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La Saga del REgno dei Fanes nell'opera di Karl Felix Wolff
a cura di Giuliano Giachino
Pubblicato su SITO


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Prima di iniziare a parlare della Saga del Regno dei Fanes é necessario spendere alcune parole per precisare l'ambientazione in cui essa si svolge e che, facendo da sfondo alle gesta dei suoi protagonisti, viene a far parte della Saga stessa in modo caratterizzante: quel magico mondo delle montagne dolomitiche capace di stregare il più smaliziato dei turisti, e del quale sono stati appassionati estimatori i più disparati personaggi della Letteratura, dell'Arte e della Poesia.

Innanzitutto Dino Buzzati, bellunese ed alpinista, nella cui opera e nei cui sogni le Dolomiti più volte ritornano, magari non nominate espressamente, come ad esempio nella bella intervista di Gianfranco De Turris ripropostaci su "Clericus in Labirintho 5" in occasione dell'Italcon di San Marino 1999 (1), ovvero citate esplicitamente (la Gran Fermeda del Gruppo delle Odle), come in alcune delle tavole di "Poema a Fumetti" (2), ed in altri racconti ancora; oppure Tiziano Vecellio, nativo di Pieve di Cadore, nei cui dipinti spesso compaiono sullo sfondo crode e picchi tipicamente dolomitici; ed infine Giosué Carducci, che alle Dolomiti ed in particolare al Gruppo delle Marmarole dedicò addirittura un'ode in cui ricorda per l'appunto il Vecellio: "...e il sole calante le aguglie / tinga a le pallide dolomiti / sì che di rosa nel cheto vespero / le Marmaròle care al Vecellio / rifulgan, palagio di sogni, / eliso di spiriti e di fate " (3).

Anch'io faccio parte della schiera degli estimatori di queste montagne, essendomene innamorato a prima vista e per sempre allorché le vidi adolescente per la prima volta, sino a farne una delle passioni più importanti della mia vita; ed in non poche occasioni, dichiarando questa mia passione, mi é successo di incontrare un pò di scetticismo ed incredulità: ma come, proprio tu, un piemontese, che hai ha disposizione alcune tra le più belle e grandiose montagne delle Alpi, preferisci le Dolomiti?

Eppure é proprio così: perché, in effetti, le Dolomiti non sono più belle, sono semplicemente diverse; non possiedono la grandiosità, l'immensità del ghiacciaio, ma sono in compenso più artistiche, magiche, inaspettate e soprattutto più fantastiche.

Se ci avventuriamo in un'escursione alla base di una delle grandi montagne alpine, il panorama di fronte a noi, pur immenso e grandioso, muterà nel corso del nostro cammino con esasperante lentezza: nelle Dolomiti esso ci riserverà invece, ad ogni svolta del sentiero, nuove ed inaspettate sorprese, nuovi scorci bizzarri, nuove impossibili ed emozionanti prospettive.

In definitiva, se paragoniamo le più grandi montagne alpine con la gigantesca onda di uno Tsunami, le Dolomiti saranno rappresentate dagli arabeschi di schiuma che la circondano; se il Bianco é la Piramide di Cheope, o la Grande Muraglia cinese, allora le Dolomiti possono ben essere rappresentate da una cattedrale gotica con le sue guglie ed i suoi pinnacoli, come quelle di Chartres, di Reims o di Santo Stefano in Vienna.

Anche la definizione con cui le Dolomiti sono universalmente note é pur'essa ambigua ed intrigante: i Monti Pallidi. In effetti, le Dolomiti non sono affatto pallide, sono di un colore rosato che tende all'aranciato e all'ocra, e che sotto i raggi del sole all'alba ed al tramonto, in quella che in lingua ladina viene definita "Enrosadìra", possono assumere la tinta violenta di un tizzone infuocato: ed "Enrosadìra" é il titolo di un mio racconto di Science Fiction, in cui ho cercato di coniugare la magia di un fenomeno naturale straordinario con una fantasiosa ipotesi pseudoscientifica (4).

Ed allora, perché mai "Monti Pallidi"? Innanzitutto perché, per quanto non propriamente pallide, le guglie ed i picchi dolomitici sono comunque molto più chiari del granito del resto delle Alpi; in secondo luogo perché, sorgendo queste muraglie e queste crode spesso direttamente dal prato o dal bosco, esse creano un netto contrasto con la tonalità decisamente più scura di questi ultimi; ed infine perché, di notte ed alla luce della luna piena, esse vengono ad assumere un aspetto decisamente spettrale, baluginante nel buio, quasi come delle ossa.

Quest'ultimo paragone, che quasi avvicina ad uno scheletro l'aspetto della roccia dolomitica scorta alla luce della luna, può a prima vista apparire fuori luogo, mentre in realtà é perfettamente calzante, poiché la roccia dolomitica non é affatto di origine minerale, ma bensì organica.

In effetti, se nel corso di un'escursione nelle Dolomiti proverete a frugare con un minimo di perseveranza ed attenzione nei maceréti di pietrisco e di frammenti di rocce più o meno grandi che le circondano, con relativa facilità vi sarà possibile rinvenire al loro interno dei fossili: megalodonti, ammoniti ed altri ancora. Perché le Dolomiti, semplificando un poco, altro non sono che quel che resta di immense ed antichissime barriere coralline miste a depositi formatisi per sedimentazione nei bassi e tiepidi fondali del Mare della Tetide, che, all'incirca nel Triassico, occupava la zona attualmente occupata dall'Europa meridionale (5, 6).

La composizione chimica della roccia dolomitica, che deve il suo nome al geologo francese Déodat de Dolomieu che l'accertò per primo attorno al 1788, é infatti "carbonato doppio di calcio e magnesio": e se sostituiamo il carbonio con il fosforo, otteniamo un qualcosa di molto vicino alla composizione delle nostre ossa e rendiamo il paragone di poco fa assai meno assurdo di quanto non sembri a prima vista (6, 7).

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Attorno alle Dolomiti ed in relazione con esse é fiorita da sempre una vastissima letteratura, che spazia dalle delicate poesie di montagna di autori come Carlo Arzani ed Alberto Pappacena (8, 9), a racconti e leggende in parte comuni al resto delle Alpi ed in parte strettamente legati al mondo dolomitico (10,11), sino alla cosiddetta "Saga del Regno dei Fanes", che rappresenta l'argomento cardine di questo mio intervento.

Di questa Saga é facilmente reperibile oggi una serie di rielaborazioni e riproposte, alcune delle quali abbastanza fedeli all'originale, come ad esempio la versione di Brunamaria Dallago dal titolo "Il Regno dei Fanes, racconto epico delle Dolomiti" (12); altre che, pur gradevoli alla lettura, introducono situazioni, avventure e persino personaggi estranei al racconto originario e non ne conservano pertanto il fascino, come quella di Mauro Neri "Il Cavaliere delle Dolomiti" (13); altre infine, tradotte dall'inglese, come il romanzo "La Regina dei Fani" di Amanda Prantera, che con la Saga originaria hanno ben poco in comune (14).

E' doveroso citare, a questo punto, anche il volume "I regni perduti dei Monti Pallidi", di Giuliano e Marco Palmieri (15): si tratta di un'opera gradevolissima, una vera e propria miniera di informazioni, in cui gli autori tentano un approccio interpretativo della Saga sul piano filologico, storico e letterario, con un entusiasmo genuino e coinvolgente; purtroppo, proprio questo entusiasmo, pur suscitando nel lettore l'interesse e la curiosità, li porta non raramente a sbilanciarsi in ipotesi interpretative decisamente spericolate.

Detto questo, credo sia ormai chiaro che la fonte autentica e valida della Saga del Regno dei Fanes sia una ed una sola, e cioè il testo di Karl Felix Wolff contenuto nel volume "L'anima delle Dolomiti", al quale si farà principalmente riferimento da questo momento in poi (16).

Chi era dunque Karl Felix Wolff (Karlstadt 1879 - Bolzano 1966), il personaggio a cui dobbiamo il recupero di quel poco che si é potuto ricostruire e salvare di questa antichissima Saga?

Sul quotidiano il "Resto del Carlino" di Bologna del 17 Gennaio 1922 era possibile leggere quanto segue:

L'uomo delle leggende dolomitiche

"Ho un consiglio da dare a chi fa la sua scappatella estiva nell'Alto Adige e passa magari fuggevolmente, in automobile, attraverso il mondo incantato delle Dolomiti. Per comprendere le Dolomiti non basta contemplare da Bolzano l'"Enrosadìra" del Rosengarten, rievocando la leggenda di re Laurino e di Teodorico da Verona. Bisogna conoscere Karl Felix Wolff, l'entusiastico amatore delle leggende dolomitiche, il folclorista tipico del mondo alpino.

Ecco: se incontrate a Bolzano un uomo sulla quarantina, munito di un par d'occhiali a stanghetta - dietro i quali due occhi miopi guardano perfettamente trasognati chi sa dove, con uno sguardo tra il serafico e l'acchiappanuvole - e d'un bastone sul quale s'appoggia marciando di sghimbescio, potete star sicuri che quell'uomo é Karl Felix Wolff. Ha l'aria, in complesso, di un grosso topo, s'intende di biblioteca, scappato fuori da qualche scaffale pieno di polvere e di sciocchezze stampate e rilegate. Fermatelo, adunque, l'uomo acchiappanuvole: vi farà un grande inchino con una scappellata larga e solenne e risponderà alle vostre domande in un chiaro caratteristico italiano nel quale le parole si ficcano l'una accanto all'atra con ordine, proprio come i libri negli scaffali di una biblioteca. Bel tipo questo Wolff! E' generalmente occupatissimo, ma se voi lo bloccate con un nugolo di domande intorno alle leggende ladine e gli domandate come fu che Soreghina "filo di sole" morì dolcemente a mezzanotte, egli vi accompagna gironzolando per Bolzano e parlando continuamente.

Parla con un tono fra il declamatorio ed il predicatorio per il quale occorrerebbe più tosto un pulpito che la strada affollata, lungo la quale egli distribuisce quei larghi saluti che conoscete: un pulpito ideale, per esempio un picco eccelso delle Dolomiti.

Davanti al gran quadro delle montagne misteriose, evocazione di un antichissimo mondo, nel quale le fole ingenue erano la storia, meglio ascolteremo il poeta e il ravvivatore delle leggende dolomitiche" (11).

Karl Felix Wolff era dunque un suddito dell'Impero Austroungarico, di padre croato e di madre di origine italiana (la nobildonna Lucilla Von Busetti), quasi predestinato dalla sorte, sin dall'infanzia, a divenire il principale ricercatore delle radici storico-culturali delle Alpi orientali ed in particolare delle Dolomiti. Racconta infatti il Wolff stesso:

"Negli anni 1887-1888 mi ammalai per un lungo periodo e quindi mia madre fece venire un'infermiera. Era questa un'anziana signora della Val di Fiemme che chiamavamo semplicemente "la vecchia Lena". Io non l'ho vista mai più e le sono debitore del mio più grande ringraziamento perché ha contribuito in modo determinante alla mia formazione culturale, raccontandomi le prime leggende. In seguito, quando nel 1903 visitai la Val di Fiemme, ero convinto che ogni persona dovesse conoscere quelle storie. Invece trascorse molto tempo, prima che potessi trovare un vecchio pastore che ricordava qualcosa" (15).

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Fu all'incirca tra il 1905 ed il 1908 che Wolff, percorrendo più volte le valli dolomitiche, pazientemente raccolse dalla viva voce degli abitanti del luogo, dei montanari, dei pastori, i brandelli delle leggende che per la prima volta pubblicò nel 1913 sotto il titolo di "Dolomiten Sagen", ed in particolare della "Saga del Regno dei Fanes": brevi narrazioni, strofe sparse ed in gran parte già dimenticate, tramandate oralmente da tempi antichissimi. Erano quelli gli anni immediatamente precedenti alla prima Guerra Mondiale, e mai opera di recupero fu più tempestiva di quella del Wolff: perché quello che egli riuscì a salvare stava per essere letteralmente spazzato via da quella guerra, di cui proprio le nostre montagne, le Dolomiti, rappresentarono uno dei teatri più terribili e sanguinosi.

Oggi, di quell'antica Saga, rimane solamente quello che dal Wolff é stato salvato, nella sua prosa semplice ed essenziale, più qualche verso originale sparso ed isolato: ma esistono prove più che non semplici indizi del fatto che, originariamente, dovesse trattarsi di un qualcosa di assai più esteso. Un corpus mitologico consistente, forse non esteso ed articolato come l'Iliade o come l'Odissea, ma certamente di poco meno, sia come dimensioni che come significato. Un qualcosa, a mio parere, di paragonabile al "Nibelungenlied" della mitologia germanica, o all'"Edda Recentior" di Snorri Sturluson. L'opera era tramandata in versi non rimati, e dei cantori la recitavano per intiero sulle piazze dei villaggi nel giorno del solstizio d'estate, il giorno più lungo dell'anno, ed impiegavano l'intiera giornata, dall'alba al tramonto, a narrarla intieramente.

Non é possibile, con i dati di cui oggi disponiamo, risalire con esattezza a quale epoca risalgano le leggende dolomitiche raccolte dal Wolff e la "Saga del Regno dei Fanes". La loro collocazione storica é necessariamente imprecisa, e spazia dall'epoca della conquista di quelle regioni da parte dei romani, all'epoca delle invasioni barbariche, sino al Medioevo: e, in effetti, é possibile reperire nella loro lettura elementi antichissimi, risalenti forse addirittura all'età del bronzo (ad esempio nella leggenda di Soreghina Raggio di Sole), accanto ad elementi di epoca più recente, sino a cogliere assieme ad essi, in specie dell'ultima parte della "Saga del Regno dei Fanes", concetti, stilemi e situazioni tipicamente medioevaleggianti.

La saga narra la storia del popolo dei Fanes, ed il luogo in cui essa si svolge ed in cui il Regno sorgeva é chiamata "Fanis", lo stesso nome che ancora oggi porta una piccola catena di vette dolomitiche compresa, assieme ad altre, in un'area delimitata approssimativamente dalla Val Pusteria a Nord, dalla Val Badia a Ovest, dalla Val Boite ad Est e dal Passo del Falzarego a Sud: precisi e ripetuti riferimenti geografici a questa particolare zona delle Dolomiti sono reperibili in tutta la leggenda.

All'inizio del tempo, i Fanes sono un popolo di montanari pacifici, che vive negli alti pascoli delle montagne e che deve la propria prosperità ad un alleato sapiente e segreto: le marmotte. Ma con l'avvento di un nuovo Re, giovane ed ambizioso, i Fanes rinnegano il vecchio alleato e ne eleggono uno nuovo e diverso, guerriero e rapace: le Aquile. Forti di questa nuova alleanza, essi muovono guerra ai popoli vicini, li conquistano e fondano così un Regno grande e potente.

Ma dopo il tempo della vittoria, l'ambizione e l'orgoglio portano in sé il seme della decadenza e della sconfitt: gli antichi popoli vinti e sottomessi si uniscono e si ribellano, per i Fanes giunge il tempo della sconfitta, ed il loro Regno, dopo l'ascesa, conosce anche la fine.

La trama attraverso il cui dipanarsi la storia si svolge e giunge al suo compimento é, come in tutte le saghe e le leggende, particolarmente intricata e ricca di personaggi, avvenimenti ed avventure: non ritengo pertanto utile né opportuno sintetizzarla qui più di quanto non abbia già fatto, rimandando chi volesse conoscerla nei particolari alla lettura del testo originale del Wolff. Credo invece che possa essere più utile e stimolante il presentare, in una serie di vividi flaches, i diversi e numerosi personaggi che vi compaiono, assieme alle loro caratteristiche ed ai significati simbolici che essi esprimono.

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La Regina dei Fanes : giovanissima all'inizio della Saga, essa é ormai una vegliarda al suo termine, allorché il Regno ed il popolo stesso dei Fanes scompaiono. Pur non essendo un personaggio di primo piano, la sua immagine rimane costantemente sullo sfondo della vicenda, come una figura potente e tragica, e ad essa sono affidate le ultime parole, l'ultima profezia annunciante il ritorno dei Fanes alla vita ed alla luce in un lontano futuro, allorché sarà giunto il "Tempo Promesso".

Il Re dei Fanes : l'artefice primo della loro grandezza e quindi della loro sconfitta. Non un Fanes egli stesso, ma un principe straniero divenuto Re dei Fanes avendone sposato la Regina, tradirà il suo popolo al termine della vicenda e verrà esiliato per sempre in un impervio luogo di montagna, geograficamente ben identificato: il Passo del Falzarego, divenuto noto a molti in passato grazie alle imprese sportive di campioni del ciclismo come Bartali e Coppi.

Orbene, il Re traditore, il Falso Re, in lingua ladina suona letteralmente: "El Fautso Rego".

Il Falso Re, el Fautso Rego, il Falzarego: non siamo qui di fronte ad una semplice assonanza, ma ad un'identità fonetica quasi completa e, almeno per me, emozionante.

Ey de Net : il giovane guerriero coraggioso ed audace, il cui nome significa "Occhio della Notte" perché capace di scorgere nel buio altrettanto bene che alla luce del giorno. Egli sarà capace di far sua, sottraendola alle forze del male, la gemma più preziosa, la Rajetta, per donarla quindi alla Principessa Dolasilla. Anch'egli non un Fanes, ma un giovane straniero in cerca d'avventura, diverrà il guerriero più forte e potente dell'esercito dei Fanes ed ambirà senza speranza alla mano della loro principessa, da cui verrà allontanato per sempre dal destino avverso e dalla cecità orgogliosa del Re.

Spina de Mul, cioè "Scheletro di Mulo": il Mago tenebroso e malvagio, capace di assumere diverse sembianze tra cui quella di un mulo in parte scheletrito e putrefatto.

Sarà lui, essendone stato sconfitto nel corso di un'epica battaglia notturna, ad imporre ad Ey de Net il suo nome, e ad impegnarsi in una lotta senza quartiere per il possesso della Rajetta e per la distruzione del Regno dei Fanes.

Dolasilla, la bellissima principessa guerriera, e la sua sorella gemella ed "alter ego" Lujanta, segreta alleata delle marmotte. Simboli, l'una della gloria dei Fanes ma anche del ripudio della loro vera natura pacifica ed agreste, e quindi, in germe, della loro rovina; l'altra, della tradizione, della verità non scritta ma pur sempre presente e viva, della natura profonda e segreta delle cose.

Dotata di una bianca corazza d'ermellino invulnerabile a qualsiasi tipo di arma, Dolasilla guiderà i Fanes alla vittoria, servendosi di frecce fatate che, per virtù magica, raggiungono sempre il bersaglio a cui sono dirette, per soccombere infine all'amore ferito ed agli inganni di Spina de Mul; Lujanta sopravviverà invece assieme alla vecchia Regina, al termine della Saga, come incarnazione di un'ultima lontana speranza di resurrezione.

Il Principe Aquila: il guerriero coraggioso e capace, pur essendo dotato di un unico braccio, delle imprese più valorose, ma anche cieco di fronte alla volontà del destino, il cui orgoglio condurrà i Fanes all'ultima battaglia ed all'ultima definitiva sconfitta sul giogo della "Forca dei Ferri".

Sabia de Fék , che significa "Spada di Fuoco": un personaggio collaterale alla Saga, ma particolarmente affascinante, che incarna la tradizionale e bivalente figura del guerriero e del cantore. Guerriero, perché invincibile in battaglia grazie alla spada a cui deve il nome, dalla punta baluginante d'oro per essersi a lungo abbattuta invano sul portale l'oro massiccio del regno sotterraneo dell'Aurona, forziere di ogni ricchezza e tesoro; cantore, perché con l'aiuto della sua cetra e del suo canto é in grado di infondere nuovo ardore e nuovo coraggio ai suoi compagni nel momento dello scoramento e della difficoltà.

Ed a proposito di Sabia de Fék e del suo tentativo di impadronirsi dell'Aurona e dei suoi tesori, mi piace sottolineare qui come la leggenda collochi questo regno sotterraneo, che possiede molte caratteristiche in comune con il "Nibelheim" delle opere wagneriane, proprio sotto il Padòn, una delle poche montagne della regione dolomitica di chiara origine vulcanica e non sedimentaria.

Lidsanél: l'ultimo dei Fanes, inserito in un contesto che ha ormai perso l'originale carattere di mito allo stato puro per assumere quello di una vicenda avventurosa di tipo medioevale. Lidsanél é destinato a far rivivere il Regno dei Fanes ormai scomparso, purché riesca a ritrovare le frecce infallibili e fatate che già furono di Dolasilla, andate anch'esse perdute. Ma ciò non sarà possibile, poiché i tempi sono ormai mutati, ed il regno dei Fanes non é più che un sogno lontano: per tre volte una Vivéna, cioè una selvaggia donna dei boschi, personificazione del mondo naturale e della sua intima connessione con la natura più profonda delle cose, gli si parerà dinnanzi all'improvviso ad una svolta del sentiero, ai margini del bosco, domandandogli a bruciapelo cosa il suo cuore maggiormente desiderasse. E per tre volte Lidsanél si scorderà delle frecce fatate, rispondendo impulsivamente ciò che i sentimenti comandano al cuore di un uomo vero e reale e non a quello di un personaggio mitologico: il Premio d'onore del Torneo di Vigo, l'amore della figlia del Capitano, la vendetta contro i nemici Trusani. Ed in quel preciso momento la sorte del Regno dei Fanes é segnata per sempre.

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Oggi, gli ultimi dei Fanes giacciono immersi in un profondissimo ed interminabile sonno, nei recessi sotterranei delle montagne dolomitiche, nel regno di quelli che furono i loro primi e naturali alleati: le marmotte. La leggenda colloca questo luogo sotterraneo in corrispondenza di un lago che, pur ormai frequentato ed invaso da torme di turisti spesso inconsapevoli e villani, rimane comunque ancor oggi uno dei più belli ed incantevoli dell'intiera regione: il Lago di Braies.

La parte terminale del lago, a Sud, é sbarrata e chiusa da un'immensa parete di roccia, la cosiddetta Croda del Becco, alla basa della quale, in tempi remoti, si trovava una porta naturale di roccia attraverso la quale le acque del lago penetravano nel sottosuolo, accedendo alle viscere della montagna: ed é laggiù che gli ultimi dei Fanes dormono il loro interminabile sonno.

E non é, a mio parere, senza emozione che, domandando ai montanari del luogo il nome di quella montagna, ancor oggi ci si sente rispondere: "El Sass dla Porta", e cioé "Il Sasso della Porta", quella Porta che si trova nel cuore di ogni appassionato di montagna e del fantastico, e che conduce alla leggenda, al mito, alla poesia, in definitiva agli ultimi tra i Fanes.

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Ed é giusto, a mio parere, terminare, per illustrare la conclusione della Saga, con le parole stesse del Wolff e con la loro incorruttibile promessa di speranza e di redenzione:

"Una volta ogni anno, in una notte di luna crescente, una barca nera faceva il giro del lago di Braies. Usciva da una porta aperta nella roccia, a traverso la quale le acque del lago penetravano nell'interno della montagna. Nel silenzio notturno il lago era immobile, non un'onda si frangeva contro i pilastri della porta, per metà sommersa nell'acqua. La barca scivolava fuori silenziosa, percorreva lentamente, tutt'intorno, il lago addormentato e tornava ad entrare nella porta misteriosa, scomparendo nelle ignote profondità della montagna.

Nella barca sedevano la vecchia e cieca Regina dei Fanes e sua figlia Lujanta. La Regina non sapeva più quanti anni fossero passati. In principio aveva creduto che il figlio di suo figlio sarebbe comparso un giorno, armato delle frecce infallibili, ed avrebbe fatto risorgere il Regno di Fanis. Ma a poco a poco la sua speranza era morta; poiché un anno passava dopo l'altro senza che del principe giungesse alcuna notizia.

Una notte, percorrendo come ogni anno con la barca l'immobile lago, Lujanta disse:

-Madre, qualche cosa mi avverte che presto squilleranno dai monti le trombe d'argento. Ma il nostro eroe non è venuto. Debbo andarlo a cercare, affinché egli sia al suo posto, quando suoni la "Grande Ora"?

-No, figlia, rispose la Regina, la ricerca è inutile. Mai troveresti mio nipote, perché da tempo egli è morto.

-Chi ti ha detto che è morto?, chiese Lujanta.

-Nessuno me l'ha detto: ma come tu senti che presto le trombe d'argento chiameranno l'eroe, così io sento che l'eroe é morto, e che la "Grande Ora" squillerà invano sui monti. Mio nipote non è più, e - ora lo comprendo - è meglio che sia morto senza aver trovato le frecce infallibili, i dardi fatali che portarono sventura alla mia Dolasilla e a tutto il nostro popolo: senz'arti magiche, il figlio di mio figlio ha combattuto da prode ed è caduto con onore, come suo padre cadde sulle rocce della Forca dei Ferri.

Lujanta tacque.

L'anno seguente, mentre il battello faceva il giro consueto del lago, accadde quel che la principessa aveva presentito. Una serie di squilli, prima sommessi, poi d'intensità crescente fino all'erompere della fanfara trionfale in tutta la sua gioiosa potenza, risonarono dalle alte vette tutt'intorno al lago. Le trombe d'argento annunciavano la "Grande Ora", chiamavano l'eroe che doveva far risorgere il Regno dei Fanes. Ma l'eroe era morto, e le note annunziatrici di vittoria si spensero a poco a poco, fino a confondersi col mormorio del bosco che animava lieve il silenzio della notte.

Ai primi squilli, Lujanta, s'era messa a remare più presto, battendo i remi sull'acqua, perché la madre non udisse il richiamo delle trombe. Ma la vecchia Regina le chiese di fermare il battello, ed ascoltò con tutta l'anima le note guerriere, un tempo così familiari al suo orecchio.

-Lasciami udire, disse alla figlia, le trombe d'argento, che tante volte squillarono quando il nostro Regno era grande e potente. Ora esse chiamano per l'ultima volta, e nessuno v'è che risponda all'appello. Lascia che, dopo il lungo silenzio, io oda per l'ultima volta il suono caro al mio cuore; poi scenderò a dormire nel fondo del lago, perché il Regno dei Fanes è finito.

Ma, nascosti nel grembo profondo delle montagne, del quale soltanto le marmotte conoscono gli oscuri sentieri, abitano gli ultimi superstiti del nostro popolo: nell'ombra e nella solitudine essi aspettano il "Tempo Promesso", che dovrà riportare sulla terra la pace. Allora essi potranno uscire dal tenebroso rifugio, e tornare a vivere alla luce del sole; poiché in quel tempo non vi saranno più guerre, né uccisioni, né odi, e come già in un lontanissimo passato, gli uomini saranno affratellati da un vincolo d'amore".

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Lassù, tra i dirupi scoscesi della Croda delle Conturines e della Varella, c'é un luogo sacro, ed io l'ho veduto: nelle silenziose e calde sere d'estate un Variùl, cioè un'Aquila dagli artigli d'oro, si posa silenziosa su di uno spuntone di roccia, nei pressi di una "trogna de sanoréis", un cespuglio di ginepro, dal quale, dopo qualche attimo, pare veder scaturire una fiamma azzurrina che arde senza consumarlo: si tratta del "Variùl da la Flita", l'Aquila della Sacra Fiamma, che accende questa fiamma in ricordo di un popolo perduto.

Sul prato verdeggiante, proprio alla base del bastione roccioso, si trova una minuscola chiesetta cristiana, un piccolissimo punto bianco nell'immensità della natura: ed é provato che essa sorge su terreno già sacro ad un antichissimo culto pagano.

BIBLIOGRAFIA

1) Gianfranco De Turris: "Il nostro Fantastico quotidiano - Incontro con Dino Buzzati", in "Clericus in Labirintho 5", 1999.
2) Dino Buzzati: "Poema a fumetti", Mondadori Editore, pagine 127, 130 e 220.
3) Giosué Carducci. Riportato in: Karl Felix Wolff, "I Monti Pallidi", Cappelli Editore (Bologna), pagina 105.
4) Giuliano Giachino: "Enrosadìra", racconto vincitore del Premio "The Time Machine" 1976.
5) Alfonso Bosellini: "La storia geologica delle Dolomiti", Dolomiti Edizioni.
6) Herrmann Frass: "Dolomiti, genesi e fascino", Athesia Editrice.
7) Reinhold Messner: "Le mie Dolomiti", Tappeiner Editore.
8) Carlo Arzani, "Racconti in Dolomiti", Priuli e Verlucca Editori.
9) Roberto Pappacena, "Ore segrete di Dolomiti", Priuli e Verlucca Editori.
10) Karl Felix Wolff: "Rododendri bianchi delle Dolomiti", Cappelli Editore, Bologna.
11) Karl Felix Wolff:"I Monti Pallidi", Cappelli Editore, Bologna.
12) Brunamaria Dallago: "Il Regno dei Fanes, racconto epico delle Dolomiti",Mondadori Editore.
13) Mauro Neri: "Il Cavaliere delle Dolomiti", Marsilio Editore.
14) Amanda Prantera: "La Regina dei Fani", Mondadori Editore.
15) Giuliano e Marco Palmieri: "I regni perduti dei monti pallidi", Cierre Edizioni, Verona.
16) Karl Felix Wolff, "L'anima delle Dolomiti", Cappelli Ed., Bologna.

Conferenza tenuta alla XXVa Italcon di San Marino 1999 (Repubblica di San Marino, 1/5/1999)
Pubblicata sulla rivista "Yorick" n° 28/29 (Reggio Emilia, Dicembre 1999)
2° Classificata al "Premio Italia" 2000 della World SF Italia (categoria "saggio", Courmayeur 30/4/2000).

© Giuliano Giachino



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