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Ponti come lepri
traduzione a cura di Nicoletta Isola
Pubblicato su SITO



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Andremo, io, i tuoi occhi e io, mentre riposi, sotto le terse palpebre vuote, a cacciare ponti, ponti come lepri,
per i campi del tempo in cui vivemmo.

Pedro Salinas

Avevo sentito menzionare il suo nome, ma la prima volta che la vidi fu un momento prima di salire sul vaporetto postale. I miei vecchi e le mie sorelle erano venuti a salutarmi ed erano un po' commossi, non perché andassi a Buenos Aires a passare una settimana con i miei cugini ma perché con i miei sedici anni non ero mai stato da solo “all'estero”. Anche lei si trovava nella darsena ma in un altro gruppo, credo con sua madre e con sua nonna. Allora mamma disse discretamente a mia sorella maggiore: “Che graziosa che si è fatta la figlia di Eugenia Carrasco, pensare che due anni fa era solo una ragazzetta”. Mamma aveva ragione: io non potevo sapere come sembrasse due anni prima la figlia di Eugenia, ma adesso in cambio era una meraviglia. Snella, con i capelli rossicci legati sulla nuca in un crocchio, aveva certi tratti delicati che mi parvero quasi eterei e sulle prime attribuii quella visione alla nebbiolina. Più tardi potei comprovare che con la nebbia o senza nebbia, lei era proprio così. Come me, anche lei viaggiava sola. Poco dopo, con la nave già in movimento, ci incrociammo in un corridoio e lei mi guardò come riconoscendomi. Disse: “Tu sei il figlio di Clara?”, proprio nello stesso momento in cui io chiedevo: “Tu sei la figlia di Eugenia?”. Ci vergognammo all'unisono, ma risultò più naturale metterci a ridere.

Presi nota del fatto che quando rideva, poteva essere una maliziosetta che si fingeva innocentina, o viceversa. Immediatamente cambiai la mia rotta con la sua. Stavo pensando di proporle di cenare insieme e provavo mentalmente la frase quando ci imbattemmo nel ristorante, di modo che glielo dissi. “E guarda che i soldi li ho”. Mi piacque che accettasse subito, senza fare ricorso al filtro di negazioni e insistenze tanto usato dagli adulti negli anni trenta. “Ah, ma siamo qualcosa di più del figlio di Clara e la figlia di Eugenia, non ti pare? Io mi chiamo Celina”. “E io Leonel”. Il cameriere del ristorante ci prese per fratelli. “Che avventura”, disse lei.

Ero sul punto di dire avventura incestuosa, ma pensai che mi stavo spingendo troppo in là. In quel momento lei disse “avventura incestuosa” e a me non rimase altro che arrossire. Anche lei però, per solidarietà, sono sicuro. Mi chiese se sapessi a che cosa stava pensando. Che ne potevo sapere. “Bene, sto pensando alla faccia che farebbe mia nonna se sapesse che sto cenando con un ragazzo”.

E alleluia: quel ragazzo ero io. E il cameriere che mi chiedeva se volevo ordinare il menù economico. Certamente. E il cameriere che mi chiedeva se anche la mia sorellina. E lei: sì, certo, “non a caso siamo inseparabili”. Se ne andò il cameriere e dissi: “Magari”. “Magari che?”. Mi accorsi che ero riuscito a disorientarla. “Magari fossimo inseparabili”. Lei lo intese un po' come una dichiarazione d'amore. E lo era. Mentre stavamo terminando la crema aurora, mi chiese perché lo avessi detto, ed era seria e graziosissima. Io non ero graziosissimo però serio, quello sì, quando immaginai che la risposta migliore fosse allungarle la mia mano tra la forchetta e i calici, ma lei: “Eh no, ricordati che siamo fratellini”. Bisognava vedere i problemi che avevano i ragazzi, nel lontano 1937, nei preliminari dell'amore. Era come se tutti, le madri, le zie, le madrine, le nonne, e per finire i secoli, ci stessero osservando. Allora, con le mani molto ferme ma nervose, alla fine le risposi che glielo avevo detto perché mi piaceva, nulla più. E lei: “Mi piace come dici che ti piaccio”. Ah, ma a me piaceva che a lei piacesse come io le dicevo che mi piaceva. Sì, lo so, che scemenze. Ma a noi suonavano come colpi di genio, di quelli che appaiono nei dizionari di frasi famose. Quando eravamo al churrasco lei disse che fino a quel momento non si era mai innamorata, ma chissà. “E poi, ho solo quindici anni”. E io sedici. Ma chissà. E allargava il suo sorriso. Paragonato al suo, quello della Gioconda era una povera smorfia. Devo aggiungere che, nonostante i suoi tratti eterei, dimostrò un appetito vorace.

Del churrasco non rimase la minima traccia. Io per lo meno lasciai una patata perché il cameriere non pensasse che eravamo dei morti di fame. Al dolce ci raccontammo le nostre vite. Nella sua classe c'era chi ce l'aveva su con lei perché era l'unica che prendeva distinto in matematica. “Anche a me entusiasma la matematica”. Esclamai raggiante e quasi me lo credetti, ma era solo una pietosa bugia, giacché allora la odiavo e ancora oggi il rancore mi dura. I suoi genitori erano separati, ma lei aveva assimilato bene la cosa. “Era molto peggio quanto stavano insieme e si insultavano giornalmente”. Mi dispiacque profondamente che i miei genitori non avessero divorziato, al contrario erano felici di stare insieme. Mi dispiacque perché sarebbe stata un'altra coincidenza, ma la verità è che non osai modificare di tal modo la storia. “Leonel, non dispiacertene, è molto meglio che vadano d'accordo, così si occupano meno di te. Se vivono insieme offendendosi, gli resta dentro un odio spaventoso e dopo si rifanno con chi li capita”. Prendemmo il caffè, che era riscaldato, direi quasi che era ripugnante, ma né lei né io avevamo voglia di tornare alle nostre rispettive cabine. Celina condivideva la sua con due vecchiette; io, con tre giocatori di calcio. Meno male che la notte era splendida. Qui non c'era più nebbia e la via lattea era emozionante. Rimanemmo un momento a guardare l'acqua, che batteva e sbatteva, però faceva freddo e decidemmo di sederci dentro, su un enorme divano. Lei si mise una giacchettina perché stava tremando, ed io, per trasmetterle un po' di calore, appoggiai le mie braccia lunghe sulle sue spalle strette. Il rumore dell'acqua, l'odore salmastro che ci avvolgeva e i corridoi completamente deserti, creavano una ambientazione che mi parve cinematografica. Era come se stessimo recitando in un film. Noi, la coppia protagonista.

Restammo in silenzio tipo mezz'ora, ma i corpi si raccontavano storie, facevano progetti, non volevano separarsi. Quando appoggiò la testa sulla mia spalla, io balbettai: “Celina”. Scosse appena i capelli rossicci, senza guardarmi, a mo' di saluto. Dopo un bel po', quando io credevo che fosse addormentata, disse piano piano: “Però, chissà”. La seconda volta fu sette anni dopo. Ero rimasto solo a Montevideo. Tutta la famiglia era a Paysandù, con i miei zii. Io non avevo potuto accompagnarli perché avevo smesso di studiare e lavoravo in una impresa di importazioni.

Il responsabile era un inglese insopportabile: ossia era assolutamente escluso che io potessi chiedere una settimana libera. Il leitmotiv della sua maledetta vita erano i ricambi di automobile, che costituivano la voce d'entrata principale dell'impresa. Parlava di pistoni, perni, valvole di iniezione e di scappamento, cerchi, cinghie dei freni, candele, eccetera. Con un godimento quasi sibaritico.

Riconosco che parlava anche di golf e al sabato compariva sempre con i benedetti panni da gioco, perché a mezzogiorno, quando chiudevamo, se ne andava con il figlio al club, a Punta Carretas, e là si divertivano. Era un tipo mediocre, molto goffo e tuttavia autoritario, bloccato in una espressione definitivamente dura, che includeva anche il figlio, che era magrissimo e curiosamente si chiamava Gordon. Il vecchio lo vidi scherzare e ridere in falsetto solo quando veniva in ispezione, ogni tre mesi, il direttore generale, un nanerottolo yankee dai capelli mori, per niente impacciato, che non giocava a golf e neanche capiva molto di perni e candele, ma che vigilava sugli affari come un segugio e in fondo disprezzava profondamente quel britannico mediocre e con una ambizione minima. Riconosco che queste sfumature le avverto ora, a diversi lustri di distanza, ma a quell'epoca non facevo dei distinguo: li odiavo entrambi allo stesso modo. Il mio lavoro era multiplo. Vendevo accessori al banco, mi occupavo della cassa, confrontavo ogni fattura con la mercanzia corrispondente (erano state riscontrate varie evasioni di pistoni) e nei momenti liberi, o nelle ore di straordinario, il responsabile mi chiamava per dettarmi lettere che io stenografavo. Otto o nove ore con questo ritmo mi lasciavano intontito e affaticato. E' solo un di più dire che quello non era un lavoro magnifico. Quel pomeriggio ero nel negozio che misuravo alcuni perni che mi chiedeva un meccanico, quando si fece improvvisamente silenzio. Questo succedeva sempre in quelle scarse occasioni in cui entrava nel negozio una giovane donna. I nostri articoli non erano particolarmente attraenti per il pubblico femminile. Tuttavia, oltre agli accessori per automobili, vendevamo linoleum, motori fuori bordo e casse di utensili, e due o tre volte all'anno entrava una qualche signora a chiedere i prezzi in relazione a qualcuna di queste voci, chiarendo sempre che si trattava di un regalo o di una commissione. Io proseguii con i perni, discutendo inoltre con il meccanico, che giurava e spergiurava che non erano per un Ford V8, come io gli stavo dicendo. Alla fine riuscii a convincerlo con argomenti irrefutabili e pagò il suo acquisto con una faccia da sconfitto. Alzai gli occhi ed era Celina. All'inizio non la riconobbi. Era diventata una signorina di classe. Non era più eterea, anzi irradiava una sicurezza e una disinvoltura che impressionavano. Ed io, con le mani sporche dell'olio dei perni, non riuscivo a riprendermi dallo stupore. “Ma Leonel, che fai in mezzo a tanti ferri?”. La presi come un'offesa personale: per lei tutti quei costosissimi accessori che conferivano pingui guadagni all'impresa, erano solo ferri. “E tu? Sei venuta a comprarne qualcuno?”. No, semplicemente era venuta a sapere che io lavoravo lì e le era passato per la mente di venire a salutarmi. Dove era andata a finire da quella volta? Non avevo più saputo niente di lei. Perfino le donne della mia famiglia avevano perso le sue tracce. “Sono stata negli Stati Uniti, in realtà tuttora vivo là, ma è una lunga storia, non vorrai che te la racconti qui”. Assolutamente no, e meno che mai adesso che l'inglese ha iniziato a passeggiare con le mani dietro la schiena, e io so a che cosa prelude questo. Così che ci mettemmo d'accordo per incontrarci quella sera. Dove? A casa mia, a casa sua, in una caffetteria, dove voleva. “Deve essere oggi, sai? Perché domani parto di nuovo”. E il responsabile, invece di godere di quelle gambe che si allontanavano taccheggiando, mi guardò con la sua severità sprezzante e colonizzatrice. Per precauzione, nascosi il naso in una cassa di rondelle. Lei venne a casa mia e io non avevo avuto il tempo di dirle che ero da solo. Ora penso che magari non glielo avrei detto anche ne avessi avuto il tempo. Il programma era bere un bicchiere e andare a cena, ma arrivando mi diede un abbraccio talmente caloroso, talmente accompagnato da altre effusioni e messaggi, che rimanemmo proprio lì, su un divano che assomigliava un po' a quello della nave, solo che questa volta non appoggiò la testa sulla mia spalla e inoltre non tremava, anzi sembrava immune, sicura, illesa. Con sette anni senza sentirci, dovemmo raccontarci un'altra volta la vita. Sì, era andata negli Stati Uniti, mandata dalla famiglia. Stava studiando psicologia, voleva finire gli studi e poi tornare. No, non le piaceva là. Aveva amici intelligenti, generosi, divertenti, ma notava nel comportamento dei nordamericani un doppio livello, un gioco allo sdoppiamento: e questo nell'amicizia, nel sesso, negli affari. Eredità del puritanesimo, forse. Tutti abbiamo una dose più o meno normale di ipocrisia, però lei non la aveva mai vista trasformata in un tratto nazionale. Non poteva capacitarsi che io vendessi accessori per automobili. “Non lo faccio bene?”. “Certo che lo fai bene, ho visto come hai convinto quel meccanico così ignorante. Si vede che sei un esperto di ferri. Ma sono sicura che puoi fare qualcosa di meglio. Non ti piaceva tanto la matematica?”. “Per niente, quella sera lo dissi perché avessimo un territorio comune”. Inoltre sono sicuro che, se tu fossi stata insieme a me, alla fine mi sarebbe piaciuta, ma tu sparisti, e domani te ne vai”. Se ne va e io non posso crederci. Per la prima volta prendo coscienza del mio abbandono, per la prima volta dico a me stesso, e a lei, che insieme a lei posso essere molto e che senza di lei non sarò niente. Risponde che anche lei senza di me non sarà niente, ma che non si deve forzare il caso. “Vedi come ci siamo separati e arriva lui e ci riunisce. Chi può sapere che cosa verrà. Magari io mi sposo, e anche tu, da parte tua. Non bisogna promettere niente perché le promesse sono orribili legami, e quando uno si sente legato tende a liberarsi, ed è la fine”. Era bello ascoltarla però era ancora meglio sentirla tanto vicina. In quel momento mi parve che anche lei avesse un doppio livello, ma senza ipocrisia. Voglio dire che mentre sviluppava tutto quel ragionamento così aperto sul futuro, i suoi occhi mi dicevano che la abbracciassi, che la baciassi, che finalmente iniziassi i preliminari basici del nostro desiderio. E come potevo negarle ciò che quegli occhi così teneri ed eloquenti mi chiedevano. La abbracciai, la baciai. Le sue labbra erano una carezza necessaria, come avevo potuto vivere fino ad allora senza di esse. Ad un tratto ci separammo, ci contemplammo e convenimmo che il momento era arrivato. Ma nel momento in cui io allungavo la mano verso la sua scollatura, quasi disegnando in anticipo il gesto di essere sul punto di aprire il paradiso, in quell'istante giunse il rumore della serratura nella porta di sotto. “I miei genitori” dissi, “ma se dovevano ritornare domani”. Non erano i miei genitori bensì mia sorella maggiore. “Ciao Marta, che è successo”. Mamma si era sentita male, per quello lei era venuta a cercarmi. Le chiesi se era qualcosa di grave e lei disse che probabilmente era così, che papà era con lei in clinica. “Scusa, per la sorpresa ho tralasciato di presentarti Celina Carrasco. Questa è Marta, mia sorella”. “Ah, non sapevo che vi conosceste. Ma non eri all'estero?”. “Sì, vive negli Stati Uniti dove torna domani”. “Bene”, disse Celina con la maggior naturalezza, “me ne stavo andando, ancora devo preparare le valigie, sapete come sono queste cose. Spero che non sia niente di grave il malore di tua mamma”. “Grazie e buon viaggio”, disse Marta. Il caso questa volta fu uno scansafatiche, perché l'occasione seguente si presentò solo nel 1965. Io non lavoravo più in mezzo ai ferri. Alcuni mesi dopo la morte di mamma, il vecchio mi chiamò molto solennemente e mi comunicò che era suo proposito dividere in quattro parti i soldi e i pochi beni che possedeva: lui se ne sarebbe tenuto una, e le altre tre sarebbero andate a me e alle mie due sorelle. Mi indignai, cercai di convincerlo: che era ancora giovane, che poteva avere bisogno di quel denaro, che noi avevamo i nostri guadagni, eccetera, ma lui non desistette. Ce la faceva perfettamente con la pensione e invece per noi quel denaro avrebbe potuto essere la base per qualche buon progetto. E che nel mio caso concreto, era ora che la finissi di vendere valvole e cinghie dei freni. E che non erano ammesse obiezioni alla volontà paterna. E così fu. Marta si cercò una socia e aprì una boutique nella Calle Mercedes; mia sorella minore, Adela, meno intraprendente, semplicemente investì la somma in buoni ipotecari; da parte mia, dissi addio senza preavviso al responsabile golfista e al suo malumore e installai un vecchio sogno, una galleria d'arte. Le diedi un nome ovviamente artistico: La Tavolozza. Alcuni amici rimasero sconsolati di fronte alla mia scarsa immaginazione, ma io, tutte le volte che arrivavo e contemplavo la scritta Galleria La Tavolozza, mi sentivo quasi Ufano. Ah, dimenticavo una cosa importante: nel 1950 mi ero sposato. Credo che presi la decisione quando venni a sapere, per tramite di un pittore uruguayano residente a New York, che Celina si era sposata negli Stati Uniti con un architetto venezuelano. Mia moglie, Norma, lavorava in una banca e alla sera faceva l'attrice in un teatro indipendente. Ottenne alcune buone parti in cui ebbe successo. Io andavo sempre alle prime rappresentazioni e in compenso lei veniva a La Tavolozza quando si inaugurava una mostra. Ma devo ammettere che ci vedevamo poco. In un'occasione (credo che fosse un'opera di un autore italiano) Norma doveva apparire nuda dietro un paravento, non trasparente bensì traslucido. Diciamo che non si vedeva però si vedeva. La sera della prima mi sentii ridicolo per due motivi: il primo, che una platea gremita assistesse (e in mia presenza) e applaudisse il bel corpo di mia moglie; e il secondo: se eravamo civilizzati non poteva essere che io mi sentissi male, e tuttavia male mi sentivo. Ergo, ero un prodotto della barbarie. Dopo questa autocritica, divorziai. Non potei tuttavia raccontare questa storia a Celina perché, anche se venne al cocktail de La Tavolozza (si inaugurava la mostra retrospettiva di Evaristo Dávila), lo fece accompagnata dal suo architetto venezuelano che per colmo si interessava abusivamente di pittura e non solo mi fece porre la targhetta venduto sotto due begli acquerelli di Dávila (erano più economici degli oli su tela), ma si ripropose e mi propose di venire nuovamente alla galleria prima di intraprendere il viaggio di ritorno a Los Angeles, e tutto questo “perché a questo punto della partita, i quadri sono l'investimento migliore”. Celina mi crivellò di domande. Sapeva che mi ero sposato, ma quando mi chiese di mia moglie (“Che è affascinante già lo so, avete figli? So di cosa si occupa, si chiama Norma, no?”) rimase a bocca aperta nel momento in cui le dissi che avevamo divorziato. Riemerse come poté da quella impasse, soprattutto perché l'architetto aggrottò le sopracciglia e lei non poté far altro che dedicarsi ad elogiare la galleria. “Hai visto che avevo ragione? Era un delitto che stessi rinchiuso in quell'impresa spaventosa, con quel responsabile così sgradevole. Avevo saputo della morte di tua mamma, ma non sarà successo proprio quella notte quando arrivò tua sorella, vero?”. Sì, era successo proprio quella notte. Mi dissi che continuava ad essere molto attraente ma che tuttavia aveva perso un poco, non troppo, della sua freschezza, e questo si avvertiva soprattutto nella sua risata, che non si trovava più a metà strada tra l'innocenza e la malizia, ma che era fondamentalmente socievole.

Dissi a me stesso tutto questo, ma a lei invece assicurai che appariva molto allegra e pimpante. Mi parve che l'architetto abbozzasse un sorriso vagamente ironico, ma forse fu un falso indizio.

Continuavano a vivere negli Stati Uniti ma avevano intenzione di trasferirsi a San Francisco. “E' l'unica città nordamericana che sopporto, dev'essere perché ci sono dei caffè e non solo caffetterie e te ne puoi rimanere seduto per ore vicino ad una finestra leggendo il giornale con solo un espresso”. Per fortuna l'architetto incontrò un vecchio amico, l'abbraccio fu entusiasta e le manate sulle rispettive nuche servirono da prologo a un intimo appartarsi nel quale presumibilmente si misero reciprocamene al corrente. Io ne approfittai per guardarla negli occhi e farle una domanda che evidentemente lei aveva cercato di frenare con quella superflua vivacità: “Come stai realmente?”. Chiuse gli occhi per qualche secondo e quando li riaprì era la Celina di sempre, sebbene più spenta. “Male”, disse. All'ora convenuta, non ricordo più quale fosse, la gente era comparsa simultaneamente dalle vie laterali, dalle auto posteggiate, dai negozi, dagli uffici, dagli ascensori, dai caffè, dalle gallerie, dal passato, dalla storia, dalla rabbia. Erano già due settimane che, in risposta al golpe militare, il sindacato dei lavoratori aveva applicato la misura che era prevista per quella anomala situazione: uno sciopero generale. Mentre camminavo, come le altre migliaia, per il viale Dieciocho, pensai che magari era solo un sogno. Tutto era stato talmente vertiginoso e collettivo. Inoltre la gente si muoveva come in sogno, quasi in assenza di gravità, e tuttavia raggiante. Ognuno aveva coscienza dei rischi ed anche di prender parte in una coraggiosa pulsione collettiva, quasi in un affanno popolare. Era come respirare in modo udibile, audace, con i miei propri polmoni e quelli di tutti. Mai sentii, né prima né dopo quel 9 di luglio del 1973, un impulso così, una sensazione tanto nitida e coinvolgente di dove stavo andando e a chi appartenevo. Ci guardavamo e non occorreva dirci nulla: eravamo tutti nella stessa barca. Ci sentivamo truffati ma allo stesso tempo orgogliosi di aver smascherato e denunciato il truffatore. Credevamo che nessuno avrebbe potuto sopraffarci, così disarmati e inermi come andavamo, ma senza la minima vacillazione nel volerci liberare dall'abbraccio di quegli allucinanti invasori che ci prendevano di mira e ci condannavano. E quanto più terreno guadagnava la tensione, tanto più rapido era il passo di uomini e donne, di ragazzi e ragazze, tanto più verosimile ci sembrava quel turbine di libertà. Ricordo che ai balconi c'era molto pubblico, come se fossimo i protagonisti di una parata antimilitare. All'improvviso mi ricordai: una volta c'ero stato su uno di quei balconi, quando era passato il generale De Gaulle sotto un terribile acquazzone, grondante ed eretto come l'obelisco della Concorde. E mi ricordai anche di come ribolliva di gente il viale nel lontano 1950, quando contro tutte le previsioni la nazionale uruguayana aveva battuto quella brasiliana nella finale di Maracaná. E più addietro, al tempo della riconquista di Parigi nella seconda guerra mondiale. Per il viale sempre era passata l'alluvione. E anche adesso. Uno incrociava l'amico o il vicino di casa e appena gli toccava il braccio, non serviva altro. Non bisognava distrarsi, non bisognava perdersi un solo dettaglio. Ci incrociavamo anche tra sconosciuti e a partire da quel momento eravamo conoscenti., avremmo ricordato quel volto non per sempre, chiaro, ma almeno fino al mattino dopo, perché le nostre retine erano come archivi, desideravamo assorbire quell'utopia, desideravamo concretizzarla in passanti in carne e ossa. Niente astrazioni, per favore. Le labbra chiuse erano coscienti e reali, i sorrisi del prossimo, succinti e certi. La strada avanzava incontenibile, con le sue vetrate e i suoi balconi; la strada organizzata, in inquietante silenzio, la sua volontà più profonda, la sua dignità più dura. Gli operai, quelli che di rado scendono in centro perché la fabbrica li restituisce al focolare con una stanchezza come di letargo, ne approfittano per guardare con inevitabili commenti quel mondo di impiegati, commessi, cassiere, che oggi si alleava con loro e si dava da fare. Non vi era astio, e neppure rancore, solo una convinzione profonda, e fino a quel punto non arrivava quanto pianificato.

Le convinzioni non si organizzavano, semplicemente illuminano, aprono cammini. Sono diceria, ma diceria confermata che si erge dal suolo come un sisma. E così, come una diceria, come un mormorio che si propagava a onde, iniziò a sentirsi l'inno, sgraziato, furioso e commovente come mai. Mentre alcuni sillabavano e in che modo eroico sapremo agire, altri, più lenti o minuziosi, erano ancora arenati nel voto che l'anima pronuncia. Ma fu più avanti, nel tiranni tremate, ossia nel pieno del bramito verso i destinatari, che la scorsi, ad appena dieci metri, mentre cantava anche lei come un'ossessa. E in questa quarta occasione, oltre al logico scossone, sentii anche un poco di sfiducia, un sintomo quasi impercettibile di sconcerto, il sospetto di essere rimasto non solo lontano dalla sua vita, come era sempre stato, bensì fuori dal suo mondo e anche fuori dalla sua bellezza, che tuttora con i suoi cinquant'anni (in ottobre ne compirà cinquantuno) continuava ad essere convincente, fuori dalle sue notizie, dalla sua vita quotidiana, dalle sue idee, e fuori anche da questo entusiasmo assordante nel quale eravamo avvolti, perché non lo avevamo raggiunto insieme ma ognuno per suo conto, collezionando danni e solidarietà. Tuttavia, di una cosa non avevo alcun dubbio: era l'unica donna di cui mi fosse mai realmente importato e ancora mi importava. Alcuni mesi prima, quando avevo ceduto La Tavolozza e aperto una libreria di seconda mano nel Cordón (gli amici questa volta mi convinsero che non la chiamassi Tomo y Lomo {pesante e voluminoso, espressione idiomatica – n.d.t.}, come era mia intenzione, ma semplicemente Los cielitos {balli campestri di coppia – n.d.t.}, un cliente mi disse passando che l'architetto Trejo e sua moglie pensavano di fare ritorno da San Francisco per fermarsi a Montevideo. In quale momento. Lasciai passare alcune settimane e mentre stavo verificando questi nuovi indizi su di lei, ci fu il golpe e non solo questo proposito ma tutti i propositi vennero rimandati. Il paese intero rimase fermo e immobile. E ora lei era lì. La vedevo e subito dopo la perdevo di vista. A volte distinguevo il suo paltò azzurro, o la sua testa che non era più rossa, ma poi nuovamente la perdevo. E avanzavo così, stando attento a non sgomitare perché in quella moltitudine non c'erano nemici. Ma lei, che non mi aveva visto, si muoveva a sua volta e non esattamente verso di me. In quel momento ci fu un aaah di allerta, che venne crescendo, e dopo grida e gente che correva, che inciampava e cadeva, perché era iniziata la repressione e risuonavano spari e tamburi e c'erano fumo e bastoni e io, volendo vederla, cercavo di correre nella sua direzione, ma nella confusione le distanze variavano di minuto in minuto e già era molta la furia che si scaricava su di noi e bisognava scappare, tiranni tremate, forse il tremito era quel rullo di tamburi, e tutto continuava come accadendo ad un livello onirico, solo che questi uomini in uniforme non erano privi di gravità e il sogno si era trasformato in incubo. La quinta volta fu ad Atocha, prima di prendere il treno notturno che andava in Andalusia, una domenica di ottobre del 1981. Io vivevo da cinque anni a Madrid, come terza tappa del mio esilio. Due giorni dopo quel memorabile 9 di luglio, vennero a cercarmi a casa di Norma, la mia ex moglie, che ebbe il buon senso di dir loro che, sebbene fossimo separati, aveva l'impressione che io fossi andato all'estero. Dove? “Non ne ho la più pallida idea, lui viaggia sempre molto e logicamente, data la nostra attuale situazione, non si dà la pena di comunicarmelo”. Era una buona attrice, per fortuna. E io, sedentario congenito, dovetti partire di nascosto. Però anche così, prima di passare la frontiera, nascosto in casa di amici per tre o quattro giorni, venni a sapere che Celina era stata arrestata.

E anche suo figlio. Mi assicurarono che l'architetto non riusciva a riprendersi dal colpo, e che era un colpo con doppia chiave di lettura. Prima andai a Porto Alegre, poi a Parigi, e alla fine a Madrid, dove non mi fu semplice trovare lavoro. Per sei mesi campai del poco che mi mandavano le mie sorelle, ma questi aiuti mi provocavano (residui di machismo, chiaro) una sensazione di incomodità quasi a fior di pelle. Mi sentivo il gigolò delle mie sorelle, e questo, nella mia mentalità di piccolo borghese progressista, era una vergogna. Per fortuna, un buon incisore messicano che conoscevo da tempo addietro perché aveva esposto le sue litografie a La Tavolozza, mi presentò alla proprietaria di una ridondante galleria del quartiere Salamanca, raccontò meraviglie della mia conoscenza del ramo e come risultato iniziai a lavorare. La padrona, una veterana norvegese e di buon carattere, sebbene non credette a una sola parola del panegirico, si dimostrò disponibile a tirarmi fuori dai guai. Più tardi andò convincendosi che io potevo esserle utile e iniziò a mandarmi in giro nelle province perché scoprissi giovani promesse.

Riconosco di averne scoperte diverse, e la signora Sigrid, come io la chiamavo, iniziò ad avere fiducia in me. Questa volta venni a sapere rapidamente della presenza di Celina a Madrid. Era stata tre anni in prigione, accusata di essere un corriere internazionale, al servizio di attività “sovversive”. L'avevano trattata male, ma non tanto male come altre donne, quasi tutte molto più giovani, che caddero in quelle giornate di spavento. Da una parte la sua età (quando venne arrestata aveva 52 anni e quando uscì 55) e i suoi modi dignitosi e sicuri che stabilivano una inevitabile distanza con quegli onnipotenti gretti, e dall'altra i suoi legami con mezzi diplomatici e politici, fecero sì che i militari le tenessero un certo riguardo, sebbene questo fosse sempre legato a qualcosa che per loro costituiva un enigma: perché una signora colta, di buona famiglia, di aspetto impeccabile, di abitudini raffinate, aveva messo a rischio la sua comodità, la sua libertà, e perfino il suo matrimonio, compromettendosi in un'azione da pazzi, irresponsabile, e per loro soprattutto delittuosa. Siccome in fondo volevano essere clementi con lei (sebbene di certo senza rendersi creditori di alcuna tirata di orecchie, né di galloni), si autofabbricarono una spiegazione che parve loro verosimile: il figlio si era cacciato fino al collo in faccende cospirative e lei semplicemente gli aveva dato una mano. Una volta che la motivazione ebbe acquisito una tinta materna, e alla fin fine famigliare, occidentale e cristiana, già erano in condizioni di tollerare la loro stessa tolleranza. Ci fu, è certo, un sottufficiale che durante un interrogatorio particolarmente duro, di fronte all'altezzosa arroganza della detenuta perse il controllo e la schiaffeggiò diverse volte, spaccandole il labbro e lasciandole un occhio tumefatto, ma è anche certo che l'impulsivo venne sanzionato. Celina (venni a sapere tutto questo poco a poco, per mezzo di amici comuni) si sentiva, in mezzo a tutto ciò, una privilegiata, giacché in seguito condivise la sua cella con diverse ragazze che erano letteralmente distrutte. Quanto a suo figlio, riuscirono a provare solo una minima parte della piramide di accuse, però a lui sì che lo torturarono con diletto e rimase quattro mesi all'ospedale militare. Scontò la sua condanna a cinque anni e successivamente lo deportarono. Adesso viveva con sua moglie a Goteborg. Per Celina quegli anni furono decisivi. La prigione aveva tagliato la sua vita in due, e la libertà l'aveva aspettata con una prodiga canasta di problemi. In primo luogo, il suo matrimonio. La mancanza di solidarietà dimostrata dall'architetto (era stato sempre un uomo strettamente legato alle leggi transnazionali) aveva liquidato la convivenza coniugale, già seriamente deteriorata al momento dell'arresto. Furono sei mesi di discussioni interminabili e alla fine Celina decise di rompere una unione che era durata niente meno che trent'anni. Quando tutto era risolto e avrebbero almeno potuto giungere all'accordo di iniziare il divorzio una volta che Trejo fosse tornato da un breve viaggio al suo paradiso del nord, il progetto ebbe una brusca e imprevista modifica, perché all'architetto venne una sincope all'aeroporto Kennedy, esattamente nel momento in cui gli altoparlanti stavano chiamando il suo volo Pan American. Per il tempo che il figlio rimase nella prigione penale, Celina stette a Montevideo, nonostante che il ragazzo, ad ogni visita, le chiedesse di andarsene: “Io so perché te lo dico. Vattene vecchia”. Ma la vecchia solo fece i bagagli quando lui le telefonò da Stoccolma che era arrivato bene.

E proprio dalla Svezia veniva ora Celina, dove aveva trascorso un mese con il figlio e la nuora. Il suo progetto era di rimanere due mesi in Spagna e dopo avrebbe deciso. La sua situazione economica le dava una certa sicurezza, e sebbene aiutasse frequentemente il figlio, non aveva difficoltà. Quando la contattai per telefono, gridò “Leonel” prima ancora che le chiarissi chi la stava chiamando. Dovevamo vederci, chiaro, però le dissi che la domenica io dovevo partire con il treno notturno per l'Andalusia e le proposi di accompagnarmi, così avremmo approfittato del viaggio a Huelva e Malaga e Granada per raccontarci una volta di più chi eravamo. Ci furono venti secondi di silenzio che a me parvero mezz'ora e alla fine disse di sì.

Io mi occuperei dei biglietti e di prenotare gli scompartimenti, individuali e di prima naturalmente. D'accordo? D'accordo. Immaginai che stesse sorridendo e che ancora adesso la Gioconda sarebbe uscita sconfitta. La sera della domenica arrivai ad Atocha mezz'ora prima dell'appuntamento. Lei invece comparve con venti minuti di ritardo. Da lontano veniva chiedendo perdono, perdono, e continuò a dirlo ora molto sommessamente al mio orecchio quando ci abbracciamo. Non c'era tempo per tenerezze, di modo che andammo quasi correndo verso il binario e lungo il binario fino alla fine, dove si trovava il nostro vagone. In realtà salimmo due minuti prima che il convoglio cominciasse a muoversi. Un tipo abbastanza gentile ci accompagnò fino alle nostre rispettive cabine individuali, forse un po' stupito che non avessimo una doppia. Lasciammo i bagagli e i cappotti e solo allora avemmo tempo per guardarci. “A marzo diventerò nonna”, fu la prima cosa che mi disse. Un po' come un avvertimento. “Eh, io no. Per non correre questo rischio spaventoso, ho preso la precauzione di non avere figli”. Tornammo a guardarci, ma indirettamente, attraverso il vetro del finestrino. “Leonel, sarà mai che alla fine riusciremo a star tranquilli tu e io?”. “Cara, tu hai fatto il primo errore: io non sto tranquillo.”. Presi la sua mano e la condussi fino a quell'orologio chiamato cuore. Il mio, naturalmente. “Perde i colpi, è colpa della corsa. Alla tua età. Guarda che non voglio ricatti cardiovascolari”. La mia disillusione si dovette notare perché tolse la mano dall'orologio e la posò sui miei capelli. “Voglio iniziare con una comunicazione ufficiale”, disse, “sono arrivata alla conclusione che ti amo”. “E allora perché sparivi e te ne andavi negli Stati Uniti e ti sposavi e tutte quelle cose orribili?”. “Anch'io potrei chiederti perché restavi e ti buttavi via tra i ferri e arrivava all'improvviso tua sorella e ti sposavi e divorziavi e tutte quelle cose orribili”. Sì, era certo. Prima o poi dovrò sbattere la testa contro il muro. Andammo a cenare nel vagone ristorante, ma non c'era né la crema aurora né il churrasco, così che fu prosciutto cotto e trota alle mandorle. “Non ti pare che abbiamo sprecato la vita?”. “Ci sono state anche cose buone. Però se ti riferisci alla vita nostra, alla vita tu e io, sono d'accordo, l'abbiamo sprecata”. Allungai la mano, come nel battello postale, tra i calici e la forchetta, e lei la accettò. “Qui non siamo fratellini”. Ebbi l'impressione che ricordavamo tutte le nostre frasi (dopo tutto, non erano molte) pronunciate dal 1937 fino ad ora. Parafrasai un altro versetto: “Neanche siamo inseparabili”. “Ti pare di no? Rifletti sul fatto che sempre ci siamo incontrati di nuovo”. Arrivava il cameriere, andava e veniva con piatti, vino, acqua minerale, dolci, caffè e non provavamo vergogna che ci sorprendesse a guardarci, e non per abitudine, ma così, incantati. Pagammo.

Tornammo al vagone, rimanemmo un momento nel corridoio guardando le luci che si avvicinavano, ci incrociavano e sparivano. Le circondai le spalle e lei appoggiò la testa. Come per incanto, i corpi incominciarono a raccontarsi storie, a fare progetti. Non volevano separarsi. “Domani in albergo potremmo chiedere una camera doppia”, dissi. “Potremmo”. Improvvisamente mi strinse il braccio, non disse nulla e si infilò nella sua cabina. Rimasi ancora un momento nel corridoio, dopo entrai nella mia. Mi tolsi i vestiti, mi misi il pigiama, mi lavai i denti, bevvi un bicchiere d'acqua. Senza troppa convinzione tirai fuori dalla mia ventiquattrore i racconti di Salinger che pensavo di leggere. Ma prima di coricarmi bussai leggermente con le nocche alla doppia porta che separava i compartimenti. Anche dall'altra parte ci furono nocche e qualcos'altro. Il chiavistello della seconda porta risuonò duro, deciso. Feci scorrere anche quello dalla mia parte. Non mi era mai passato per la mente che se due passeggeri si mettono d'accordo di aprire la porta doppia, le cabine diventano comunicanti. Celina. Non è più rossa di capelli e magrolina, né i suoi tratti eterei devono confondersi con la nebbia. Anche io sono un'immagine diversa. Non è necessario che mi cerchi nello specchio sconfortante. So che due fiordi preannunciano una calvizie che non è neanche prematura. Ho un po' di pancia, peli bianchi sul petto, mani con le inconfondibili macchie del tempo. Lei spegne la luce, ma di quando in quando qualche faro attraversa le strie delle persiane e i nostri corpi appaiono, ma con barre d'ombra, quasi come due zebre, quei poveri animali che non sono mai nudi. Noi sì. Non avevamo mai avuto le nostre nudità. E' una scoperta. I baci del godimento, le lingue dell'urgenza, i velli vicini finalmente si riconoscono, si reclamano, si chiamano, si rispondono. E' scomodo fare l'amore in treno, ma è molto più scomodo non farlo. Il dondolio del treno si fonde con il nostro, è un ritmo come quello della nave. Fuori il vento sbatte come tanti anni fa sbatteva il fiume come mare, e in realtà è la mia adolescenza che penetra esultante nei quindici anni del mio unico amore.

Mario Benedetti
GEOGRAFÍAS (1984)



Mario Benedetti -
Biografia
(Paso de los Toros, 1920 - Montevideo, 2009)

Uruguayano, Mario Benedetti è stato un famoso poeta, romanziere, drammaturgo, scrittore di racconti, critico. Insieme a Juan Carlos Onetti fu una delle figure più rilevanti della letteratura uruguayana della seconda metà del XX secolo e uno dei grandi nomi del boom della letteratura ispanoamericana. Coltivatore di tutti i generi, la sua opera è tanto prolifica quanto popolare. Alcuni dei suoi romanzi, tra i quali La tregua (1960) e Gracias por el fuego (1965) furono adattati per il grande schermo in America Latina, così come diversi cantautori contribuirono alla diffusione della sua poesia mettendo in musica i suoi versi.

Temi centrali delle sue opere, tanto in prosa come in versi, furono l'espressione dell'angustia di ampi settori sociali e la speranza di trovare una via d'uscita socialista per una America Latina soggiogata dalla repressione militare; successivamente, le circostanze politiche e di vita dell'esiliato latinoamericano ed il ritorno in patria.

Quanto alla sua produzione di racconti, questa fu raccolta ad opera dello stesso autore in Cuentos completos (1986). La sua predilezione per questo genere e la grande capacità che dimostrò pongono in diretta relazione Mario Benedetti con i grandi autori del boom, ed in special modo con gli indiscussi maestri del racconto breve: Jorge Luis Borges e Julio Cortázar.

Autore: onti come lepri
Traduzione a cura di Nicoletta Isola



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