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La signorina Cubbidge e il dragone del Romanzo di Lord Dunsany
traduzione a cura di Manny Mahmoud
Pubblicato su SITO


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Questa si dice di sui balconi di Piazza Belgravia e fra le torri di Via Pont; la si canticchia la sera per la Strada di Brompton.

Fatti i diciott’anni la signorina Cubbige del 12 di Piazza del Principe di Galles pensò che in meno d’un anno ella avrebbe sicuramente detto addio a quella sgraziata cosa oblunga ch’era stata gran tempo casa sua. E se voi le aveste anche detto che nello stesso anno avrebbe dimenticato totalmente la giá nominata piazzetta e persino il giorno che suo padre, a stragrande maggioranza, fu eletto per partecipare alla guida delle sorti dell’impero, ella vi avrebbe semplicemente risposto con la sua vocina leziosa: “Ma via!”

Nessun giornale ne parlava, il partito di suo padre non aveva preso alcun provvedimento al riguardo, non se ne accennava nelle chiacchierate che si facevano la sera alle feste alle quali la signorina Cubbidge prendeva parte: nulla veramente nulla poteva farle sospettare che un orribile dragone dalle scaglie dorate tintinnanti a ogni passo se ne sarebbe bellamente uscito dal fiore del Romanzo e di notte (a quanto ne sappiamo) si sarebbe incamminato per Hammersmith, e passata Ardle Mansion, avrebbe poi preso quella alla sua sinistra, che l’avrebbe inevitabilmente condotto alla casa del padre della signorina Cubbidge.

Sedeva lí sola soletta al suo balcone, quella sera, la signorina Cubbidge, aspettando che suo padre fosse fatto baronetto. Era in abito da sera alquanto scollato e cappellino e stivaletti da passeggio; le stava facendo un ritratto un pittore e a nessuno dei due quello strano abbigliamento sembrava troppo bizzarro. Nemmeno sentí il tintinnío delle scaglie d’oro del drago; in quel gran formicolío di luci di Londra non poté distinguere il piccolo bagliore rosso dei suoi occhi. In un tratto rizzò il suo gran muso, un riverbero d’oro, al di sopra del balcone; allora non sembrava un dragone giallo perché le sue lucide scaglie rispecchiavano la bellezza che Londra suol mostrare solamente di sera e di notte. Ella gettò un grido, ma a nessun cavaliere in particolare, né sapeva quale dovesse invocare in suo soccorso, o dove fossero mai i cavalieri uccisori di draghi dei lontani tempi romantici, oppure se li immaginava occupati in altre maggiori imprese, o nel bel mezzo di qualche gran guerra; forse, si accingevano giá ad armarsi per l’Armageddon.

Di sul balcone della casa di suo padre nella Piazza del Principe di Galles, il balcone tinto di verde scuro che si faceva d’anno in anno piú scuro, il dragone ghermí la signorina Cubbidge e dispiegò le sue ali tintinnanti, e Londra si rimpiccioliva e spariva come una vecchia moda. E l’Inghilterra spariva, e le sue fumose fabbriche, e quel vecchio globo rotondo che continua a ronzare attorno al sole perseguitato e tormentato dal tempo; finché non apparvero le antiche eterne terre del Romanzo distese lungo i mistici mari.

Ora figuratevi la signorina Cubbidge che con mano oziosa fa le carezze al dragone, mentre con l’altra di quando in quando giocherella con le perle raccolte per lei nelle solinghe spiagge del mare. Chi le riempie di perle enormi conchiglie e le ammucchia ai suoi piedi; chi le offre smeraldi da adornarsene le sue lunghe trecce corvine; chi le dona zaffiri da ingemmarne il suo mantello: tanto fanno per lei i principi delle fiabe e gli elfi e gli gnomi del mito. E in parte ella viveva ancora, e in parte era giá una creatura di quelle antiche sacre favole che le balie sono solite raccontare, quando i loro bimbi sono stati tutti buoni e fuori si é giá fatta sera e il fuoco sta scoppiettando allegramente e il lieve tocco dei fiocchi di neve contro il vetro delle finestre fa pensare quei passi furtivi di creature spaventose nei vecchi boschi incantati. Se dapprima le mancarono le sue care cose d’un tempo, il mare seppe poi calmarla e consolarla con le sue vecchie canzoni di antiche leggende. Poi dimenticò anche quegli annunci di vendita di piccole cose tanto care all’Inghilterra; poi dimenticò  le ipocrisie della politica e le cose che si debbono dire e quelle che no, e si dovette accontentare della vista di smisurati galeoni carichi d’oro con tesori per Madrid, e del lieto teschio con tibie incrociate dei pirati, e della piccola barchetta che si arrischia in mare, e dei velieri d’eroi che popolano le regioni del Romanzo e di quelli di principi in cerca delle isole incantate.

Non era giá con catene che il dragone la tratteneva lí, bensí con uno di quei vecchi incantesimi d’un tempo. Voi direte forse che una tanto avvezza alle lusinghe dei giornali, incantesimi galeoni e tutte queste vecchie cose d’altri tempi le sarebbero venute a noia dopo un po’. Dopo un po’, appunto. Ma ella non sapeva se passassero secoli anni o se il tempo non passasse piú. Nulla ne indicava il trascorrere, se non forse il ritmo dei corni degli elfi che si spargeva dalla sommitá delle vette. Se i secoli continuavano a scorrere, l’incantesimo che la costringeva lí le donava anche eterna giovinezza, e custodiva la fiamma della lanterna che ardeva al suo fianco e lo splendore del marmo del palazzo di fronte al mistico mare. Se invece il tempo non passava piú, ogni singolo momento vissuto in quella meravigliosa costa si mutava, cosí com’era, in un cristallo che rispecchiava milioni di scene. Se tutto questo non era che un sogno, era un sogno senz’alba e senza risveglio. La marea scrosciava e sussurrava non so quali misteri e leggende, mentre, accanto alla sua giovane prigioniera, nella sua vasca di marmo il dragone sognava: e poco piú in lá della costa tutti i sogni del dragone apparivano nella nebbia sopra il mare. Non sognò  mai nessun cavaliere liberatore. Sognava fino al tramonto; ma e quando usciva dalla sua vasca, fuori si era giá fatto notte e le stelle scintillavano nelle scaglie d’oro gocciolanti. Lí il dragone e la sua giovane prigioniera sconfissero il Tempo, o non lo incontrarono nemmeno; mentre, nel vecchio mondo, seguitavano a furoreggiare i Roncisvalle e le battaglie di lá da venire; io non saprei dire in quale parte della spiaggia del regno del Romanzo ella fu condotta. Forse divenne una principessa di quelle fiabe che si suol raccontare, ma basti sapere che visse lá, presso il mare; e regnarono i Re e poi i Demoni e poi ancora i Re; e molte cittá ritornarono nella polvere; ed ella viveva sempre lí e il marmo del palazzo conservava il suo splendore e l’incantesimo del drago non perdeva il suo potere. 

E solamente una volta ricevette un messaggio dal vecchio mondo d’un tempo. Giunse per mare in una barca color di perla; era d’un suo antico compagno di scuola di Putney, una sola riga senza piú, in una minuta graziosa scrittura, e diceva: Non é il caso che tu te ne stia lí tutta sola.

Autore: Lord Dunsany
Traduzione a cura di Manny Mahmoud



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(3) Dove sale e scende la marea di Lord Dunsany trad.di Manny Mahmoud - TRADUZIONE

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(3) Il sacco di Bombasharna di Lord Dunsany trad.di Manny Mahmoud - TRADUZIONE
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