico: dietro alle Fate e alle Streghe, scrive Carlo Ginzburg, possiamo scorgere i morti, soprattutto i morti recenti, creature marginali per eccellenza, e quella loro ostilità nei confronti dei vivi che nella cultura latina si concretizzava nell’immagine mitica della strix, stridulo uccello notturno assetato del sangue dei lattanti, ma anche donna capace di trasformarsi in uccello come le maghe scite ricordate da Ovidio.[10]                                                         

Secondo Sibille-Sizia, tuttavia, le credenze diffuse a livello popolare secondo cui le Lamie rubavano i bambini nelle culle, e le Agane, le Ragane baltiche e le terribili Babe Yaghe russe rapivano, uccidevano e divoravano i bambini, malgrado le apparenze non avevano natura cannibalesca, ma sottolineavano semmai la fragilità del piccolo essere  umano appena partorito, così come la vulnerabilità della puerpera, entrambi per qualche tempo sospesi tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

La connotazione negativa delle Agane sembra prevalere in Carnia, nella Canal del Ferro, nella Venezia Giulia e nel vicino mondo slavo (le Vile serbe sono estremamente vendicative ed è probabile che la malvagità riscontrata in certa letteratura sia, almeno in parte, di provenienza balcanica); nel mondo veneto, invece, in genere sono spiriti buoni e mansueti di morti e talora vivono nei palazzi incantati delle guglie dolomitiche.

Le Agane, come si diceva, nella fantasia popolare sono legate indissolubilmente all’acqua e dunque afferibili anche alla zona delle risorgive, le cosiddette Terre di Mezzo friulane, incantevoli da un punto di vista paesaggistico per l’abbondanza d’acqua (fiumi, risorgive, rogge, canali) e per i piccoli tesori d’arte e di fede (palazzi, ville, chiese, musei) che qui vengono custoditi quasi gelosamente.

Tali terre si estendono tra Casarsa della Delizia, Codroipo, Camino al Tagliamento, Varmo, Coderno, coprendo un’area piuttosto vasta, fino a Colloredo di Monte Albano, ma il mio studio si limiterà alla zona compresa tra Casarsa, Codroipo,Varmo, Gradiscutta, Belgrado, Gorizzo e Santa Marizza, un lembo di terra  che offre numerosi spunti storico-letterari.

E’ lo scrittore Elio Bartolini a fornire un’efficace definizione della Bassa friulana:

La “Bassa” è quel quadrilatero - tra il corso inferiore del Torre e del Tagliamento a est e a ovest, a sud l’orlo sfrangiato delle lagune, a nord la linea delle “risultive”- dove, scomparse sotto la fascia dei “magredi”, le acque riaffiorano fin troppo esuberanti. Allora qua e là ristagnano, diventano palude, patoc: lande dove sembra camminare su una camera d’aria tanto la terra è impregnata e muschiosa[11].

Il parco regionale delle Risorgive, a sud di Codroipo, è un luogo magico, un ‹‹unicum ecologico», come sosteneva il poeta Amedeo Giacomini, residente a Varmo, dove la natura acquorea delle Terre di Mezzo trova la sua apoteosi. Il parco racchiude in un’isola di quarantacinque ettari l’ultimo lembo umido della Bassa sottratto alle bonifiche, ed è davvero suggestivo, con strade bianche, sentieri, ponti, aree di soste e percorsi pedonali per chiunque voglia muoversi tra paesaggi altrove scomparsi: i cosiddetti ghebi (canali stretti e sinuosi), i boschi planiziali, le torbiere e le praterie umide incise da due corsi, l’Acqua Reale e l’Acqua Bianca, riscaldati da un bacino sotterraneo che non ne fa mai scendere la temperatura sotto i dodici gradi, neppure in pieno inverno. A poche decine di chilometri da Codroipo si trova Casarsa, il paese in cui Pier Paolo Pasolini visse dal 1943 al 1950; egli amava percorrere in bicicletta le vie interpoderali e giungere fino a Santa Marizza di Gradiscutta di Varmo, un borgo minuscolo e affascinante, all’epoca proprietà della famiglia Canciani. L’unica figlia di Giacomo Canciani, Giuliana, sposò Francesco Florio, cognato di Italo Balbo, il temerario trasvolatore. Balbo, nato nel 1896 in un sobborgo di Ferrara, durante la prima guerra mondiale si distinse nel corpo degli Alpini e nel 1918, al comando del reparto d’assalto del Battaglione Pieve di Cadore, partecipò all’offensiva sul Monte Grappa. Per alti meriti militari si guadagnò una medaglia di bronzo e due d’argento, raggiungendo il grado di capitano. Congedato, nel 1920 incontrò a Udine la contessina Emanuella Florio (1902-1984) e se ne innamorò; nel 1924 i due giovani, malgrado la differenza di carattere - esuberante e spavaldo lui, timida e riservata lei - e la diversa estrazione sociale, si sposarono. La coppia ebbe tre figli, due femmine e un maschio. Balbo, dopo la guerra, aderì al fascismo e ben presto divenne segretario della federazione ferrarese. Nell’ottobre del 1922 fu uno dei quadrumviri della Marcia su Roma, assieme a Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Michele Bianchi. La sua fu una carriera rapidissima: nel 1924 divenne comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e nel 1925 sottosegretario all’economia; l’anno successivo fu nominato segretario di Stato all’Aviazione e organizzò la neocostituita Regia Aeronautica. Nel 1929, a soli trentatré anni, ottenne la nomina a Ministro dell’Aviazione. Egli guidò due voli transatlantici: il primo, con 12 idrovolanti partiti da Orbetello alla volta di Rio de Janeiro in Brasile, si svolse dal 17 dicembre 1930 al 15 gennaio 1931; il secondo fu organizzato per celebrare il decennale della Regia Aeronautica nel 1933, con destinazione finale gli Stati Uniti. Il governatore dell’Illinois, il sindaco e la città di Chicago riservarono ai trasvolatori un’accoglienza trionfale. Il volo di ritorno proseguì via New York, dove fu allestita una parata in onore degli equipaggi e si intitolò a Balbo uno dei viali. Il presidente Roosevelt lo volle ospite alla Casa Bianca: la trasvolata oceanica del Decennale fu uno degli eventi mediatici di maggiore risonanza degli anni Trenta. Di ritorno in Italia, l’ardito aviatore fu accolto a Roma con tutti gli onori e ottenne la nomina di Maresciallo dell’Aria, titolo creato ad hoc per lui. Ma i trionfi e la spiccata personalità di Balbo mettevano in ombra Mussolini, che decise di allontanarlo, estromettendolo dal governo e promuovendolo governatore della Libia: di fatto, mandandolo in esilio. In Libia Balbo avviò progetti di opere pubbliche e costruzione della rete stradale, in particolare la litoranea che segue il Mediterraneo per centinaia di chilometri e che in suo onore venne chiamata Via Balbia. Cercò inoltre di attirare coloni italiani e seguì una politica di integrazione e pacificazione con le popolazioni musulmane ed ebraiche. Dopo l’invasione tedesca della Polonia nel settembre del 1939, Balbo espresse preoccupazione per l’alleanza militare con la Germania e per la politica interna e internazionale seguita da Mussolini. Il suo dissenso nei confronti del Duce si era acuito a partire dal 1938: in più occasioni manifestò contrarietà alla promulgazione delle leggi razziali. Il 28 giugno 1940, a soli diciotto giorni dall’entrata in guerra dell’Italia, Balbo morì insieme ad altre otto persone durante un volo di ricognizione sopra i cieli di Tobruk, abbattuto dalla contraerea italiana. Facevano parte dell’equipaggio del trimotore Savoia-Marchetti 79, fra gli altri, Nello Quilici, giornalista, storico e padre di Folco, il famoso scrittore e documentarista e Francesco (Cino) Florio, ufficiale dell’Aeronautica, marito di Giuliana Canciani[12]. Ufficialmente “l’incidente” di Tobruk venne archiviato come uno sfortunato caso di fuoco amico, ma Emanuella Florio rimase sempre dell’opinione che si fosse trattato di un complotto architettato da Mussolini allo scopo di eliminare un potenziale avversario politico, inviso anche ai tedeschi. Recentemente è stato appurato che Balbo fu abbattuto dalla contraerea italiana per un fatale errore di valutazione. Le salme di Balbo e degli altri otto membri dell’equipaggio furono tumulate nel cimitero degli Aviatori Atlantici a Orbetello, e il 5 luglio nel Tempio Ossario di Udine venne officiata una funzione solenne in memoria di Italo Balbo e Cino Florio alla presenza delle più alte autorità locali. La vedova di Cino, la contessa Giuliana Canciani Florio, allora aveva solo ventotto anni ed era madre di una bambina di due, Francesca, ma non si perse d’animo: 

Giuliana, dopo il primo momento di stordimento, vuole immediatamente reagire, con coraggio e dignità, per se stessa e per gli altri, cercando dentro di sé un nuovo slancio.[ …] E trova la risposta in un atto di volontà: riprendere gli studi interrotti al ginnasio, iscriversi all’università, laurearsi in Agraria per acquisire abilità basilari e necessarie a una possidenza che voglia essere attiva[13].                                                    

Tre mesi dopo la morte del marito Francesco, incurante dei cliché che la volevano giovane vedova e madre possidente, la contessa si presentò come privatista alla seconda sessione degli esami di maturità al liceo classico “Jacopo Stellini” di Udine, che aveva frequentato fino alla quinta ginnasio; promossa, nello stesso anno s’iscrisse alla Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna e si stabilì in un albergo del capoluogo emiliano con la figlioletta, la madre Giulia Clerici e la governante. Studiò fino al conseguimento della laurea nel 1945 e poi si dedicò al controllo delle aziende agricole che aveva in Friuli, essendo l’erede di due ingenti patrimoni: uno lasciatole dal padre Giacomo a Varmo e a Santa Marizza, e l’altro dal marito a Buttrio e Persereano. Villa Canciani-Florio a Varmo (oggi proprietà Cisilino-Bertini), dove Giuliana nacque nel 1912 e visse prima di sposare Francesco Florio, è una tipica casa padronale friulana a tre piani, essenziale nelle linee architettoniche,  immersa nel verde. Sulla semplice facciata, liscia e intonacata, ancora si nota lo stemma in pietra dei Conti di Varmo di Sotto, primi residenti della villa, che la fecero edificare dopo che i loro castelli furono distrutti da una terribile esondazione del Tagliamento nel 1596. Nella dimora la madre di Giuliana visse fino al 1971, anno della sua scomparsa, e soggiornarono personaggi illustri, tra i quali Winston Churchill e Galeazzo Ciano. Nel 1936 vi si celebrò il fastoso banchetto di nozze tra Giuliana Canciani e Francesco Florio; testimone dello sposo era Italo Balbo, molto affezionato al cognato.[14] Giuliana Canciani Florio era una donna pragmatica, dinamica, dalla formidabile capacità comunicativa; avvezza al jet set internazionale, era  disponibile con tutti, affabile con i domestici, i fattori e gli artigiani. Impaziente di aprirsi al mondo, negli anni Trenta Giuliana iniziò a viaggiare: soggiornò in Francia, in Svizzera e poi a Londra, dove conobbe il Cancelliere del Ministero delle finanze e futuro primo ministro Neville Chamberlain, che pare la corteggiasse, e in Scozia. In seguito prese a viaggiare con il marito e con amici in Brasile, Venezuela, Sud Africa, Australia, isole Figi. Fu lei che vendette a Sergio Maldini quella che sarebbe diventata famosa come “la casa a Nord-Est”, nel borgo rurale di Santa Marizza di Varmo, confinante con il “Palassat”, una villa veneta acquistata e restaurata da Elio Bartolini, romanziere, poeta, filologo e sceneggiatore, che l’aveva scoperta - diroccata, un po’ malinconica, ma piena di fascino - nei suoi giri in bicicletta alla fine degli anni Sessanta. Sia il giornalista e scrittore Maldini che Elio Bartolini, stanchi della vita caotica e soffocante di Roma, erano rimasti folgorati dalla quiete e dalla bellezza di questi luoghi di campi sconfinati e di “chiare, fresche e dolci acque” (il Varmo, fiume di risorgiva, fu celebrato anche da Ippolito Nievo), non lontano da Villa Manin, la sontuosa villa dogale di Passariano. Fu proprio Bartolini a suggerire a Maldini il rustico adiacente al suo. Ai coniugi Maldini il luogo piacque subito, ma Sergio dovette trattare a lungo con la contessa, poiché la Cansiane, com’era chiamata in paese, non voleva cedere ad estranei ciò che il padre aveva accumulato con il suo indefesso lavoro[15] e, come narra in modo circostanziato Federica Ravizza nel suo libro, intitolato pasoliniamente Il sogno di una casa, accettò solo dopo aver accertato il buon gusto dei potenziali acquirenti[16]. L’atto di compravendita della “casa a Nord-Est” venne rogitato nei primi giorni di gennaio del 1981.

Maldini, nei suoi anni giovanili in Friuli, aveva conosciuto e frequentato anche Pier Paolo Pasolini. E’ lo stesso Maldini a rievocare la figura dell’amico, destinato a diventare uno dei suoi più importanti mèntori:

Comparve anche, in una di quelle estati piene di speranza, Pier Paolo Pasolini. Veniva da Casarsa in bicicletta. Fu un piccolo trauma per la nostra cultura. Pier Paolo mi suggerì letture fondamentali, la sua pazienza e la sua intelligenza erano infinite[17].                

Tra i due s’instaurò un’amicizia immediata:

Pier Paolo possedeva un istinto rabdomantico per cosa valesse la pena di leggere. Mi fece scoprire il Wilhelm Meister di Goethe, e Choderlos de Laclos, appunto. Diceva che L’educazione sentimentale era meglio di Madame Bovary, e che il più valido Radiguet non era quello del Diavolo in corpo ma del Conte d’Orgel. Vivevamo in una provincia appartata, povera di strumenti culturali, ma lui sapeva; aveva qualcosa del rabbi, del maestro, nulla gli sfuggiva. Conosceva già de Saussure, e allorché ci fu l’avvento dello strutturalismo negli anni Sessanta, era perfettamente preparato a riceverlo[18].

In seguito i due intellettuali presero strade diverse: dopo lo scandalo di Ramuscello Pasolini fu costretto a fuggire a Roma presso uno zio materno e tornò sporadicamente in Friuli; Maldini nello stesso anno si stabilì a Bologna per svolgere la professione di giornalista. Il 20 febbraio 1950 Pasolini scrisse a Maldini una lettera accorata:

Un biglietto per dirti che non sono a Casarsa, ma a Roma. Non pretenderai che ti scriva un volume, come la mia situazione vorrebbe. L’altro ieri si è gettato nel Tevere un giovane dai 25 ai 30 anni, con un paltò nero: potrei essere io. Immagina tutto quello che sta sotto e intorno ai stomachevoli 10 metri di profondità del Tevere sotto ponte Mazzini[19].

Nei primi anni Ottanta Maldini si recò spesso in Friuli per assicurarsi che i lavori di ristrutturazione della casa, affidati all’architetto, Maria Antonietta (Toni) Cester-Toso, sua ex-compagna di liceo procedessero come desiderava. Per lo scrittore-giornalista la casa doveva essere  il rifugio dell’anima, in cui trascorrere gli ultimi anni circondato dagli affetti più cari, lontano dai giochi di potere capitolini. Della ristrutturazione del rustico Maldini parla diffusamente ne La casa a Nord-Est, il romanzo che gli è valso  il premio Campiello nel 1992; nelle prime pagine, attraverso l’alter ego Marco Gregori, spiega cosa rappresentasse per lui il Nord-Est, periferico e dunque incorrotto, luminoso anche a livello simbolico:

Distingueva, insomma, fra Italia Ovest e Italia Est: la prima stanca, sapiente, piena di cimiteri etruschi che lo immalinconivano, la seconda meno ricca di ruderi, e perciò ottimista, improntata a una più forte solidarietà umana. Inoltre a Est l’aria era molto luminosa. Vi sorgeva il sole, che splendendo sull’Adriatico lo tagliava con una riga celeste nel baratro dell’orizzonte[20]. 

Anche nel romanzo La stazione di Varmo, del 1994, Maldini riprende il concetto, con una certa vis polemica:

Il Nord-est [… ] non è soltanto una condizione geografica. E’ una cultura a sé stante. Neve, nordismo, contiguità con il mondo slavo, e, sì, anche la grande tradizione mitteleuropea, di cui non se ne può più…si sono impadroniti della  Mitteleuropa tutti i letteratini di Roma e di Milano…[21]

Maldini, dunque, difendeva il mito del Nord-Est, che identificava con l’ordine, la semplicità, la laboriosità silenziosa, anche con un provincialismo che non gli dispiaceva affatto. D’altro canto, sua madre era istriana e il padre romagnolo, quindi si può dire che il Nord-Est fosse nel suo Dna. In merito alla contiguità con il mondo slavo, non bisogna dimenticare che da qui erano penetrati, intorno all’anno Mille, i terribili Ungari, i quali avevano lasciato al loro passaggio una landa disabitata, a tal punto che il Patriarca di Aquileia dovette chiamare coloni slavi per ripopolarla, e ciò spiega l’etimologia slava di toponimi quali Belgrado, Jutizzo, Gorizzo, Gradiscutta, Santa Marizza.

Il Tagliamento scorre poco lontano da Varmo; definito da Maldini «uno dei più bei fiumi italiani», è senza dubbio il più importante del Friuli, anche dal punto di vista economico, l’aga per eccellenza nell’immaginario collettivo, tanto che ancora oggi si distingue tra un di cà da l’aga (il Friuli occidentale) e un di là da l’aga (il Friuli orientale). Ne La casa a Nord-Est troviamo un’efficace descrizione del Tagliamento:

Un fiume pietroso, su cui stagnava un’aria celeste e leggera, con rivoli indipendenti e pozzanghere verde smeraldo nelle quali d’estate spiccava una volta la pelle lattea delle contadine giovani che vi si bagnavano. Il Tagliamento separava il Friuli antico, geloso della sua patriarcalità, dal Friuli più impaziente ed estroverso che si collegava a Venezia e all’Italia e aveva in Pordenone una sua piccola capitale. Per secoli il Tagliamento era stato il signore della pianura. Aveva distrutto monasteri, conventi, castelli, portato la legna della Carnia negli arsenali Serenissimi, dato un pane ai ciariadors estrattori di ghiaia, mantenuto le famiglie ebree che alla Levata gestivano un ponte a pedaggio, poiché Gradiscutta, pochi chilometri più in là, feudo dei principi teutonici del Sacro Romano Impero, ne aveva ereditato l’integralismo religioso.[22]

Il Tagliamento, a causa della sua irruenza, era denominato dagli antichi ferox et rapax; il poeta friulano Ermes di Colloredo nel Seicento lo definì orgogliôs e teribil, e Ippolito Nievo lo vedeva solcare «con venti braccia un deserto infinito di sassi e di ghiaie[23]». Lungo le sue rive, da San Martino a Gleris, sulle pareti esterne delle chiese vennero raffigurati a scopo scaramantico degli imponenti san Cristoforo. Effettivamente, il fiume è straripato innumerevoli volte causando danni, morti e carestie; le ultime alluvioni, che colpirono in particolare Latisana e i paesi limitrofi il 2 settembre 1965 e il 4 novembre1966, causarono quindici vittime. I friulani, noti per essere onesti, laboriosi e solidali al momento opportuno, sono così paciosi che nella loro lingua non esiste il corrispondente di “assassino”: il sostantivo sassìn, usato in senso figurato, indica una persona irrequieta, indomabile, giammai un omicida, e il verbo sassinâ, secondo quanto riporta il dizionario Pirona, significa “mandare in rovina, recare gran danno”. La loro bonomia fu messa a dura prova nel corso della storia da continue scorrerie e devastazioni: guadarono agevolmente il Tagliamento i Visigoti (410), gli Unni (452), i Longobardi (568), i Franchi (773), gli Ungari a più riprese, l’ultima nel 954. Infine i temibilissimi Turchi, nel 1477 guidati da Omar Bey e nel 1499 comandati da Iskender Bey con una scorreria che investì i villaggi di San Giovanni e Casarsa. Si narra che Iskender, incalzato dai veneti, si liberò di circa mille prigionieri sgozzando senza pietà donne, anziani e uomini proprio sul greto del fiume; Pasolini rievoca (e attualizza) il sanguinoso episodio nel dramma in friulano I Turcs tal Friùl. Il Cinquecento, in Friuli, fu un secolo horribilis quanto a catastrofi e crudeltà d’ogni sorta: nel 1511 si registrarono un’epidemia di peste e un terribile terremoto, che danneggiò anche il Castello di Udine e l’adiacente  chiesa di Santa Maria, la più antica della città. Nello stesso anno, il 27 febbraio, giovedì grasso,  scoppiò una cruenta rivolta contadina contro la nobiltà e molti membri delle famiglie patrizie vennero uccisi; ancor oggi il fatto di sangue viene rievocato come la crudel Zobia Grassa.

Nel 1596 una memorabile esondazione del Tagliamento distrusse case e castelli (quelli di Varmo di Sopra e di Sotto, di Belgrado e Madrisio) e spazzò via il monastero di Vendoglio di Madrisio di Varmo, dove vivevano poverissime monache cistercensi, affogandole tutte[24].

Il poeta rinascimentale Erasmo da Valvasone compose perfino un sonetto intitolato “Sopra una inondazione, che fece il Tagliamento fiume, con gran danno paese”:

A lo spirar d’un umido Austro i monti
si fan di sciolte nevi alti torrenti
e cadon da’ lor dorsi aspri frammenti
di svelte piante e dissipati monti.

Le rupi stesse, che levar le fronti
a contender co’ nuvoli eminenti,
cadon nel piano e, pallide e gementi,
traggono le ninfe ancor con tutti i fonti.

Il Tagliamento, di versata arena
torbido il volto, come toro mugge,
e corre in mar con spaventosa piena:

anzi egli è mar, che quinci e quindi strugge
le ripe, e seco le capanne mena,
e gli armenti, e ’l pastor che tardo fugge.”[25]

Per quanto riguarda Santa Marizza, le cronache la citano per la prima volta per un fatto di sangue occorso nel 1582. Ne fu protagonista Francesco Rodolfi, detto anche “di Cordovado” dal nome del castello di residenza. Originari di Fagagna, i Rodolfi furono pupilli dei vescovi di Concordia, i quali li omaggiarono di estese terre e li nominarono loro “palafrenieri ereditari”. Francesco di Cordovado era un capobanda violento e Venezia aveva da tempo posto una taglia sulla sua testa. Dopo essersi rifugiato all’estero, che all’epoca significava semplicemente Gorizia e terre limitrofe, godeva dell’impunità e aveva formato, in combutta con Antonio del Merlo di Udine, una banda di trenta briganti acquartierati nella zona di paludi e stagni disegnati dal Varmo, nei pressi di Gradiscutta. I tentativi della forza pubblica di contrastarli erano falliti sicchè alla fine, il 25 maggio del 1582, si dovette ricorrere ad una vera e propria azione di guerra. Francesco di Cordovado cercò di fuggire a cavallo verso il guado di Bugnins ma, tallonato da un “cappelletto”, cioè un soldato della cavalleria leggera dalmata, provò a scaricargli addosso la pistola, in corsa, fallendo il bersaglio; il cappelletto gli fu subito addosso e con un fendente della sua scimitarra alla testa lo disarcionò; il cadavere, trattenuto per un piede dalla staffa, fu trascinato a insanguinare la distesa bianca di ciottoli del Tagliamento.

Ippolito Nievo, dal castello di Colloredo di Montalbano si recava volentieri in visita alla zia Elisabetta nella villa di Gorizzo, una costruzione massiccia e imponente, con la facciata a nord nobilitata da un’elegante balconata a trifora, in pietra, affiancata da due barchesse allungate, perfettamente simmetriche e in linea con il corpo principale. Dietro alla villa scorre la roggia Marzia, che poi confluisce nel Varmo (la roggia prende il nome da Marzio Colloredo, che fece deviare il corso del Varmo); in prossimità del cancello d’ingresso si erge una statua di San Giovanni Nepomuceno, protettore dei ponti. Giovanni di Nepomuk (una cittadina boema) nel Trecento fu canonico della cattedrale di Praga e predicatore alla corte del re Venceslao IV. Secondo le cronache, nella sua veste di Vescovo egli aveva la funzione di confessore della consorte del re, la pia Giovanna di Baviera. Venceslao era un sovrano corrotto e vizioso, che trascorreva il suo tempo tra cortigiane e banchetti luculliani; dubitando della fedeltà della moglie, tormentato dal tarlo della gelosia, si rivolse a Giovanni per sapere ciò che lei rivelava in confessione.Questi, malgrado le insistenze e le minacce del sovrano, fu irremovibile e non accettò di violare il segreto; per questa ragione nella notte del 16 maggio 1383 fu gettato nelle acque della Moldava, dove annegò. La leggenda vuole che il mattino seguente il corpo fosse ritrovato sulle rive del fiume circondato da una strana luce e ancora oggi chi visita Praga può ammirare sul Ponte Carlo una bella statua del santo, riconoscibile per la corona con cinque stelle. Egli fu proclamato santo nel 1729 e oggi è patrono della Boemia, dei confessori e di tutte le persone in pericolo di annegamento. Il culto di San Giovanni Nepomuceno si è diffuso in tutta Europa e statue del martire sono numerose anche in Italia, ad esempio a Venezia sul Canal Grande all’imbocco di Cannaregio, a Livorno, a Bassano del Grappa, nella piazza principale di Vigevano, a Milano (nel cortile del Castello Sforzesco), a Vipiteno, sul Ponte Milvio a Roma.

Conoscendo la triste fine di Ippolito Nievo, morto nel 1861 a soli 31 anni nel misterioso naufragio del piroscafo “Ercole” che lo stava riportando a Napoli nel corso della spedizione dei Mille,  pare che la statua di San Giovanni a Gorizzo non gli sia stata di grande aiuto. Tuttavia, fu in questi luoghi che Nievo compose la novella Il Varmo, dedicata all’affluente di sinistra del Tagliamento, di cui riportiamo un breve ma significativo stralcio, in cui l’autore si contrappone all’ottica prosaica dei consiglieri del Comune, i quali non vedono la bellezza e la poesia del corso d’acqua, ma solo la possibilità di un suo sfruttamento per fini utilitaristici:

 [… ] Certo, se il consiglio fin dapprincipio avesse creduto far onta al riottoso bastardello del Tagliamento imponendogli quella lieve servitù, sarebbesi accontentato di lasciar il guado come stava; ma i consiglieri per avven­tura non si erano mai specchiati in quelle sue acquette satiriche, né vi aveano veduto sul fondo vario­pinto quelle lunghe chiome di alica listata di verde e di nero, fluttuante a seconda della corrente, e quel­le foglie aranciate di giunchiglia, e quei muschi tenebrosi somiglianti a velluto, onde sopra cervelli scarnati d’ogni poesia non fece presa la paura di sturbar l’albergo d’ una qualche fata.[26]

Se abbiamo parlato di un mito del Nord-Est a proposito di Sergio Maldini, vi è un’immagine “nordica” del Friuli, relativa al Tagliamento, anche in un passo del suo amico di gioventù  Pier Paolo Pasolini:

I polveroni d’oro sulla Carnia si coagulavano in braci ardenti, che posate sui crinali controluce dei monti, andavano spegnendosi in un silenzio da tundre. E lì, l’acqua del Tagliamento, abbandonata a se stessa, riprendeva il suo viaggio sulle nitide ghiaie del fondo – il viaggio notturno, mormorante in combutta con lo scuotersi isterico e lieve delle foglie.[27]

Tornando a Maldini, ci si potrebbe interrogare sulla ragione per cui intitolò il proprio romanzo La casa a Nord-Est.

Ho avuto modo di accedere al cortile e al canevon della dimora friulana dei Maldini, di ammirarne il giardino curato, con ortensie fiorite, alberi frondosi, tra i quali  spicca un noce maestoso; entrando, a destra attira lo sguardo una bella piscina e a sinistra l’ampia barchessa a due piani dove si tengono gli appuntamenti culturali e gastronomici. Al secondo piano del canevon, un tempo, si lasciava essiccare il tabacco; Maldini amava in modo particolare questa parte della casa che gli ricordava certe stampe di Piranesi. Parlare di “casa”, però, è riduttivo, una sorta di understatement; ma ecco quello che Maldini (Gregori) stesso  scrive all’architetto Melita Schuster (trasposizione letteraria di Toni Cester-Toso) circa la sua idea del rustico ristrutturato:

Una casa pertanto e non una villa nell’accezione borghese e piccolo-borghese del termine. Una ‹‹villa›› richiama sempre un che di leggiadro e superfluo, un soggiorno precario, il sospetto di un’ostentazione; la ‹‹casa›› invece è il luogo dell’amore, delle malattie, dell’amicizia e della morte: infinitamente più seria insomma[28].

Nella casa di Santa Marizza Maldini desiderava trascorrere in tranquillità e il più serenamente possibile gli ultimi anni, e lì visse fino alla morte,  nel 1998. Oggi la sua semplice tomba si trova nel piccolo camposanto di Santa Marizza (pre-napoleonico, con al centro la chiesetta tardocinquecentesca dell’Assunta). Le spoglie dello scrittore sono quasi invisibili all’ignaro visitatore perché il cespuglio d’edera e bosso ha seminascosto il modesto tumulo inserito nel terreno; a pochi passi, nell’angolo a sinistra dell’entrata, si trova la lapide ricoperta d’edera di Elio Bartolini, scomparso nel 2006. Entrambi, nella scelta della sepoltura, pare abbiano voluto sottolineare il loro legame con la terra silenziosa che circonda sovrana il cimitero campestre.

 

Note:

[1] S. Sibille-Sizia, Liber de Aganis. Un mito lungo 35.000 anni. Montereale Valcellina 2010, p. 13.
[2] Ibidem, p. 224.
[3] Ibidem, p. 41 e passim.
[4] R. Castellani, “Avanti cul Brun!...”, 1962, n. 29, pp. 289-296.
[5] D. Virgili, Leggende della mia terra, in “Avanti cul Brun!...”, n. 22, 1955, p. 92.
[6] D. Zannier, Tiaris di Cjanal del Fier- Terre del Canale del Ferro. L’orizzonte mitico del Canal del Ferro, www.natisone.it/ 0-store/furlanis/miti/canal-3.htm , p. 2.
[7] G. Chiaradia, Mitologia Popolare del Friuli Occidentale. Le Agane, parte prima, p.3.
[8] S. Sibille-Sizia, op. cit., p. 23.
[9] Per un approfondimento sulle Agane, si veda Giosuè Chiaradia, op. cit., reperibile sul sito http://www.propordenone.it/editoria/articoli-loggia/6mitologia_popolare.htm.
[10] S. Sibille-Sizia, op. cit., p. 61.
[11] Cfr.  Elio Bartolini, http://www.terredimezzo.fvg.it/.
[12] Per un approfondimento della biografia di Giuliana Canciani Florio si rimanda a: L. Cargnelutti,     L’imperatrice del mais. Giuliana Canciani Florio nel Friuli del ‘900, Venezia 2007.
[13]L. Cargnelutti, op. cit., p. 78.
[14] Come altre residenze di campagna friulane, anche questo edificio fu requisito durante le guerre. Il generale Eisenhower e il principe Carlo d’Inghilterra nel 1984, furono invece ospiti in un’altra elegante dimora, costruita dai Florio agli inizi del Settecento a Persereano. E’ una villa ricca di memorie storiche e di grandissimo pregio anche per la preziosa biblioteca iniziata con Daniele Florio nel Settecento; oggi consta di circa dodicimila volumi fra cinquecentine, secentine, codici, incunaboli di inestimabile valore ed è sistemata nell’antico foladôr ristrutturato  dall’architetto Maria Antonietta Cester Toso. Sulla nuova ubicazione della biblioteca, cfr. L. Cargnelutti, op. cit., pp. 117-123 e p. 161.
[15] Giuliana Canciani Florio aveva ereditato i possedimenti di Santa Marizza dal padre Giacomo, morto a soli quarantanove anni nel 1930, dopo aver nominato il sior Quinto Saccomano tutore e curatore dei beni dell’azienda fino al compimento della maggiore età della figlia.
[16] F. Ravizza, Sergio Maldini. Il sogno di una casa, Udine 2009.
[17] S. Maldini, Mal d’Africa, riportato in P. Simoncelli, Sergio Maldini. Biografia della nostalgia,        Venezia 2008, p. 48.
[18] S. Maldini, Pier Paolo, lettera riportata in P. Simoncelli, op. cit., p. 49.
[19] Riportato in: A. Paolella, L. Serra, I luoghi di Pasolini, Milano 2010, p. 77.
[20] S. Maldini, La casa a Nord-Est, Venezia 1991, p. 9.
[21] S. Maldini, La stazione di Varmo, riportato in P. Simoncelli, op. cit., p. 206.
[22]  S. Maldini, La casa a Nord-Est, op. cit., p.18.
[23] Cfr. D. Virgili, Leggende della mia terra, “ Avanti cul Brun!...”, n. 22, 1955, p. 86.
[24] Notizia riportata in AA.VV., Tiliaventum, Tiliment/Tilimint, Tagliamento, Ellerani Editore 2001, p. 15. E’ opportuno precisare che Erasmo da Valvasone morì nel 1593, quindi l’inondazione cui fa riferimento nel sonetto non può essere quella devastante del 1596.
[25] Ibidem, p. 50.
[26] AA.VV., Tiliaventum, Tiliment/Tilimint, Tagliamento, op. cit., pp. 55-56.
[27] Ibidem, p. 60.
[28] S. Maldini, La casa a Nord-Est, op. cit., pp. 95-96.

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Testi di Lara Scifoni pubblicati su Progetto Babele

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(5) Stabat Mater di Tiziano Scarpa - RECENSIONE
(6) Stabat Mater a cura di Lara Scifoni - ARTICOLO
(7) Il mito del Nord-Est tra storia e letteratura a cura di Lara Scifoni - ARTICOLO
(8) T.S. Eliot: tre liriche laforguiane a cura di Lara Scifoni - ARTICOLO
(9) Il "Risveglio" in Kate Chopin a cura di Lara Scifoni - ARTICOLO
(10) Némirovsky,Irene(1903-1942) a cura di Lara Scifoni - BIOGRAFIA


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