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Ghigo e l'ora legale
di Carlo Santulli
Pubblicato su SITO


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Un personaggio che Ghigo aveva creato in quelle lunghe notti di agosto era un camionista, Alvaro, che andava a prendere la ragazza col TIR. Ogni sera, quando ci vedevamo, Alvaro si arricchiva di particolari nuovi: rozzo, volgare, per chiamare la sua ragazza suonava il clacson come un’armonica, il che era molto poetico a modo suo, ora che ci penso. Poi c’erano i vicini, che si lamentavano della cagnara, e questo mi pareva, e lo dissi a Ghigo, venisse da una tradizione di comicità “alta”: gli parlai della Bohème di Leoncavallo, finale atto secondo, e anche di San Giovanni Decollato, la bella commedia dialettale che poi era diventata un film con Totò. E naturalmente c’era lei, la ragazza, che si chiamò dapprima Betta, in uno scoperto omaggio a Betty Boop, poi mutò il nome in Flora, perché (il nome era venuto prima della spiegazione: io ero molto bravo a trovare i motivi delle scelte inconsce o subliminali) doveva essere una fatina, ingenua e provocante, ma tutt’altro che scema. Carina, forse non bella, doveva saper abilmente “gestire” le cose, e gli uomini (in realtà solo Alvaro: Flora aveva una fedeltà sentimentale tipicamente disneyana, anche se ci mettemmo d’accordo con Ghigo che avrebbe potuto moderatamente usare il suo fascino per ottenere dei vantaggi per il suo innamorato camionista, dal quale ella sola sarebbe stata in grado di avere un po’ di dolcezza).
Sentendo citare la categoria della “dolcezza” per quanto riguardava Alvaro, Ghigo, che era partito da un’altra idea, ma che si rendeva improvvisamente conto che, sera dopo sera, stavo tirando Alvaro e Flora dalla mia parte, sbottò ad un certo punto (erano, credo, passate le due): “Sei proprio il solito cattolico”.
Ghigo abitava in una piazza rettangolare un po’ gobba, in cima ad una breve salita, in un palazzo del dopoguerra a metà di una fila di edifici bianchi, rossi e grigiastri di otto o nove piani. Da un lato la piazza si apriva a tridente, dall’altro era chiusa dal ponte della ferrovia. Di fronte alla muraglia compatta dei palazzi c'era una caserma semideserta, che sembrava risvegliarsi solo al momento dell’alzabandiera o del rancio. Le strade che affluivano alla piazza non avevano granché di particolare, c'erano vari altri palazzoni, tecnicamente case convenzionate, costruiti tra il 1935 ed il 1955. Uno di questi recava sopra il portone una complicata targa littoria in bronzo, che traduceva in un latino da ginnasio le solite cose senza molto senso che l'arroganza ispirava ai costruttori una volta che mettevano la bandiera a garrire sulla vetta della loro creazione, manco fosse il Colosseo. Di là dal quadrivio, fronteggiava il lapidario palazzo un'edicola di giornali, l'unica nella zona aperta anche di notte. Non sapevo se e a che ora chiudesse, io di solito lasciavo Ghigo al massimo tra le due e le due e mezza, e l'edicola splendeva ancora come una basilica per l'Anno Santo, quando le sfrecciavo accanto per prendere la tangenziale.
Di notte, la piazza era vuota e silenziosa: gli autobus ripartivano rapidamente, spesso col solo autista a bordo, dal capolinea, ed il treno passava troppo in basso perché il suo scivolare facesse qualche differenza. Ora, c’era questo camionista fumettistico, Alvaro, detto “er gallina”, che senza farsi notare si era inserito nel tessuto connettivo della città. C’erano anche altri personaggi, che pian piano apparvero nelle nostre divagazioni notturne: c’era Lola, l’amica oca di Flora. Lola e Flora spesso andavano sottobraccio a far compere, poi arrivava Alvaro con assoluta mancanza di tatto, e con l’inseparabile camion col rimorchio, e c’era il rimorchio stesso, che assunse il nome di Ugo: era un po’ effeminato e rimproverava ad Alvaro le maniere rudi. Tra i vicini di Flora, che prima facevano un coro di lamentele, tipo tragedia greca, col tempo assunse una maggior evidenza il cavalier Goletta, veneziano, ex-gondoliere, che si supponeva parlasse nel suo dialetto e rimpiangesse l’antico fasto marinaro, e poi il terribile portinaio Giovanni Amaro, villoso e burbanzone, autentico lucano. "Amaro, lucano: niente male. Un po' da avanspettacolo forse, però efficace, almeno credo" commentò Ghigo. L'ispirazione di Giovanni Amaro, accanito giocatore di tressette, ci era venuta dopo dodici tramezzini (misti, ma prevalentemente tonno e carciofini) ed un chilo di olive (miste anche loro, ma preferibilmente verdi e farcite) che avevano suggellato la fine dell'estate nel cucinino di Ghigo: un Lucano era appunto seguito, enfatico e un po' tronfio come un punto esclamativo. Quella sera presi tre semafori rossi di fila (se ci penso, mi vengono ancora i brividi): non ho mai retto l'alcool, non faccio fatica ad ammetterlo (e adesso, con gli anni, credo sia peggio…).
Dovevo partire per Domodossola la sera successiva, e la notte di treno la spesi a fantasticare su come la storia di Alvaro si potesse sviluppare, ampliare, arricchire: ho sempre avuto una cultura un po' tra barocca e pompieristica, da grand opéra (cinque atti, sette personaggi principali, otto numeri di ballo, coro interno ed esterno e forse banda musicale sul palco) credo per contrasto con le cose "tecniche" che ho studiato da grande. Così, vedevo Alvaro il camionista, nato nello scirocco d'una sera d'estate, tra il canto delle cicale che l'ultimo traffico non riusciva più a spegnere, come una specie di saga vichinga mescolata con un pezzetto di sceneggiata napoletana e spruzzata con un po' di cinematografia indiana tradizionale, con l'inevitabile sfondo operistico a sottolineare il tutto. Ed eravamo partiti dal fumetto, pensate. Per il viaggio, Ghigo mi aveva dato ("prestato, eh!") una decina di numeri di Diabolik ed un paio di vecchi fascicoli del Monello, così mi sarebbero, disse, "passati i bollori lirici" con un po' di sana concretezza fumettara. Non credevo mi servissero tutti quei giornaletti per un viaggio in cuccetta, durante il quale avrei voluto (e in verità dovuto) dormire, ma lasciarli a casa in balia di mio fratello piccolo mi sembrava azzardato, specie per Ghigo, così li nascosi alla meno peggio nella valigia. A Domo, niente di particolare, colloqui, ispezioni, qualche piccolo e scusabile intoppo. Quattro notti dopo, ripresi la via del ritorno, sempre in treno (preferivo non prendere l'aereo, a quei tempi, e la ditta era ben contenta, ovviamente, di questa scelta: bastava che viaggiassi di notte, e non negli orari di lavoro). Io non ero contento, però, del lavoro in sé, anche se la mia protesta si limitava ad avere l'orario flessibile con cartellino alle nove e trenta, ed a stare da Ghigo almeno fino alle due, come quand'ero studente. Trascorsi il sabato pomeriggio in un paio di bar di Domo, a bighellonare per la città ed a guardare le vetrine, con una puntatina in libreria, finché non me ne avevano cacciato alle sette e mezza precise (non mi ricordavo che in provincia, specie al Nord, fossero tanto puntuali).
Durante il viaggio di ritorno, l'ombra di Alvaro, Flora & Co. si era già parzialmente dileguata. Non che non mi ricordassi i punti basilari della saga concepita nelle notti romane tra agosto e settembre, ma avevo preso quella distanza che, come sa chi scrive o comunque immagina, è necessaria per capire se quel che si è concepito vale qualcosa: se si merita insomma il cestino o lo scaffale, o, come spesso accade, lo scaffale più vicino al cestino. Da qualunque parte la esaminassi, mi pareva che la storia del camionista romantico e clacsonatore, delle amiche spendaccione e dei vicini rompiscatole reggesse: certo era roba da fumetti, ma se ben sceneggiata e disegnata, poteva avere un futuro. Potevo quindi dormire tranquillo, e difatti mi assopii sulla cuccetta, sognando che le lenzuola di carta fossero delle fronde di palma con cui qualcuno mi stava sventolando, onda su onda, o meglio scambio su scambio. Il rollare e lo sciabordare, con qualche scossone in fondo gradevole, dell'espresso 325, mi cullava. Ero un signore, un privilegiato, e lo sentivo sul mio corpo, e neanche la coscienza di portare in luogo in definitiva pubblico un improbabile pigiama gigliato riusciva a scuotere la mia fiducia in me stesso e nell'avvenire. Passai Milano quasi senza accorgermene, non poteva essere la Stazione Centrale con tutte quelle luminarie alogene a prova di tendìne, forse era Lambrate, comunque non ne fui del tutto cosciente, ma mi accorsi di non esserlo, il che doveva indicare un sonno perturbato, un dormiveglia molto incerto e sottile. Infatti, non molto dopo, avvertii un rallentamento che mi parve eterno ed un'oscillazione, forse una larga curva, e mi accorsi chiaramente che il treno si fermava, e non ripartiva. In quello stato, non avevo una nozione chiara del tempo, ma ero certo di non sognare: mi parve che la fermata durasse per ore, così che infine mi decisi a scostare un lembo della tendina. Senza occhiali non vedevo, ma decisi dalla lunghezza del nome bianco sul marciapiede e dal fievole lucore della forma delle lettere che doveva essere Piacenza. Soddisfatto, ricaddi sdraiato: dopo qualche secondo il treno ripartì, ed io credo di aver sorriso tra me e me. Arrivammo alla Stazione Termini in perfetto orario.
Non pensai ad Alvaro il camionista fino alle cinque del pomeriggio del lunedì, quando ricevetti una telefonata di Ghigo in ufficio (strano, non pensavo neanche di avergli dato il mio numero del lavoro).
“Mi hanno fregato“ esordì.
“In che senso, scusa?”
“Alvaro! E’ già in edicola, l’ho trovato sotto casa proprio l'altra notte, mentre il signorino era in treno“
“Non è possibile! Se non ne abbiamo parlato con nessuno!“
“IO non ne ho parlato con nessuno. Su di te, non ci giurerei, pretaccio che non sei altro...”
“Ehm, forse è meglio che venga a trovarti stasera“ conclusi rapidamente, vedendo che il mio collega di stanza aveva alzato la faccia dalle sudate carte.
Ghigo mi accolse mostrandomi il giornalino, formato quaderno, una copertina un po’ biascicata, di una semplicità costruita, da imbonitori, avrebbe potuto essere stato concepito da noi, o magari, chissà, ispirato dalle nostre conversazioni. Mostrava Alvaro sul camion che suonava il clacson a tutto andare e le ombre dei vicini alla finestra che sacramentavano. Carta un po’ porosa, margini imprecisi, un po’ da numero zero, qualche rubrica, poi fumetti fumetti e fumetti.
“Non male, eh?“
“Aprilo, aprilo, dentro è anche meglio. A pagina 12 c’è anche la tua fidanzata! “
“Fidanzata?”
“Beh, ex! E’ Flora che, qui si dice, prima di mettersi con Alvaro stava con un certo Piero. Ah, ecco, ci sono anche un paio di vignette con Piero qui, è un flesbek, come dite voi in parrocchia...”
“Ma non mi somiglia per niente!”
“Perché ha le lenti a contatto: c’è scritto da qualche parte, tra la metà e i tre quarti”
“Ma lo conosci a memoria!”
“Eh, che vuoi? Ghigo Canosso non lavora, Ghigo sta a casa. E a casa legge!”
“E fuma! E beve!”
“Fumare ho smesso, bevo solo ai pasti”
“E quanti ne fai, di pasti?”
“Quello” sorrise Ghigo “è un altro discorso! Due, quattro, diciotto, a seconda dei giorni, degli amici e dei parenti...”
“Così ingrassi, già sembri un catamarano!”
“Senti, Marisa, io almeno ancora sono un uomo, mentre tu... Comunque, questa, pagina 4, prima apparizione di Flora. Sexy, eh? Ci avevi mai pensato? Giacca a quadroni, gonna con lo spacco. Un po’ mignottesca, ma funzionale, no?”
“E non mi dirai che c’è anche...”
“Lola, e pure il veneziano, Gondoèta o come si chiama, ed anche Amaro, il lucano. Aspetta che te li cerco”, poi si fermò, mi guardò fisso e disse, serio, quasi incattivito d’un tratto: “No, che te li cerco a fare. Tanto lo sai bene dove sono. Tu sei sparito per evitare che io ti beccassi mentre iniziavi il business. Tanto Ghigo è buono, Ghigo dimentica, perdona. Invece, vediamo: se ti dessi un sacco di botte?”
“Non lo faresti mai”
“Non l’ho mai fatto, diciamo. Ma a dar botte si può sempre incominciare. Guarda Bud Spencer. Nuotava, sai? Comunque, quelle che ti darei io non sarebbero da cinema, io te menerebbe proprio”
Non mi spaventava, lo conoscevo bene, almeno credevo. Quel che mi faceva paura era il giornalino, uscito dal nulla all’improvviso. Lo sfogliai, un po’ agitato, tre o quattro volte, ed alla fine trovai quel che cercavo:
“Ecco, e poi dici che sono stato io, che sono scappato, e così via, guarda qua chi lo stampa, c’è anche il numero...”
“039...dov’è? In Veneto?”
“Monza, mi pare”
“Mi pare, mi pare...Monza non è dove sei a andato per lavoro, vicino a Milano, no?"
"Non sono andato a Monza, scherzi?"
Non scherzava.
"Beh" feci, conciliante "potremmo telefonare a questi tipi del giornalino"
"Buona idea, non ci avevo pensato" disse Ghigo, poi tese la mano "Mille lire, prego"
"Cosa?"
"Se tu pensi che io possa fare telefonate interurbane da casa… Sono disoccupato, eh? E se i miei vedono che giro il disco del telefono più di tante volte pensano che chiamo la stazione lunare. Andiamo al bar. Può essere che Franco ci faccia il prezzo giusto, non ci freghi sugli scatti. E' un amico, dice lui. E può darsi anche che non senta tutte le parole della telefonata, magari due o tre potrebbero sfuggirgli, mentre i miei possono fare la stenografia delle mie chiamate, specie mio padre"
Le cabine dei telefoni a scatti hanno un loro odore particolare, confuso tra l'isolante acustico degli studi radiofonici, il fumo del bar, ma concentrato, e quello, un po' petroleoso e fetido, delle Pagine Gialle abbandonate presso un gabinetto che non tira bene: uno schifo totale insomma, e sulla cornetta di solito sembra ci abbia sputato una mandria di lucertole che si siano fatte dieci Lemonsoda ciascuna. Ecco, e la cabina del bar di Franco era peggio, perché di solito la gente che telefonava lì regolava certi affari, affari che oggi si gestiscono con i messaggini del cellulare, credo. Ma eravamo all'inizio degli anni '80, e certe sofisticherie moderne non erano ancora apparse. Fine della divagazione, che mi è servita, con stratagemma molto operistico, per coprire il tempo che a Ghigo era occorso per ottenere un suono interurbano dall'apparecchio, tenendo la cornetta ad almeno cinque centimetri dalla bocca.
"Pronto, parlo con Vandelli? Ah, sì bene. La chiamo a proposito di un giornalino…Come dice? Quanti cartoni ne abbiamo? Mah, una copia…Forse due, adesso vedo…Non potete farlo? Devo andare da un corriere? Ma io veramente pensavo foste un editore, cioè l'editore del giornalino, di Alvaro…Mai sentito? Nemmeno io, cioè non in questa forma…Va bene, comunque grazie, e arrivederci"
Uscimmo all'aria densa di fumo del bar, che ci sembrò, fatte le proporzioni, quasi pulita, e Ghigo, dopo avermi fatto segno di tacere almeno una decina di volte, e dopo aver guardato male Franco che ebbe la faccia tosta di chiedergli trecento lire per quarantacinque secondi di telefonata, corse fuori. Svoltammo l'angolo nella strada privata dietro casa sua, dopo di che mi disse: "Non sono gli editori, sono una ditta di autotrasporti Italia ed estero".
"Impossibile, avrai sbagliato numero"
"Senti, bello, se credi che io mi rimetta a telefonare a Milano per fare figure da cioccolatino a chiedere se mi trasportano una copia di giornalino con la Gondrand, hai sbagliato indirizzo. E non lo dico per le trecento lire che…"
"Che ti ho dato io d'altronde"
"Ecco, appunto, non lo dico per quelle, che sai che per me i soldi ci siano o non ci siano, non mi cambia nulla, ma proprio perché non mi sembra il modo di trascorrere il lunedì pomeriggio, tendente a sera…"
Ma io pensavo nel frattempo, e d'un tratto esplosi in una doppia esclamazione: "Cacchio, ma certo!"
"Senta, Don Piero, se lei si mette a delirare adesso, non me ne dia la colpa, e lasci l'esclusiva di queste esclamazioni canossiane a noi poveri senzadio"
Mi ripresi: "No, dico, ditta di autotrasporti uguale camion uguale…Alvaro"
Ghigo non fu entusiasta della mia vena di investigatore: "Ascolta, Alvaro l'ho creato io e lo conosco bene, è un romanaccio di sette generazioni, se non un figlio di buona donna, un proietto insomma, la persona che mi ha risposto aveva le e aperte come autostrade, si dava un sacco di arie e poi…"
"E poi?"
"E poi era una donna….Anzi, ora che ci penso, spendo le altre settecento lire e ci faccio quattro chiacchiere" disse, e fece per tornare al bar.
"Già, sarà una segretaria" continuai "E' evidente che Alvaro sta facendo le consegne nel frattempo…"
"Tu sei pazzo, pazzo furioso e lucido. Vai ad Aversa!" gridò Ghigo "Secondo te, il giornalino l'avrebbe stampato Alvaro in persona. Ma se è ignorante come una capra, con tutto il rispetto per questi saggi animali…"
Eravamo abbastanza agitati, e preoccupati, in giro per il quartiere con due facce da funerale ed un giornalino in mano, che ci passavamo concitatamente ogni cento passi o giù di lì, finché Ghigo non si batté sulla testa, con intenzione direi, ed anche una certa teatralità: "Ho sbagliato a non pensarci prima, è chiaro che tu con tutta la storia dei milanesi mi hai portato fuori strada. Dobbiamo fare la prova del Pennello".
Il Pennello era un amico di Ghigo lungo lungo e magro magro, con un testone rettangolare e bitorzoluto che gli pesava e lo trascinava in basso, e aveva di solito meno entusiasmo di un'aringa sottolio. Lavorava nell'edicola di famiglia e faceva degli orari creativi, aprendo molto presto la mattina e chiudendo quando la testa gli ricadeva sul collo, di solito verso le undici, poi facendo un interminabile intervallo di pranzo comprensivo di pennica, tè delle cinque e lettura in poltrona. Erano più o meno le sette di sera, quindi doveva esserci. L'edicola era in una via molto più antica, anche se non lontana da casa di Ghigo, costeggiata da acacie, una delle prime vie del quartiere, che aveva ancora un gusto liberty, un po' un Coppedé a buon mercato. Il vantaggio delle acacie era che guardandone le chiome, si poteva pensare di stare in campagna, e stando seduti in edicola a leggere Tex, come il Pennello faceva (aveva oltre quarant'anni, ma l'abitudine dei fumetti non l'aveva persa), quasi non si vedevano le macchine a spina di pesce e le concoline dei lampioni.
Al vederci, il Pennello non si turbò più di tanto. Per farlo scuotere, Ghigo disse due o tre volgarità così grossolane da essere improbabili, e quello mosse gli occhi assonnati, quasi vibrandoli fuori da quel testone irregolare, e disse cavernosamente: "A regà, io me so arzato alle quattro"
"Sì, del pomeriggio!" gli rispose Ghigo, e mentre il Pennello protendeva il braccio fuori dal vetro dell'edicola, come per afferrare una qualunque parte dell'amico, e possibilmente fargli male, nel caso improbabile che avesse avuto abbastanza forza, l'altro con un colpo da maestro gli sventolò davanti l'Alvaro illustrato. Il Pennello roteò lo sguardo stupito.
"E' uscito sabato scorso" disse Ghigo "E siccome sappiamo che tu sei un esperto, volevamo sapere di chi è figlio, chi lo pubblica insomma"
"Fa' vède"
"A distanza però"
"E mica te lo frego, capirai quanti ce n'ho de giornaletti tra casa e qua…"
"Nun lo conosci?"
"Mai visto…Però mo' che ce penso, c'ho il catalogo degli albi a fumetto da qualche parte, se vieni dentro te lo cerchi, perché io c'ho già troppo da fà"
Ghigo rivoltò l'edicola come un pedalino, e scappò con una decina di giornalini misti che gli mancavano, dicendo al Pennello: "Famo un tre per due, no?"
"Quanto me voi dà?"
"Settecento lire…Me servivano pe' richiamà 'na regazza, ma la chiamo domani"
"Settepiotte, sò un dieci per uno, no tre per due"
"Piero, dà cinque sacchi a 'sto pezzente"
Eseguii: d'altronde la posta in palio era troppo alta, in qualche minuto Ghigo, che era un lettore velocissimo, da primato direi, aveva sicuramente sbirciato sia nell'edicola, che nel famoso catalogo.
Il Pennello non reagì, anzi manco s'offese per il pezzente, e Ghigo fuggendo rincarò la dose, chiamandolo faccia da patata e tubero arrostito. Era creativo in queste cose, Ghigo.
"Niente" mi disse, tornando all'italiano "Né nell'edicola né nel catalogo"
"Era aggiornato?"
"Nuovo di zecca, il Pennello non l'aveva ancora toccato con quelle manone. Sapeva ancora di carta inchiostrata, aveva i bordi delle pagine ancora mezzo appiccicati"
"E allora?"
"E allora niente. Nessuna traccia, manco tra quelli esposti in edicola. Fammi pensare. Ti chiamo domani sera"
La sera successiva, Ghigo aveva altro da pensare: aveva discusso coi suoi sulle solite cose, che era disoccupato, e quando dava questi esami, e che cosa voleva fare da grande, e suo padre l'aveva comprensibilmente messa sul patetico, sul "vecchio genitore", o meglio, come gli commentai io al telefono, sul Rigoletto, e qui a sentir nominare Rigoletto, a Ghigo si accese una lampadina:
"Rigoletto era zoppo, no?"
"Gobbo, veramente"
"Vabbé, gobbo o zoppo è la stessa cosa, più o meno, per quel ti voglio dire io. Io conosco lo zoppo, un certo Antarini, che smercia i fumetti di seconda mano giù a Don Bosco"
"E allora?"
"Così prendiamo multipli piccioni con una sola benedetta fava: io libero la stanza da quelli che tanto non leggo più, così i miei sono meno scontenti, ed intanto chiediamo allo zoppetto, senza parere, se conosce Alvaro il camionista"
"Ma tu pensi che se li legga, lui?"
"Beh, non sarà un esperto, però se non altro saprà che cosa ha in casa, e poi c'ha più scelta che il Pennello in quei due metri, specialmente di roba rara, edizioni speciali. Però non dobbiamo fargli capire che per noi è una cosa preziosa, quello è un tipo che per un Topolino Nerbini si taglierebbe un braccio"
Il giovedì mattina presi ferie, ed andammo con Ghigo giù a Don Bosco. Facemmo un po' di fatica a trovare la via, ma se si chiedeva dello zoppo dei giornalini tutti lo sapevano, per cui dopo un paio di giri del quartiere, ci parcheggiammo davanti ad una specie di magazzino, mezzo scantinato mezzo appartamento, tipo studio medico per dire, ma i malati erano di carta. Lo zoppo non solo smerciava, ma conservava e riparava, ove possibile, ed aveva anche qualcosa che non vendeva, e teneva per sé, o per qualche estimatore danaroso. Devo dire che a parte la giacca verde fosforescente su un paio di jeans usatissimi, ed anche prescindendo dalla zoppìa evidente, anzi esibita, non mi piacquero di Antarini i due grandi occhi grigiazzurri, mi sembravano avidi, interessati.
Ghigo disse che venivamo da Napoli apposta per cercare questo nuovo fumetto, quest'edizione speciale, l'Alvaro illustrato, ma nemmeno Antarini ne sapeva niente, anzi, ci disse che se lo avessimo mai trovato nelle nostre peregrinazioni, ci avrebbe potuto fare un buon prezzo, chissà dieci-ventimila lire.
"Venti sacchi!" esclamò Ghigo, quando fummo soli un'altra volta "Che ladro! E' un'edizione unica, varrà un milione, due, chissà…Se nessuno l'ha visto in giro!"
"Beh, ma scusa, qual è la periodicità del giornalino, di Alvaro"
"Boh, settimanale, credo, ora controllo…Sì, c'è scritto in seconda di copertina: esce il sabato"
"Come la Settimana Enigmistica!"
"Abbiamo voglia di far lo spiritoso, stamattina…Comunque quando l'ho preso era sabato notte, e questo sabato torno all'edicola dove l'ho comprato, e vedo se riesco ad avere il numero successivo"
"Ma non puoi chiedere all'edicolante?"
"Sai, non ho confidenza come col Pennello, e poi mi sembrava logico che ne avesse altri, sabato scorso ne aveva una pila…"
"Alla faccia dell'edizione unica numerata. E poi? Li ha esauriti in una notte?"
"Può darsi…Lunedì non ce n'era più uno: ci sono passato davanti"
"Ma hai chiesto?"
"No, che chiedevo a fare, io la copia ce l'avevo ormai…Ma sabato ci torno, vedrai"
Ero contento che Ghigo avesse fiducia in me, che non pensasse volessi bidonarlo o peggio avessi venduto l'idea di Alvaro, Flora & Co. a qualche grosso editore del Nord. Un bidone però glielo diedi, e per giusta causa, vale a dire una ragazza.
Lara era una biondina abbastanza appariscente, con un naso strano ed una bocca languida. Non era bella, ma da un punto di vista di stretta efficienza maschile aveva tutte le cose al posto giusto. Inoltre, ci sapeva fare, e nel nostro giro aveva già cambiato un paio di ragazzi, con esiti diciamo alterni. Correva voce che io dovessi essere il terzo, o forse la voce l'avevo fatta correre io, in tempi non sospetti. Comunque sia, quel venerdì sera che Ghigo mi aspettava per andare dall'edicolante verso mezzanotte, io ero stato a cena a casa di amici, dove c'era anche Lara, sola e desiderabile: verso le undici faccio per andar via, sapendo che di venerdì sera non ci sarebbe voluta meno di mezz'ora da lì per arrivare a suonare il citofono di Ghigo. Lara mi chiese di accompagnarla a casa, ed io pensai varie cose insieme (ero un tipo stratificato già da giovane, sapete). Le prime due, se mi ricordo bene, dovevano essere di stretta esultanza, del tipo "Evviva!" e "Ci siamo!", ma sicuramente una terza era "Che faccio adesso con Ghigo?". Ce n'era anche una quarta invero, una meditazione sconsolata, che è meglio tacere.
In normali condizioni psicofisiche, da lì a casa di Lara (ci andavo spesso quando Lara era ragazzina, perché conoscevo il fratello da molti anni, ma lei non me la filavo: la consideravo una specie di soprammobile) ci volevano cinque minuti. Normali condizioni psicofisiche significava non avere una ragazza languida munita di una gonna con lo spacco e plurisaponata accanto. Io non sono un esperto di profumi femminili, li divido in due sole categorie "mi piace/non mi piace", il che è sicuramente un approccio ingegneristicamente corretto, pur se poco educato nei confronti dei profumieri. Il profumo di Lara sembrava un sapone alla millesima potenza, e devo ammettere che non mi piaceva granché, poi c'era il naso, e quello poverina non era colpa sua. Un po' grifagne si nasce, ed ella lo nacque. Però, la sottile capacità di Lara era di farsi credere non la più bella ragazza del mondo, ma la persona che in quel momento ti sarebbe piaciuto avere accanto, anche mentre il tuo miglior amico in un'altra parte della città è alle prese con un problema di difficile soluzione. A mia discolpa c'è da dire che le tentai tutte per accompagnarla direttamente a casa, pur se ad una velocità forzatamente ridotta, e cercando di non cambiare le marce, per non cadere in tentazione e non dare adito a possibili malintesi. Feci leva sul naso, sull'ipersapone e sul fatto che Lara potesse cambiare idea il giorno dopo (e sapevo, conoscendomi, che ci sarei rimasto male), però c'è anche da dire che un po' di vanità maschile l'avevo pur sempre da qualche parte, e l'idea che una ragazza potesse desiderare di stare con me quella sera, e possibilmente non davanti al portone di casa propria, non mi dispiaceva. Insomma, per farla breve, passai sopra al naso, ai ragazzi precedenti ed anche, pur se con qualche difficoltà dovuta alla progressiva vicinanza, all'iperprofumo. Così facendo, passai anche moderatamente sopra Lara, il che non fu male affatto, ma il pensiero di Ghigo mi causava un certo rimorso tra una passata e l'altra di iperprofumo: e quando lasciai Lara definitivamente, almeno per quella notte, al portone di casa sua, erano le due e venti. Ormai comunque il dado era tratto; svoltai per casa di Ghigo alle tre meno un quarto: l'edicola notturna aveva appena chiuso. Feci in tempo a sentire il rumore della serranda che scendeva nella notte illuminata e deserta.
Ghigo non si era arrabbiato, affatto. Sembrava rassegnato: scese con un giornalino in mano, il che mi fece sperare per un attimo che ne avesse trovato una copia nuova; invece era quello che aveva preso il sabato precedente, mentre io viaggiavo in cuccetta.
"Gliel'ho chiesto, sai? E ho anche dato un'occhiata intorno, non sono riuscito a trovarlo, anzi insistevo talmente che l'ho quasi seccato. E poi è successa una cosa strana: mi sembrava che l'edicolante non fosse lo stesso di sabato scorso…Anzi: per meglio dire, quello di stanotte lo conoscevo, era quello della scorsa volta che mi sembrava uno nuovo, anche se la faccia, sai, non si vede bene, l'edicola è illuminata di fuori, ma abbastanza buia all'interno" poi fece come se mi vedesse solo allora, e mi chiese: "E tu? Com'era?"
"Che cosa?"
"La donna"
Arrossii. "Profumata" dissi.
"Insomma, non capisco, non capisco affatto. Niente giornalino, nessuno ne sa nulla, anche l'edicolante della scorsa settimana era uno nuovo, che poi non s'é più visto…" e mentre diceva questo, Ghigo continuava a sfogliare l'Alvaro.
Non so se capita anche a voi: a volte succede di intravedere come in un lampo una persona che non vi aspettate nel posto sbagliato, che so vostra zia di Mantova in una cittadina della Turingia…Questo è quello che accadde a me allora. Afferrai il giornalino dalle mani di Ghigo con tanta veemenza, che lui gridò istintivamente: "Piano che si straccia", lo percorsi tutto a ritroso e mi fermai a pagina 4, dove Flora appare per la prima volta, con la giacca a quadroni e la gonna con lo spacco. Quella era Lara, era la Lara che avevo lasciato mezz'ora prima, c'erano anche gli occhi larghi ma languidi, e naturalmente il naso grifagno. Il profumo non si sentiva, ovviamente, ma non poteva essere che quello che avevo ancora io nel maglione. Dissi così a Ghigo: "Annusa!", porgendogli la manica del mio Marina Yachting. "Che schifo!" disse lui, facendo un salto all'indietro: "Sei caduto nella lavastoviglie di una pizzeria?".
Insomma, la Flora di quel giornalino era la Lara che conoscevo io, e Ghigo concluse: "Se questa non è la prova che questo cavolo di Alvaro l'hai scritto tu, allora dimmi: che cosa stiamo cercando ancora?" poi aggiunse: "Ma almeno puoi dirmi quando esce il prossimo numero?"
Il tragico, vedete, è che non lo sapevo, come non lo so ora.
Trascorsi il sabato pomeriggio, come si conviene, con Lara. Non osai chiederle se avesse un'amica che si chiamava Lola o giù di lì. Era imbarazzante ammettere che avevo fondato motivo di credere che Lola fosse un po' oca, e poi non sta bene insultare le amiche di una ragazza che avete lievemente manipolato per la prima volta la sera precedente, un'esperienza interessante che contate di ripetere, ove possibile. Dopo cena, verso le undici e un quarto, ripresi a veleggiare verso casa di Ghigo. Citofonai, e lui mi rispose quasi piangendo: "Sali! Non posso scendere: è successa una cosa grave, beh seria!"
Aveva lasciato il giornalino sulla sua scrivania per andare a cena, ed il giornalino, l'Alvaro illustrato, era sparito, né nessuno poteva essere entrato, figuriamoci i suoi genitori, che non leggevano fumetti. Ghigo era quasi disperato. Mi disse: "Sai, mi ci ero così affezionato, un fumetto fatto con le storie che ho inventato nelle notti d'estate. Se l'avevi fatto tu, era stato un pensiero gentile"
"Non l'ho fatto io"
"Sai, l'ho letto e riletto quasi per una settimana, in questo momento sette giorni fa lo stavo comprando".
Il pendolo in salotto suonò la mezzanotte, ed io credetti di capire tutto.
"Quando dici che l'hai comprato?"
"Tra mezzanotte e l'una di sabato scorso"
"Ghigo, lo sai una cosa? Tu quell'ora lì l'hai vissuta due volte. Infatti si tornava all'ora solare. E mi sa che talmente l'hai vissuta due volte, che hai riversato tutti i tuoi personaggi ed i tuoi sogni in un giornaletto"
"E forse, magari, anche quelli che sognavo per te, come che tu potessi avere una donna un giorno…Ma dimmi: tu dov'eri in quel momento?"
"A Piacenza, in un treno fermo"
"Già, perché quando l'ora cambia, i treni si fermano, no?"
A dirvi la verità, tutta questa storia mi sembra strana, molto in tema con quella strana persona che era Ghigo: quel che è certo, è che il giornalino non si trovò più, per quanto egli l'abbia cercato. Anche quando Ghigo finì, come certo tutti sapete, ed io e il Pennello dovemmo andare a casa sua a scegliere quali giornalini vendere ad Antarini e quali potevamo tenerci per ricordo, quel famoso Alvaro illustrato non uscì fuori. Con Lara ci si lasciò poco dopo: d'altronde non si era trattato che dello strascico di una storia di fine estate, come le geniali invenzioni di Ghigo. E comunque, c'era già scritto a pagina 12.
Quando passo per quella piazza rettangolare e un po' gobba, non alzo mai lo sguardo, perché temo (o forse spero) che qualcuno sia affacciato al quinto piano ad aspettarmi con tramezzini, olive ed una bottiglia di Lucano. Ma io non ho tempo, sapete, non ho mai tempo.

© Carlo Santulli



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