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Attimo di vita
di Evian Aldandi
Pubblicato su PBSE4


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Gli occhi. Quando l’ho visto arrivare verso quella corriera ho capito nei suoi occhi che qualcosa era successo, ho visto che brillavano di una luce strana, come se guardando le cose vedessero al di la di esse stesse. Da quegli occhi era passata la vita, non sapevo ancora in che forma ma ne ero sicuro, e quella scintilla di vita era ancora lì mentre Andrea camminava verso di me.
Altre volte mi era capitato di sentirla pulsare in me, o di percepirla in qualche situazione, e per questo non potevo sbagliarmi.
Venti minuti prima eravamo insieme, eravamo in tre seduti sul tavolino di un “Burger King” di Mahon, e dovevamo incamminarci verso il deposito delle corriere, dovevamo tornare dagli altri amici, dovevamo tornare a Cala n’Porter. Ma il destino bussa alla porta nei momenti che ci sembrano sempre i meno opportuni, per questo è difficile seguirlo, per questo il profumo di vita è così difficile da annusare. Appassisce subito.
Quel pomeriggio il destino si era manifestato rompendo la mia ciabatta destra e si era già messo avanti mostrandomi la mattina stessa, mentre salivo sull’autobus che portava da Mahon ad una spiaggia vicina, un negozio di ciabatte poco distante dal centro.
Non riuscivo a camminare in quel modo: la scelta era obbligata, non ne parlammo neanche. Così mentre io e l’altro amico entravamo a rubare una ciabatta singola e correvamo veloci verso il deposito, Andrea sbatteva la testa contro la sua strada.
Aveva visto un cartello davanti ad una saracinesca: “Jeans a 5 euro”. Non importava nulla dei Jeans a 5 euro, a lui che ama vestirsi in modo così particolare, ma avendo poca voglia di scappare da un commesso si era deciso ad entrare.
Prima di riuscire a guardare i “Jeans da 5 euro” i suoi occhi sono stati catturati dal volto della ragazza che stava dietro al bancone. Si è diretto subito verso di lei, senza volerlo e forse senza pensare, sospinto da quell’impulso che a volte guida gli uomini ed è presente in essi senza far parte di essi, ma li riempie.
Le parole sono uscite dalla sua bocca, musicali come mai le aveva pronunciate, un sorriso da bambino gli ha pervaso il volto ed una strana serenità gli ha invaso il cuore, come sciogliendo il suo corpo nel tutto, fra le sillabe il tempo i sorrisi e i jeans. Non era la bellezza in se, e nemmeno la simpatia che non riusciva e percepire con la suo conoscenza dello spagnolo, non era il corpo che lo colpiva di quella ragazza ma il fatto che il suo volto non gli risultasse sconosciuto e nuovo.
Era un volto che lui aveva sempre visto, che aveva sempre avuto chiaro in se e che ora si manifestava miracolosamente in quel corpo.
Lei gli sorrideva e a lui questo sarebbe bastato, sarebbe potuto rimanere per tutta l’eternità a contemplare quel sorriso, disegnato dal suo cuore, che riusciva a racchiudere tutta la vita in un attimo. Sarebbe potuto restare li per sempre, consegnato a quel volto, ma il richiamo della realtà e della consuetudine, che suole infrangere tutti i sogni, gli ricordò che doveva rispettare un impegno un orario una corriera. La scintilla che aveva sentito nel cuore, tanto intensa e tanto sua, ora stava li davanti e brillava con il sapore del rimpianto nascosta dietro un vetro. Quel vetro eravamo noi, l’orario dell’ultima corriera, il tetto sotto cui doveva dormire quella notte, tutto questo mondo di convenzioni e di abitudine.
La salutò e camminò verso il deposito, felice come un bimbo che assaggia la Nutella, disilluso come se gli avessero già strappato il barattolo. Quando si sedette al nostro fianco e ci raccontò la storia erano ancora le sette e trentotto minuti, gli feci notare che aveva ancora due minuti per scegliere fra la vita e qualcos altro. Ripercorremmo con uno sguardo reciproco tutto ciò di cui avevamo parlato in quegli anni, tutte le nostre idee e le nostre intuizioni, e capimmo che era tutto vero.
Aveva già cambiato espressione e forse avrebbe fatto a meno delle mie parole, ma ho voluto ricordargli che in certi casi è necessario rompere quel vetro attraverso il quale spesso capita di veder scorrere la propria vita, per cominciare ad “esistere”, o anche soltanto per “esistere” un attimo.
Alle sette e quaranta si accesero i motori e Andrea si alzò. Anche il mio cuore era contento.
Lo guardavo correre verso il paese e mi sembrava che i suoi piedi non toccassero mai terra, il mio amico aveva rotto un vetro e stava volando verso una scintilla non ancor spenta. Poco importa se le schegge del vetro lo avessero ferito o se la scintilla lo avesse fatto smarrire fra il fumo, poco importa.
Ci siamo chiesti cosa gli sarebbe successo, che risultati avrebbe ottenuto, come sarebbe tornato a casa e a che serviva questa scelta, ma tutto questo non conta nulla. I risultati riguardano il mondo delle cose, qui stiamo parlando di spirito.

© Evian Aldandi



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