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Il visitatore di Evelin di Mary Elizabeth Braddon (1862)
traduzione a cura di Alice Gerratana
Pubblicato su SITO



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La disputa fatale con Andrè de Brissac,  mio cugino di primo grado, ebbe inizio ad un ballo mascherato tenutosi al Palazzo Reale. La lite avvenne per una donna. Le cortigiane al seguito di Filippo d'Orleans[1] erano spesso causa di simili dispute; e, in mezzo a quella folla scintillante, sarebbe stato difficile per un uomo pratico di storie e misteri sociali trovare una testa bionda che non fosse inzaccherata di sangue.

Non riporterò il nome di colei per amore della quale io e Andrè de Brissac attraversammo un ponte, in una pallida alba d'Agosto, diretti ad un terreno abbandonato al di là della chiesa di Saint-Germain des Près[2].

In quel periodo c'erano molte splendide vipere, e lei non era da meno. Stanotte riesco a sentire la fredda brezza di quella mattina d'Agosto soffiarmi sul viso mentre, da solo, me ne sto seduto a scrivere la strana storia della mia vita, nella quiete della mia tetra camera nel castello di Puy Verdun. Riesco a vedere una bianca foschia levarsi dal fiume, il cupo profilo dello Châtelet[3], e le torri massicce di Notre Dame, nere sullo sfondo di un cielo grigio pallido. In modo ancora più vivido, riesco a ricordare il volto giovane e bello di Andrè, in piedi di fronte a me con i suoi due amici - entrambi canaglie, ed entrambi impazienti di assistere a questa rissa contro natura. Eravamo uno strano gruppo da vedersi in un mattino d'estate, tutti appena usciti dalle sale infuocate e chiassose del Reggente - Andrè con un pittoresco abito da caccia copiato da un quadro di famiglia di Puy Verdun, io vestito come uno degli indiani del Sistema Mississippi di Law[4]; gli altri uomini con simili vestiti sgargianti, adorni di ricami e gioielli che la debole luce dell'alba rendeva opachi.

Il nostro dissidio era stato feroce - dissidio che ci avrebbe condotto ad un solo risultato, il più terribile. Io l'avevo colpito; e mentre stava in piedi di fronte a me vedevo il segno color cremisi lasciato dalla mia mano aperta sul suo bel volto femmineo. Presto il sole da oriente gli illuminò il viso e tinse di rosso scuro quel segno crudele; ma l'acredine per i torti subiti era fresca ed io non avevo ancora imparato a disprezzarmi per quel brutale oltraggio.

Per Andrè de Brissac questo fu l'insulto peggiore. Lui era il favorito della Fortuna; il favorito delle donne; ed io non ero niente - solo un rude soldato che aveva reso un buon servizio al suo paese, ma che, nel boudoir di un Parabère, era solo un rozzo senza maniere.

Combattemmo, ed io lo ferii a morte. La sua era stata una vita molto piacevole; ed io credo che un impeto di disperazione si impossessò di lui nel momento in cui si rese conto che la linfa vitale stava venendogli meno. Mi fece cenno di avvicinarmi mentre giaceva disteso a terra. Io lo raggiunsi e mi inginocchiai al suo fianco.

 " Perdonami Andrè!", sussurrai.

Non prestò attenzione alle mie parole, come se quella supplica pietosa non fosse stata altro che il pigro mormorio del fiume lì vicino.

 « Ascoltami, Hector de Brissac »  , disse. "Non sono uno di quelli che crede di aver chiuso con questa terra solo perché gli occhi si appannano e la mascella si irrigidisce. Verrò seppellito nella vecchia cripta di Puy Verdun; e tu diventerai il padrone del castello. Ah, so quanto vengono prese alla leggera le cose ultimamente, e come riderà Dubois quando saprà che Ca è stato ucciso in duello. Sarò seppellito e verranno celebrate messe per la mia anima; ma tu ed io non abbiamo ancora concluso i nostri affari, cugino mio. Io sarò con te quando tu non cercherai minimamente di vedermi, - io, con questo sgradevole marchio su un viso che le donne hanno apprezzato ed amato. Io verrò da te quando la vita ti apparirà al colmo della gioia. Io mi frapporrò tra te e tutto ciò che avrai di più bello e caro. La mia mano spettrale verserà veleno nella coppa della tua felicità. La mia forma indistinta impedirà alla luce del sole di illuminare la tua vita. Uomini con una volontà di ferro come la mia possono fare ciò che più loro piace, Hector de Brissac. È mio volere tormentarti quando sarò morto."

Tutto ciò mi venne mormorato all'orecchio con brevi frasi spezzate. Dovevo avvicinarmi alle sue labbra morenti per sentirlo; ma la volontà ferrea di Andrè de Brissac era forte abbastanza da dare battaglia alla Morte, ed io credo che lui riuscì a dire tutto ciò che desiderava prima che la testa gli ricadesse sul mantello di velluto che era stato disteso sotto lui, per non risollevarsi più.

Osservandolo sdraiato lì a terra, lo si sarebbe potuto immaginare un giovinetto fragile, troppo bello e delicato per quella lotta chiamata vita; ma c'è chi ricorda la rude virilità di Andrè de Brissac e chi può testimoniare l'eccezionale forza di quella natura orgogliosa.

Rimasi a guardare quei lineamenti giovani marchiati da quell'orribile sfregio, e Dio solo sa quanto fossi dispiaciuto per ciò che avevo fatto.

Non mi curai di quelle minacce blasfeme sussurratemi all'orecchio. Ero un soldato, ed un credente. Per me non c'era nulla di assolutamente spaventoso al pensiero di aver ucciso quell'uomo. Ne avevo ucciso tanti sul campo di battaglia; e  questo in particolare mi aveva oltraggiato in modo crudele.

I miei amici avrebbero voluto che attraversassi la frontiera per sfuggire alle conseguenze del mio atto  ma io ero pronto a farvi fronte quindi rimasi in Francia. Mi allontanai dalla corte e mi venne consigliato di confinarmi nella mia provincia d'origine. Nella piccola cappella di Puy Verdun furono cantate molte messe per l'anima di mio cugino, e la sua bara andò ad occupare una nicchia nella cripta dei nostri antenati.

La sua morte mi aveva reso un uomo ricco; ed il pensiero che la mia nuova ricchezza fosse stata acquisita in tal modo mi era odioso. Vivevo un'esistenza solitaria nel vecchio castello dove raramente conversavo con qualcuno, a parte i domestici che avevano tutti servito mio cugino e a nessuno dei quali io piacevo. Fu una vita dura ed amara. Era un tormento vedere i figli dei contadini allontanarsi da me quando attraversavo il villaggio a cavallo. Ho visto vecchie donne farsi il segno della croce di nascosto quando passavo loro vicino. Circolavano strane voci su di me; e si diceva che io avessi venduto l'anima al Diavolo come prezzo per l'eredità di mio cugino. Fin dalla fanciullezza ho avuto lineamenti cupi e modi austeri; e forse è questo il motivo per cui non avevo mai posseduto l'amore di una donna. Ho sempre ricordato il volto di mia madre in tutti i suoi cambiamenti d'espressione; ma ricordo anche che mai il suo sguardo si illuminò d'affetto per me. L'altra donna, ai cui piedi avevo deposto il mio cuore, fu lieta di accettare il mio omaggio ma non mi amò mai; la conclusione fu il tradimento.

Arrivai ad odiare me stesso, e cominciai quasi ad odiare i miei simili, quando un desiderio febbrile si impadronì di me ed io anelai di potere trovarmi, ancora una volta, tra la calca e la folla di un mondo perennemente indaffarato. Tornai a Parigi, dove mi tenni lontano dalla corte, e dove un angelo ebbe compassione di me.

Lei era la figlia di un vecchio commilitone, un uomo i cui meriti erano stati dimenticati, le cui imprese erano state ignorate, e sempre di malumore nel suo squallido alloggio come un topo nella sua tana, mentre tutta Parigi impazziva per il Finanziere Scozzese[5], e gentiluomini e lacchè si calpestavano a morte in Rue Quincampoix[6]. L'unica figlia del vecchio, ed un po' intrattabile, capitano dei dragoni[7],  era un raggio di sole fatto persona il cui nome mortale era Eveline Duchalet.    

Lei mi amava. Le benedizioni più preziose della nostra vita spesso sono quelle che ci costano meno. Avevo perso i migliori anni della mia giovinezza ad adorare una donna peccaminosa che mi aveva abbandonato dopo avermi incoraggiato, e che, alla fine, mi aveva ingannato.

Rivolsi a questo mite angelo poche cortesi parole - di una tenerezza quasi fraterna - ed ecco, lei si innamorò di me. La vita, che era stata così cupa e desolata, divenne gioiosa sotto la sua influenza; ed io tornai a Puy Verdun con una moglie giovane e bella come compagna.

Ah, che piacevole cambiamento ci fu nella mia vita e nella mia casa! I bambini del villaggio non si allontanavano con spavento quando il triste cavaliere passava a cavallo, le vecchie donne non si facevano più il segno della croce; poiché una donna cavalcava al suo fianco - una donna la cui benevolenza aveva guadagnato l'amore di tutte quelle creature ignoranti, e la cui compagnia aveva trasformato il tetro signore del castello in un marito amorevole e in un padrone gentile. I vecchi dipendenti dimenticarono la morte prematura di mio cugino e mi servirono con cordiale disponibilità, per amore della loro giovane padrona.

Non ci sono parole che possano esprimere la felicità pura e perfetta di quel periodo. Mi sentivo come un viaggiatore che, dopo aver attraversato i mari ghiacciati di una regione artica, distante dall'amore e dalla compagnia di ogni essere umano, si trova all'improvviso nel cuore di una vallata verdeggiante, nell'amata atmosfera di casa. Il cambiamento sembrava troppo straordinario per essere reale; ed io mi sforzavo invano di cancellare dalla mente il vago sospetto che la mia vita non fosse altro che un sogno favoloso.  

Così brevi furono quelle ore felici che, ricordandole adesso, mi sembra quasi strano di essere ancora in parte incline a pensare che i primi giorni della mia vita coniugale possano essere stati qualcos'altro se non un sogno.

Né in giorni tristi, né in quelli felici fui mai afflitto dal ricordo del giuramento blasfemo di Andrè.

Le parole che, con il suo ultimo soffio di vita, era riuscito a sussurrare al mio orecchio, erano per me vane e senza senso. Egli aveva solo sfogato la sua rabbia con quelle minacce inutili, così come l'avrebbe potuta sfogare con inutili maledizioni.

Quella di perseguitare il proprio nemico dopo la morte, è una vendetta che un uomo morente può ripromettersi; e se ogni uomo avesse il potere di vendicarsi in tal modo, la terra sarebbe popolata da fantasmi.

Io avevo vissuto a Puy Verdun per tre anni, sedendo da solo presso il focolare durante l'ora fatale, lo stesso focolare presso cui egli era stato seduto, percorrendo i corridoi che avevano echeggiato dei suoi passi. Ed in tutto quel periodo la mia immaginazione non mi aveva ingannato tanto da dar forma all'ombra di un morto. È strano, allora, che io avessi dimenticato la terribile promessa di Andrè?

Non c'era un ritratto di mio cugino a Puy Verdun. Quella era l'epoca dell'arte da boudoir, ed una miniatura posta nel coperchio di una bomboniera d'oro, o nascosta ad arte in un bracciale massiccio, era più affascinante di una scomoda immagine a grandezza naturale, adatta solo a pendere dalle tristi pareti di un castello di provincia visitato di rado dal suo proprietario. Il bel volto di mio cugino aveva adornato più di una bomboniera, ed era stato nascosto in più di un bracciale; ma non si trovava tra i visi che osservavano dall'alto dei muri rivestiti di pannelli di Puy Verdun.

In biblioteca trovai un quadro che risvegliò in me penose associazioni. Si trattava del ritratto di un de Brissac, vissuto al tempo di Francesco I[8]; ed era proprio da questo quadro che mio cugino Andrè aveva copiato il pittoresco abito da caccia che indossava al ballo del Reggente. La biblioteca era una stanza in cui passavo buona parte della mia vita; e ordinai che venisse appesa un tenda davanti il quadro.

Eravamo sposati da tre mesi, quando un giorno Eveline mi chiese, "Chi è il signore del castello più vicino?"

La guardai stupito.

"Mia cara," risposi, "non sai che non si trova altro castello nel raggio di sessanta chilometri da Puy Verdun?"

"Davvero!" disse lei; "ciò è molto strano."

Io le chiesi perché ciò l'avesse sorpresa e, dopo molte preghiere seppi da lei la ragione del suo stupore.

Durante le sue passeggiate nel parco o nei boschi in quell'ultimo mese, aveva incontrato un uomo che, per i suoi abiti ed il suo portamento, apparteneva senza ombra di dubbio alla classe nobiliare. Aveva pensato che risiedesse in qualche castello nei dintorni e che la sua tenuta confinasse con la nostra. Io non riuscivo ad immaginare chi potesse essere questo straniero perché la tenuta di Puy Verdun si trovava nel cuore di una regione desolata e, a meno che la carrozza tintinnante di un qualche viaggiatore attraversasse con fatica il villaggio, c'erano poche altre opportunità di incontrare un gentiluomo, così come di imbattersi in un semidio.

"Eveline, hai visto spesso quest'uomo?", le chiesi.

Lei rispose, con un tono che aveva un tocco di tristezza, "lo vedo ogni giorno."

"Dove, cara?"

"A volte nel parco, altre nei boschi. Conosci la piccola cascata, Hector, dove si trova un opera naturale delle rocce, trascurata da tempo, che forma una specie di caverna. Mi sono incapricciata di quel luogo, e vi ho passato molte mattinate a leggere. Ultimamente ho visto lì lo straniero, ogni giorno."

"Ha mai osato rivolgerti la parola?"

"Mai. Ho alzato lo sguardo dal mio libro, e l'ho visto stare in piedi, a poca distanza da me, ad osservarmi in silenzio. Ho continuato a leggere; e quando ho sollevato nuovamente lo sguardo non c'era più. Deve essersi avvicinato e poi allontanato con un'andatura furtiva perché io non ho mai udito i suoi passi. A volte ho quasi desiderato che mi parlasse. È così terribile vederlo stare lì in piedi, in silenzio."

"Sarà qualche contadino insolente che cerca di spaventarti."

Mia moglie scosse la testa.

"Non è un contadino," rispose. "Non lo giudico solo dall'abito, anche perché mi sembra insolito. Egli ha un'aria nobile, impossibile da non notare."

"È giovane o anziano?"

"È giovane e bello."

Ero molto turbato dall'idea dell'intrusione di questo estraneo nella solitudine di mia moglie così andai dritto al villaggio per domandare se non si fosse visto un qualche straniero nei dintorni. Non scoprii nulla. Interrogai con attenzione i servitori ma senza risultati. Poi decisi di accompagnare mia moglie durante le sue passeggiate, così da poter giudicare da me il rango dello sconosciuto.

Per una settimana dedicai tutte le mie mattine a rustiche passeggiate con Eveline attraverso il parco ed i boschi; ed in tutta quella settimana non vedemmo altri che qualche contadino con gli zoccoli ed uno dei nostri domestici tornare da una fattoria nelle vicinanze.

Io ero uno studioso, e quelle passeggiate estive turbavano il corso regolare della mia vita. Mia moglie se ne accorse e mi pregò di non disturbarmi oltre.

"Passerò le mie mattinate in giardino, Hector," disse; "dove quell'estraneo non potrà disturbarmi."

"Comincio a credere che questo sconosciuto sia solo un fantasma del tuo cervello romantico," replicai, indirizzando un sorriso al volto serio che mi osservava. "Una castellana sempre intenta a leggere romanzi cavallereschi è probabile che incontri qualche bel cavaliere nei boschi. Oserei dire di dover ringraziare Mlle Scudéry[9] per questo nobile straniero che, possibilmente, è solo il grande Ciro[10] in abiti moderni."

"Ah, questo è proprio ciò che mi disorienta, Hector," disse. "L'abito del forestiero non è moderno. Sembra quello di un vecchio ritratto uscito dalla sua cornice."

Le sue parole mi addolorarono perché mi ricordarono il quadro nascosto in biblioteca ed il pittoresco abito da caccia arancione e porpora che Andrè de Brissac indossava al ballo del Reggente.

Dopo questa discussione, mia moglie si limitò a passeggiare in giardino, e per molte settimane non sentii più parlare dello sconosciuto senza nome. Scacciai dalla mente tutto ciò che lo riguardava poiché dovevo occuparmi di qualcosa di più serio e gravoso. La salute di mia moglie cominciò ad indebolirsi. Il cambiamento che avvenne in lei fu così graduale da sembrare quasi impercettibile a chi la osservasse giorno dopo giorno. Fu solo quando indossò uno sfarzoso abito da sera che non metteva da mesi che io mi accorsi di quanto fossero sciupate quelle forme a cui il corsetto ricamato non aderiva al meglio, e quanto fossero pallidi ed opachi quegli occhi che, tempo prima, erano stati brillanti come i gioielli che le pendevano dalle orecchie.

Mandai un messaggero a Parigi per convocare uno dei medici di corte ma sapevo che ci sarebbero voluti molti giorni prima del suo arrivo a Puy Verdun.

Nel frattempo osservavo mia moglie con un'indescrivibile paura.

Non era solo la salute ad essere venuta meno. Il cambiamento fu più penoso da guardare di una qualsiasi alterazione fisica. Lo spirito gaio e solare era svanito ed al posto della mia giovane ed allegra sposa vedevo una donna oppressa da una malinconia ormai ben radicata. Invano cercavo di spiegarmene la causa. Lei mi assicurava che non aveva alcuna ragione per essere dispiaciuta o scontenta  e che se sembrava triste senza motivo dovevo perdonare la sua infelicità e considerarla una disgrazia anziché una colpa.

Io le dissi che il medico di corte avrebbe trovato presto una qualche cura per il suo abbattimento, che doveva essere per forza dovuto a cause fisiche, giacché non c'era una ragione fondata per il suo dispiacere. Ma anche se non diceva nulla, io mi rendevo conto che lei non sperava, né credeva, nei poteri curativi della medicina.

Un giorno, desiderando distrarla da quel silenzio pensieroso in cui era solita sedere un'ora per volta, le dissi, ridendo, che sembrava aver dimenticato il misterioso cavaliere del bosco, e sembrava anche che lui si fosse dimenticato di lei.

Con mia sorpresa, il suo pallido viso improvvisamente si tinse di cremisi; e da cremisi ritornò, un momento dopo, ad essere pallido.

"Non l'hai più visto da quando hai abbandonato la grotta nel bosco?" chiesi.

Le si volse verso di me con uno sguardo straziante.

"Hector," gridò "lo vedo ogni giorno; ed è proprio questo che mi sta uccidendo."

Dopo questa rivelazione scoppiò a piangere con violenza. La presi tra le braccia come se si fosse trattato di un bambino terrorizzato e provai a confortarla.

"Mia cara, questa è follia," le dissi. "Sai bene che nessun estraneo può entrare in giardino. Il fossato è largo tre metri ed è sempre pieno d'acqua, e le porte d'accesso sono tenute chiuse giorno e notte dal vecchio Massou. La signora di una fortezza medievale non dovrebbe temere gli intrusi nel suo antico giardino."

Mia moglie scosse la testa con tristezza.

"Io lo vedo ogni giorno," disse.

A quel punto credevo che mia moglie fosse impazzita. Evitai di farle altre domande che riguardassero direttamente il suo misterioso visitatore. Poteva essere nocivo dare forma e sostanza all'ombra che la tormentava con un'indagine troppo accurata sul suo aspetto e le sue maniere, i suoi andare e venire.

Mi preoccupai di assicurarmi che nessuno, al di fuori della servitù, potesse, in qualsiasi caso, penetrare all'interno del giardino. Fatto questo, fui pronto ad aspettare l'arrivo del medico.

Ed alla fine venne. Gli rivelai la convinzione da cui aveva origine la mia infelicità. Gli dissi che ero dell'idea che mia moglie fosse pazza. Egli la incontrò - passò un'ora da solo con lei, e poi venne da me. Con mio inesprimibile sollievo, mi assicurò della sua sanità mentale.

"È possibile che ella sia condizionata da una qualche delusione," disse, "ma è così ragionevole sotto tutti gli altri aspetti, da non riuscire a credere che sia soggetta a monomania.

Sono piuttosto incline a pensare che ella veda realmente la persona di cui parla. Me l'ha descritto con assoluta precisione. Le descrizioni di scene o di individui fornite da pazienti affetti da monomania sono sempre più o meno incoerenti, ma vostra moglie mi ha parlato così come ora io parlo a voi, con calma e chiarezza. Siete sicuro che non ci sia nessuno che possa avvicinarla nel giardino in cui passeggia?"

"Ne sono abbastanza certo."

"C'è qualche parente del vostro maggiordomo, o qualcuno vicino alla vostra famiglia - un uomo giovane con un bel volto femmineo, molto pallido e caratterizzato da un segno rosso simile all'impronta di un colpo?"

"Mio Dio!" gridai, come se la luce irrompesse improvvisamente su di me. "E l'abito - lo strano abito fuori moda?"

"L'uomo indossa un costume da caccia porpora e arancione," rispose il dottore.

Allora seppi che Andrè de Brissac aveva mantenuto la parola, e che nel momento in cui la mia vita era al culmine della gioia, la sua ombra si era frapposta tra me e la mia felicità.

Mostrai a mia moglie il quadro in biblioteca, perché volevo assicurarmi che ci fosse un errore in ciò che avevo immaginato su mio cugino. Tremò come una foglia quando lo vide, e si aggrappò a me in preda all'agitazione.

"Questa è stregoneria, Hector," disse. "L'abito in quel quadro è lo stesso dell'uomo che vedo in giardino; ma il viso è diverso."

Poi mi descrisse il volto dello sconosciuto; il viso di mio cugino in ogni suo tratto - Andrè de Brissac, che lei non aveva mai visto in carne ed ossa. Nel modo più vivido descrisse il crudele marchio sul suo volto, la traccia di un colpo feroce dato da una mano aperta.

In seguito, portai via mia moglie da Puy Verdun. Andammo lontano - attraversando le province meridionali, fino al cuore stesso della Svizzera. Fu un modo per tenere lontano l'orrendo spettro, spinto dall'ingenua speranza che un cambiamento di paesaggio potesse donarle un po' di pace.

Non fu così. Dovunque andassimo, il fantasma di Andrè de Brissac ci seguiva. Quell'ombra fatale non si rivelò mai a miei occhi. Sarebbe stata una ben misera vendetta. Quale strumento per vendicarsi, Andrè aveva scelto il cuore innocente di mia moglie. Quest'empia presenza le distrusse la vita. La mia compagnia incessante non poteva proteggerla da quel terribile intruso. Invano la osservavo; invano mi sforzavo di confortarla.

"Non mi lascerà in pace," diceva, "lui si frappone tra me e te, Hector. In questo momento si trova in piedi tra di noi. Riesco a distinguerne il volto segnato di rosso così chiaramente come vedo il tuo."

In una bella notte al chiaro di luna, mentre ci trovavamo in un villaggio montano in Tirolo, mia moglie mi si gettò ai piedi dichiarando di essere la peggiore e più spregevole tra le donne. "Ho confessato tutto al mio direttore spirituale," disse, "fin dall'inizio non ho tenuto nascosto il mio peccato al Regno dei Cieli. Ma sento che la morte è vicina; e prima di morire desidero rivelarti il mio peccato."

"Quale peccato, mia cara?"

"Quando incontrai lo sconosciuto per la prima volta nella foresta, la sua presenza mi disorientò e mi angustiò, cosicché mi allontanai da lui come da qualcosa di strano e terribile. Egli si presentò ancora e ancora; a poco a poco mi ritrovai a pensare a lui, e ad attendere il suo arrivo. La sua immagine mi perseguitava perennemente; lottai invano per cancellarla dalla mente. Dopo, seguì un intervallo di tempo in cui non lo vidi; e, con mia vergogna e tormento, mi resi conto che la vita senza di lui mi sembrava triste e solitaria. Poi venne il periodo in cui egli frequentò il giardino; e - Oh Hector, uccidimi se devi, poiché io non merito alcuna misericordia dalle tue mani! - in quei giorni presi a contare le ore che mancavano al suo arrivo, a non provare alcun piacere se non alla vista di quel pallido volto segnato dal rosso marchio. Mi ha estirpato dal cuore le gioie che mi erano familiari, e mi ha lasciato un solo piacere, strano ed empio - il godimento per la sua presenza. Per un anno ho vissuto solo per vederlo. E adesso maledicimi, Hector, perché questo è il mio peccato. Se ciò abbia avuto origine dalla bassezza del mio cuore o se sia opera di una stregoneria, non saprei dirlo; ma so di aver lottato invano contro questa malvagità."

Strinsi mia moglie al petto, e la perdonai. In verità, che cosa dovevo perdonare? Era il fato ad essersi messo all'opera contro di noi? La notte seguente lei morì, con una mano tra le mie; ed alla fine, singhiozzante e spaventata, mi disse che lui era lì, al suo fianco.

 


 

[1] Il duca Filippo II d'Orleans (1674-1723) è stato un politico e generale francese. Figlio di Filippo I di Borbone-Orleans e di Elisabetta Carlotta di Baviera, fu reggente di Francia durante la minorità di Luigi XV (1715-1723).

[2] Si tratta della chiesa più antica di Parigi (Origini, 542 d.C.; chiesa attuale, XI sec. Restaurata nel sec. XIX). All'interno si trova un'interessante mescolanza di stili e vi è sepolto, tra gli altri, il filosofo Cartesio.

[3] Dal Medioevo fino alla Rivoluzione Francese, lo Chatelet fu la sede del tribunale e del carcere amministrati dal prevosto attraverso una giustizia particolarmente veloce e severa, destinata a criminali particolarmente pericolosi.

[4] Il Sistema di Law o Sistema del Mississippi (1716-1730) è un sistema monetario e finanziario realizzato in Francia durante la Reggenza di Filippo d'Orleans da John Law. Si basa, essenzialmente, sulla sostituzione della moneta metallica con quella cartacea da parte della Banque Générale (poi Banque Royale) e sul coinvolgimento della Compagnia del Mississippi nella gestione del debito pubblico attraverso l'acquisto di azioni della stessa compagnia. Nel 1720 le due istituzioni vengono riunite date le continue interazioni tra le due. Nello stesso anno il tracollo del valore della moneta e delle azioni della compagnia  determinano il fallimento dell'intero sistema.

[5] Si tratta del finanziere scozzese John Law (1671-1729) le cui teorie economiche vennero attuate in Francia, dove si era stabilito, durante la Reggenza di Filippo d'Orleans.

[6] Strada di Parigi in cui Law apre la sua Banca ed in cui vengono scambiate le azioni della Compagnia del Mississippi.

[7] Reparti di cavalleria, addestrati a combattere anche appiedati.

[8] Francesco I (1494-1547) è stato sovrano di Francia dal 1515. A causa delle sue mire espansionistiche sull'Italia settentrionale iniziò una guerra contro l'imperatore Carlo V che durò per tutta la sua vita.

[9] Madeleine de Scudéry (1607-1701) fu una scrittrice francese. Nel 1650 aprì a Parigi un salotto letterario che, in poco tempo, divenne il tempio del preziosismo. Tra le sue opere maggiori ricordiamo Ibrahim (1641), Ciro il Grande (1649-53), e La Clelia (1654-60). Essi ottennero il più grande successo librario del secolo nonostante il loro stile artificioso, impersonale e monotono. Segreti di tale successo furono il motivo dell'amore galante e la presenza tangibile ed al tempo stesso idealizzata della società seicentesca.

[10] Il riferimento è al protagonista dell'opera sopra citata di Mlle Scudéry, dedicata proprio alle avventure di Ciro, re dei Persiani, che insegue l'amata figlia del re dei medi attraverso mille difficoltà, duelli e battaglie.

Autore: Evelin di Mary Elizabeth Braddon
Traduzione a cura di Alice Gerratana



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