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Barbara Becheroni intervista
Katharina Schmidt


A volte capita di trovarsi in un ambiente magico e di parlare con una persona eccezionale di cose che ami profondamente… È un evento raro, lo so, però è successo proprio a me… Ero a Torino, al salone internazionale del libro, circondata da libri e da lettori, autori, editori, agenti letterari… In un turbine di parole scritte e dette, di immagini, di visi ho avuto il privilegio di incontrare Katharina Schmidt, che di professione traduce i libri. Consideriamola, come i suoi colleghi di tutto il mondo, una benefattrice dell’umanità, perché permette di leggere i libri scritti in un’altra lingua a chi non comprende l’altra lingua. Una professione quasi biblica: è in grado di dissipare, seppur parzialmente, le nebbie linguistiche seguite all’incidente di Babele… Siamo qui per rendere un piccolo omaggio ai molti traduttori che lavorano lontani dai riflettori del successo me che sono indispensabili a noi lettori…

Conversazione sull'arte di tradurre
a cura di Barbara Becheroni

D) Quando si è "accorta" che lo studio linguistico poteva diventare una "scelta di vita"?
R) Non credo che ci sia stato un momento preciso. In parte penso che dipenda dalla mia formazione professionale, cioè gli studi di regia di teatro musicale. Ogni giorno sento che questo “passato” mi offre grandi vantaggi nel lavoro di traduzione. Durante gli studi mi sono interessata molto al rapporto fra musica e parole, tema che ho scelto anche per la mia tesi di laurea. Avevo già tradotto prima, solo per me stessa, dei testi musicali di lirica e anche brani di cantautori che non si trovavano in tedesco. Dopo il corso di regia ho aggiunto studi di linguistica e traduzione, poi ho incominciato a fare qualche traduzione nell’ambito della musica e mi sono accorta che questo sì era un lavoro - e una fatica - che sarebbe potuto diventare il mio ideale. Poi sono arrivata a tradurre libri e oggi sono convinta che la traduzione letteraria fa proprio per me.

D) Come mai la lingua italiana è entrata nel suo cuore, tanto da diventare un vero e proprio lavoro?
R) Se ami la musica classica e lirica non puoi fare a meno di amare l’italiano. Mi chiedo se c’entra anche la mia passione per il calcio ... Non è certo stato un caso se ho scelto un tema italiano per la mia tesi, perché la cultura italiana da molti anni fa parte della mia vita. Ho viaggiato in Italia, ho vissuto per un periodo lungo a Milano, poi ci sono gli amici … Ma come si può spiegare fino in fondo un amore vero e proprio? Apprezzo e amo molto il tedesco, lingua materna, molto ricca, magari un po’ dura, però capace di esprimere tante sfumature, ma sento che parlando in italiano cambia qualcosa per me, esistono concetti che posso esprimere più facilmente in italiano. E adoro i vari dialetti, con i cui mi devo anche spesso confrontare nelle traduzioni.

D) Tradurre: arte o raffinato artigianato?
R) Non saprei! Dipende! Senz’altro ci vuole anche molto artigianato nel senso di mestiere, di esperienza. Con la poesia il discorso cambia … Per me tradurre un libro equivale a trasportarlo, con tutti i concetti culturali sociali e storici e cosi via, in un’altra realtà linguistica e culturale senza perdere lo spirito, il carattere dell’originale, lo stile personale dell’autore… Insomma, una cosa impossibile, ma ci si tenta sempre.

D) Come lavora il traduttore?
Non c’è un unico modo, dipende dal testo. In una discussione con colleghi ho scoperto che anche sulla domanda se si dovrebbe leggere l’intero libro prima di cominciare a tradurlo non c’era unanimità. Io leggo sempre prima l’intero testo, se si tratta di una serie possibilmente anche tutti i seguiti. Mi annoto le difficoltà, i problemi da risolvere, ma innanzitutto cerco di cogliere il ritmo del libro per riproporlo nella mia lingua, anche se non sarà mai lo stesso. La mia formazione come regista non è molto ortodossa per una traduttrice ma mi è utile ogni giorno. Percepisco un testo anche come un film: i personaggi, le situazioni… E penso di possedere una forte capacità di rendere queste cose anche oltre la lingua. Lo stesso vale per i dialoghi. E infine è anche una questione di ritmo. E del libro stesso.
In più devi conoscere un sacco di gente di vari ambienti e professioni diverse, perché anche in un romanzo possono venir fuori delle domande più improbabili. Domanda molto diffusa: ma mi puoi dire come si dice, quando uno fa così?
E per il lavoro mi preparo o mi faccio preparare dal mio compagno una “colonna sonora”, di jazz, ma anche musiche etniche, hiphop, reggae, cantautori, dipende …

D) Pensa che sia vera la teoria che dice che tradurre equivale a “riscrivere” un testo?
No, decisamente no, se non si tratta di poesia.

D) Cambia il lavoro quando si traducono poesie rispetto alla prosa?
Cambia, certo, c’entrano questioni come il ritmo preciso, le rime, le immagini, che naturalmente si trovano anche in altri testi letterari, ma con la poesia, forma molto concentrata, è ancora diverso. Finora ho tradotto poca poesia, maggiormente nell’ambito della musica rinascimentale e medioevale, ma con la lirica il concetto non cambia molto. È la musica che ti dà o ti impone anche la struttura, il ritmo e soprattutto i tempi e lo spazio preciso.
Regole che valgono in parte anche per la traduzione di fumetti.

D) Al momento di affrontare un nuovo testo da tradurre, lo “pensa” già in tedesco mentre lo legge la prima volta?
No la prima volta che lo leggo penso magari già a certe espressioni, frammenti di una frase, ma vedo soprattutto a cogliere il flusso, il ritmo, lo stile, lo sviluppo della trama, la struttura, i personaggi … E mi annoto cosa devo chiarire, quali espressioni, nomi e concetti per i quali devo trovare una soluzione in tedesco. Ma spesso il libro l’ho già letto prima che mi affidano la traduzione, perché scrivo giudizi per varie case editrici e leggo anche moltissimo nel tempo libero.

D) A me capita di “pensare” alcune cose in portoghese, la mia seconda lingua, perché mi sembra che rendano meglio il concetto rispetto all’italiano. Capita così anche a lei con l’italiano?
Si, qualche volta mi prende questa confusione linguistica-culturale, ma non quando traduco. A volte mi consumo il cervello per trovare la traduzione giusta/congeniale di una espressione che nella lingua d’origine è così chiara! Invece per renderla in tedesco devi fare fatica. Faccio un esempio: in un romanzo che ho tradotto era fondamentale che la trama si svolgesse nel giorno di Ferragosto. In Germania non c’è il Ferragosto come lo si intende in Italia: abbiamo le ferie scaglionate, non si parte per le ferie nello stesso giorno, da noi Ferragosto non è un giorno festivo e da noi le città non sono mai deserte… Tutto ciò che in italiano è reso in una sola parola: Ferragosto! Allora o fai una nota – ma è sempre meglio evitarle in un romanzo! – o devi almeno spiegarlo senza appesantire il testo.

D) Come si fa a imparare così bene una lingua straniera da diventare traduttori? Quanto amore ci vuole?
Devi prima imparare benissimo la tua madrelingua e curarla con tutte le sue sfumature, i cambiamenti, i gerghi, le variazioni regionali, i registri linguistici e leggere molto. Imparare la padronanza della lingua straniera include anche conoscere la cultura, le realtà sociali, la storia e così via e rimanere sempre aggiornati. Ammiro i colleghi che traducono da due o tre lingue. Ho fatto qualche traduzione dall’inglese ma solo nello stretto ambito musicale e non tradurrei mai un romanzo … Per me funziona meglio con un paese come l’Italia e non con gli Stati Uniti o la Norvegia, ma questo dipende sicuramente da ragioni personali…

D) Cosa le dà più fastidio in un testo? A me, per esempio, alcune contaminazioni inutili con l’inglese fanno accapponare la pelle…
Certe espressioni alla moda che usano tutti mi fanno raddrizzare i capelli. Le forme dovute alla traduzione alla lettera da un’altra lingua che dopo vengono usati senza pensarci e suonano ridicolamente storto e fuori luogo …
Poi troppe ridondanze, a meno che siano usate apposta per creare un ritmo, una struttura in un libro, a descrivere un carattere, insomma con uno scopo preciso. Mi spiego meglio con qualche esempio: nel suo nuovo libro “Nelle mani giuste” Giancarlo de Cataldo diverse volte incomincia le frasi di un paragrafo con la stessa parola o un nome, che dà al suo testo un ritmo ben preciso, personale e avvincente. Nel romanzo “Blackout” l’autore Gianluca Morozzi usa il mezzo della ripetizione per sottolineare l’ansia dei suoi protagonisti che sono rimasti chiusi in ascensore e si trovano di fronte a un pazzo violento che è anche un killer.

D) Che consigli vuole dare a uno studente che intendere intraprendere la carriera di traduttore?
R)Di lasciar perdere … No, sul serio, intraprendere la “carriera” del traduttore letterario è una scelta molto personale, e dubito poi che si possa parlare di carriera nel senso di business. Esistono dei corsi, anche universitari che possono dare una formazione profonda. Dopo e prima credo che si dovrebbe leggere moltissimo, anche nella madrelingua. E naturalmente dipende dal tipo di traduzioni che si intende di affrontare. Tradurre è per di più un lavoro solitario che uno si gestisce da solo, ci vuole anche una certa capacità di organizzarsi e disciplina. E siccome sei anche un imprenditore che si procura il lavoro da solo, bisogna avere certe capacità. Conosco tanti colleghi che svolgono anche un’altra attività per vivere.

D) Crede che sia importante fare di tutto per mantenere vive tutte le lingue attualmente parlate nel mondo piuttosto che vederle livellate da altre (inglese, spagnolo, arabo)?
Si, se credo in qualcosa è proprio nella varietà culturale, cosa che comprende anche i dialetti!!! Bene, l‘inglese fa comodo a noi come lingua comune anche abbastanza maltrattata da molti, ma perdiamo una parte della propria identità se ci muoviamo solo in un “mainstream linguistico”. Anche in una traduzione non risulta sempre possibile rendere completamente un’espressione dialettale, ma quando traduci un dialetto italiano sostituendolo semplicemente con un dialetto della tua lingua non funziona con i lettori: un siciliano che parla per esempio come un bavarese, per un lettore tedesco non trasmette il concetto del siciliano. Occorre trovare, e qualche volta anche creare, una lingua parlata speciale, un gergo, abbreviazioni colloquiali e spesso fare dei salti mortali …

D) Quali autori italiani ha tradotto per gli editori tedeschi?
R) Ho iniziato con testi musicali e nello stesso periodo ho lavorato anche a qualche piccolo brano di Dante, di Petrarca e di autori del ’700 e dell’800. Nell’ambito della letteratura per ragazzi, ho tradotto diversi libri di Domenica Luciani e di Beatrice Masini. Da qualche anno lavoro molto – e molto volentieri – con il genere giallo e noir, con autori come Roberto Mistretta, Gianluca Morozzi, Marco Vichi, Paola Barbato e a breve Grazia Verasani. Tradurre una parte dell’antologia Crimini (Einaudi) è stata una bellissima esperienza, perché ho potuto scegliere i racconti di Massimo Carlotto, Giancarlo de Cataldo e Niccolò Ammaniti, autori che stimo molto, non solo per lo stile ma anche per le loro idee e la scelta di narrare l’Italia di oggi. Al momento sto traducendo Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti, un libro che mi sta davvero a cuore e sento molto vicino.

D) Quale di questi le ha dato più emozioni?
R) Ognuno di loro mi ha dato spunti e piaceri diversi, ma comunque appaganti e avvincenti. Finora – e per scaramanzia tocco legno come facciamo in Germania – non mi sono mai trovata davanti a un libro che tradurre sarebbe stata solo una fatica remunerata.

D) E quale invece le maggiori difficoltà dal punto di vista linguistico?
R) Alcune difficoltà ci sono state, ma le ho sempre affrontate volentieri e con curiosità, e sono servite a fare un passo avanti nella capacità di tradurre. I romanzi di Roberto Mistretta, ambientati in Sicilia, sono senz’altro una bella sfida. Recentemente ho tradotto il terzo. Tuttavia Roberto è sempre stato disponibile – e continua a esserlo – a chiarire i miei dubbi. Abbiamo già parlato delle possibilità di rendere espressioni dialettali in un’altra lingua senza usare un altro dialetto. Nei suoi libri si trovano spesso frasi in dialetto, proverbi, modi di dire e addirittura parole inventate, che rendono molto bene l’atmosfera della Sicilia e dei suoi personaggi. A volte per trovare soluzioni adatte nella mia lingua dovevo pensarci un po’ su, ma alla fine è anche una bella soddisfazione.

Per gentile concessione di Barbara Becheroni
e Katharina Schmidt

 

inserito 14/09/08
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