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La ricognizione del dolore
di Pietro Pancamo (curatore) (2007)


Prefazione


Prefazione
a cura di Pietro Pancamo

Mi hanno stancato a man bassa, ininterrottamente. Mi hanno stancato, in soldoni, instancabilmente. Come? A forza di decretare, con spocchia sovrana, stroncature non trattabili (e in sostanza insindacabili), ordite allo scopo mirato di ripetere ossessivamente che nelle proprie opere l’autore (sia egli romanziere, rimatore, commediografo, regista, pittore o musicista non importa) deve parlare del mondo, sempre, e mai di se stesso.
Mi hanno poi sfiancato senza requie, a forza di esibirsi in un vizio reiterato: pugnalare a tradimento, crocifiggere alle spalle in recensioni proditorie, affossando di preferenza (con vigliaccheria sfrontata) su periodici e giornali, i sogni dei più deboli, dei più oscuri, dei più anonimi (insomma... dei piccoli artisti).
Sì, non c’è dubbio: mi hanno spossato, sfibrato senz’appello gli esponenti della critica imperante; hanno messo a dura prova (e ormai consumato) la mia nevrotica, psicolabile pazienza. Anzi son convinto “massicciamente” che se, ad esempio, ricevessero l’incarico di montare un bel discorsetto sugli artisti per nulla noti - e gli sconosciuti vengono da tutti equiparati, istintivamente, ai dilettanti (figuriamoci quindi da una congrega d’“alti papaveri”, abituati a trinciare giudizi negativi... ) - questi rapaci (nonché maligni castigatori di quadri, pellicole, racconti, sonetti o tragedie altrui) si esprimerebbero, i ribaldi, grossomodo così:

Commettono, in segreto, una vita ideale e si macchiano di poesia, rubando alla giornata crome di tempo: minuti provvisori che ognuno trascorre in atto di pensare, di soffrire, di sognare.
Ecco descritti voi, artisti feriali, per cui la vita reale è un espediente economico in attesa delle vacanze o della sera, quando, nell’intimità del riposo, vi date finalmente alle vostre passioni.
Il comico alle prime armi decide, dunque, di rimbrottare gli ordigni pericolosi e: «Su, non fare scorie!», esclama, spazientito, alla bomba nucleare; il tenore dilettante s’inginocchia dinanzi all’amata e, recitando scherzoso l’opera inedita di un amico musicista, intona in lingua solfeggiata un’aria romantica e romanticona: «Donna che abbaglia non morde: v’adoro perciò. E spero, fedele, di non vedervi mai somigliare alla primiera mia moglie, che cinto m’avea il capo di corna lascive»; il filosofo impiegato, lontano da tutto ma non dai tg serali, che illustrano con pignola indifferenza disagi e tragedie, si domanda perplesso, pervaso da orrore in erba: «Perché Dio non esiste?». Poi, sconvolto da riflessioni desolate, si accascia sul balcone, raggomitolato contro la ringhiera e rantola guardando il cielo: «Dio, se ci sei, batti un tuono… ». È così che, durante il primo temporale estivo, si converte al politeismo antico.
Infine il poeta nascosto, da una vita diversa dall’arte, da un lavoro intrapreso per necessità, cataloga i propri sentimenti in ordine di sofferenza, dal più tetro al meno cupo: ed ogni poesia è la scheda segnaletica di colori smunti ed emozioni sfregiate.
Negli attimi di buon umore, come l’indiano poggia l’orecchio a terra, egli accosta la mano al petto e sentendo una vibrazione continua, riflette ammirato: «Il mio cuore ha un carattere milanese! È sempre in movimento, sempre in attività: perfino di notte, quando io dormo. È sonnambulo!».
Però, negli attimi d’ironia, il pensiero cambia: «Certo, il mio cuore» - dice il poeta - «dev’essere un gran disperato. Fa come gli uomini pazzi e furiosi: passa la vita a picchiare la testa (beh... lui contro il costato, loro addosso ai muri) fino a spaccarsi… ».
Sull’ultima categoria dei poeti nascosti è meglio aggiungere, polemicamente, che alcuni di essi non sanno distinguere fra passione e passatempo: adunano componimenti in album raccoglitori e chiamano vocazione letteraria ciò che è, semplicemente, uno sfogo su carta. A muoverli non è l’ispirazione ma il desiderio, palese, di liberare il sistema nervoso dalle tensioni d’un giorno: i versi che stilano e creano, quindi, son definiti in maniera giusta non dal termine “poesia”, bensì (più umilmente, “inglesemente” e amatorialmente) dalla parola... “hobby”.

Captata? Capita l’impudente e “deliziosa” antifona? Chiunque utilizzi la penna per “questioni personali”, e dare almeno il sollievo di un grido lirico alle incertezze o pene private con cui quotidianamente è costretto a misurarsi, viene tacciato subito d’essere un incompetente, in preda a svaghi emozionali e meramente liberatori.
Ma a cotanta ciurmaglia (i critici ottusi) e alle opinioni di cui si beano, intendo opporre senz’indugio una filastrocca imbizzarrita, che (lo confesso) mi contraddistingue da molto:

Dinanzi a voi,
presunti guardiani
della cultura,
amanti sfegatati
di quello che chiamate
in estasi
l’afflato universale
(“perché se parla
della propria vita”
- stroncate a iosa
nei vostri saggi -
“il poeta,
o comunque artista,
non è tale”),
questa nenia
- con rabbia originale
e di superiorità -
rivendica senz’altro
la dignità dell’individuo,
del rimatore autocentrato
che poi quand’è solo
subito si sceglie
una lama di compagnia,
per narrare di sé
a tutto spiano
ed esclamarvi
in piena faccia:
«Della filosofia
v’è rimasta la spocchia.
Ma ho recuperato
l’uso della spada,
ultimamente:
così ora
alla guida del mio circolo
(il Cenacolo degli “isPirati”)
io scrittore livoroso
di versi ammutinati
vi tenderò un agguato:
un arrembaggio
da bucanieri
che mi auguro assai facile
e liscio come l’odio».

E l’abbrivio intrepido dell’assalto è puntualmente costituito dall’antologia telematica che voi lettori state ora sfogliando coi tasti del mouse: La ricognizione del dolore; ovvero un e-book assortito, forte di ben dodici autori scelti, i quali - oltre a meditare, senz’ombra di vergogna (com’è giusto e sacrosanto che sia), sulle proprie vicende intime di singoli individui - ci aiuteranno (abilmente assecondando il titolo similgaddiano della raccolta) ad esplorare con cura, ma anche riscoprire, tutti i sentimenti dell’uomo; e specialmente, in ogni sua forma o implicanza, una componente fondamentale della nostra identità. Il dolore esistenziale.

Pietro Pancamo




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