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Cani randagi
di Giovanni Manea
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Cani randagi.
“La povertà non è un peccato. Il peccato consiste nel non far niente per uscirne. Ed è solo tramite il duro e onesto lavoro quotidiano che se ne esce.”
Era un tizio bello gonfio e insolente, dal mio punto di vista. Avevo tredici anni e quello era il mio insegnante di catechismo. Quella volta mi alzai in piedi nel bel mezzo della classe, e replicai con noncurante disdegno:
“Il vero peccato è rimanere qui dentro a parlare di peccato.”
Puntai il mio dito contro quell’uomo e la sua dottrina affermando:
“Tramite il lavoro non si arriva da nessuna parte. Mio nonno ha sempre lavorato ed era un poveraccio. Mio padre ha sempre lavorato ed è un poveraccio. Io non ho nessuna intenzione di fare una vita da poveraccio. Con tutte queste storie che vi inventate sui peccati, non date la possibilità alla gente di vivere come si deve.”
Che bello essere giovani e avere le idee chiare al riguardo del proprio futuro. L’insegnante sedette un po’ di sbieco. I suoi occhi mi accusavano. Piantò un pugno sulla cattedra.
“Tu sei uno che farà una brutta fine!”
I miei compagni mi guardavano con un’espressione ossequiosa. Quasi servile. Tutti i miei coetanei, con il passare del tempo, iniziarono a credere che io fossi un duro. Del resto, io stesso mi ero convinto di esserlo.
“Allora? Sei pronto?”
Risposi:
“Sì. Credo di sì. Ma vorrei averla anch’io una pistola.”
I suoi occhi mi strisciarono addosso. Enrico disse:
“È da una settimana che parliamo di questa faccenda. Io ho la mia, e se tu non ce l’hai non so proprio cosa farci.”
Enrico aveva il classico stomaco da bevitore di birra. E aveva un anno più di me. Cioè venticinque. Lui fu costretto a sposarsi molto presto. Appena diciottenne. E anche il divorzio arrivò molto presto. Come il bere, d’altra parte. Dissi:
“Aspettiamo che esca quel cliente.”
Lui dondolò la testa approvando.
Avevo deciso di associarmi con Enrico perché fare certe cose da solo era troppo pericoloso. Infatti, solo qualche tempo prima, avevo tentato di rapinare una tabaccheria armato di coltello. Durante la colluttazione con il proprietario, quello mi aveva morso via un piccolo pezzo di naso e me lo aveva sputato in faccia. Avevo bisogno di un socio.
L’idea di assaltare il negozio di liquori all’ora di chiusura era stata mia. Dava un che di americano fare una rapina del genere. Eh, gli americani sì che sanno farle quelle cose. Quelli arrivano su di un gran macchinone davanti a un negozio di liquori. Uno di quelli aperti tutta la notte. Nella periferia di Los Angeles ad esempio. Entrano armati fino ai denti, fanno un macello, e se la danno con il malloppo. Già. Ma qui da noi è tutta un’altra cosa. È un po’ triste trovarsi lì alle setta di sera, su di un motorino in due, con una pistola in due, in una cittadina di provincia, e sopportare tutto quel gelo fuori sul marciapiede. Erano decenni che non faceva così freddo nella pianura padana.
Il cliente uscì.
“Allora? Andiamo?”
“Ancora un secondo.” Risposi.
“Ma quello sta per chiudere! Dai!”
Non avevo mai avuto voglia di far niente in vita mia. Non ero neppure riuscito a portare fuori la terza media. E di lavorare neanche a parlarne. Quella è roba che va bene per i poveracci.
Stavamo per entrare. Ma una donna con un cappotto verde e il nasetto all’insù, era sbucata alla nostra sinistra. Di quella donna non si poteva fare a meno di notare il suo anello vistoso e costoso. Era così grosso che non le permetteva nemmeno di indossare i guanti. Forse avremmo dovuto rapinare quella. Ci fermammo, e lei infilò la porta del negozio. Ci ritirammo dall’altra parte della strada.
“Forse è meglio rinunciare. Torniamo domani.”
“Neanche a parlarne!” Fece Enrico squadrandomi sprezzante. “Dammi una sigaretta piuttosto!”
Se la infilò in quella bocca da affamato. Disse:
“Guarda che io non voglio passare il Natale senza neanche un soldo in tasca.”
Picchiavo i piedi per terra nel tentativo di riscaldarmi. I marciapiedi erano quasi deserti. Solo le auto andavano avanti e indietro.
Enrico lo conoscevo da qualche anno. Era un tipo strano. Quando andavamo allo stadio, e ovviamente entravamo gratis per via di una sua conoscenza al botteghino, lui non guardava mai la partita. Lui guardava esclusivamente l’arbitro. Non aveva mai idea di cosa avessero fatto le squadre in campo, ma in compenso sapeva dirti per filo e per segno cosa aveva fatto l’arbitro.
Ma che faceva la donna là dentro? L’attesa stava diventando insopportabile. Enrico continuava a fumare. Iniziai a inveire mentalmente contro il mio soggetto preferito: il sistema. Mi aiutava a scaricare i nervi. Sì, è il sistema che mi impedisce di fare una vita libera. È sempre lui quello che mi impedisce di essere felice. È necessario ribaltare il sistema. Assolutamente necessario. Anche se per la verità una volta avevo sentito parlare un tizio alla televisione che mi aveva messo qualche dubbio. Quello diceva:
“La gente è convinta che sostituendo i governanti, magari con un’azione violenta, poi le cose migliorino. Ma la storia ci insegna il contrario. È accaduto un numero di volte imprecisate che il popolo si sia sollevato contro i propri tiranni, per cadere poi nelle mani di altri tiranni. Cioè quegli stessi che si proponevano come liberatori degli oppressi, alla fine si dimostravano nei confronti del popolo ancor più feroci di chi era stato deposto. Sì, la storia ci dimostra che i tiranni sostituiscono i tiranni.” Magari c’era qualcosa di vero in tutto questo.
La donna uscì. Picchiò i suoi tacchi alti per qualche metro sul marciapiede. Tirò fuori dalla borsa una piccola bottiglia di qualcosa. Svitò il tappo. Bevve una lunga sorsata e riprese a camminare. Enrico mi strattonò. Partimmo di slancio. Un’auto quasi ci investì.
“Ma dove l’hai presa la patente?! In Cina!?” Gridò infuriato il mio compare.
“Dai Enrico! Vuoi proprio attirare l’attenzione di tutti?”
Tutti. Si fa per dire tutti. Era così freddo che non c’era nessuno. Entrammo dentro. Il tipo con i capelli lanosi dietro la cassa ci disse che non c’era tempo. Doveva proprio chiudere.
“Ci mettiamo un secondo.” Disse Enrico posizionandosi sulla porta come prestabilito dal piano.
Io andai allo scaffale più vicino e afferrai la prima bottiglia che mi capitò tra le mani. Il cuore nel mio petto cominciava a rullare. Enrico teneva tutto sott’occhio: la strada e il commesso. Mi avvicinai alla cassa e appoggiai la bottiglia. Poi appoggiai anche una banconota da venti euro vicino alla bottiglia. Era la mia ultima banconota. Aspettai pazientemente che l’altro si decidesse ad aprire la cassa. A quel punto sarebbe scattata la seconda parte del piano. Il commesso l’aprì. Enrico, constatato che la strada era tranquilla, si portò di lato e gli puntò la pistola in faccia. Stavo per vomitare dalla paura. Le mie gambe erano di puro legno. Riuscii comunque a sporgermi oltre il banco e a mettere una mano dentro alla cassa. Mi sentivo veramente male. Gli altri due stavano uno di fronte all’altro impietriti fissandosi negli occhi. Afferrai la cartamoneta dalla cassa. Dissi:
“Andiamo!”
“OK!” Fece l’altro.
Uscimmo fuori e aprii il pugno. Io ero convinto di avere dei biglietti da cinquecento. Che imbecille! Erano tre biglietti da cinque. E come non bastasse avevo lasciato la banconota da venti sul banco. Rimasi lì come un cretino. E chissà perché mi balenò nella mente un discorso che mi aveva fatto mio padre anni prima.
“Il tuo modo di pensare è sbagliato. Tu pensi: quando avrò del denaro in mano sarò felice. Molta gente fa questo genere di errore. Perché passa la vita rimandando la felicità a un domani improbabile. Ma la felicità è ora. Adesso. Non domani, quando avrai o quando sarai. Capisci?” No, evidentemente non avevo capito un cazzo.
Enrico era già al di là della strada.
“Enrico! Enrico!”
“Non chiamarmi per nome brutto idiota! Siamo sul luogo di un crimine!” Gridò a squarciagola.
“Enrico! Abbiamo meno soldi di quando siamo entrati!”
Ritornò indietro mulinando i pugni. Rischiò di farsi investire un’altra volta.
“Dai porca puttana! Torniamo dentro!” Era davvero arrabbiato.
Il commesso, riavutosi, stava uscendo gridando:
“Aiuto! Polizia! Aiuto!”
Lo ricacciammo dentro. Lui continuava:
“Aiuto! Mi hanno rapinato! Aiuto!”
Enrico gli portò la pistola sulla faccia dicendo:
“Senti brutto imbecille! Se qualcuno ti punta addosso la pistola e ti da dei soldi, secondo te è una rapina?!”
L’altro parve riflettere sulla situazione e finalmente si calmò. Beato lui. Io invece ero lì lì per pisciarmi addosso.
“E adesso ascoltami: finora non è successo niente. Questo perché i soldi te li abbiamo dati noi. Ma ora si cambia! Apri la cassa e tira fuori i soldi! Svelto!” Gridò Enrico.
“Ma non ce ne sono.” Fece l’altro.
“Non provare… Vuoi prendermi per le palle!? Stai attento perché ti sparo in mezzo agli occhi!”
Il commesso rispose:
“Cinque minuti fa è stata qui la padrona e ha prelevato l’incasso.”
Incrociai gli occhi di Enrico. Ci ritornò in mente la donna con il cappotto verde.
“Andiamocene!” Gridai disperato.
Ma Enrico aveva qualcosa di cattivo negli occhi. Di molto cattivo.
“Adesso lo ammazzo questo bastardo!”
Rimasi impietrito. Ma non completamente. La mia vescica si svuotò. Enrico portò la pistola all’altezza della fronte alta del commesso. Quello aveva già un tanfo da manzo morto. Il dito di Enrico si contrasse con decisione sul grilletto. Ma non successe niente. Credo che stesse per cedermi anche l’intestino. Enrico aveva la faccia avvilita. E anche la sua voce lo era.
“Ma…Come? Ma che…Come?”
L’altro cadde a terra svenuto lungo disteso. Enrico guardò la pistola dalla parte della canna. Io non lo so come sia stato possibile. Ma partì un colpo che si portò via la faccia del mio socio. Come nei cartoni animati. Quelli americani. Non lo so se ci siano delle spiegazioni per delle cose del genere. Enrico non lo aveva più premuto il grilletto. Mah, forse il gelo aveva influito sui meccanismi della pistola? O forse avevamo scelto una giornata sbagliata? Uscii fuori con movimenti legnosi. Lasciai il motorino dov’era. Mi accorsi solo dopo qualche chilometro che avevo lasciato la mia banconota da venti nel negozio. Mi sentii improvvisamente vecchio, curvo e sconfitto. Sapete? Sotto la luce bianca di un lampione piccolo, contorto e gelato come un albero senza foglie, incrociai il mio ex catechista. Ovviamente lui non mi riconobbe.
“Buon Natale.” Disse allegramente.
“Buon Natale un cazzo!” Gli rimandai indietro, esibendo con disinvoltura i pantaloni irrigiditi dall’urina gelata.
Ora la mia idea era quella di andare a piedi verso la Svizzera. Dicono che sia un paese ricco e generoso. Quello è senz’altro un posto che fa per me.

© Giovanni Manea



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