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Ipotesi poetiche
di Fabio Martello
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BAGLIORI

 

Dovendo profetare l’anno di nascita

della mia fama letteraria – ebbene, io dico il 2074.

Non chiedetemi del criterio matematico-cronologico

che sovrintende alla profezia.

Forse nemmeno Stendhal conosceva il proprio.

 

Il mondo – come si dice – sarà allora

definitivamente pronto.

Una nuova e più austera aria

– atmosferica ed esistenziale –

tirerà sopra città e campagne.

Si musicherà la musica in altro modo,

sulle parole batterà

un accento più verace ed inquietante,

la vista,

la vista scoprirà inediti e numinosi profili

delle vecchie cose di sempre.

Si camminerà,

riderà,

ascolterà,

ammiccherà,

dubiterà,

tossirà in modo diverso –

e tutto ciò grazie alla mia opera

finalmente illuminata dalla fama.

 

Devo cominciare a sistemare i paltò,

per intanto,

questi già consunti giacconi,

questi pantaloni di apparente velluto

o di chissà quale altro scadente tessuto  -

cosa saranno diventati, per quel tempo?

Dovrò aggregarli sì che prendano

l’un l’altro confidenza.

Che si lascino andare al fumo nostalgico

dei segreti non ancora rivelati.

Ogni ragionevole alibi per coltivare

il dubbio, la diffidenza reciproca, dovrà

essere disperso, per allora.

 

Per il 2074 gli ultimi indugi devono

essere definitivamente rotti, spianate le strade

delle sommesse e nostalgiche confessioni.

Poiché sarà solo tra queste muffose

maniche fodere cuciture che brucieranno

i fuochi fatui della mia ineguagliata fama,

della mia gridata e battagliera opera.

 

 

***

 

 

AL CIMITERO

 

Con le prime giornate di sole,

i morti appaiono più sani, più rilassati.

(Scrutando le foto dovremmo ravvisarvi

una qualche rinnovata forma di pigmentazione).

E’ il miracolo della luce, che li stana dalla gelida ombra dell’inverno.

 

Guardo queste foto così gagliarde, ed estraggo un block notes.

La morte è così, la morte è cosà, e tante altre preziose (talora amene)

notizie di questo genere mi vengono generosamente elargite.

Sono lento a scrivere e qualcosa scappa sempre.

 

Uscendo dal cancello, il mio passo è decadente

e tuttavia ossessivo, raggelato

in una sua elusiva e discutibile circospezione.

Saluto mestamente chi entra.

 

Non fischietto solo perché il gesto

non si addice alla decadenza – altrimenti lo farei.

Nessuno si volta solo per via

della mia disperata eleganza – altrimenti lo farebbe.

 

Nessuno si è ancora accorto

degli appunti furtivamente infilati

nel suo proprio paltò.

 

 ***

 

 

FINCHE’ 

 

Scrivo sempre più lentamente.

Un tempo ero più veloce.

Negli ultimi anni rallento, mi do alla macchia scrittoria

gioco a nascondino tra me  e me

nascondo la penna alla mia mano e viceversa.

Fatto è che gli scritti attribuibili a me medesimo scarseggiano,

si fanno desiderare. La mia opera latita

oppure si dissolve.

Si volatilizza, emigra certamente in un’altra biblioteca -

che non è la mia, che non è la vostra.

Scrivo poche parole la settimana.

Che diventeranno, tra non molto, poche parole al mese -

        pochi sparuti graffi in un anno.

 

Vecchio, dovrò per lunghi e pazienti giorni

guidare una penna sopita ed incollerita

senza che ne esca una sola frase compiuta -

quella frase sarà il resoconto inacidito del mio vagito,

del mio ingresso nel mondo.

Un resoconto che non ho saputo scrivere da piccolo,

non foss’altro perché non sapevo ancora scrivere.

 

***

 

 

HORRIBILIS

 

La lettura è qualcosa di orripilante.

Una mostruosità che acceca.

Un giorno ormai lontano, sentii addirittura qualcuno

pronunciare cancro. Cancro cieco ed accecante.

 

(Una volta ebbi persino la visione del libro di Kubin:

i suoi orrori:

gli stessi orrori che muovono

le orde degli uomini accecati dai libri).

 

Non so quali rimedi adottare.

Anche se vi ho spesso pensato.

Vi è stato un tempo in cui pareva

dovessi gridare eureka: alla morte di mio padre –

la morte, pensavo, doveva mettere in fuga i libri.

 

Ma con il passare della morte è poi

passato del tempo – il tempo.

E così come mio padre non è

certo resuscitato,

così come mio padre non me lo sono

certo dimenticato,

la morte non ha affatto messo in fuga i libri.

 

Li ha proditoriamente raccolti, sedimentati,

stivati in polverosi ed affettuosi scaffali

tutti da rovistare,

tutti da spiare

con acrimonioso

e fallimentare rimpianto.

 

***

 

OROLOGERIE

 

Andare per castelli talvolta serve.

Si imparano alcune cose.

Un tempo

(ma quale tempo? c’è forse un altro tempo oltre a questo tempo?)

un tempo credevo che i nostri avi fossero

delle anime – o meglio, cervelli - semplici.

Che avessero in spregio la complessità.

(Ho spesso parlato a mio padre così

come un adulto bamboleggia con un bambino.

Lo stesso continuo a fare con mia madre).

 

Mentre i castelli rivelano intricate e

diaboliche architetture.

Dentro ai castelli son costretto alla vista

di orologi dai denti acuminati e

dalle intersezioni fatali.

Dai dipinti vengo oltretutto a sapere

che un tempo gli uomini si parlavano.

(Non l’ho detto e sarà forse bene che lo dica:

la parola è pur sempre una forma

di faticosa complessità).

 

Ora non mi sentirò più in colpa dovendo

frequentare le odierne e sinistre tecnologie.

La contemporaneità non mi apparirà più

il covo di una degenerata e cavillosa umanità.

Vengo da un passato oscuro ma complicato,

questo sto cercando di dire.

Il mio ieri (e l’altro ieri)

è cervellotico,

vorrei quasi dire ozioso.


© Fabio Martello



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(1) Ipotesi poetiche di Fabio Martello - POESIA
(2) Accelerazione dei tempi di Fabio Martello - RACCONTO



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