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di Heiko H. Caimi
Pubblicato su PBSE2007


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1. Oreste

Quando ritornò a casa dal lavoro, Oreste scoprì di aver lasciato accesa la luce in camera da letto. Strano, pensò, credeva di averla spenta, quel mattino. Non così strano, però, considerando il disordine globale della sua vita.
Mentre si lavava le mani ripensò a Lina. Era entrata nella sua vita come una tempesta, l'aveva resa una bufera ed era scomparsa senza una parola. Scomparsa ad un suo cenno. Una ragazza così romantica, così pulita, appassionata e nello stesso tempo pudica. Il loro amore non aveva neanche avuto il tempo di esprimersi attraverso la condivisione del sesso: non aveva avuto fretta come nei rapporti precedenti, le aveva lasciato tutto il tempo di cui aveva bisogno, anche in considerazione del fatto che era molto giovane.
Già, ma adesso era solo. Non si era mai sentito così vuoto. Se solo Lina non avesse commesso quelle sciocchezze...! Provò un senso di disagio. Meglio scacciarli, certi pensieri. Facevano troppo male.
Entrò in cucina, aprì il frigo, lo richiuse con aria sconsolata. Aveva dimenticato di fare la spesa. Gli rimaneva comunque qualche scatoletta. Si sarebbe accontentato, per quella sera. Intanto un caffè non ci sarebbe stato male.
Preparò la caffettiera, la posò accanto al fornello, poi si decise finalmente a raggiungere la camera da letto dietro la cui porta, in fondo al corridoio, la luce accesa consumava ancora inutile elettricità. Ma tant'è, Oreste era pigro, e non vedeva perché avrebbe dovuto andare a spegnerla subito, quando avrebbe comunque raggiunto la stanza entro pochi minuti. Si sarebbe cambiato, poi avrebbe gustato il piacevole ristoro della caffeina calda, come la chiamava Lina.
Sostò sulla soglia pensando se avesse dimenticato di mettere il caffè nella macchinetta, come gli era accaduto il pomeriggio precedente. No, ricordava di averlo pressato più del solito. Era stata una dura giornata, e aveva bisogno di tirarsi su almeno un po'.
Abbassò la maniglia -strano, non chiudeva mai la porta della camera da letto- e, all'improvviso, comprese perché la luce era rimasta accesa.
"Era ora" disse la figura seduta sul letto. Indossava una vestaglia rosa dalla quale emergevano le caviglie sottili ed i piedi ben fatti. Non indossava altro.
Oreste rimase a fissarla, gli occhi sbarrati per lo stupore. "Che cosa ci fai qui?".
"Credevi di cavartela così facilmente?".
"Come.. come hai fatto ad entrare?".
"Ti sei già dimenticato di avermi lasciato le chiavi? Il fatto che non le abbia mai usate prima non significa che le avessi perse".
"No... no certo" disse Oreste crollando le spalle. "Che cosa vuoi?".
"Te" rispose alzandosi in piedi. Sciolse la cintura di stoffa che fermava la vestaglia, e i lembi si dischiusero mostrando l'inizio della curvatura dei seni, l'ombelico sprofondato nella carne tesa e liscia del ventre, la peluria leggera del pube.
"Lina, non mi sembra proprio il caso" indietreggiò Oreste.
"Abbiamo dei conti in sospeso, noi due. In fondo, mi hai lasciata prima di scoparmi. Non ti piacerebbe scoprire cosa ti sei perso?". Così dicendo avanzò di qualche passo, lasciando che la vestaglia le scivolasse dalle spalle. Toccò terra con un rumore ovattato, come lo sfioro di un'ala.
Oreste non poté reprimere un brivido di eccitazione alla vista di quel corpo che gli era sempre rimasto ignoto nella sua interezza. Ma provò anche una forte sensazione di disagio. Quella non era la ragazza che conosceva. I capezzoli di Lina si ergevano prepotenti sui seni gonfi e rotondi. Uno sguardo bramoso lo fissava dai suoi occhi neri. No, non era questo che voleva, non così. E poi... poi era una storia finita, non aveva senso....
Però...
La donna schiuse le labbra, le umettò con la lingua. "Di che cosa hai paura?" chiese accarezzandosi un seno e titillandone il capezzolo con due dita. Era sempre più vicina. Oreste aveva le spalle al muro.
"Lina, tutto questo non ha senso... Tra noi è finita. E sei stata tu a volerlo...".
"Sei stato tu a lasciarmi". L'aveva quasi raggiunto.
"Si, ma mi ci hai costretto. Tu non...”.
Le parole vennero soffocate dalla lingua che gli penetrò tra le labbra senza trovare resistenza. La abbracciò. Gli si avvinghiò addosso, addentrandosi sempre più a fondo nella sua bocca, animata da un desiderio incontrollabile. A quel punto Oreste non era più in grado di dominarsi. Lina gli si stava strusciando addosso, e con una mano gli accarezzava il pene eretto attraverso la stoffa. Lo sguardo voglioso sembrava immaginare il suo corpo sotto i vestiti -non più la consueta luce che avevano condiviso, ma un fuoco distante e freddo, seppure animato da una bramosia divorante.
Nel giro di pochi secondi si ritrovarono sul letto. Lina lo spogliò velocemente, con bramosia, poi si mise le dita in bocca e con i polpastrelli incominciò a vellicargli l'erezione mentre con l'altra mano scendeva al centro del proprio corpo, separava le labbra, cercava la sorgente del proprio piacere.
Lasciò il pene con uno strappo e incominciò a masturbarsi con ambedue le mani. Oreste assisteva esterrefatto mentre quel corpo sconosciuto vibrava di una voluttà senza controllo. Quasi subito Lina tornò a cercarlo, si aprì sopra di lui, ghermì il suo membro con la propria carne affamata. Lo montò. L'asta guizzò con disinvoltura fino al centro del suo corpo, si immerse scivolando lungo il languido cunicolo del suo piacere affondandovi come una lama calda nel burro. Si muoveva ritmicamente su di lui senza fatica, come posseduta da una forza implacabile.
Lo amò in un parossismo di rabbia e passione, con frenesia. Lo guidò dentro di sé tutte le volte che le sfuggiva, lo accolse come fosse l'unico elemento che ancora la legasse alla vita, l'unico significato cosciente.
Improvvisamente fu sopraffatta dall'orgasmo, mentre anche lui si scioglieva dentro di lei.
Si contrasse su quel corpo come preda di spasmi di dolore. Poi si accasciò su di lui continuando a custodire quel che rimaneva del suo turgore, e pianse sul suo petto mentre l'abbracciava. Regina di un pianeta disperso tra stelle schiave, si irraggiò con la pallida luce che ancora rimandavano i suoi occhi. Oreste sentì che qualcosa di bagnato si allargava su di lui. Poi ebbe una mancamento. Non aveva mai provato nulla di simile. Venne colto dalla stanchezza, e un velo nero calò lentamente sul suo mondo.


2. Lina

"Avresti mai creduto di essere il primo uomo ad amarmi se non ne avessi avuto la prova?" chiese mentre si ripuliva. Gli dava la schiena.
"No, certo" rispose la voce arrochita dal piacere di lui. Una voce lontana, distante, come quella di un fantasma.
"Spero che non ti abbia dato fastidio, tutto quel sangue".
"Ormai non c'è più nulla che possa darmi fastidio".
"Già" rispose Lina esplodendo in una risata isterica. Il suo viso rimase rigido e freddo come un sudario. La fiamma dei suoi occhi era ormai remota, e sembrava ripescare nel passato immagini immobili sospese a mezz'aria.
"Come stai?" chiese lui.
Non poteva rispondere. No, la domanda non aveva senso, più niente aveva senso. Si voltò a guardare il corpo disteso sul letto, beneficato da una serenità che lei non avrebbe mai raggiunto. Poi distolse lo sguardo, liberando la mente dal luogo di piacere che avevano condiviso. Pensò alle bugie che si erano scambiati. L'orologio sulla mensola del comò ticchettava nel suo cervello in sintonia col ritmo martellante del suo cuore.
Aveva lasciato che lui divenisse tutto il suo mondo, gli aveva svelato se stessa senza riserve, con fiducia, senza paura. “Sei tutto ciò che desidero”, gli aveva detto numerose volte. Questo, però, non lo aveva aiutato a capire. "Non ho mai desiderato nessuna donna come desidero te" sentì ripetere alle proprie spalle. "Tu sei tutto per me". Avrebbe accettato di essere molto meno, pur di non perderlo. E invece... solo per quella piccola sciocchezza che lei aveva... solo per... "Sono disposto a dimenticare tutto se resti con me".
"Dimenticare che cosa?"
"Mi hai fatto male, raccontandomi quelle bugie" fece lui in un brontolio che sembrava più un rantolo che una voce umana.
"Dovevo sapere, dovevo capire fino a che punto mi amavi".
"Non mi amavi. Non mi amavi, se ti sei comportata così" gorgogliò Oreste.
"Non è vero. Sei.. sei stato tu. Sei stato crudele nella tua vendetta".
"Quale vendetta?".
"Non avresti dovuto lasciarmi".
"Sei tu che hai sbagliato. Mi hai fatto troppo male. Non mi amavi, non mi amavi abbastanza".
Non ne poteva più. Non ce la faceva ad ascoltarlo ancora. Cercò di scacciare quella voce dal cervello. Ma la inseguiva, inesorabile come un incubo. "Forse non mi hai mai amato. No, non mi hai mai amato. E ora hai sostituito con l'odio quel vuoto".
Si voltò, lo guardò con durezza. Avrebbe voluto qualcosa di diverso, essere amata teneramente, con dolcezza. Non era cambiato quello che provava per lui, ma non le aveva lasciato scelta. Ora doveva imparare a scacciare quelle voci dal cervello: le accuse di Oreste, le proprie difese. Più nulla aveva senso –erano ormai parole vuote, senza peso.
Gli si avvicinò. La fissava inespressivo. Coprì le sue labbra con le proprie, lo zittì così, con un semplice gesto. Restò a guardare quel viso immobile, bello, il corpo atletico e conturbante. Allungò le dita sul suo petto, lo percorse lentamente fino al collo. Il corpo dell'uomo che aveva amato. Portò le dita alla ferita fresca tra le proprie gambe, divise le labbra, si spinse fino al bocciolo che aveva scatenato la sua smania. Tutto era spento, non restava più niente di vivo dentro di lei. Ma era padrona della propria vita, adesso.
Lo baciò ancora, delicatamente, come per un addio. La voce di Oreste non le si agitava più nel cervello, si era estinta, si era taciuta per sempre.
Il sangue che gli aveva lasciato sul ventre mandava ancora riflessi umidi nella luce giallognola. L'angoscia che l'aveva frustata mentre lo attendeva sola in quella stanza era scomparsa, era rimasto soltanto il silenzio di ogni cosa.
Raccolse i propri vestiti, l'oggetto che aveva lasciato accanto ad Oreste, si accese una sigaretta. Doveva sbrigarsi, o mamma si sarebbe preoccupata. A una ragazza di diciassette anni non è permesso fare tardi la sera.
Andò in bagno, fece una doccia, osservò il sangue scorrerle a rivoli lungo le gambe. Pensò agli zampilli dei sogni, che avevano separato quell'acqua dalla sua purezza.
Si asciugò, si rivestì, passò di stanza in stanza, mise in ordine tutto il caos che Oreste aveva lasciato. Quelle stanze erano piene di memorie, di piaghe che divoravano il ricordo. In ogni angolo c'era qualcosa dei suoi ultimi mesi di vita. In cucina ripulì con cura il coltello e lo appese assieme agli altri. Ripensò a com'era stato amarlo. Non avvertì nulla.
Era pronta. Entrò nella camera da letto, gettò un ultimo sguardo al corpo inanimato, spense la luce. In quel momento, pensò, si lasciavano, pronti a partire per i rispettivi inferni. Ma di una cosa era certa: l'inferno di Oreste sarebbe stato molto diverso dal suo.

© Heiko H. Caimi



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