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La guerra delle tartine
di Sergio Isolabella
Pubblicato su SITO


Anno 2006- Felici, Pisa
Prezzo € 12- 316pp.

ISBN

Una recensione di Carlo Santulli
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La guerra delle tartine

Nella sua simpatica presentazione, l'autore di questo libro, Sergio Isolabella, insinua che Dio dovrebbe (o forse potrebbe) essere un umorista. Non ho motivi per contraddirlo, ed inoltre, considerando l'immagine pesante e retriva, oltre che credo pochissimo evangelica, del Dio ragioniere e leguleio che gira in questo periodo, l'idea di avere un umorista oltre le nuvole non può che farmi piacere, voglio dire anche come credente. Che Dio interferisca, sempre umoristicamente, od anzi parzialmente determini certe nostre vicende, specie sentimentali, è meno credibile, ma contribuisce all'interesse del romanzo. Mettiamo poi che Dio abbia tutto l'interesse a mettersi di mezzo, per sottrarre una ragazza dal rapporto con un frate francescano, ed avremo il leitmotiv de “La guerra delle tartine”, che è quella, introdotta quasi alla metà del romanzo ed improvvisamente, che si scatena tra un nipote moderatamente e nascostamente ribelle ed una zia eccessivamente calvinista, con conclusione un po' strascicata e vagamente sordiana.
Un romanzo lungo, non direi complesso, ma alle volte un po' ridondante, ambientato un po' in giro per l'Europa, tra il Cambridgeshire (anzi, si parte più ad ovest, nella cittadina di Cheltenham, nel Gloucestershire) e la Svizzera francese, anzi ginevrina, poi si passa in Francia dalle parti di Cluny, “l'Abbazia che non c'è” (non è l'unica in Europa, anche a Reading se ne può visitare una consimile di cui esistono poco più che le mura perimetrali, ma in compenso i prati interni sono perfetti ed adatti per una scampagnata) e si finisce per tornare, molto circolarmente, in Inghilterra. E' un percorso magico, da non prendere, come la vita d'altronde, troppo sul serio, ma coerente e preciso nella sua solo apparente casualità.
La lettura è piuttosto gradevole, anche se qua e là l'autore sembra eccedere nella misura, ed il finale potrebbe forse essere, con qualche taglio, meno anodino ed in fondo prevedibile. Certo, la prevedibilità dell'esito finale è una caratteristica, voluta e cercata, di un certo romanzo umoristico: l'interesse dovrebbe essere tuttavia dato dalla perversa e spesso rutilante (quindi divertente) complessità delle motivazioni che introducono il finale stesso, il che non sempre è sfruttato al meglio da Isolabella.
Va a tutto merito dell'autore l'aver creato un personaggio di giovane donna indubbiamente affascinante e sufficientemente complessa e delineata, Helen, laureata in storia dell'arte che, dove appare, dà una svolta non soltanto alla situazione, ma ha anche senz'altro le battute migliori, alcune delle quali molto azzeccate, in uno stile da commedia sentimentale americana, passando per certi personaggi femminili di Wodehouse, mentre Peter, l'innamorato (biologo) che ritiene di avere per compito precipuo quello di far sorridere le ragazze. Peter tende forse leggermente al macchiettistico, mentre miglior prova, a mio parere, l'autore dà nel delineare i precedenti fidanzati di Helen, Mark e Gilbert. Ma sta di fatto che l'autore è innamorato, perfino troppo, del suo personaggio, e le sta addosso forse eccessivamente (ma l'amore un po' giustifica gli eccessi), riportandone il pensiero, gli atti, i gesti, fino alla dissezione ed alla minuzia ed in questo, probabilmente, dando il meglio di sé, almeno a mio parere. Nulla di strano, il romanziere è sempre in fondo un po' sedotto dalle sue creature, però tutta l'infrastruttura creata, e che funziona piuttosto bene nella prima parte, con Dio, che compare per fax ed altre tecnologie, da deus ex machina, un Tessitore che ne esegue, anche se con difficoltà e frequenti fraintendimenti, gli ordini, e due creature di natura incerta, come Emme ed Enne, che sembrano, per dirla con le parole di De André, “L'amore sacro e l'amor profano”, scricchiola invece abbastanza verso la fine. Per dirla in modo sincero ed aperto, forse il gioco va un po' troppo per le lunghe, e direi che il romanzo forse beneficerebbe da una revisione.
Vale la pena di seguirlo, allora? Nel complesso, direi di sì, perché i continui andirivieni di autore e personaggi aggiungono un certo interesse: e perché, come capita spesso nell'umorismo, la battuta che apre una finestra sul mondo può capitare ad ogni momento. E poi, c'è Helen, e se non siete mai riusciti ad entrare nella mente di una ragazza bellissima, per di più inglese, vale senz'altro la pena di provare: può essere un'esperienza esaltante, e sconfortante allo stesso tempo, ma si impara qualcosa della vita, il che, con buona pace del Dio umorista, credo che sia uno dei migliori motivi per star qui sotto la volta del cielo.


Una recensione di Carlo Santulli



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